George Clooney e il risotto del Lago di Como.

Non è vero che si vive solo due volte. Per George Clooney, ed è sotto gli occhi di tutti,  le  vite sono tre, almeno per il momento e  anche se così  parallele  e  diverse fra di loro, lui  riesce a farle incontrare e a  passare istintivamente e senza grossi traumi  dall’una all’altra, in un fluire di esperienze che lo trasportano in altre dimensioni, sotto gli occhi attenti dei media che, per i motivi più diversi, su di lui seguitano a investire .  La prima vita iniziò quando all’improvviso l’America e il mondo si accorsero che era bellissimo! Fu  allora che divenne per  più di  6 anni  Doug Ross,  il pediatra di E.R. a cui le donne cadevano ai piedi.  Ma se Clooney entrò nell’immaginario collettivo come l’uomo più sexy del mondo,  il dr Ross,  con quel suo rancore verso il padre, che lo porta a sedurne la compagna, è stato anche il primo di quei personaggi equivoci  o borderline,  a volte aridi o più spesso senza  scrupoli con cui  Clooney  ha  sempre tradito Hollywood   e il cliché del personaggio seducente , fine a se stesso. Dall’ammazza-vampiri Seth, nella convulsa  notte degli orrori di Quentin Tarantino, al  rapinatore  di Out of Sight,  ha attraversato il Medio Oriente logorando la spia tradita dal  perfido mondo della Cia, fino a diventare “l’homo mechanicus” di “Up on the air”,  e il  politico senza scrupoli delle “Idi di Marzo”. Chissà, forse sono stati proprio i suoi personaggi ” intelligenti”  a introdurlo nella seconda vita , quella in cui spalanca inorridito gli occhi sui mali del mondo e corre incontro agli ultimi, ai diseredati, a quelli che non hanno più niente. Nel 2003 scopre il Darfur, nell’occidente del Sudan… e un intero popolo sotto genocidio… Scopre l’assurda guerra delle etnie   fomentata dallo spregiudicato dittatore del Sudan Omar al-Bashir e il dramma di milioni di profughi che scappano in Ciad. Scopre la miseria più nera nella siccità di un territorio arido,  che potrebbe invece essere fra i più ricchi del mondo … Peccato che il petrolio  se lo portano via i Cinesi e gli amici di Al- Bashir…

La seconda vita di George Clooney  è di sicuro la più drammatica…  Ed è una vita di guerra… La sua personalissima e spietata guerra ad AL Bashir… La denuncia di Cloney  diventa sempre più alta e coinvolge  il distratto mondo occidentale. La sensibilità che si riaccende  vigile diventa lo strumento di maggior  forza fino a che, in quelle terre martoriate, arriva una forza di pace ONU.  Ma Clooney non può fermarsi . Fame violenze e stupri  sono appena mitigate dalla presenza dei caschi blu  … E alla fine fanno  il giro del mondo le immagini di George Cloony arrestato insieme al padre, dalla polizia,  durante le  proteste in cui i manifestanti non si   disperdeono. L’arresto di Cloney  è peggio di una battaglia perduta per Omar al-Bashir… Che intanto è stato condannato   dal Tribunale dell’Aia  per crimini conro l’umanità… Anche se arrestarlo è pressochè impossibile…

p009_1_01Degli ultimi dieci anni, qualcuno, fra andare e venire, di sicuro Clooney l’ha trascorso tutto intero in Africa.  Ci si è preso anche la malaria..   Ma per il resto del tempo è entrato nella  sua terza vita…  Nella pace e nell’infinita  dolcezza  di “quel ramo del Lago di Como che volge a Mezzogiorno…”   frequentato  fin dai tempi di Plinio il Giovane e dei suoi aristocratici amici.  Clooney e’ ormai  un uomo troppo raffinato e troppo antico per stare sempre in America …  Qui,  nella sua bianca villa tutta  disposta sul lago,con il suo ricovero per le barche direttamente sull’acqua, viene con le sue bellissime donne, da Elisabetta Canalis a Stacy Keiblel,  oppure   fra  una crisi e l’altra, lo scapolo d’oro va in barca con gli amici  o fa  jam session  fino a tarda notte….  In Italia ogni tanto lo chiamano per qualche pubblicità,  particolare e divertente, studiata apposta per lui e il suo personaggio..   Con  i soldii di Nespresso, uno  degli spot più ironici e spiritosi, ci finanzia la sua guerra di logoramento a Omar al-Bashir…  un  “Satellite Sentinel Project”,   che controlla  il confine tra Nord e Sud  del Sudan e gli eventuali movimenti di truppe del Dittatore …  Che ci è rimasto proprio male… Questa mossa non se l’aspettava.

Dell’ Italia George Clooney, un po’ per volta   ha imparato ad apprezzare il modo di mangiare, attento  alle risorse della terra e al volgere delle stagioni… dicono, che nella sua terza vita  sia diventato un esperto di  cucina  mediterranea. Una ricetta per lui non poteva dunque essere una pietanza qualunque, sia pure di buon sapore, ma un piatto con l’occhio volto al territorio e alle tradizioni del Lago di Como….

RISOTTO CON IL PESCE PERSICO

INGREDIENTI per 6 persone: 800 grammi di pesce persico sfilettato,  ( oppure circa 1 kg e 300 grammi di pesce intero) farina bianca q.b.,150 grammi di burro, 12 foglie di salvia, 100 grammi di burro, 400 grammi di  riso 1,5 litri di brodo vegetale, per la cui preparazione occorrono  2 litri di acqua, qualche grano di pepe nero, sale q. b.,1 foglia di alloro, 1 spicchio piccolo di aglio,1 ciuffetto di prezzemolo,1 carota,1 cipolla 2 coste di sedano.1 zucchina  piccola.

PREPARAZIONE.: Cominciate con il brodo vegetale. In una pentola capiente mettete l’acqua fredda e tutti gli ingredienti che lascerete bollire a fuoco medio per circa un’ora e mezza. Al termine filtratelo e  tenetelo pronto per cuocervi il riso. Se qualche verdura di quelle segnalate è fuori stagione rinunciateci e sostituitela con altra verdura dal gusto non troppo invasivo, come ad esempio un mazzetto di bieta. Procedete poi a sfilettare il pesce che deve essere freschissimo. Si possono anche far sfilettare i pesci dal negoziante ma non prendete mai i filetti  già pronti  sul bancone perchè  è più difficile accertarne la freschezza. Per sfilettare il pesce occorre prima di tutto estrarre le sue interiora praticando un preventivo taglio sull’addome, poi tagliare di netto  la coda e le pinne con le forbici adatte e la testa e le branchie con il coltello, dopo private il pesce  delle scaglie con l’apposito attrezzo lavatelo sotto l’acqua corrente, tagliatelo in due o tre sezioni orizzontali togliendo alla  sezione mediana la lisca. Sempre muovendo la lama del coltello in orizzontale, facendo la massima attenzione e procedendo adagio, private i pesci della  pelle   poi sciacquateli  nuovamente e asciugateli.

Portate  di nuovo a ebollizione in brodo vegetale e cuocetevi il riso al dente, senza mai scuoterlo o girarlo durante la cottura. Mentre il riso si sta cuocendo prendete una padella antiaderente e sciogliete il essa il burro a fuoco moderato, assieme alla salvia, affinchè si insaporisca e solo dopo scaldatelo per brevi minuti a fiamma alta per  friggere  i filetti di pesce, infarinati leggermente  i. Se la padella  fosse piuttosto larga potrebbe occorrere più burro per evitare che il pesce si bruci. L’unica accortezza è quello di buttare al termine il burro di frittura e  asciugare i filetti con carta assorbente. Un piccolo segreto per evitare che il pesce bruci e si annerisca la crosta , è quello di immergerlo nel burro molto caldo, ma di abbassare immediatamente la fiamma durante la cottura. Mentre aspettare il termine della cottura del riso, tenete i pesci in ambiente caldo. Quando il riso è cotto, scolatelo e fatelo insaporire, per qualche minuto,  in un tegame con burro fuso e salvia. Al termine versatelo nel piatto di portata e appoggiatevi sopra i filetti di pesce. Servite caldo.

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Francis Scott Fitzgerald e un Polpo in Provenza!

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Bisogna essere giovani e belli…  Spensierati e abbastanza cinici, ingurgitare allegria nervosa bevendo birra ghiacciata e,  fra una festa e l’ altra, andare e venire come   falene,  mentre  una grande orchestra, suona gialla musica da cocktail… Ma soprattutto bisogna avere molti soldi, perchè l’Età del Jazz  è un circolo esclusivo riservato agli eletti  edove successo e ricchezza sono  gli unici metri di giudizio. l’America vittoriosa in guerra  e ricca delle sue fabbriche  impone un nuovo stile di vita…dove non c’è posto per i poveri, per i deboli, per i falliti… Chi non ha  quattrini non  ha credito, e chi non ha  credito non  ha  quattrini.  Questo è il circolo vizioso e peggio per chi ci resta impantanato… A lui era già successo e non voleva che  capitasse ancora.. Almeno due momenti della sua vita… Uno peggio dell’altro. La prima volta  a Princeton, un’ Università esclusiva troppo in alto per lui…  Anche se suo padre era un gran signore del Sud …”Ho tentato, in un certo modo, di vivere all’altezza di quei criteri di noblesse oblige del passato… non ne rimangono che gli ultimi resti, sai, come le rose di un vecchio giardino che ci muoiono intorno… echi di strana raffinatezza e cavalleria ”  Ma proprio questo aristocratico gentiluomo era sempre stato un inconcludente lavoratore  che spesso non era riuscito a mantenere   la sua famiglia. Se Francis era arrivato a Princeton lo doveva ai soldi del nonno materno, un ricco commerciante di carni all’ingrosso, parte di quella nuova America  volgare e piena di vita, che suo padre disprezzava   e che Francis nonostante  tutto guardava con rispetto… I primi  tempi a Princeton furono per  lui i più spensierati della sua vita, trascorsi tra feste, musical e incontri sportivi… Lui era un gran ballerino, aveva la sua piccola rinomanza universitaria  di scrittore di commedie musicali e affascinava le ragazze con quell’aria elegante e il parlare fluido… Quando incontra Ginevra King, la figlia di un ricco finanziere di Chicago non sospetta il baratro che li separa… Incontri  d’amore, lettere di passione… Lei è la prima delle sue Flapper, le splendide costose diciottenni, disinvolte e sicure di sé, egoiste e  sbadate,  come Isabel  Al di qua del Paradiso o   Daisy Buchanan, il disperato amore di Gatsby… Testimoni universali di quel favoloso decennio  prima della grande crisi…  Pare che il padre di lei avesse già detto a Francis “I ragazzi poveri non dovrebbero nemmeno pensare di sposare le ragazze ricche…”, ma  appena lui lo chiese direttamente a Ginevra, lei gli fece educatamente sapere che stava per sposare il ricchissimo figlio del socio di suo padre… 20 anni dopo era ancora scottato da quel rifiuto classista… La incontrò a un party  e quando lei   con la stessa leggerezza  di allora, gli chiese  quale personaggio in ” Di qua del Paradisoi”  lei gli avesse  ispirato….  Lui col sorriso sulle labbra rispose “Which bitch do you think you are?”

Quella storia gli rovino’ l’Università … Come un romantico eroe d’altri tempi si arruolò per andare in guerra… ma non ci arrivò mai… “Il romantico egoista” , la sua storia di Princeton   seguitò a  scriverla, rivederla, correggere    fra  una base militare e l’altra … In una  di queste basi, in Alabama,    incontrò Zelda  Sayre, la bellissima, emancipata figlia di un giudice.

