Tortelli di zucca alla Mantovana.

zucca-anfora-tsurukubi-hyotanEra già conosciuta nel mondo antico in tutto il bacino  del Mediterraneo, dall’Egitto e dai Romani prima e dagli Arabi dopo, ma sicuramente non era nata li, veniva da lontano, quasi certamente dall’India. Ma si trattava di una qualità già addomesticata, perché, se poi  ci vogliamo allontanare un pò’ di più nel tempo, la ritroviamo, allo stato selvatico, in Zimbabwe, già 13.000 anni avanti Cristo. In generale la chiamiamo “zucca”, ma ce ne sono di moltissime qualità e, fra quelle arrivate per prime sul Mediterraneo, la più nota è sicuramente la “Legenaria” nelle sue numerose varianti. C’é,per esempio,  quella dal collo lungo e il ventre  globulare e capiente. Ancora fresca  è destinata a  zuppe e piatti contadini, ma quando si porta a completa maturazione e la buccia si indurisce, sviluppa una capacità tutta diversa. Si svuota, con un foro dall’alto,  si fa essicare…  et voilà,  6716977-maracas-cuban-folk-instrument-on-white-backgrounddopo un p0′ è una leggerissima fiaschetta per acqua o per vino. Lo sapeva di sicuro San Rocco, il patrono dei viandanti e dei pellegrini che spesso è ritratto con una  borraccia di zucca appesa al bastone o alla cinta. Ma non è tutto! La Legenaria ha anche incredibili qualità artistiche che  ha  sviluppato, oltre che nel settore ornamentale, anche in diversi strumenti musicali. Il Sitar indiano  per esempio ha la cassa acustica  che è  una Legenaria tagliata a metà e ricoperta di legno, mentre dall’Africa viene il Berimbau, uno strumento a percussione che è diventato il  simbolo della Capoeira. In Sud America ci sono anche  le Maracas il cui suono, quasi di pioggerellina  battente,  è provocato dai semi ancora racchiusi all’interno.

Quanto all’uso culinario, i Romani la zucca la conoscevano bene, ma i giudizi sono spesso contrastanti. Virgilio la cita spesso nelle sue opere, ma non l’apprezza molto. Insipida, diceva, di poco pregio e San_Rocco_Anticodestinata al popolo plebeo. Chissà se avrebbe cambiato idea, se avesse conosciuto le zucche Americane, che Mantova, la sua città, tanti secoli dopo avrebbe accolto in modo trionfale,  facendole diventare quasi un emblema del territorio.  Apicio, il più grande scrittore di cucina dell’antichità romana, invece l’ apprezzava  e la consigliava fritta o lessa, in ogni caso aromatizzata con molte erbe. Forse, in fondo, in fondo, anche lui non la trovava proprio saporita.

Poi con Colombo la storia cambia profondamente, anche se di sicuro si arricchisce, perché, oltre a scoprire  il nuovo continente, lui scopre anche le zucche, quelle americane, grandi, enormi  tanto diverse, da far morire d’invidia quelle  più piccole e un po’ storte del vecchio continente. La  Legenaria  in presenza della “Cucurbita”, in tutte le sue varianti, subì infatti un notevole declino e preferì ritirarsi dignitosamente in territorio africano, anche se tuttora viene coltivata in alcune zone dell’Italia meridionale.

In America, quella zucca  che Colombo portò in dono all’Europa era un  alimento sicuramente antico, tanto che le sue  tracce, al centro del Continente risalgono a 6 – 7ooo anni  prima di Cristo! Da lì si irradiò  anche al Nord dove era così largamente  utilizzata dai nativi, assieme alle patate e  al pomodoro, che l’uso ben presto si diffuse anche  ai primi coloni Europei e  finì per diventare  un piatto tipico del nord America.

Cucurbita pepo convarIn Italia la Cucurbita americana fu accolta con molto favore soprattutto al Nord e Mantova, una delle sue Patrie italiane  più famose, l’ha caratterizzata con una polpa pastosa e dura dal sapore dolciastro.

I tipi più coltivati sono la “Cucurbita Maxima,” globosa, schiacciata ai poli e grigio verde, la “Marina di Chioggia” verde ed enorme che arriva sino agli 8 Kg e “l’Americana,”  giallo – verde e costoluta, con un bellissimo turbante in cui  la parte superiore  è arancio vivo e la parte inferiore biancastra.

