Aragosta all’Armoricana

lull-between-two-storms-stone-circle-and-menhir-Dartmoor-Forest-Devon-United-Kingdom-400x600Dalle steppe dell’Asia attraverso l’Europa. Secoli di cammino e poi, di fronte all’Atlantico, fini la lunga marcia dei Celti. Allora, con molto senso pratico, chiamarono  il luogo “Armor”, che significava “Sul Mare,” anche per distinguerlo da quello che si erano appena lasciato alle  spalle, l”Argoat,” che  significava “Terra”. Questo succedeva tanto tempo fa, pressappoco nel 6° secolo a.C., quando i  i Celti  finirono per  insediarsi stabilmente nella terra dei Dolmen e degli alti Menhir. Passarono altri secoli e anche lì, come dappertutto, arrivarono i Romani  e, nonostante il valore di Obelix e di  Asterix, non fu  assolutamente possibile fermarli. Era  infatti il 56 a.C. quando Cesare sconfisse in una  terribile battaglia navale i Veneti, il gruppo  celtico più potente di tutta la penisola e impose la pax romana, aggregando l’Armorica  alla Gallia Lugdunensis  e  finendo così per toglierle la sua identità. Poi, mentre cadeva l’impero romano,  arrivarono i Celti Britanni, che scappavano dagli invasori danesi che traversavano a frotte la Manica.images

Fu così che il territorio armoricano, che, fra alterne vicende, era riuscito a conservare il suo nome, finì per chiamarsi Bretagna, mentre le popolazioni si fondevano fra di loro e la  lingua dei nuovi arrivati, il celtico bretone prendeva il sopravvento sul gallico. Oggi, insieme, i discendenti Celti, delle diverse etnie, lottano per salvare, dall’oblio e dalla dimenticanza, la lingua bretone, ultimo vessillo di una comune origine millenaria.  Nonostante tutto sono riusciti a  imporsi e ottenere  il bilinguismo ufficiale per questa punta di terra protesa nell’Atlantico, che non si vuole arrendere alla globalizzazione. Questa strana regione, dalle coste e dalle  brughiere selvagge, rimase, per  lungo tempo, una povera terra di contadini e di pescatori, abbastanza isolata dal resto della Francia, finchè  nel  1886  arrivò  Paul Gauguin  col gruppo dei pittori della Scuola di Pont Aven. La Bretagna allora cominciò a riflettersi nelle grandi superfici luminose, contornate di scuro dei loro quadri che  sembravano smalti e vetrate medievali, piuttosto che dipinti a olio. Fu per tutti una grande scoperta e una corsa che, da allora, non ha più conosciuto sosta. C’è tanto da fare e vedere in Bretagna…  I misteriosi monumenti megalitici di decine di migliaia di anni fa, che parlano ancora  di astronomia  e sovrannaturale, i luoghi dove nacque la leggenda di Re Artù, le cittadine di pietra scura tutte racchiuse in se stesse, i paesaggi contadini e  il mare. Quel mare dalle mille sorprese, dai ripidi scogli e dalle deliziose cale, quel mare così ricco  di risorse che ha  fatto degli armoricani un popolo di grandi marinai e di abilissimi pescatori. C’è di tutto, dai grandi merluzzi alle sogliole alle trote, dai pesci di passo al largo della coste ai crostacei e ai molluschi che si alimentano nelle grandi maree mentre il mare arriva e si ritrae fino a 40 metri. Bretagna è il paese delle ostriche,  quellle ostriche di Cancale piatte e allungate, che già i Romani non si facevano mancare sulle loro tavole, Bretagna è il paese delle aragoste, come quelle celebrate di  Douarnenez, così famose e così a portata di mano, che la mattina, se vi alzate presto, le trovate di sicuro al mercato. Molluschi e aragoste, con cui si preparano favolosi crudi e uno dei piatti più celebrati di tutto il mondo, l”Aragosta all’Armoricana” che, nel nome, ripropone  fieramente la tradizione di un popolo che non vuole dimenticare le sue origini. Vale la pena,  almeno una volta, provare a  prepararla e cominciare a  godere  dei suoi profumi sottili e  raffinati, già mentre cuoce sul fuoco. In 4  servono tre aragoste, grandi e belle come quelle di Douarnenez. Dopo aver scartato  testa e zampe, tagliatele a fette piuttosto alte, conservando attaccato il carapace. Poi  fatele saltare in una grande padella in mezzo a 6 cucchiai di olio e 50 grammi di burro.img_7590edited0910

Appena sono colorite, ma attenzione a non bruciarle, profumatele con un bicchiere di cognac, da far evaporare a fuoco vivo. Fatto questo  spostate i pezzi di aragoste, temporaneamente, su un   piatto di servizio. Adesso, nella padella, aggiungete 6 scalogni e due spicchi d’aglio tritati, una carota piccola  tagliata sottilmente e 50 grammi di sedano rapa. Fateli tutti ammorbidire adagio, a fuoco basso, finché non abbiano ceduto tutto l’aroma, mentre ogni tanto li bagnate con vino bianco tipo chardonnay. E’ arrivato   il momento di aggiungere il pomodoro, circa duecento grammi,  da far insaporire almeno 10 minuti e senza alzare troppo la fiamma. Adesso le aragoste  riprendono il loro posto in padella spruzzate di pepe di Cayenna, peperoncino in polvere, sale e tanto prezzemolo tritato. Ancora 20 minuti di cottura e, se occorre,  si può aggiungere un po’ di acqua calda. Alla fine togliete nuovamente le aragoste dalla padella, poggiatele sul piatto da portata e ospitatele nel forno caldo, ma spento. Frullate la salsa rimasta nella padella, aggiungendo un cucchiaio di burro e mezzo bicchiere di panna. E’ solo al momento di portare in tavola che estrarrete le aragoste, tenute in caldo nel forno e le cospargerete della  loro salsa e di  prezzemolo fresco tritato. Volendo si può aggiungere del riso pilaff, cotto al dente e messo a seccare in forno  a 160° su carta unta di burro e poi premuto in piccoli stampi che si rovesceranno vicino all’aragosta. Ci si può contornare il piatto di portata o servirli  in tavola, direttamente nei singoli piatti.

Qualche variante? Si può sostituire l’aragosta con gli scampi. In Bretagna ci sono anche loro e la ricetta rimane di altissima  qualità. Qualcuno, invece, aggiunge i gamberi all’aragosta. Si può, ma alla condizione di non cuocerli più di 5 minuti, altrimenti  induriscono. Quindi va bene una sfiammata iniziale  per poi rimetterli nel sugo negli ultimi 5  minuti in cui  si finisce di cuocere  l’aragosta.

Una curiosità ?  Qualcuno ha osato chiamarla “Aragosta all’Americana” e, negli Usa, qualche volta  giocano sull’equivoco, tanto è vero che hanno persino provato a copiare la ricetta, semplificandola, con modesti risultati. In realtà tutto nacque  dalla  disattenzione di uno Chef parigino, che, forse sbagliò perché,  povero lui, non conosceva l’Armorica.

Ciao… spero di incontrarvi  in Bretagna!

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