Arriva a New York a guerra finita, sicuro di sé, con il  manoscritto sotto il braccio. Glielo bocceranno  senza pietà…  E Zelda scompare… Non ha la minima intenzione di sposare “un ragazzo povero”…  Sembra che non ci siano più reti di protezione per  Francis  Scott Fitzgerald  che precipita nel  suo circolo vizioso senza credito e senza soldi…Forse fu allora che cominciò a bere o forse anche prima…  Torna   dai genitori e rivede per la quinta o la sesta volta il suo romanzo… E meno di un anno dopo arriva  il successo con “Di qua dal Paradiso”… E’ un mare di dollari. L’America  ricca, mondana, senza scrupoli ne è affascinata e non capisce nemmeno la sottile condanna di quel mondo, che traspare proprio dal suo più grande interprete…

Anche Zelda ritorna e il loro matrimonio nella chiesa cattolica più esclusiva di New York, la  Cattedrale di San Patrizio, è una spettacolare cerimonia … E’ già  iniziata “la grande leggenda della bellissima coppia, eroina, simbolo e interprete di tutte le prodezze sofisticate dell’età del jazz”. . Il Biltmore Hotel li caccia per ubriachezza già durante il viaggio di nozze… Ma  il loro comportamento anticonformista   entusiasma i giovani.

Lui ormai è lanciato e nel 1922  esce l’Eta del Jazz”  i racconti   dal titolo simbolo, con  le storie e i personaggi  “icone dell’epoca”,  e poi  “Belli e dannati” con il percorso maledetto, quasi nero  di Anthony e Gloria che, nella rincorsa all’eredità e al lusso, perderanno i loro sogni… Un’apologo moralista… Ma fanno più effetto gli eccessi alcolici di Anthony e il susseguirsi dei parties senza fine…

“Il Grande Gatsby” è la consacrazione di Fitzgerald, ma anche  il crollo morale del mito americano… però nessuno al momento se ne accorge, distratto dalla storia d’amore e dalla vita avventuriera di Gatsby…. Del resto gli anni ’30 sono ancora lontani.   Gatsby  all’apparenza, ma solo all’apparenza, è la realizzazione del mito,  la sua villa di uno sfarzo senza limiti è l’ammirazione e l’invidia di tutta la città … Luogo di leggendarie feste a cui  lui non partecipa, chiuso nella solitudine di un sogno che lo distruggerà… Lui con   tutto il suo passato di contrabbandiere borderline, ex ragazzo povero, è il più ingenuo e sprovveduto di tutti i personaggi…  Daisy e suo marito sono i cinici  e distratti ricchi di classe, che, nel loro egoismo,   condannato a morte Gatsby  ” Erano gente indifferente, Tom e Daisy – sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia indifferenza o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto”

 Dopo il successo di Gatsby,   la “bellissima coppia” non poteva farsi mancare la Francia e Parigi, la città dove  scriveva, dipingeva e si consumava, nella  versione europea dell'”Eta del Jazz”,  la “Lost Generation”.  Sono anni  da  brivido, nel salotto di Gertrude Stein… con  Hemingway, Dos Passos, Picasso  … La Costa Azzurra, la Provenza, ma  passati i primi tempi e l’entusiasmo del nuovo, diventano anche anni durissimi… Litigi, incomprensioni, conflitti… Sarà ancora bellissima, ma di sicuro  la  coppia nel tempo diventerà male assortita e lei andrà a cercare rifugio nella danza e   e nel suo unico romanzo “Lasciami l’ultimo valzer”… Di sicuro stava cercando una sua strada… ma non ci arriverà mai.

Lui  col tempo diventa più  angosciato … Devono stare all’altezza del mito e della vita da favola in cui si sono imprigionati…E la ricchezza di Fitzgerald è sempre di più  una ricchezza faticosa…se  mai  era stata spensierata. Per la ricchezza, spesso  si butta via, racconti frettolosi  che consentono però  a Zelda la vita che gli piace fare…  “

Ma quando nel 1934 esce “Tenera è la notte” la tragedia è già arrivata al suo culmine… Le stravaganze di Zelda, le sue spigolosità, le sue stranezze hanno ormai un nome preciso… si chiamano schizofrenia e lei ha cominciato ad andare e venire dalle cliniche… Lui invece  affonda nell’alcol  ed è sempre più spaventato dalle responsabilità…L’Età del Jazz  sembra   non sia mai esistita… La sua vita ora  é solo fatta di bollette da pagare per  le cliniche della moglie e la scuola della figlia… E se la protagonista del Grande Gatsby era forse ancora  Ginevra,  Nicole la protagonista   di questa Notte è sicuramenye Zelda… Lui forse le voleva ancora bene  perché nel finale del libro  Zelda – Nicole   avrà  la sua salvezza e il suo riscatto, mentre Dick  – Francis, il marito, finirà a fare il medico anonimo delle squallide province americane.

Ma Francis non ebbe nemmeno quello… Mentre sembrava aver ritrovato un po’ di serenità con  Sheilah Graham, un attacco di cuore lo stroncò … Zelda morì qualche anno dopo in un incendio della sua clinica… Il Jazz, si sa, non è quasi mai una musica allegra.

Meglio ricordarli all’apice del loro successo…  Nella Costa Azzurra  dove   all’inizio credevano che l’Età del Jazz ” non sarebbe mai finita… Dall’antico mare di Provenza   abbiamo scelto un piatto che forse  loro avevano apprezzato tante volte.

POLPO ALLA PROVENZALE

INGREDIENTI per 4 persone: 1,300 Kg di polpo verace, 500 grammi di patate,2 foglie di alloro, 2 gambi di sedano ( la parte interna bianca), 2 carote medie,  1 ciuffo di prezzemolo,  1 cipolla rossa di Tropea, 3 cucchiai di olive nere, 3 cucchiai di aceto di vino bianco, olio extra vergine di oliva a piacere, sale e pepe

Pulite  il polpo fresco estraendo  dalla testa il liquame,  gli occhi e la ventosa, lavatelo e poi sbattetelo a lungo su una  superficie rigida per intenerirlo. Qualcuno, per intenerirlo,  lo mette qualche ora nel  freezer ma  la questione è controversa.
In una casseruola portate ad ebollizione l’acqua con l’alloro, 1 gambo di sedano e 1 carota a pezzetti,entrambi lavati, l’aceto e il sale. Tuffatevi il polpo e cuocetelo a fuoco moderato per 45 minuti circa. Scolatelo, fatelo intiepidire e passatelo sotto il getto dell’acqua fredda per spellarlo più facilmente. Sgocciolatelo e tagliatelo a pezzi.
Pelate e lavate le patate, tagliatele a tocchetti, affettate la cipolla e fatela appassire in una casseruola con 4 cucchiai d’olio poi  unite le patate e cuocete a fuoco vivo per 5 minuti rigirando spesso.
Aggiungete il polpo, salate, pepate, coprite e continuate la cottura a fuoco moderato per 10 minuti circa mescolando di tanto in tanto. Al termine, cospargete il polipo con il prezzemolo tritato, l’altra carota tagliata a julienne, l’altro sedano tagliato a  a tocchetti, le olive snocciolate,  mescolate e  portate in tavola.

Enzo Tortora e la Cima ripiena della sua terra

tortora_portobelloTre gradi di giudizio culminati nel 1987 con la piena assoluzione … E  nonostante ciò, qualche anno dopo, quando Enzo Tortora era già morto,  più di crepacuore che del suo male,  un Magistrato   affermo’  tranquillamente «L’assoluzione di Enzo Tortora rappresenta in realtà soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto”  Ma che strano… Non insegnano forse a Scuola che é compito della Giustizia  accertare la verità… E  come mai questo sfugge a un magistrato laureato in diritto con lode? Se un semplice cittadino avesse fatto un’osservazione simile  a quella del  Magistrato, probabilmente  avrebbe potuto passare i guai suoi…  Come ognun sa, le sentenze vanno rispettate…  Invece non successe nulla… Nemmeno a  chi in primo grado  aveva condannato Tortora a più di 10 anni e  non ha mai avuto alcuna ripercussione sulla carriera… Anzi sono sempre  stati così sicuri di se’ che quando Giuliano Ferrara, a sentenza emanata, prova a riepilogare gli indizi  infondati con cui Tortora era stato arrestato e processato… Si prende una querela  per diffamazione dai Pubblici Ministeri Lucio Di Pietro e Felice Di Persia  e dal giudice istruttore Giorgio Fontana…Per fortuna che poi se la cava…

Ma più di tutto nella memoria collettiva risuonano le parole accorate del difensore  di Tortora che in aula, rivolgendosi al pubblico Ministero quasi urlò “Signor giudice lei le ha lette le carte del processo?” Perché quello che lascia sconcertati è la superficialità, l’incuria della vicenda e il sospetto di vendette incrociate verso un personaggio televisivo scomodo e e ribelle… Due volte l’avevano cacciato dalla Televisione di Stato, la prima volta perché nella sua  trasmissione Alighiero Noschese aveva fatto l’imitazione di Amintore Fanfani… fatto evidente di lesa maestà…  E una seconda volta nel 1969 quando aveva definito la Rai “Un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne” … Il fatto poi che una volta  rientrato in Rai,  la sua trasmissione incollasse  davanti al televisore la metà degli Italiani non aveva fatto piacere a molti…

Ma pochi potevano prevedere quell’arresto spettacolo, mediatico alle 4,30 di mattina…  “Il Mattino ” di Napoli, va in stampa  a mezzanotte o giù di lì, già con la notizia dell’arresto di Tortora… I fotografi e la stampa son già pronti  all’ingresso dell’Hotel Plaza di Roma… Mentre appare il mostro in manette, accusato  di associazione a delinquere di stampo camorristico… Chi l’accusa sono i pentiti di camorra il cui numero lievita di giorno in giorno,  più  uno squallido pittore in cerca di un po’ di notorietà… La prova del fuoco? L’agendina di un camorrista dove c’è  il nome del presentatore e un numero di telefono… I contatti avuti? Dei misteriosi centrini perduti  che  dal carcere erano stati inviati , per la vendita in diretta nel mercatino virtuale  del  “Portobello” televisivo di Tortora…

Ci volle la sentenza di appello per scagionare Enzo Tortora e bastò un giudice più attento… Il nome sull’agendina  non era Tortora, ma Tortona e al numero telefonico, bastava chiamarlo… rispondeva appunto il Sig. Tortona…Quanto ai centrini inviati dal camorrista in carcere, erano arrivati in mezzo a quintali di oggetti diversi in trasmissione  e qualcuno li aveva persi… Alle proteste del proprietario Tortora aveva inviato un risarcimento in denaro pensando di chiudere la questione…Ma chi poteva immaginare che  Giovanni Pandico, oltre che camorrista era anche  schizofrenico e quella perdita di centrini l’aveva considerata uno ” sgarro” personale? Così  appena arriva la proposta, lui diventa uno dei  “gran pentiti” assieme ad altri tristi nomi come quello di Pasquale Barra detto “o’ nimale”…   Pandico  trova la possibilità di vendicarsi e al quinto interrogatorio butta là il nome di Tortora fra quei circa ottocentocinquanta  camorristii su cui si abbatterà con l’arresto, il “venerdì nero della camorra”…Peccato che in realtà, molti di quegli accusati erano innocenti come Tortora…

