Que viva Mexico… Frida Kahlo e le Fajitas!

Frida Kahlo… una vita difficile,  sicuramente eccezionale. Nasce con la Rivoluzione Messicana… per la verità la precede di tre anni, ma  ci si identifica in modo così totale che dirà di essere nata nel 1910…La passione politica è  dominante perchè   è anche lo strumento della sua indipendenza… A quindici anni, alla  scuola di preparazione fa già parte dei “cachucas”, un gruppo di studenti che sostiene le idee socialiste nazionaliste  e la riforma dell’insegnamento… E’ lì perché vuole fare il medico, professione un po’ insolita per una donna  in  un paese dove  la rivoluzione, indubbiamente c’è, ma è tutta al maschile…  A diciotto anni ormai sapeva tutto sul movimento comunista… Erano mesi  ormai che lo leggeva e lo studiava stesa nel suo letto… E di fare il medico non se ne parlava più…  Aveva avuto  uno spaventoso incidente d’auto che l’aveva legata al letto per mesi…”Salii sull’autobus con Alejandro.. Poco dopo, l’autobus e un treno della linea di Xochimilco si urtarono.. Fu uno strano scontro; non violento, ma sordo, lento e massacrò tutti. Me più degli altri. È falso dire che ci si rende conto dell’urto, falso dire che si piange. Non versai alcuna lacrima. L’urto ci trascinò in avanti e il corrimano mi attraversò come la spada il toro». Per 9 mesi deve portare un busto di gesso e stare quasi sempre  sdraiata… Oltre  a leggere la storia de la Rivoluzione d’0ttobre, comincia a dipingere.. «Da molti anni mio padre teneva…una scatola di colori a olio, un paio di pennelli in un vecchio bicchiere e una tavolozza..   chiesi a mio padre di darmela…Mia madre fece preparare un cavalletto, da applicare al mio letto, perché il busto di gesso non mi permetteva di stare dritta. Così cominciai a dipingere il mio primo quadro»  Dopo la madre  trasforma il letto di Frida in un letto a baldacchino e ci monta sopra un enorme specchio, in modo che lei, immobilizzata, possa almeno vedersi.. E’ cosi cominciano a nascere i suoi primi autoritratti… Alla fine ne avrà dipinti più di 50.

Più di un anno dopo ricomincia a camminare… Con un terribile busto che dovrà portare a vita. Ha  mille dolori che non la lasceranno più in pace, ma ha anche  molto da fare…  Innanzitutto si iscrive al partito comunista  e si  occupa subito di ciò che più le  sta a cuore, l’emancipazione delle donne,… Poi si unisce ad un gruppo di artisti e di intellettuali che sostengono il ” Rinascimento Messicano” l’ arte, indipendente,  tutta espressione popolare e “pittura murale… ” C’è da raccontare la Storia del Messico anche alla massa analfabeta …E poi naturalmente va a cercare, con i suoi piccoli autoritratti sotto il braccio, il più grande fra i pittori dei “Murales”… Diego Rivera, che a poco più di 40 anni è già una leggenda…Una pittura tutta sociale  la sua, in cui per la prima volta c’è la storia degli umili, degli sconfitti, dei reietti,… Grandi affreschi storici del Messico, nell’Eden  prima della “Conquista”   e poi la schiavitù, degli Indios prima  e dei campesinos dopo… Sino alla riscossa nell’apparire delle bandiere rosse e dei ritratti di Marx e Lenin nel Palazzo del Governo. Una  storia narrata con toni ora epici ora lirici, ma  sempre realisti, commossi e partecipati…

Non è così la pittura di Frieda, più drammatica, più onirica, spesso  simbolista… anche se i presupposti sono  simili a quelli di Diego… soprattutto quell’amore sconfinato per il Messico e per le tradizioni che si intrecciano e si confondono…