Purtroppo la zucca mantovana ha conosciuto un periodo di declino perché non riusciva più a imporsi sul mercato, soppiantata, come del resto altri prodotti contadini, dai tipi  di zucca più standardizzati, meno soggetti a variazioni stagionali nel peso e nel colore. Ma i Mantovani non si sono arresi e ne hanno  fatto un  prodotto di eccellenza,  ottenendo un riconoscimento ufficiale che consente loro di seguitare a lavorarla in purezza senza contaminarla con specie più ibride.

Ed e’ con queste raffinate e nobili zucche che fanno i loro fantastici “Tortelli di zucca”, una particolarissima  delizia agro – dolce con cui sono soliti, e non solo loro, festeggiare la Vigilia di Natale.DSC01007

Per 8 persone occorrono 2,5 Kg di zucca gialla che, tagliata in pezzi e senza semi, si mette a cuocere in forno finchè  non si sia liberata dell’acqua.  Poi si passa la polpa, tolta la buccia, al setaccio e, in una terrina, si mischia con 200 grammi di Amaretti tritati e 300 grammi di Mostarda di frutta di Cremona (la migliore e la più adatta) anch’essa tritata e  unita al suo sugo. Al tutto vanno aggiunti 9 cucchiai di parmigiano, un pizzico abbondante di noce moscata, sale, pepe e il succo di mezzo limone. Poi si mescola a a lungo, con un cucchiaio di legno e, se il composto dovesse apparire troppo morbido, si aggiunge qualche altro amaretto per renderlo più asciutto. Attenzione, questa prima fase dovrebbe avvenire il giorno prima della festa, per dar tempo, agli ingredienti riposti in frigo, di amalgamarsi fra di loro.

Qualche ora prima del pranzo si prepara la pasta con 700 grammi di farina bianca, 6 uova e 1 pizzico di sale, formando una sfoglia sottile. Quando è ben stesa, si distribuiscono a non meno di 4 cm dal bordo superiore e a distanza di circa 6 cm, l’uno dall’altro, i mucchietti di ripieno della grandezza di una piccola noce. Si gira poi l’orlo della pasta rimasto libero e si ripiega sul’impasto, fissandolo, con le dita ed eventualmente con rosso d’uovo, al bordo inferiore, quindi con l’apposito attrezzo si ritagliano i tortelli. Allo stesso modo si procede per preparare ulteriori strisce ripiene, da ridurre in tortelli, sino a esaurimento della pasta. A mano a mano che  i tortelli sono pronti si poggiano su un tovagliolo per ridurne l’umidità. Cuoceteli in acqua bollente, lasciandoli abbastanza al dente, anche per evitare fuoriuscite dell’impasto. Conditeli con circa 300 grammi di parmigiano,  200 grammi di burro e qualche foglia di salvia. Sicuramente avrete una buona Vigilia.

43-jack-o-lantern-wallpaper-halloween-art-illustration_422_-_12E parlando di zucche è rimasto un argomento su cui è bello, per un momento ancora, intrattenerci. Halloween! Siamo sicuri,infatti, di conoscere tutti l’origine di questa festa?

Ecco, fu solo agli inizi del xx secolo che  la zucca americana, quella grande, grossa e rotonda, assurse a nuovi e internazionali splendori, proprio  attraverso  la tradizione di Halloween. Tutto nacque  dagli irlandesi che, immigrati in America, si erano portati appresso la ricorrenza del 31 di ottobre  per ricordare  la vecchia leggenda  del fantasma di Jack il fabbro, che, rifiutato dal cielo  e dall’inferno, – dal primo perché era stato troppo cattivo e dal secondo perchè aveva fatto un patto col diavolo, –  si andava  facendo  luce nelle sue infinite tenebre, con un tizzone  tiratogli addosso  dal diavolo. Poichè aveva paura che si consumasse tutto, Jack, che nel frattempo era diventato Jack O’ Lantern, se lo   riparava all’interno di una rapa. Ora, poiché in America di rape ne trovarono poche, gli irlandesi si adattarono con una zucca incisa, dai cui occhi trapelava la luce per illuminare il sentiero di Jack. Da  allora ne nacque un successo eccezionale, un revival della zucca, un’ eco infinita che …   ha finito per conquistare tutti i paesi dell’Occidente. Infatti appena si dice Halloween, non c’è equivoco, si  pensa zucca!