E’ proprio in quel venerdì nero della camorra che bisogna  ritornare per cercare  il cuore della vicenda …. Uno scenario incredibile,  sembra  un romanzo della complicata fantasia di Dan Brown… Invece non è la ricostruzione di  uno scrittore di trame nere ma della  Direzione  Antimafia di Salerno…  E’ il 27 aprile 1981 quando le Brigate Rosse sequestrano, in uno dei loro ultimi show terroristici,  Ciro Cirillo, notabile democristiano e assessore all’urbanistica della Regione Campania…Cirillo in quel momento è  il più importante…  L’anno prima c’è stato il violentissimo terremoto dell’Irpinia con tremila morti e migliaia di case abbattute… Il sud è ferito  ma deve cominciare l’opera di ricostruzione.. E presto! Perchè  la Democrazia Cristiana non vuole perdere consenso … E’ ovvio che il rapimento del suo uomo chiave  in Campania può essere un grosso colpo …La ricostruzione deve essere targata DC…  E del resto non si può nemmeno abbandonare Cirillo a se stesso, dopo  lo scandalo del mancato aiuto  a Moro di tre anni prima… Le BR stavolta vogliono soldi… e tanti, ma il grosso pasticcio viene fuori quando le istituzioni, anziché con un  gruppo di violenti ideologi di sinistra, si trova a trattare con la delinquenza comune … Il top della camorra del boss  Raffaele Cutolo che in qualche modo affianca le Brigate Rosse… Cominciò dunque prima di quello che dice la recente  cronaca, la trattativa Stato –  Mafia… e che si chiamasse camorra è solo una variante sul tema…  5 Miliardi vengono generosamente e rapidamente raccolti… Dai costruttori della zona…  E il perché è facile da capire… Una volta libero Ciro Cirillo potrà compensarli con grossi appalti  post sisma…    Ma solo formalmente  ai costruttori edili,  il liberato  Assessore dispenserà, i fondi della ricostruzione … Perché  sarà in realtà la camorra a beneficiarne, ora  che la sua presa di potere  è totalmente  avvenuta…Chi doveva sapere, sapeva, le cose  sarebbero potute anche andare avanti così, ma  quando cominciano le faide fra  un gruppo camorristico e l’altro, lo Stato si spaventa…Violenza, ferimenti e due, tre omicidi al giorno sono veramente troppi…C’è il contagio della paura … Mentre i media cominciano a fare troppe indagini. Chissà a quale cervellone dei servizi segreti venne allora in mente  di  fare un po’ di arresti, anzi, perché no, una bella retata a titolo dimostrativo per far capire la presenza dello Stato a chi pensava di essere abbandonato a se stesso… Fu così che cominciò l’altra trattativa con chi già era in carcere e a portata di mano, ai quali  vengono proposti sconti di pena e forse soldi in cambio di nomi di accertati camorristi… Fra le 850 persone  che verranno arrestate, di cui, più di 100 saranno dichiarate innocenti sin dalla prima fase di giudizio, finisce, per uno scherzo del destino e per la vendetta di un pentito schizofrenico  anche il nome di Tortora… Poi si troveranno altri 15  pentiti a cascata, che  confermeranno il nome del presentatore…Li chiameranno ” pentiti a orologeria” che balzeranno fuori ogni volta che ci sarà bisogno di distogliere l’opinione pubblica dagli strani appalti  e da una ricostruzione insostenibile, che aggrega  le antiche famiglie sparse nei campi o in piccole città, in enormi stranianti falansteri dove domina la solitudine e l’angoscia…

Intanto al di là della speculazione mediatica e gossip,  attorno a Enzo Tortora si comincia a radunare  un vasto movimento di opinione che lo ritiene innocente e  un anno dopo, Enzo Tortora viene eletto deputato al Parlamento europeo … Ma lui è uomo di coraggio e di sfide e appena Il 17 settembre 1985 , in 1° grado, viene condannato a dieci anni di carcere,  si dimette immediatamente dalla carica, perde l’immunità parlamentare che gli avrebbe garantito la libertà e si mette a casa  agli arresti domiciliari…

Le cose prendono un altro verso quando il giudice  di 2° grado Michele Morello, si mette in testa di vederci chiaro…. e ricomincia tutto da capo… “Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato…”

Tortora ormai lo stava gridando da tempo e senza timore  nel processo:  “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.”

Quando fu prosciolto tornò a Portobello… Lo stile era sempre quello, sobrio educato, gentile con tutti… Ma durò soltanto pochi mesi… Non ebbe abbastanza tempo per godersi la libertà e l’affetto della gente che in lui aveva creduto… Sono in tanti ad essere convinti che quel cancro al polmone fosse di natura psicosomatica… La disperazione e il pregiudizio possono uccidere…

E’ una storia triste, ma un ritorno in Liguria, sua terra di origine, lontano dai suoi travagliati processi, avrebbe di sicuro consolato anche Enzo Tortora… Perché  un buon piatto tradizionale, frutto d’amore e di cultura può far bene all’animo amareggiato…

CIMA RIPIENA ALLA GENOVESE

INGREDIENTIper 8 persone: pancia  di vitello kg 1,200, polpa di vitello grammi 100, poppa  (tettina)  grammi 80, un’animella, mezzo cervelllo di vitella o 1 cervello di abbacchio,qualche pezzetto di schienale, 2 testicoli (granelli o gioielli di toro come  eufemisticamente si suol dire), 50 grammi di burro, pochi pinoli, un cucchiaio di maggiorana (persa),  qualche foglia mista di erbe aromatiche( prezzemolo,timo, salvia, alloro), parmigiano grattugiato 80 grammi, 8 uova, aglio 1 spicchio, sale a piacere, una manciata di piselli e una di funghi secchi,  2 litri circa di brodo di verdura.

PREPARAZIONE:Fate preparare dal macellaio una pancia di vitella con la sacca già pronta o in alternativa incidete voi la pancia tagliandola sino in fondo, con un coltello ben affilato, tenendovi lontano dai bordi circa due centimetri. Lavatela, sgocciolatela bene e poi asciugatela. Preparate il ripieno cominciando a rosolare nel burro tutte le carni,poi scolatele e poggiatele un un tagliere. Tritate finemente la polpa, la poppa e le animelle, e a pezzi più grossi il resto. Versate tutto in un grosso recipiente e aggiungete i piselli,  i pinoli,  lo spicchio d’aglio schiacciato, la maggiorana e i funghi ammollati per circa 20 minuti nell’acqua tiepida e poi strizzati. Sbattete bene le uova, poi unitele a freddo al composto. Insaporite con un pizzico di sale e le spezie tritate, poi aggiungete  il parmigiano grattugiato.Mescolate il tutto con delicatezza e riempite per non più di due terzi la sacca della pancia perché  in cottura la carne si ritira e la farcia si gonfia e potrebbe scoppiare se il ripieno fosse eccessivo. Cucite il bordo della sacca con filo bianco da cucina,poi avvolgete la cima in una pezza di  tela bianca ben legata. Porla sul fuoco nel brodo di verdure già caldo e farla cuocere un’ora a recipiente scoperto. Poi incoperchiate e fate cuocere ancora per due ore a recipiente coperto.  Dopo averla tolta dal fuoco appoggiatela sul tagliere,ricopritela con un piatto e mettete sopra il piatto un peso. Tenetela pressata per circa un’ora affinché perda l’acqua residua e  prenda la tipica forma ovale. Servire fredda a  fette.

Dolce & Gabbana in Sicilia… Con gli involtini di pesce spada…

Le lunghe gonne a fiorellini che ondeggiavano al vento,  le bianche camicette di cotone etnico,  lo scialle lavorato  a maglia con i ferri n. 9…  Glieli avevano quasi strappati di dosso alle donne, diventate tutte hippies dall’aria  oziosa…  Ora la nuova donna indossava  il tailleur  di una decisa  tinta unita, le spalle alte e larghe sul corpo snello, appena  intravisto… I capelli raccolti… E usciva tutte le mattine per andare a fare carriera…. Sembrava  ormai una cosa  stabile,  un giusto segno dell’evoluzione e della parità dei diritti e invece durò solo fino a metà degli anni 80.. Cominciò allora l ‘inesorabile  decadenza del’estetica yuppie…

C’è  qualcosa di nuovo… Anzi d’antico,  quando  nel 1985   appaiono  d’improvviso a Milano  in veste  di “Nuovi Talenti” Domenico Dolce e Stefano Gabbana….Facile  individuare nel loro  primo exploit la tradizione, la memoria, il colore locale, la provincia… C’erano tutti i luoghi comuni per  ritornare a un  passato mille volte rinnegato… Dopo aver sconfitto   la donna al potere, dal look internazionale…   Ma senza troppi rimpianti perchè  nei “Nuovi Talenti” c’era una forma di  sicura  ironia  e di allegra baldanza nel riproporre  quel che sembrava scomparso, cioè  la donna mediterranea, dalle forme definite, rotonde,  racchiuse nei reggiseni tutti conturbanti pizzi neri e il  corpo strizzato  dai nuovi corsetti pieni di  stecche e imbottiture…  Anche l’uomo, quando arriverà in passerella, sugli  abiti rigati di  elegante  fattura metterà disinvoltamente la vecchia coppola siciliana. Perché è la Sicilia la musa ispiratrice di questi due giovani, che se ne servono per fare una delle più contaminate e spiritose rivoluzioni che mai l’alta moda aveva osato.url-1

Una Sicilia da amare  e  dove  affondare a piene mani… Passato, presente e  futuro, nella testa  di Dolce & Gabbana si confondono… C’è la Sicilia dei vicoli   dove chiacchierano ancora o chiacchieravano  negli anni ’50  le donne sedute,  vestite di scuro…  Hanno   le calze nere al ginocchio  otre il quale  si intravvede  appena una  striscia di candida  coscia… Quelle calze, nelle mani dissacranti  di Dolce & Gabbana  diverranno   spigliati gambaletti quasi fetish, senza perdere le loro origini… Ma c’è anche la Sicilia del Gattopardo con un esplosione di velluti, abiti da gran ballo, jabots … E  anche di donne già un po’ saffiche, che rubano agli uomini di casa Salina abiti maschili con gilet e camicia bianca…   Gli echi   si sentono ancora  nella collezione “The trip,”  un tempo unico, dilatato nello spazio della collezione del 1992 …Un viaggio pieno di riferimenti alla Sicilia, a Parigi a Berlino …  La versione rivista di un berretto da ragazzo è lo spunto per una  rigida camicia bianca e una cravatta sottile nera… Fra le compagne del viaggio di sicuro c’era  Marlene Dietrich.

Poi quando la Sicilia sembra aver concesso  tutto il suo patrimonio  di   romanticismo e neorealismo, Dolce & Gabbana vanno a cercarsi altri miti ancora, altri cieli…  Il tempo si dilata, rincorre se stesso, riaffiora   in una lunga storia di rivisitazioni e di trasgressioni… Nessuna   paura  neanche a ripercorrere strade scontate come la Cina, che per loro diventa un’orgia allegra e scanzonata di   docili dragoni e di colori  gialli e azzurri  vincenti… Non mancherà neppure una corsa a Londra in un ricordo hippie che   diventa molto “Chic”… Nei pantaloni la  memoria della silhouette di Carnaby Street, poi le scarpe platform, tanti patchwork, broccati e ricami  che vanno a mischiarsi  con rigidi gessati… E’ cominciata l’epoca senza ritegno, in cui tutto il retro viene saccheggiato, senza che loro ci versino sopra neppure una lacrima… Perchè tutto deve amalgamarsi  e rinascere, periodi e paesi, maschile e femminile, pop e alta classe..