L’anno dopo nel 1929  Frida e Diego si sposano… Lei nonostante le sue menomazioni fisiche e la gamba più corta  è molto bella,  lui è grasso e ha venti anni di più, ma  le donne sono ai suoi piedi… Si innamora di Frida  ma la comincia a tradire, ancor prima di sposarla… Un  matrimonio che durerà 25 anni… Qualche giorno prima di morire Frida compra per il marito il regalo per le nozze d’argento… Ma in mezzo c’è di tutto… Liti, separazioni, tradimenti, divorzi… Lei è una donna emancipata…e accetta molte cose…  In fondo soffre molto di più perché non riesce ad avere figli   piuttosto che per i tradimenti del marito… Stanno tre anni negli Stati Uniti dove si sono innamorati della pittura di Diego, ma lei non è felice … Torneranno a precipizio e senza una lira in Messico quando distruggeranno il Murale del Rockfeller Center da dove lui si era rifiutato di togliere l’immagine di Lenin. Ma intanto  Diego ha introdotto Frida negli ambienti più selettivi e più intellettuali…  Nella “Casa Azul” dove ora c’è il Museo, al pianterreno c’era un tempo il living room dove negli anni si erano alternati  e  ritrovati  visitatori come Sergei Eisenstein, Nelson Rockefeller, George Gershwin,  e  attrici famose  come  Dolores del Río  e  María Félix… Lei,  tradita senza scrupoli da Diego, che era diventato l’amante di sua sorella…Non  avrà scrupoli a trovare in mezzo agli ospiti famosi i suoi amanti o le sue amanti…Del resto, se sono donne, Diego nemmeno si arrabbia… A Dolores Del Rio, Frida dedica  il quadro “Due nudi della Foresta” e il ritratto di Maria Felix lo appende sopra il suo letto…

Nel gennaio del 1937, Lev Trotsky e sua moglie arrivarono in Messico. Diego aveva fatto fuoco e fiamme perché il grande esule avesse un po’ di pace… Anche Frida farà  la sua parte …  Avrà con Trotsky una breve ma intensa relazione segreta. Parlavano in inglese per non farsi capire dalla moglie di lui e si scambiavano i bigliettini dentro le pagine dei libri.

Poi per un po’ di tempo Frida preferisce lasciare il Messico…A Parigi nel 1938  diventa  l’amante di Breton che  l’ama forse  per  il surrealismo che  vede  nella sua pittura.. nonostante  Frieda non si senta surrealista o almeno la sua è l’ idea di un surrealismo   giocoso… Spesso diceva ridendo e prendendosi gioco delle strane figure o degli strani oggetti che popolavano i suoi quadri ” Il surrealismo é la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri sicuro di trovare le camicie ”  Ma a Parigi c’è soprattutto la sua consacrazione… Prima ancora che la riconoscano in Messico, dove a lungo viene considerata poco più di un’ appendice del grande Rivera… “Kandiskij  fu così commosso dai quadri di Frida che, davanti a tutti, la sollevò tra le braccia e la baciò su entrambe le guance e sulla fronte mentre lacrime di schietta emozione gli scorrevano lungo il viso. Persino Picasso, il più difficile dei difficili, cantò le lodi delle qualità artistiche e personali di Frida. Dal momento del loro incontro fino al suo ritorno a casa, Picasso rimase sotto l’incantesimo di Frida.”

La rottura con Diego che sembra definitiva avverrà nel 1939 con il divorzio, E’ appena tornata dalla Francia e ora anche in Messico  cominciano a ri – conoscere i suoi quadri … Fa effetto quel  malinconico doppio di se stessa abbandonata ne “Le due Fride”, che dipinge subito dopo la separazione…Dal 1926 quando dipinse il primo autoritratto riflessa nello specchio del suo letto a baldacchino, il  tema del suo sdoppiamento, anche onirico, torna spesso, si ha come l’impressione che questo doppio riguardi  anche la sua natura. Ogni tanto, fin da ragazza, amava vestirsi con abiti da uomo e i capelli corti. C’e persino una foto in cui è ritratta in giacca e  capelli indietro  con tutta la famiglia e un “Autoritratto  con i capelli tagliati”del 1940.  Ma questo è solo l’ aspetto  più autobiografico della sua pittura… Il suo immaginario deriva dal Messico indigeno precolombiano che si mischia alle esperienze  spagnole …  esperienze e sentimenti di cui  prima ancora dei quadri  lei riveste se stessa… I grandi orecchini, il rossetto rosso fuoco, le gonne da contadina, dai colori caldi. Tutto poi va a trasferirsi nei quadri…   Lei diventa   ipnotica e sensuale, col viso metà indio, i capelli capelli neri come l’inchiostro e le  sopracciglia folte, “le sue due ali nere”, come lei stessa le definì. Con lei o senza di lei  la pittura si riempie del paesaggio messicano in una visione naif che spesso ricorda il “Douanier ”  nella ricchezza dei simboli… Nel fiorire del  cactus, nelle aggrovigliate piante della giungla dove appaiono le scimmie, i cani itzcuintli, i cervi e i pappagalli…   Quando  dipinge nei paesi  li riempie di immagini votive popolari, raffigurazioni di martiri e santi cristiani, tutti i miti ancorati nella fede del popolo…