Mantova

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Il torrone di Alicante e dintorni

torrazzoNatale con  i magnifici tre: Panettone, Pandoro e Torrone. E tutti e tre sempre  in gara per sentirsi i più blasonati!  Per tradizione, il Pandoro fissa  le sue origini  attorno al  ‘500, nello splendido  scenario della Repubblica Veneta,  dove lo portavano in tavola a forma conica, completamente ricoperto di foglie d’oro, tanto che  per questo, oltre che per la sua pasta dorata, l’avevano chiamato “Pan de Oro.”  C’è chi dice invece che sia  la versione  più elevata e amplificata  di un  dolce più casereccio, il “Nadalin, ” anch’esso a base stellare. Ma qualcuno preferisce rivendicargli 0rigini più antiche, per  timore di essere surclassato dagli  altri due magnifici e così, scartabellando testi trova, ai tempi di Plinio il Vecchio, un “Pane con la consistenza dorata, con fior di farina burro e olio.”

Il Panettone, invece, lui, le leggende  delle  origini ce l’ha nel sangue e una si sovrappone all’altra. C’é chi dice che fosse il Pan de Ton, il “Pane di tono”, cioè quello dei signori, che nel 1500, una volta l’anno, i fornai distribuivano gratis anche ai poveri. Fra tante altre poi, c’è  una storia  quasi commovente, che riguarda il cuoco di Ludovico il Moro, a cui,  proprio il giorno di Natale, si carbonizzò il dolce, mentre  gli invitati, già impazienti, lo stavano aspettando in tavola. Mentre l’infelice cuoco era lì, al colmo della disperazione, arrivò inaspettata la salvezza da Toni, il piccolo sguattero della cucina. “Stamattina- gli disse – ho trovato gli ultimi avanzi in dispensa …  farina, burro, uova, cedro candito e uva sultanina e mischiando tutto ho preparato questo dolce. (Forse povero Toni se lo voleva portare a casa e fare un po’ di festa in famiglia pure lui…)  Se non avete altro potete portarlo a  tavola… ” Dopo, tutti e due, Capo cuoco e sguattero, nascosti dietro la tenda, si misero a osservare le reazioni, sulla faccia degli invitati. Scoppiò l’entusiasmo e il Duca in persona mandò a chiamare il cuoco per sapere il nome del dolce e  lui ancora tremante  per lo scampato pericolo, candidamente confessò “L’è ‘l pan del Toni”.  E quel nome, aggiustato in Panettone, gli rimase addosso.

image049Ma è la storia del “Magnifico III”, il Torrone, quella più controversa e accidentata. Perchè se il Pandoro è di Verona e il Panettone di Milano, il  Torrone  è sicuramente cosmopolita e  appartiene  a un mucchio di  città in Francia, in Spagna e in Italia. A Cremona sarebbe piaciuto tanto poterne vantare l’esclusiva e ci  hanno   provato in tutti i modi, libri di Storia alla mano. Quì, dicono ancora oggi, – nelle pasticcerie artigiane e  sui marchi di fabbrica  delle grandi industrie, che lo esportano in tutto il mondo,-  si sono sposati il 25 ottobre del 1441 Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Qui, per il loro banchetto nuziale,  fu inventato un impasto di mandorle, miele e bianco d’uovo, portato in tavola tutto eretto, come copia esatta del “Torrazzo,” la torre campanaria del Duomo cittadino, che poi, ovviamente, concludono sempre i cremonesi, ha finito col dargli il nome.Ma i furbi cremonesi tacciono un fatto molto importante che stravolge  completamente la loro teoria. Proprio qui infatti, verso il 1100, un sign0re molto erudito Gherardo Cremonese, tradusse  in latino, un  un testo scritto a Cordova dal medico ispano arabo Abdul Mutarrif, “De  medicinis et cibis semplicibus”. Vi si parlava delle virtù salutari di molti cibi e, una volta arrivato al miele, Abdul  lo associava a un particolare dolce che facevano gli arabi, il “Turun”, appunto. Erano  quindi quasi tre secoli, che circolava per Cremona  la ricetta del torrone servito poi, questo si, in modo tanto originale e patriottico alle nozze Visconti – Sforza. E, del resto,a meglio sconfessare i cremonesi, i Veneziani, che da tanto  tempo avevano a che fare con l’Oriente, già dal Medio Evo, per Natale, mangiavano un dolce fatto con un impasto di miele, mandorle e zucchero aromatizzato con tante spezie.