1996…Leopardo e animal print in dosi massicce… Negli abiti, nei cappotti,  per la donna e per l’uomo… Mentre chiudono la sfilata i ragazzi in canottiera, ricordo delle afose estati siciliane o degli interni compaesani di “Rocco e i suoi fratelli” ..  Loro adorano provocare  e scandalizzare   ” Politically incorrect ” dirà Patrick Mc Carthy da WWD…

001_2797d1d4-224e-42e1-8806-3fda10a9df5e1997 Nasce la Mon-Signora… ricoperta  di veli e farfalle con immagini sacro – profane della Vergine Maria, mentre cuori e medagliette sacre pendono dalle orecchie…  Una particolare “devozione” che riaffiora anche nel 2013, quando in tempo di crisi, i giovani  di poche speranze, coprono le loro magliette con enormi “ex voto”stampati…

1998 Un guizzo e via… il tempo di Dolce e Gabbana  è  tutto   ispirato ai film di fantascienza e ai fumetti dei super eroi … E  la donna del sud diventa “cyber”… Tessuti stretch, abiti effetto specchio, plastica elasticizzata, con un risultato sfacciatamente sexy…Quella volta, invece del passato, proiettarono il futuro nel presente…

Nel 2001 il nuovo secolo inizia  in una scenografica Sicilia, evocata nella passerella,  da un bosco di palme tutto d’oro… Gira attorno alle palme una donna  con pochi essenziali colori e soprattutto molto nero… un colore antico per una  figura flessuosa, molto attuale…

Nel 2004 c’è un  Medio Oriente  evocato nelle tinte pastello  dei top, nelle piccole gonne a strisce colorate …o  negli  scollati  vestiti a quadrettini bianchi e rossi  cuciti nella stoffa della “Kefia”  dei ribelli arabi…Non c’è sosta alle loro provocazioni

  Il 2007 è l’anno della foto scandalo…  C’è  una donna tenuta per i polsi e  trattenuta  a terra da un uomo a torso nudo, mentre altri quattro  assistono e guardano…  Sembra la scena bloccata di un balletto più che un frammento di realtà, ma protestano tutti… Senatori, ministro delle Pari opportunità, Cgil, Amnesty International ecc. «Per noi quella foto onirica, è espressione di passionalità, bellezza ed erotismo» Si difendono… Ma la censura  blocca la campagna pubblicitaria…  Sempre quell’anno in una  plumbea Portofino appaiono  nudi e seminudi fra vescovi e tacchi a spillo, in un servizio   firmato Steven Klein. Un po’ arrabbiati e molto sorridenti raccontano «Tutto è nato un anno fa quando il New York Times ci ha definito cafoni e paesani! Ci siamo detti: “Beh allora facciamogli vedere sino a che punto siamo capaci di esserlo”».

C’era da chiedersi: ma dove andranno a finire  Dolce & Gabbana? Semplice, sono tornati in Sicilia… Da cui del resto non erano mai andati via… Ma stavolta  hanno superato se stessi …  Chi poteva pensare alla Sicilia dei Paladini, di Orlando e di Rinaldo … Quelli dell’Opera  dei Pupi, quelli dipinti sui colorati carretti siciliani, da tempo  umiliati nella più vieta e trita pubblicità turistica dei gadgets souvenirs…  Loro  ci si sono tuffati in mezzo, con quell’ardire e quell’incoscienza che è tutto l’essere se stessi  e  hanno creato abiti  di insolita, divertita e ritrovata nobiltà … Pezzi di carri e  immagini  di  vecchi pupi riprodotti per intero, in mille versioni di lungo, di top, di gonne e di scarpe  folli   dove la zeppa del tacco è uno spicchio di ruota del carretto…

L’ultima collezione invece lascia estasiati… E’ proprio il caso di dirlo perché è tutta Santi e Regine,  sottratti stavolta alle memorie  bizantine del Duomo di  Monreale e della Cappella Palatina…  Una collezione che sa di favola, dove lo sfarzo viene però contenuto  dai tagli e dalle linee, morbide e rigorose assieme…  Tessuti che riproducono  il  fondo oro con  tessere di  mosaici appena stinti dai secoli, su cui appaiono antiche figure di un mondo dove  sacro e regale sono  la stessa cosa, per sempre  espressi nella fissità distante  delle  figure dai ricchi   panneggi e  impreziosite da  tiare, gioielli colorati , orecchini enormi in forma di croce… Un mondo colto, raffinato, riservato a pochi eletti…Beh saranno pure dissacratori, eccentrici e provocatori, ma soprattutto Dolce & Gabbana  lasciano senza fiato…,

A questi testimoni del tempo un piatto siciliano senza tempo…

INVOLTINI DI PESCE SPADA ALLA SICILIANA

INGREDIENTI per 4 persone: 12 fettine sottili di Pesce Spada,150 grammi di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta, 1 ciuffo di prezzemolo,  2 cucchiai di pecorino grattugiato, 2 acciughe sotto sale, 2 limoni,   foglie di alloro,  olio extra vergine di oliva, sale e pepe.

PREPARAZIONE:  Dissalate le acciughe raschiando  il sale, poi apr itele, togliete  la lisca e  sciacquatele sotto l’acqua. Infine  riducetele a pasta schiacciandole in poco olio. Fate rinvenire l’uvetta mettendola a bagno nell’acqua tiepida almeno 20 minuti.Versate ora in una padella due cucchiai di olio, fatelo scaldare, tostatevi leggermente 100 grammi di pangrattato e subito dopo aggiungete il pecorino, il prezzemolo tritato, i pinoli, l’uvetta, il succo  di 1 limone,  una presa di sale e un pizzico di pepe. Distribuite il composto sulle fette di Pesce Spada, cosparse di sale e arrotolatele, poi ungete gli involtini nell’olio e  cospargeteli del rimanente pangrattato. Infilzateli su spiedi di legno alternandoli con foglie di alloro e disponeteli in una teglia già unta di olio. Bagnateli con un’emulsione di olio e del restante succo dilimone e infornate a 200°C per 20 minuti circa.

Penelope Cruz e il filetto di maiale con le foglie di alloro!

Ci son voluti  più di 15  anni  per accorgersi che erano innamorati, poi, quando lo hanno capito, si sono  sposati  in tutta fretta e hanno messo su famiglia… Voglio almeno quattro figli  afferma decisa Penelope Cruz  già alla seconda maternità in due anni. E’ chiaro che debbono recuperare tutto il tempo perduto  ma se non fosse stato per Woody Allen e quel galeotto film … Forse starebbero ancora lì  a sfiorarsi  di quando in quando …In una serie di fuggevoli  incontri…  Una volta in  Spagna, un’altra a Hollywood, per proseguire subito dopo  nelle diverse  strade della  vita…  Un film da non dimenticare “Vicky Cristina Barcellona…” E, bravissimo Woody Allen che, oltre al marito le ha fatto vincere anche l’Oscar…
Eppure qualche occasione  interessante Javier Pardem  e  la bella Penelope l’avevano avuta… Lui era già stato  avvistato da Bigas Luna che l’aveva voluto  in “Le Età di Lulù”, lo scandaloso film erotico  che aveva  suscitato la morbosa attenzione mondiale… A Javier aveva dato  un ruolo  significativo, quello del corrotto gay Jimmy  … E lui aveva usato con grande abilità  la sua maschera  di bello ottuso e brutale. Se per Javier, quindi era la seconda volta con Bigas Luna, Penelope invece, sul  set d di “Prosciutto, Prosciutto” era  alla sua prima esperienza… Solo 17 anni e un viso intenso dai  tratti decisi e morbidi  …Un’adolescente,  provocante  suo malgrado, mentre lui  interpretava un rozzo  magazziniere di prosciutti, aspirante torero… con  un  secondo lavoro da  modello di biancheria intima, ridicolo a sua insaputa…   Avevano due ruoli secondari…Eppure con quella forte, istintiva fisicità  riuscirono entrambi   a diventare i veri protagonisti del film… E non era facile seguire Bigas Luna nel suo humor  sarcastico di sesso e prosciutti…

Qualcuno disse che fra i due giovani era scoppiata  qualche scintilla, ma doveva essere ben poco scoppiettante… Perché l’anno dopo lavorarono di nuovo insieme chiamati  questa volta dal grande Pedro Almodovar per “Carne Tremula”… Ma non successe nulla. Lui era il protagonista, un gigante buono che per amore o per passione finisce in un mucchio di guai… Lei era la sua giovane mamma  che però muore presto ed esce di scena… Forse non c’era stato il tempo  per le scintille…

La carriera di Penelope ormai aveva spiegato le vele… e in un turbinio  di impegni doveva anche   lasciarsi gli spazi per  i grandi registi… Con Bigas Luna   partecipa a  Volaverunt , un graffiante tuffo nella storia  di Spagna con gli amori di Goya e della Duchessa d’Alba, Almodovar  ne fa  una delle sue Muse e la lancerà in campo internazionale con  “Tutto su mia madre” un affresco di donne sfortunate e coraggiose dove lei, Penelope, incanta tutti  con   la sua sprovveduta ingenuità di suora missionaria incinta…  Un po’ prima aveva girato un film tutto incubi, sogni, fantascienza… “Apri gli occhi”… di Alejandro Amenabar… A Hollywood, Tom Cruise, forse ancora suggestionato dalle ipnotiche atmosfere di “Eyes Wide Shut”, ne volle fare un remake e chiama  Penelope…  “Vanilla Sky” fu la fine del matrimonio di Tom Cruise con la biondissima Nicole Kidman  e l’avvento di  una lunga storia d’amore durata tre anni con  la selvaggia bellezza di Penelope Cruz…

Fra un amore e l’altro Penelope compra  abiti e scarpe per i quali, lo confessa, ha una passione sfrenata, facendosi ogni tanto la fama della diva solo  vanità, invece dal 1997 porta avanti un progetto di aiuti per i paesi più poveri o sconvolti dalla guerra.  Dopo aver girato il western Hi-Lo Country, partì per due mesi in Uganda e donò  il suo intero guadagno  alla missione di Madre Teresa, poi ha sovvenzionato la Fondazione Sabera che  riesce a  creare a Calcutta una casa –  scuola per ragazze e  una clinica per gli ammalati di tubercolosi … Poi è andata  in Televisione e ha sponsorizzato le iniziative per trovare altri fondi…Un impegno che non viene mai meno…

Gli ultimi anni della carriera di Penelope sono anche i più prestigiosi…  Il suo straordinario  talento di ballerina nel musical “Nine”  meritava sicuramente di più  che la sola candidatura  al Golden Globe e all’Oscar …E che dire della disinvoltura con cui passa da un ruolo all’altro… Della  forza d’animo e del senso pratico di Raimonda  la protagonista di Volver che, nell’assurdo mondo  dell’imaginifico  Almodovar   va a nascondere  il cadavere del marito ucciso dalla figlia dentro il frigorifero… Un’ altro Oscar mancato… Per fortuna che c’è stato quello con  il film di Woody Allen,  il suo portafortuna…  Un  Oscar con quel paradossale personaggio di Maria Helena  la stravagante  moglie separata  che ogni tanto ritorna, con le sue follie amorose  e i colpi di pistola, seriamente intenzionata ad amare e… distruggere il marito. .. Ma nessun pericolo, con Javier Pardem, il marito vero…  l’amore  incontrato o ritrovato quasi più di 15 anni dopo il primo incontro, i rapporti sono favolosi…

Forse la più bella interpretazione, almeno degli ultimi anni, Penelope Cruz l’ha fatta  in “Non ti muovere” il film di Sergio Castellitto, Davide di Donatello..Ma non così famoso come altri… Eppure l’interpretazione di Italia, la donna di  borgata dalla vita sola e difficile, è di quelle che lasciano il segno, tanto  forte è l’immedesimazione di una ragazza  figlia del benessere come Penelope Cruz, nell’immigrata  meridionale  di una periferia Romana,… Quel corpo magro,quelle vecchie scarpe dai tacchi storti, quel  viso  quasi emaciato, senza trucco, fanno  venire in mente  la forza di Anna Magnani…

Non c’è che dire, Penelope Cruz  seguita a sorprendere ogni volta di più  per la sua straordinaria bellezza sempre diversa da film a film e per la  versatilità di attrice  che la porta a interpretare tutte le donne del mondo… Dalle ballerine  alle  ragazza ingenue, alle  surreali donne di Almodovar… E a  questo “patrimonio” del cinema europeo dedichiamo una ricetta che un po’ riecheggia  quella del maiale che la mamma prepara nel film “Volver…”

FILETTO DI MAIALE CON ALLORO E SPECK

INGREDIENTI per 4 persone: 600 grammi di filetto di maiale, 8 fette di speck,  16 foglie di alloro, pepe rosa q.b., vino bianco secco 1/2 bicchiere, rosmarino un rametto fresco, olio extra vergine di oliva q.b. sale a piacere, 300 grammi di scalogni, 2 cucchiaini di zucchero, 4 cucchiai di aceto, 4 chiodi di garofano, 1/4 di brodo vegetale.