Il divorzio con Rivera non durerà a lungo… Si risposano solo un anno dopo… Sono una coppia impossibile che non riesce  a fare a meno l’uno dell’altro…. Diego le è vicino anche perché la  salute di Frida peggiora di giorno in giorno e ai terribili dolori alla schiena nessuno sa dare medicine adeguate che non siano alcool e droghe…

Lei riuscirà a vivere ancora per vedere la prima grande mostra per lei che faranno in Messico nel 1953… Lui la costringe a partecipare trasportandole il letto a baldacchino… Stordita dagli antidolorifici  lei a letto, beve  e canta  con il pubblico…  L’anno dopo si ammala  di polmonite. Durante la convalescenza va   a una dimostrazione contro l’intervento statunitense in Guatemala, reggendo un cartello con il simbolo della colomba che reca un messaggio di pace. Pochi giorni dopo muore, ma nel suo ultimo quadro fatto di rossi cocomeri, su uno di esso aveva scritto “Viva la vita”

Un piatto fortemente messicano  per Frida, dove  forte si sente il sapore dei peperoni, arrivati sino a noi da lontane civiltà…

FAJITAS CON POLLO

INGREDIENTI per 4 persone: 4 tortillas di farina, 3 cucchiai di olio di oliva extra vergine, 2 cucchiai di miele, 2 spicchi di aglio, 2 cucchiai  di erba cipollina, 1 cucchiaino di peperoncino, 4 petti di pollo, 2 peperoni di media grandezza, sale e pepe a piacere

PREPARAZIONE: Preparate una marinata mischiando in un piatto fondo il miele, l’olio, l’erba cipollina, lasciandone per la decorazione u1/2 cucchiaio, il sale, il pepe, gli spicchi di aglio affettati  e il peperoncino tritato. Tagliate i petti di pollo a pezzetti e metteteli a prendere sapore nella marinata, ricoprite il piatto con pellicola  trasparente e fate riposare per almeno un’ora. Nel frattempo arrostite i peperoni,spellateli, togliete i semi, tagliateli a strisce e metteteli da parte. In una padella antiaderente,precedentemente scaldata a fiamma viva mettte a cuocere il pollo ancora imbevuto di una parte della marinata e appena è leggermente dorato aggiungete i peperoni e fate cuocere per un paio di minuti. Nel frattempo in una padella a parte appena imbevuta di olio fate cuocere per un minuto complessivo le dortillas da entrambe le parti. Poggiatele  sul  piatto di portat , copritele con il pollo e i peperoni, arrotolatele, cospargetele della restante erba cipollina e servitele.

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Pollo Mole Poblano

baccello_di_cacaoCosì scriveva al suo Convento in Spagna, un Gesuita del  secolo XVI inviato nel Nuovo Mondo  ad evangelizzare gli Indios. “Disgustosa per coloro che non la conoscono… Tuttavia è una bevanda molto apprezzata dagli indiani, che la usano per onorare i nobili  che attraversano il loro paese. .. Gli Spagnoli…. che si sono abituati …sono molto golosi. Dicono di prepararne diversi tipi …e di aggiungervi  parecchio Chili.

Per gli Europei era ancora un oggetto un pò misterioso, ma in Centro America c’era almeno dal  6000 a. C.  e da 1500 anni Maya e Aztechi la coltivavano. E l’avevano tenuta anche in grande considerazione.

L’avevano  usata per esempio come unità di misura, di conto e moneta di scambio. Con un solo seme ti davano 4 pannocchie, con tre semi una zucca, 100 semi erano necessari per una canoa, ma  bastavano soltanto  6 semi per comprare una notte d’amore  Si dice di Montezuma,  che  avesse addirittura un miliardo di semi nei sotterranei del suo palazzo.

Secondo i medici aztechi era indispensabile per curare alcune malattie del corpo, ma soprattutto  per le malattie della mente. E forse non avevano tutti i torti perché, oggi, i medici, consigliano la cioccolata ai depressi  perchè riesce a dar loro la carica e a liberarli di un pò di malinconia.

Gli Aztechi erano convintissimi che quella pianta, dal grosso frutto pieno di semi, che cresceva rigogliosa nell’ombra della foresta, 356465gliel’avesse portata in dono, tanto tempo prima, il Dio Quetzcoatl e, proprio per questo motivo, la bevanda che ne avevano ricavato la chiamavano “Bevanda degli dei.”  Anche in questo caso dovevano aver ragione loro perché se ne convinse  perfino Linneo, che quando si trattò di dargli un nome scientifico la chiamò “Theobroma cacao L”, sicuro che  in qualche occasione se ne fossero cibati gli Dei.