Ma la storia non finisce qui…anzi siamo ancora agli inizi. Una volta, tanto tempo prima, pressappoco nel 4° secolo a.c. c’era un popolo italico, valoroso e guerriero, sicuramente anche  un pò rustico,  che dalle severe vette appenniniche, scese a valle scacciando  da Napoli e  provincia, pensate un po’, i civilissimi e raffinati  greci. Al loro confronto i Sanniti  avevano ben poche cose, oltre i grandi scudi  e le spade, ma fra queste  pare che ci fosse anche il torrone. Almeno così dice il grande storico Tito Livio e Marziale, altro autore romano aggiunge che si chiamava “Cupeta”o “Cupedia” termine che non a caso doveva avere a che fare con la cupidigia, cioè, come dire, la gran voglia di mangiarselo. Comunque il nome ha retto  in parecchie zone dell’Italia Meridionale e soprattutto a  Benevento, luogo Sannita per eccellenza e un’altra delle patrie nobili del Torrone, dove lo chiamano Cupeta o anche  Strega, perchè si va a legare con un’altra antichissima tradizione che fa di Benevento uno dei luoghi di raduno delle antiche fattucchiere.

Ci sono ancora altri, udite, udite, che con tutta sicurezza affermano invece che il torrone ce l’hanno portato i Cinesi, e qui viene proprio da esclamare  sconsolatamente “Ma come, anche questo?” e a  supporto della loro teoria, questi cultori del Celeste Impero fanno notare come,  i primi alberi di mandorlo crescevano solo in Cina. Non resta che arrenderci! E’ noto che abbiamo importato  anche  quelli.

Adesso,  pur rimpiangendo di lasciarci alle spalle numerosi torroni italiani saporitissimi come quelli sardi color avorio o  i semi morbidi e  coloratissimi  siciliani, andiamocene senza voltarci indietro in un’altra famosissima patria del torrone, Alicante, in quella terra di Spagna che sicuramente, in fatto di torroni, ha più di tutti assorbito la grande tradizione araba. Perché poi, secondo voci ben accreditate, sarebbero stati proprio gli arabi a inventare il torrone. E questo ben chiaramente ce lo aveva fatto capire  il medico di Cordova dell’11 secolo, quando parlava del Turun.

torroneMagica Alicante! Storia, cultura, spiagge fra le più belle d’Europa, oggi Alicante vive in un’atmosfera elettrizzante, con una movida notturna fra le più belle di tutta la Spagna. Ma non ha assolutamente abbandonato le sue tradizioni fatte di ospitalità e di grande cucina, soprattutto marinara, ma dove il torrone occupa un posto di grande prestigio, perchè è rimasto rigorosamente un “Torrone a Km 0”! I mandorli crescono in zona, li puoi trovare nei giardini delle case e il miele  anche è rigorosamente fatto sul posto. C’è un apposita Commissione che controlla attentamente il prodotto e  solo a quelli che hanno tutti i requisiti a posto è concessa l’ambita IGP (Indicazione geografica Protetta). Le mandorle devono essere il 46% dell’intero prodotto. Si sbucciano e si mettono ad arrostire su tamburi rotanti e quando hanno raggiunto la tostatura si uniscono all’albume diluito e al miele che è esclusivamente quello locale della Comunità Valenciana. Ed ecco qui una ricetta completa e in fondo abbastanza semplice per chi  il torrone se lo volesse preparare da solo.

Se siete in 8 persone mettete 250 grammi di miele e fatelo sciogliere a fuoco basso in un pentolino, poi aggiungetevi 150  grammi di zucchero e mescolate a lungo con un cucchiaio di legno. Poi a parte montate a neve un albume d’uovo e incorporateci lentamente il composto di miele e zucchero, mescolando  per una decina di minuti. Aggiungete anche un mezzo bicchierino di anice, rimettete il composto sul fuoco a fiamma media e fatelo caramellare. E’ questo il momento di aggiungere 500 grammi di mandorle tostate. Seguitate a mescolare  ancora per qualche minuto e poi versatelo in uno stampo coperto di carta di riso e rovesciatelo solo dopo qualche ora.

Un dubbio dell’ultimo momento a proposito del nome. Perché la storia si fa ancora una volta controversa. Escluso che venga dal “Torrazzo” cremonese, i più ritengono che l’origine si possa far risalire al latino  “torrere,” che significa tostare. Ma come  mai anche gli arabi lo chiamavano Turun? Per quali strade  si era andato a incastrare nella lingua di Maometto un termine  così latino? Forse sarà meglio non andare ad approfondire troppo perchè, col torrone, fra una storia e l’altra si finisce per perdere la testa. Tutto sommato, la cosa più bella …e più dolce, visto che sta arrivando il Natale, è cominciare ad assaggiarlo, appoggiandolo magari a uno Spumante Catalano o a un buon Passito di Pantelleria.

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