PREPARAZIONE:  Fate tagliare dal macellaio il filetto di maiale il filetto di maiale in 8 fette,alte circa due dita. Avvolgetele nello speck e coprite ogni fetta con due foglie di alloro da entrambe le parti e legatele ciascuna con lo spago bianco da cucina. Pulite gli scalogni e tagliateli ricavandone 16 pezzi che farete rosolare in padella con 6 cucchiaiate di olio. Quando cominciano a prendere colore aggiungete i due cucchiaini di di zucchero e aggiustate di dale.. Dopo aggiungete anche 4 cucchiai di aceto,i chiodi di garofano e il brodo vegetale. Proseguite la cottura a fuoco dolce per 15 minuti e mettete da parte.

Mettete in una padella antiaderente abbondante olio e  gli aghi di rosmarino staccati dal rametto, aspettate che l’olio sia caldo e poi appoggiatevi sopra i filetti,abbassando la fiamma per evitare che si brucino, e rosolateli da ambo i lati. Aggiungete il pepe rosa, sfumate con il vino bianco,aggiustate di sale e lasciate cuocere ancora qualche minuto. Impiattate mettendo a lato dei filetti gli scalogni.

Monica Vitti, la musa e i crauti!

Lei bella non si sentiva, e  molto tempo dopo disse che  era stato proprio il suo volto  ad aprire  la strada a tutte le “bruttine” del cinema… Qualcuno per non offenderla del tutto aveva detto che era poco fotogenica e poi con quella voce così strana e rauca era impossibile fare teatro e, quanto al  cinema… ormai  le doppiavano poco  le attrici…Ma Michelangelo Antonioni l’amava e  la vedeva bellissima  con quel volto leggermente asimmetrico…   Stava nascendo un cinema nuovo e lui  che ne era  l’aristocratico profeta non servivano  le bellezze national – popolari che dal neorealimo in poi avevano fatto grande il  cinema italiano. Monica era diversa, alta con i capelli così biondi e le efelidi da sembrare nordica …Ma il viso   non era facilmente definibile … a volte sembrava duro o amaro …A volte aveva  morbidezze  infinite… Lui  se ne servì per dare mistero, enigma, estraneità… “L’Avventura” è il film della nuova “affluent society” che ha perso i vecchi valori e non sa darsene altri… C’è un vuoto dei sentimenti che solo il sesso sembra riempire, quasi unica occasione per sfuggire la noia e la mancanza di interessi…

Una strana barca di ricchi in crociera  fra le isole Eolie, che non riescono nemmeno ad accorgersi che sono in uno dei posti più belli del mondo… Solo le donne sembrano ancora chiedersi qualcosa… La fuga di Anna sembra una  protesta… Che va a cadere però fra lo scarso interesse dei suoi  amici che smettono presto di cercarla… Restano il suo compagno e la migliore amica in giro fra quelle rocce aspre e i paesi ostili… poi anche loro perderanno lo slancio e mentre nasce la reciproca attrazione  si dimenticheranno di Anna… Film amarissimo che strappava  di colpo alibi e  protezioni… “La Dolce Vita” più o meno contemporaneo è al confronto un film tradizionale, così corposo, sanguigno, ancora pieno di passioni…  Per “L’Avventura”  Antonioni e la troupe avevano affrontato di tutto… Mare in tempesta, produzione fallita, tecnici non pagati che abbandonano il set… Ma la sera della presentazione a Cannes avvenne l’incredibile… neé critiche né indifferenza… Il pubblico rideva… Di quelle scene lunghe dove non succedeva nulla, del viso estraniato della Vitti, dei paesaggi vuoti e desolati  privati di ogni facile  messaggio turistico… Antonioni li adoperava per  mostrare il vuoto dell’anima… Ma chi lo poteva capire? … Il film lo salvò una lettera aperta che il giorno dopo firmò un gruppo di intellettuali Rossellini in testa… “L’Avventura è il più bel film mai presentato a un festival… ”  e stranamente il film vinse il Festival e piacque anche al pubblico… Alla prima riflessione seria cominciarono a   identificarsi in quei personaggi…

La strada era aperta e adesso Antonioni poteva proseguire il suo discorso… Raccontò la lunga giornata di una coppia in crisi… Sino alla mattina del giorno dopo… “La Notte”,una spietata fotografia del disagio  di vivere, dell’alienazione… Monica  Vitti la giovane figlia del padrone di  casa, dove si svolge la festa notturna, uscirà distrutta dall’incontro con Giovanni e sua moglie…

Poi vi sarà il personaggio ancora più drammatico di Vittoria… Una desolata Monica Vitti incapace di stabilire rapporti con gli altri, sempre più superficiali e cinici. “L’Eclissi” e il senso del disagio e dell’alienazione è quel volto quasi  impassibile  dell’attrice che cammina e cammina… Sola in quel desolato quartiere dalle forme  raggelate  che sembra immenso…

L’ultimo film del sodalizio fra Monica e il suo mentore fu “Deserto Rosso”… Un canto del cigno dove il colore, usato per la prima volta, esplode  in una violenta realtà industriale e in paesaggi di periferia  che  sono causa e testimoni assieme delle nevrosi di Giuliana, una Monica Vitti umanissima nella sua follia, nei suoi gesti impulsivi, nel vuoto che si sente addosso, l’unica sembra, nella generale  accettazione del benessere e della realtà, a patire di quel mondo stravolto che si è  sovrapposto all’antica città bizantina.

Dispiacque a tutti quando si separarono… Ma lei  pare che non ne potesse più di essere la Musa  dolente… sia pure di un genio…. Aveva da esprimere ancora tanto… e nonostante tutto  voleva godere della vita, uscire dal dolore e dalla claustrofobia in cui l’avevano relegata  le splendide ossessioni di Michelangelo Antonioni.  A ben vedere,  ci sono dei momenti anche  nella drammatica  “quadrilogia” di Antonioni,  in cui qua e là traspare la “vis comica” di  Monica, come quell’accenno di danza in vestaglia de “L’Avventura” o certe immagini in cui il sorriso fra divertito e ironico,  fa fatica a fermarsi… Se ne era già accorto Sergio Tofano suo insegnante all’Accademia d’arte Drammatica  e ora se ne accorgeva nuovamente anche Mario Monicelli, uno degli incontrastati re della commedia all’italiana. Monica per “La ragazza con la pistola” si tolse in fretta i panni della donna  raffinata  per diventare Assunta Patanè giovane siciliana  che in tempo di Beatles, minigonne e capelloni va a Londra con una pistola per uccidere l’uomo  che l’ha disonorata… con cui cioè ha fatto l’amore! Irresistibile e incontenibile  nel suo nuovo ruolo si aprì allora per Monica  il mondo dell’allegria, dell’ironia  della satira di costume… Sembrava un mondo tutto al maschile dominato da  Sordi, Tognazzi, Manfredi e Gassman… Li chiamavano i “Quattro colonnelli”… ma non ci fu niente da fare… Monica ruppe il monopolio maschile e divenne il 5° Colonnello. “

In “Dramma della Gelosia… tutti i particolari in cronaca”   è la dolcissima Adelaide contesa fra due uomini, in “Amore mio aiutami”, diretta da Alberto Sordi,  è una donna moderna con qualche scrupolo… che non sa decidere fra l’amore del marito e quello dell’amante… in “Modesty Blaise”  di David Losey è la brillante spia dell’Intelligence Service, nata nel mondo dei fumetti, Bunuel  la vuole per per  “Il Fantasma della Libertà”…. Una lunghissima e felice carriera fino al suo ritiro alle soglie del 2000… Monica, un’attrice poliedrica, versatile, scatenata che tutto il mondo ha ammirato…. Una volta in televisione  ha recitato una surreale monologo  in cui parlava di “Crauti”  Era il 1972 e lei faceva la parodia dei pomposi letterati di  professione…

In ricordo di quella serata magica le  dedichiamo, dunque,questa ricetta di …

CRAUTI

INGREDIENTI per 6 persone: 500 grammi di cavolo cappuccio verde, 100 grammi si cipolle tagliate fini, 100 grammi di pancetta tagliata a cubetti,  70 ml  di aceto bianco, 3 bacche di ginepro, 2 foglie di alloro, 10 grani di pepe nero, sale q.b., 50 grammi di burro, 1 cucchiaio di farina bianca,3 cucchiai di olio extra vergine di oliva

PREPARAZIONE: togliete le foglie più esterne al cavolo cappuccio, tagliatelo a striscioline e immergetele in acqua per circa 30 minuti. Scolatele bene e mettetele  in una pentola  con l’olio, le bacche di ginepro, le foglie di alloro e i grani di pepe. Aggiungete un po’ d’acqua e il sale e fate cuocere per non più di 40 minuti, aggiungendo acqua, durante la cottura, se si fosse interamente consumata quella posta all’inizio. A parte, in una padella, fare stufare le cipolle con 50 grammi di burro,quindi aggiungete la pancetta, facendo attenzione,mentre si rosola, che non si brucino le cipolle. Se avete timori in tal senso è preferibile rosolare la pancetta in una padellina a parte e poi aggiungerla alla padella dove c’è la cipolla. Mescolate la farina con l’aceto fino ad avere un composto omogeneo, poi versatelo nella pentola dove ci sono i crauti facendo attenzione ad amalgamare bene il tutto, aggiungete il composto di cipolle e pancetta e fate cuocere per altri dieci minuti e servite.

L’America di Jean Gabin e il cavolo ripieno!

Mériel … un piccolo paese con una stazioncina  e i treni  che vanno verso Parigi, sulla riva del fiume Oise. Jean che odiava terribilmente la scuola,  passava intere ore a guardare i treni. Li vedeva arrivare, fermarsi e ripartire ed era assolutamente affascinato da quella figura in tuta col berretto sulla fronte e l’aspetto di una divinità che dominava dall’alto. Per lui non c’erano dubbi, da grande avrebbe fatto il macchinista sui treni.  In effetti ci riuscì,  ma quando accadde aveva già 34 anni e fu per una sola volta… Perché la sua storia stava pendendo tutt’altra direzione. Il padre lavorava nel “Music Hall” e aveva l’abitudine  di portarsi  appresso quel ragazzino un po’ riottoso… e un po’ annoiato, con la speranza  che si appassionasse al  teatro. Ma a quel ragazzino, che proprio allora stava diventando un’adolescente,  furono le ballerine, belle e vivaci, sorridenti e poco vestite,  a fargli cambiare  idea e  trascinarlo in palcoscenico.

Una bella voce e una dizione chiara in teatro  sono la base, ma quel ragazzo era anche un danzatore formidabile ed era sempre  scrupolosamente puntuale… di sicuro i miti della ferrovia se li portava  nel cuore. Fu così che da “Le Folies Bergére” passò al “Vaudeville” e poi all’Operetta dove di volta in volta faceva la  guardia Egizia,  il pirata o il  controllore,… Al Moulin Rouge ci arrivò dopo aver fatto il servizio militare, improvvisando una splendida imitazione di Maurice Chevalier. Fra  gli addetti ai  lavori, per la selezione c’era anche Mistinguett… la prima delle sue donne famose! Molto tempo dopo disse:” Meglio entrare sempre dalla porta principale… E per me, Mistinguett  fu quella porta”

Personalità comica…tranquilla comunicativa… il suo futuro è l’Operetta comica”… dicevano i giornali, dell’astro nascente del Teatro, Jean Gabin. E invece fu cinema. Lui ci credeva poco, perché a parte quegli occhi così particolarmente chiari aveva una gobba sul naso e un fisico non eccezionale… Nonostante tutto quel ballo! Cose che spesso il cinema non perdona. Invece furono circa 20  film ,in meno di cinque anni,  in ruoli uno  più  diverso dell’altro con un buon successo e parecchi soldi. All’inizio li metteva da parte perché voleva tornare presto al suo paese e comprare della buona terra… L’altra sua passione  dopo quella delle locomotive!

Poi invece cominciò ad appassionarsi…E fu allora, agli inizi del 1934 che incontrò Julien Duvivier e a seguire  Jean Renoir e Marcel Carné, tutti gli astri del cinema francese. ” Il Giglio Insanguinato”, “Zouzou” con l’incantevole Josephine Baker,” Golgotha” che divenne un classico della settimana di Pasqua e “Varietè,” sono i film “Prelude”  del massimo della sua fama,  di quelli che verranno a ragione soprannominati i “Gloriosi anni Gabin, fra il 1935 e il 1940. Nel “Realismo  Poetico” che arriva direttamente da Zola e i Miserabili, Gabin lascerà alcune interpretazioni così perfette nella loro essenzialità e nel loro realismo, dalle quali non si potrà più prescindere quando si parlerà di cinema.  Gabin è l'”eroe tragico”, il  fuorilegge, spesso suo malgrado, vinto, o destinato a essere sconfitto, dal fato prima ancora che da una società spietata. Pierre, il protagonista de “La Bandera” sfuggirà alla legge francese, ma morirà per mano di un ribelle, i compagni de L’Allegra brigata” fanno tutti una fine così triste che Duvivier fu costretto a girare una versione con il lieto fine. Solo “Les Bas-Fonds”  si conclude con un finale appena  rasserenato, dove il protagonista deve comunque farsi prima un po’ di anni di carcere … Pepé le Moko, il bandito   di Algeri che si suicida… mentre parte la nave che va a Parigi, la patria della sua nostalgia … giù giù fino al “Porto delle  Nebbie,”con  il basco  della Morgan, il nuovo amore di Gabin, in gara con lui per gli occhi più celesti, gli schiaffi  a Brasseur,  i paesaggi di vento, il mare livido e la brutale morte del disertore  Gabin, ammazzato come un  cane in mezzo alla strada. Improvvisamente Gabin ha 34 anni e in una bellissima soggettiva entra sul treno in corsa nella stazione di  Le Havre.  Ha gli occhialoni e il volto è sporco di fuliggine, ma è solo la gioia di un momento… Non l’aveva immaginata così la sua vita di macchinista…  Con il personaggio Lettier, vittima di una tara  che lo porterà a uccidere la sua amante e poi suicidarsi.  Alla fine della serie, forse il film capolavoro, in quell'”Alba Tragica,” dove l’operaio assassino si suicida  dopo una notte in flash back, dove è passata tutta la sua vita e il suo amore.

Ma prima c’era stata “La Grande Illusione” un film diverso, che narra la storia di due prigionieri di guerra che alla fine riusciranno a evadere. Sembra un film a lieto fine, ma c’è quella parola “illusione” che fa tremare… Chissà qual’è la grande illusione? La fine della guerra, che non finisce mai, il desiderio di libertà degli evasi, troppe volte frustrato o la scelta dei due tedeschi che rinunciano a sparare, in una specie di pace separata?

In ogni caso  la vera illusione a quel tempo era la pace! E appena tornò la guerra Jean Gabin  se ne andò, scappò letteralmente, sotto l’incubo degli stivali. Quando arrivò in America aveva una fisarmonica e una bicicletta da corsa.  E in America c’era Marlene Dietrich, l’odio  comune contro il Nazismo e una passione d’amore che li consuma. ” Tutto quello che voglio darti è il mio amore. Se tu lo rifiuti, la mia vita è finita per sempre. Ricordati, però, che al di là della morte ti amerò ancora…». Abitano a Brentwood nella casa  affittata da Greta Garbo, dove lo scrittore Dos Passos dice che l’ attrice si comporta come una brava casalinga tedesca, dove  approdano tutti gli esuli francesi, primo fra tutti Jean Renoir,  che adora i cavoli ripieni e il bollito preparati da «Lola». Gabin spesso si calca un berretto in testa e canta “Viens, Fifine” con le lacrime che cadono sulla sua fisarmonica.

 Ma appena c’è aria di riscossa Gabin  non può mancare e alla fine del 1942  si arruola nella Forze libere francesi. E’ stato un fuciliere di marina, lo nominano subito nostromo. Partirà con il caccia francese Elorn per scortare  un convoglio. ll giorno della partenza vanno  lui e Marlene a Norfolk, un viaggio interminabile, tutto lacrime e baci… Ci vollero parecchi anni prima che si incontrassero di nuovo! Fu  nel ‘ 44,  quando lui era il comandante di un carro armato e  lei andò a cercarlo nei boschi. Era arruolata nell’ esercito americano e se i tedeschi l’ avessero presa, l’ avrebbero fucilata come traditrice. Ci mancò poco. Nel dopoguerra, dopo un film fiasco “Martin Roumagnac” la loro storia giunse alla fine.

Lui era precocemente invecchiato, aveva i capelli grigi e si era appesantito. Pensò di non aver più niente da fare nel cinema… Ma si sbagliava, Gabin era sempre Gabin  e trovò una nuova giovinezza  nel 1950! Dopo una felice parentesi teatrale, fu infatti il protagonista di La Marie du Port, un film tratto da un romanzo di Simenon e diretto da Marcel Carné.  Qui la storia è quasi ironica, un borghese arricchito molto sicuro di sé e del suo ristorante ben avviato, insieme a questa “Marie” che conquisterà sia lui che il suo locale. Gabin si presenta un po’ più grasso e molto cordiale per il congedo  finale dai poveri tormentati dei film precedenti. Ed è una grande prova  per l’accoppiata Gabin-Carné che dieci anni dopo  Alba tragica  si dimostra ancora validissima. Gli anni 1949-50 sono importanti nella vita di Jean  perché dopo due matrimoni falliti e alcune celebri amanti, conoscerà Dominique Fournier, una indossatrice della casa Lanvin. Questa volta non vi saranno dubbi, si sposeranno e saranno felici con tre figli  e come nelle migliori favole. La sua carriera prosegue incontrastata con  Touchez pas au grisbi, nella parte di un ladro un po’ stanco che vorrebbe andarsene in pensione accanto alla bella Jeanne Moreau,  e  con  L’air de Paris, un film sull’amicizia fra due pugili, uno anziano e l’altro molto più giovane  con la voce di Yves Montand che canta il motivo del titolo.  E poi i film cominceranno a non contarsi più. Di successo in successo e dopo tanti personaggi lontano dalla legge, alla fine Jean Gabin capitolerà e diventerà il mitico “Commissario Maigret”il più amato poliziotto della Francia, tutto deduzione, pipa e umanità.

Quando morirà la  Marina francese  volle rendere all’illustre figlio  di Francia gli onori che si era meritato in guerra. L’urna con le ceneri venne  portata a Brest  su una nave militare  per  compiere  ciò che lui desiderava intensamente. Fu  un finale anche troppo solenne, e forse a Jean non sarebbe piaciuto, ma era  il prezzo della fama mentre una parte della storia di Francia  se ne andava.

Gabin lo vogliamo ricordare nel suo esilio americano, quando  la donna più bella del mondo non gli era sufficiente per dimenticare la Francia e lei Marlene cercava di alleviare l’esilio suo e dei suoi amici cucinando  per loro il “cavolo ripieno”, per farli sentire un po’ meno soli e un po’ meno lontani.

CAVOLO RIPIENO

INGREDIENTI  per 4 persone: 1 cavolo verza di circa  1kg,250 grammi di carne bovina tritata,  150 grammi di salsiccia, mollica di pane 30 grammi, 1 bicchiere di latte, 2 uova, 4 cucchiai di parmigiano grattugiato, sale e pepe a piacere, noce moscata,i pizzico abbondante, 50 grammi di burro,  1 cipolla, 1 carota, olio extra vergine di oliva 3 cucchiai, brodo vegetale 300 ml, 1 foglia di alloro,

 PREPARAZIONE: togliete al cavolo le foglie esterne più dure, scottatelo per pochi minuti in acqua bollente salata, scolatelo e aprite delicatamente le foglie cominciando dal centro. Per preparare il ripieno unite alla carne tritata la salsiccia sminuzzata e la mollica di pane precedentemente bagnata nel latte e poi strizzata. Aggiungete le uova, il parmigiano, il sale, il pepe, la noce moscata e amalgamate tutti gli ingredienti. Mettete un po’ di ripieno al centro e dopo aver richiuso su se stesso il centro inserite altra carne fra gli altri strati di foglie premendoli dopo  leggermente fino a richiudere l’intero cavolo che  infine legherete con spago bianco da alimenti in modo che durante la cottura non fuoriesca il ripieno. Fate sciogliere burro e olio in una pentola, unite la cipolla e la carota a fettine,mettete nella pentola il cavolo spolverato di sale e pepe, coprite con il brodo e aggiungete la foglia di alloro, coprite e fate cuocere per circa 40 minuti. Servite il cavolo accompagnando con il fondo di cottura ristretto.

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Pilar’s rabbit stew… e la Spagna è vicina!

EH 2723PCercò l’avventura per tutta la vita, ma alla fine ne fu travolto. I grandi boschi dell’Illinois  dove da ragazzo  amava perdersi e la pace della natura che pure adorava, non lo trattenero. A 18 anni é in Italia,Volontario nella prima guerra mondiale.Ferito vuole tornare al fronte, ferito di nuovo, si trascina un soldato sulle spalle. Lo rimandano a casa pieno di medaglie, ma non trova pace. Per gli eroi  il ritorno alla vita normale è sempre un trauma Beve, soffre d’insonnia  e così riparte, forse anche per sfuggire una madre  ancora convinta che avrebbe imparato a suonare il violoncello. A Toronto comincia a scrivere per un giornale, il Toronto Star, ma un anno dopo, con i soldi della moglie, è  gia a Parigi. E’ spinto da un’ansia di confronto senza limiti, in cui non può vivere senza mettersi continuamente alla prova  e sfidare tutto quello che ha davanti, uomini, f orze della natura, morte.

Gertrude Stein, che doveva averli capito in pieno, lui e gli altri giovani geni che frequentavano il suo salotto, un giorno glielo sbattè in faccia “Questo è ciò che voi tutti siete.. voi giovani che avete fatto lac88ced69a71e56e6ac8e825c8857951b_b guerra.Voi siete una “lost generation”, una generazione perduta!” Ma a Parigi il giovane Hemingway  scrive e legge moltissimo ed è un mistero, con quella vita frenetica, capire dove trovasse il tempo. Eppure a 30 anni aveva già pubblicato di tutto, poesie racconti e romanzi, come “Fiesta”  e “Addio alle armi.” E se “Addio alle armi” è un lirico, personale ricordo della sua guerra italiana, “Fiesta”  è la rappresentazione corale  più calzante di quei giovani usciti,come Hemingway, senza ideali da un mondo  stravolto che, nella  superficialità della vita da caffé e  nella ricerca di sensazioni estreme, come la corsa dei tori impazziti, credono di colmare il vuoto  che si sente  attorno.

Quando Hemingway torna in America ha una moglie diversa, ma è insofferente alla famiglia mentre è forte il richiamo di Parigi. Sono anni inquieti. Fra la Tortuga  e il Safari in Africa, l’attività di Hemigway è frenetica, beve troppo e comincia già a star male seriamente. Torna brevemente in America e poi via per la Spagna con una nuova donna. Di nuovo Safari in Africa e pesca all’Avana, mentre i suoi racconti vanno di successo in successo e i lui prepara “Avere e non avere”.

Quando scoppia la guerra civile in Spagna è fra i primi ad accorrere. Dovrebbe andare come corrispondente e invece  si ritrova in prima linea a condurre una vita dura di continui spostamenti con la donna che diventerà la sua terza moglie.

1_1fj1qDurante la II guerra mondiale è in Francia come corrispondente, ma ancora  una volta non sa resistere al mito della prima linea. Si strappa le mostrine di giornalista  e si mette alla testa di un gruppo di partigiani con i quali farà un ingresso trionfale a Parigi.

Dopo le guerre sembrò mancargli l’esposizione estrema,  e così se l’andò di continuo a procurare. Fra un safari e l’altro, due incidenti aerei, da cui uscì  con le ossa a pezzi e la mente sconvolta; poi ancora alcool e malattia. Gli ultimi anni sono patetici, l’alcool, la paranoia e il desiderio di farla finita.

Ma in fondo Hemingway ha avuto tutto quello che voleva. Ha soddisfatto il suo narcisismo con il successo letterario, la competizione con se stesso  con tre guerre e infinite avventure di terra e per mare. Quando poi si è sentito finito si è andato a misurare con la morte, la sua grande tentatrice, anticipandola e sconfiggendola con il suicidio.74d493f2c6de7956a54d7ca5fa62ac3b_XL

Forse la sua passione più forte fu la Spagna. Ed è in Spagna che ambienta uno dei suoi romanzi più belli, “Per chi suona la campana” e nella figura di Robert Jordan prova ancora una volta a raccontare se stesso, trasformando il suo  narcisismo  in quello stoico senso del dovere  che, come un imperativo categorico,  porta Jordan a partecipare e morire per una guerra non sua.

Ciò che è particolarmente bello in “Per chi suona la campana”  è l’ambientazione  ancestrale  fra le montagne, che riportano a forme di vita quasi primitive, dove le passioni sono  violente e la crudeltà può diventare estrema. I partigiani che lì si sono rifugiati a fare la guerra dormono e mangiano dentro una grotta, che fa venire in mente quella di Polifemo e, Jordan di notte, all’aperto si immerge nella natura  invaso dall’odore fortissimo delle erbe.“… Questo è l’odore che mi piace. Questo è il trifoglio appena tagliato, la salvia appena tagliata quando uno cavalca dietro a un armento, il fumo della legna e delle foglie che bruciano in autunno. E’ l’odore della nostalgia…”

Poi quando nasce l’amore fra Robert e Maria è davanti a un rustico, saporito, anch’esso primitivo  piatto di coniglio, preparato  in una pentola di ferro da Pilar, la fiera combattente, costruita sul mitico personaggio della contadina Dolores Ibarruri, che diventò la “Pasionaria” di Spagna.coniglio-al-sugo-L-gQ9UYm

“Ora mangiavano tutti dal tegame,in silenzio, come è il costume spagnolo.La pietanza era coniglio cotto con cipolla e peperoni verdi e nella salsa al vino nuotavano i piselli. Era cucinata bene, la carne si staccava dalle ossa e la salsa aveva un odore delizioso. Mangiando Robert Jordan bevve un ‘altra tazza di vino. La ragazza continuava a fissarlo, gli altri badavano solo a mangiare.”

PILAR’S RABBIT STEW  (SPEZZATINO DI CONIGLIO ALLA PILAR)

INGREDIENTI. 1 coniglio di circa 1,5  Kg, 2 bicchieri di vino rosso, 4 cipolle tritate, 4 peperoni verdi tritati, 250 grammi di piselli, 1 foglia di alloro, 2 cucchiai di paprika, 1 cucchiaino di sale, 3 cucchiai di farina, 4 cucchiai di acqua fredda.

PREPARAZIONE: tagliate il coniglio a pezzi e mettetelo in una casseruola. Fatelo rosolare in olio extra vergine di oliva e poi aggiungere il vino. Fate cuocere per circa 40 minuti e  se ce ne fosse bisogno aggiungete acqua.Dopo questo tempo mettete nella casseruola la cipolla, i peperoni, i piselli, la foglia di alloro, la paprika, il sale e fate cuocere ancora per circa 30 minuti. Mescolate con i 4 cucchiai d’acqua la farina e versatela nella casseruola rimestando, finchè la salsa non è addensata.

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SOUPE A L’OIGNON GRATINEE

800px-Halles_de_Paris,_1863Avevano più di 800 anni  e molti non le sopportavano più. Gli abitanti dei dintorni   si lamentavano del  degrado  e della confusione  che si trascinava  tutta la notte fra le grida dei venditori, il traffico impazzito e la piccola malavita  che strappava i portafogli. Quanto all’igiene non ne parliamo proprio, con tutti quegli scarti alimentari che finivano in mezzo alla strada. Poi c’erano i bistrot, quelli   fumosi, scuri, con le panche consunte, che stavano aperti tutta la notte e dove  fra le 4 e  le 5 del mattino, dopo la chiusura del mercato, arrivava il maggior numero di clienti per togliere le ultime velleità di sonno ai cittadini. Quella Movida “ante litteram” anni ’60 dove i turisti si mescolavano  ai camionisti, sembrava solo gettare discredito alla città che, proprio allora, stata riconquistando il gusto  della sua tradizionale “grandeur” proiettata tutta verso il futuro Era dunque ora che il famoso mercato di Parigi se ne andasse. pavillons-baltard-destructionLes Halles provarono  a resistere qualche anno, ma furono inesorabili  e nel 1969, tutte le attività commerciali furono trasferite fuori città. Erano rimasti i 12 padiglioni e a quelli i parigini erano affezionati. Ci si rese conto ben presto che poteva essere molto chic ospitarvi mostre, spettacoli teatrali, concerti e negozi di antiquariato. Sorse anche un movimento di opinione capeggiato da persone del mondo artistico e dell’Intellighentia Parigina come Henri Cartier Bressson, Serge Gainsbourg, Robert Doisneau, Claude Challe, ma non ci fu niente da fare. George Pompidou, il Presidente che si  sentiva  Napoleone, voleva aprirvi un Centro Commerciale e così nel 1971, come se si trattasse di una sfida iconoclasta, i padiglioni furono rasi al suolo.

La storia era cominciata nel 1135 quando Luigi VII , detto “Le Gros” per la sua obesità e sempre molto attratto da tutto quello che aveva a che fare con il cibo, decise di spostare il vecchio mercato da Place de Greve  nello spazio pianeggiante di Le Champeaux, appena sottratto alla palude. Il posto per la sua ampiezza e la sua centralità era ottimo e, ben presto, all’iniziale vendita di frutta e verdura, si aggiunse quella dei tessuti e delle pelli. Era diventato difficile mantenere il mercato tutto all’aperto, considerato anche  il rigido clima invernale e, allora, nel 1185 ci pensò un altro Re, Filippo Augusto, a costruire due edifici per dare un po’ di conforto alla merce e ai venditori. Il resto fu edilizia spontanea, quando qualche anno dopo il re comprò altri terreni in zona. Furono allora proprio i  commercianti a costruirvi sopra i loro banchi di vendita a forma di casetta che, dovevano dare al mercato un aspetto buffo e caratteristico insieme, come di un improbabile  piccolo paese inserito nella grande città. In ogni caso che il mercato prosperasse , si  ingrandisse  e dell’importanza che  avesse nella vita quotidiana di Parigi, lo si può dedurre anche dal fatto che risale, a quel periodo, l’esigenza di stabilire, per legge, le  prime regole igieniche per commerciare carne, pane e vino.

Per i successivi due secoli, non è facile trovare cronache o eventi che parlino del mercato, sino a quando, verso la metà  del 1500, si ricomincia a parlare di ristrutturazione.  I vecchi edifici non ce la fanno più ed è il re Francesco I° che, nel 1542, avvia i lavori con un impianto tutto basato su criteri di efficienza e di razionalità rinascimentale, in cui, il pianterreno diventò tutto una  fuga  di gallerie e porticati che garantivano spazi e luce  adeguati alle attività commerciali. Peccato per Francesco che non lo vide finito perché morì pochi anni dopo e il nuovo mercato fu terminato solo nel 1573.

DownloadedFileBisogna aspettare il 1780 per avere nuove notizie dal mercato. Da tempo immemorabile vicino al mercato c’era il vecchio Cimitièr des Innocents, destinato ovviamente  solo ai poveri, perchè i ricchi, come si sa, venivano seppelliti in Chiesa. Da tempo si diceva che i resti e le colate di calce inquinavano le falde acquifere con grande  pericolo di epidemie per la città, ma fu solo alla fine del 18° secolo che  si decisero a chiuderlo. Si parlò allora di visioni terrificanti, quando furono aperte le fosse comuni per trasferirle altrove, ma ancora oggi si dice che i fantasmi del cimitero erano rimasti sotto il mercato de Les Halles, che si era ampliato sopra  gli spazi lasciati liberi.

La storia più recente del glorioso mercato ci porta direttamente nel 19° secolo. Les Halles erano di nuovo troppo anguste per le esigenze del 2° Impero e sia  l’imperatore che la capricciosa imperatrice Eugenia, volevano essere  all’avanguardia in tutti i settori della vita civile. Così affidarono a Victor Baltard il compito di riprogettare il mercato. All’inizio  le cose sembrava si mettesero male per il povero architetto perchè l’imperatrice, che aveva girato il mondo, aveva visto le nuove strutture vetrate poggiate sulle esili colonnine di ghisa lavorata e rifiutò il progetto di pietra. Fu allora che Baltard si inventò  i 10 padiglioni singoli allineati e tutti uguali, (negli anni ’30 sarebbero diventati 12)  divisi da  una strada centrale. Erano strutture aeree, luminosissime, dove il vetro era tenuto dal ferro e insieme davano vita ad archi,cupole,pareti trasparenti che poi diventarono una caratteristica persistente dell’architettura pubblica sino all’inizio del’900.

Ma non bastò dargli una nuova struttura per dare un nuovo volto al mercato. Esso, nel tempo si era guadagnata la fama noir  di sottobosco della malavita, di traffici illeciti e di luogo dove si rifugiavano i disgraziati appena usciti di galera. E’ qui infatti che Emile Zola il più grande fra gli scrittori realisti dell’800, ambientò uno dei suoi romanzi più noti “Il ventre di Parigi”.0031

E la cattiva fama il Mercato se l’era tirata appresso anche nel 20° secolo e questo fu uno dei motivi principali per cui prima cacciarono i mercanti e poi lo rasero al suolo.

Pompidou progettò dunque  il suo grandioso centro commerciale nel grande spazio lasciato libero che, con un po’ di  prosopopea  tutta francese, fu chiamato il “Forum de Les Halles”e fu terminato nel 1981. Ma  Pompidou non ebbe il piacere di vederlo perché era morto nel 1974. In compenso la nuova opera, tutta vetri  ricurvi, affacciati sul  grande  spazio vuoto davanti a sé non piacque a nessuno e ben presto, specie la sera, divenne un luogo cupo abbandonato a se stesso dove era pericoloso andare per tutti i traffici della mala che ospitava e i disgraziati che ci passavano la notte. Quando si dice il destino! Nemmeno la stazione della Metro sotterranea Chatelet, vanto dei parigini perché è la più grande del mondo, nel suo genere, si sottrae alla maledizione. Si dice che molto spesso si sentono i lamenti, le grida e le  tristi risate dei tanti fantasmi del cimitero che non se ne voluti andare e ora  assistono impotenti all’invasione  del  loro spazio silenzioso da parte dei treni e del popolo dei pendolari che l’invade dalla mattina alla sera. Si dice che sono 400px-Forum_des_Hallescirca 800 mila persone al giorno che passano per la stazione a disturbare i morti.

Nel 2007, la grande decisione! Distruggiamo il Foro de Les Halles. Crisi o non crisi, quasi tutti sono stati d’accordo. Le grandi vetrate  sono già state rase al suolo, in fretta, come una colpa da nascondere e un rimpianto dei vecchi padiglioni che nessuno potrà riportare in vita. Per il 2016 la nuova struttura, che sarà soprattutto un parco e una grande tettoia, sarà completata. Forse andrà meglio, ma le voci,   l’allegria, le notti bianche del vecchio mercato, quelle non le potrà restituire nessuno. Ci sono ancora un po’ di locali  romantici e  vecchiotti nel quartiere e forse, prima che scompaiano anche loro, sarà il caso di andarci per  una di quelle favolose zuppe di cipolle, che solo col loro profumo possono, almeno per un momento,  riportarci nell’atmosfera del magico Mercato de Les Halles.

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INGREDIENTI: 800 grammi di cipolle bianche o dorate, un litro e mezzo di brodo di carne preparato con carne di manzo e e osso di manzo con midollo, 30 grammi di burro, 1 cucchiaio di burro,1 bicchiere di vino bianco, 2 cucchiai di farina, 100 grammi di pane tostato, 100 grammi di Gruyere, 1 foglia di alloro, timo, sale, pepe.

PREPARAZIONE: pelare le cipolle e tagliarle a fette sottili. Scaldare insieme, in una casseruola, olio e burro, unirvi le cipolle e, a fuoco basso, farle appassire, senza bruciare e mescolando spesso, per circa 40 minuti. Aggiustarle di sale e pepe e a metà cottura aggiungere la farina, seguitando a mescolare. Bagnare con il vino, sfumare e infine aggiungere il brodo. Poi chiudere in un sacchetto di garza l’alloro e il timo e immergerlo nel brodo. Alzare la fiamma e, quando inizia l’ebollizione, abbassarla di nuovo, mettere il coperchio e lasciar cuocere per circa 3/4 di un’ ora. Nel frattempo tagliare il pane a fette sottili, tostarlo in forno e poi cospargerlo di burro da entrambi i lati. Togliere la pentola dal fuoco ed estrarre il sacchetto di garza con gli aromi, distribuire la zuppa su 6  ciotoline  da forno, disponendo su ciascuna le fette di pane tostato e, sopra a tutto, il gruyere grattuggiato. Porre le ciotoline in forno riscaldato a 220° e aspettare che si formi una crosta dorata. Servire e pensare a Les Halles.

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Rotolini di Cinghiale selvatico all’uva bianca, serviti con puré, verza stufata e castagne

640px-Rubens-Death-of-SemeleUna vita davvero avventurosa quella di Dioniso… fin dalla nascita e, anzi, per essere precisi, anche un po’ prima! Suo padre Zeus, infatti, aveva combinato un bel pasticcio  quando, tutto  parato a festa, nel  suo pieno  fulgore di fulmini e saette, era  apparso a sua madre  Semele e senza volerlo, in un baleno, è proprio il caso di dirlo, l’aveva incenerita. La poverina era incinta di 6 mesi  e il  maldestro padre, pieno di rimorsi e pentimenti, cercò  almeno di  salvare il bambino. Così se lo fece cucire  dal vecchio Efesto all’interno di una coscia e lì lo tenne per tre mesi a fargli  da incubatrice. Ma poi, appena nato, fu subito costretto a mandarlo lontano, per sottrarlo alle ire della sua gelosissima moglie Era. Fu così che  il piccolo Dioniso finì  sul Monte Nisa, allevato amorevolmente dalle  numerose Ninfe che lì avevano preso  la loro residenza. Iniziò da quel momento il suo destino, che dioniso_michelangelolo volle poi, per il resto della sua vita umana e divina, sempre circondato da bellissime fanciulle. Lo ritroviamo, appena cresciuto, che era un po’ fuori di senno e ogni tanto si abbandonava a terribili sfuriate o perfide vendette. I più dicono che si trattasse  di una maledizione della sempre gelosa Era, ma si può anche ritenere che avesse già cominciato a bere vino e ogni tanto  alzasse un po’ il gomito.

Comunque, in quel periodo, viaggiava molto col suo tutore Sileno e un gruppo di giovani donne, il suo corteo di Menadi che di giorno lo seguivano danzando attorno al suo carro e la sera bevevano e cantavano in coro. Ma  nulla di più sbagliato pensare  che il suo  andare per il mondo rientrasse nei viaggi turistici, organizzati per i gruppi, perché già nella sua prima tappa, sembra  in Egitto, dovette combattere contro i Titani, per fare un favore al Dio Ammon  a cui, quei perfidi, avevano rubato lo scettro. Poi si diresse verso l’India sconfiggendo  tutti i re che incontrava sul cammino, compreso la sventurato re di Damasco che fu  scorticato da Dioniso in persona. Solo dopo aver sottomesso tutta l’India, come benemerenza, lo resero immortale. Ma sconfiggere i nemici non doveva essere stato nemmeno l’obiettivo principale degli dei che lo avevano mandato, per così tanto tempo, in missione all’estero, perché, in realtà, in tutto il suo pellegrinare, il compito principale di Dioniso era stato quello di insegnare agli uomini a coltivare la vite  e a farne vino, perché, se pure in qualche paese, la vite già esisteva, fino a quel momento non era stata altro che una bella pianta ornamentale.

Più in là dell’India in quei lontani tempi, non era tanto facile andare e così Dioniso iniziò il suo viaggio di ritorno. Si hanno precise notizie che sia stato in Tracia, in Beozia e nelle isole dell’Egeo perché tutti questi posti rivendicano per  sé la prima coltivazione della vite, anche se si può ragionevolmente supporre che la prima tappa Dioniso l’abbia fatta anziché in Egitto, nel Caucaso, fra il Mar Caspio e il Mar Nero, dove sono state ritrovate  tracce di vino in grossi contenitori che risalgono a 9.000 anni a.C.

381px-Illustration_Vitis_vinifera0Comunque Dioniso, dopo essere stato a Creta, prese in affitto una nave per recarsi all’isola di Nasso, ma fu davvero sfortunato perché l’equipaggio era composto tutto di pirati. Fortuna che se ne accorse in tempo, così riuscì a catturarli, gettarli fuori bordo  e a trasformali in delfini, che, da allora, sono rimasti sempre lì, pronti a salvare i naufraghi, quando sull’Egeo soffiano i venti e si agitano le tempeste. Dioniso  invece in qualche modo arrivò a Nasso, ma lì non ebbe assolutamente tempo di occuparsi della vite perché all’improvviso si imbatté in una disperata fanciulla che piangeva tutta sola su uno scoglio. Chiedi e richiedi alla fine viene fuori che era  Arianna, la figlia del re di Creta, che aveva aiutato Teseo a uccidere il Minotauro nel labirinto, dandogli un grosso rotolo di filo, il cosiddetto filo di Arianna, con cui Teseo aveva ritrovato l’uscita dal labirinto  dato che, all’andata, a mano a mano che avanzava, aveva seguitato  a sciogliere il gomitolo. Chiunque altro sarebbe stato assai grato alla bella Arianna, ma non Teseo che, dopo essere scappato con lei da Creta, poi era fuggito da  Nasso nottetempo, lasciando Arianna sedotta e abbandonata. Dioniso di donne ne aveva conosciute tante, anzi ci viveva proprio in mezzo, ma Arianna fu l’unica di cui si innamorò follemente e per sempre. Forse aveva ragione Marilyn Monroe quando diceva [immagini.4ever.eu] marilyn monroe 152102n“Non correre mai dietro un autobus o dietro a un uomo, tanto dopo un po’ ne passa sempre un altro”. Così fu anche per Arianna che si sposò con Dioniso ed ebbe tre figli, che  per mantenere alte le tradizioni di famiglia si chiamarono, Enopio, “il Vinaio”, Euante,” il Fiorito” e  Stafilo, “il Grappolo d’Uva”.

E dovendo preparare, sempre nel rispetto della tradizione, una pietanza d’eccezione per il Capodanno è a Stafilo che ci siamo rivolti e con lui abbiamo ideato:”I Rotolini di Cinghiale Selvatico Brasati all’Uva Bianca con Puré, Verza stufata e castagne”

INGREDIENTI per 4 persone:

Per i Rotolini di cinghiale: 600 grammi di polpa di cinghiale, 200 grammi di lardo di Colonnata, 8 coste di sedano utilizzando solo la parte bianca più tenera, 4 cipolle, 4 carote, 4 foglie di alloro, 2 cucchiaini di  Timo, 8 bacche di ginepro, 2 rametti di rosmarino, 8 foglie di salvia, 40 chicchi di uva bianca,  vino rosso 3/4 di litro, brodo di carne 1 litro, , olio extra vergine di oliva, sale fino.

Per la verza stufata: 1 verza, 2 spicchi d’aglio, brodo vegetale, maggiorana, olio extra vergine di oliva.

Per il puré di patate: 100 grammi di patate, 2 decilitri di latte, 1 noce di burro.

Per  le castagne: 300 grammi di castagne.

PREPARAZIONE

Si fa marinare la polpa del cinghiale per 12 ore, immersa nel vino rosso, unitamente a : 4 coste di sedano, due carote, due cipolle  il tutto tagliato a minuscoli dadini non superiori e 3 mm di lato, aggiungendo 2 foglie di alloro sminuzzate, 1 cucchiaino di timo, 4 bacche di ginepro, tutti gli aghi staccati da 1 rametto di rosmarino, 4 foglie di salvia sminuzzate.

Tagliare a fette la polpa di cinghiale marinata, poggiare su ciascuna di esse una fetta di lardo di Colonnata e arrotolarle su se stesse. Fissare gli involtini con uno stuzzicadenti.

In una padella versare abbondante olio extra vergine d’oliva, le restanti 2  cipolle, le 2  carote e  le 4 coste di sedano tagliate grossolanamente  unitamente  alle restanti 2 foglie di alloro  intere, l’ultimo cucchiaino di timo, il rametto di rosmarino al  quale non vanno staccati gli aghi, le 4 bacche di ginepro e le 2 foglie di salvia. Non  usare assolutamente le verdure e le erbe utilizzate per la marinata, perché il loro sapore e la loro consistenza sono stati alterati nella lunga macerazione.

p66376nFate appena scaldare le verdure e le erbe e poi mettete in padella i Rotolini di cinghiale che verranno prima fatti rosolare uniformemente su tutta la superficie, poi sfumati con vino rosso e infine fatti cuocere coperti di brodo. Prima di togliere dal fuoco fate insaporire assieme ai rotolini per circa 2 minuti i 40 chicchi di uva bianca.

Per cuocere la verza fate scaldare in una padella un pò di olio extra vergine di oliva in cui fare appena imbiondire  2 spicchi d’agli. Subito dopo aggiungete la verza tagliata a julienne, salate, pepate, aggiungete un pizzico di maggiorana e coprite con il brodo vegetele sino a cottura ultimata che richiederà circa 40 minuti.

A parte cuocete in acqua bollente le castagne e a cottura ultimata togliete loro la buccia esterna e la pellicola interna. Al termine mescolare con la verza stufata.

Per il puré si lessano le patate in acqua bollente e a fine cottura si estraggono dalla pentola,togliendo la buccia, tagliandole a dadini e successivamente  mettendole nel passaverdura dove saranno ridotte in polpa. Si rimetteranno sul fuoco unendo la noce di burro, il sale e il latte  a piccole dosi sino a completo  assorbimento.

Servire in tavola i Rotolini di Cinghiale, dopo aver estratto gli stuzzicadenti, sopra il puré e contornati dalla verza mescolata alle castagne.

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