Dove invece i nativi americani ci indovinavano davvero poco, erano le Profezie. Sicuramente tutti ricordano che avevano previsto la fine del Mondo nel 2012, che fortunatamente poi non c’è stata. Ma sfortunatamente per loro avevano previsto anche che Quetzcoatl sarebbe tornato sulla terra nel 1519. Disgrazia volle che proprio in quell’anno arrivasse invece dalla Spagna Herman Cortes. Quando se lo videro davanti, con quegli strani vestiti e  una lingua sconosciuta, Montezuma e la sua corte credettero veramente al ritorno di Quetzcoatl e non finivano più di fargli cortesie. Così prima gli offrirono un bel bicchiere di  cioccolata per ristorarlo dal viaggio e subito dopo Montezuma in persona regalò a Cortes addirittura un’intera piantagione di cacao.

Si sa come andò a finire. Oltre a distruggere il Regno e ad ammazzare Montezuma, quel soldataccio di Cortes si prese anche le piante del cacao e tutto tronfio ne fece dono a Carlo V.

All’inizio, in Europa, il cioccolato veniva sempre servito come bevanda, così come i Conquistadores avevano visto fare agli Aztechi, mischiandola al pepe e al peperoncino. Poi i monaci spagnoli, grandi esperti di infusi d’erbe  e di miscele, visto che quella bevanda era troppo amara, ci tolsero il chili e il pepe e ci aggiunsero  zucchero e  vaniglia. Era nato il cioccolato dolce e da quel momento in poi in Europa lo vollero tutti.

ENOP-0122I Conquistadores si erano portati via, fra piante strane, animali esotici e quintali d’oro, quasi mezza America, ma alla fine  portarono anche loro qualcosa nel Nuovo Mondo, la vite per esempio o gli animali d’allevamento, come le mucche, le pecore e il pollo… Chissà, forse per non sentire troppo la nostalgia di casa! Comunque, almeno in cucina, ci fu l’incontro di due culture perchè per il resto, dopo la crudeltà degli Spagnoli, della cultura india rimaneva poco.

Oggi la cucina messicana è ricchissima e molto conosciuta, ma occorre fare diverse distinzioni. Da una parte c’è quella, frutto di diverse e recenti contaminazioni con i paesi vicini, come  la Cal Mex e la Tex Mex, che hanno dato vita ai piatti più noti come i Nachos, i Burritos e le Quesadillas, cibi piacevolissimi, ma ormai tipici dei fast food e dei take -away.

Poi c’è quella, conosciuta come “Comida Prehispanica”, che è stata la meno soggetta  all’incontro con il cibo spagnolo e, anche se ancora è conosciuta, viene  però riservata ai  ristoranti specializzati o a particolari aree geografiche dove la tradizione si è mantenuta più viva. Oltre ai più  noti e tipici vegetali, usa alimenti poco comuni come le iguane, i serpenti a sonagli, i cervi, le scimmie ragno e alcuni insetti, cucinati ancora nello stile maya e azteco, come ad esempio le chapulines (cavallette) di Oaxaca, fritte nell’aglio con due tipi di peperoncino.

Infine c’è quella che si dichiara più autenticamente messicana ed è effettivamente nata dalla fusione e dall’incrocio dei modi della cucina spagnola e delle vecchie usanze precolombiane. Di questa non esiste un’ unica tipologia perché naturalmente  c’è una notevole differenza fra le zone interne e quelle costiere, ma se, da una parte, sicuramente come eredità spagnola, si ritrovano  tipi di carne come il manzo, il pollo o il maiale, dall’altra, l’influenza indigena, sarà sempre possibile rintracciarla nel chili, nei  peperoni, nel mais e nel cioccolato. Come rappresentante tipico di questo stile di cucina è stato scelto un piatto famoso, il “Pollo mole poblano”, nato a Puebla, sembra nel XVI secolo. Si racconta che le suore del convento Santa Rosa furono colte di sorpresa per l’inaspettata visita del Vescovo. Per servirgli un pasto adeguato alla sua carica, presero allora alla rinfusa tutti gli ingrediente e le spezie che trovarono nella dispensa, li mischiarono e riuscirono a fare una ricchissima salsa, al cioccolato, con la quale condirono l’unico volatile che possedeva il convento, realizzando così un anticipato esempio di cucina fusion col pollo spagnolo e il cioccolato azteco.

RICETTA DEL POLLO MOLE POBLANO per 4 personeChicken-Mole-Poblano

INGREDIENTI:  1 pollo, 1 peperoncino ancho, 1 peperoncino guajillo, 60 grammi di sesamo tostato, 25 grammi di mandorle, 25 grammi di arachidi non salate e senza buccia, 1/2 cipolla, 1 spicchio di aglio, 2 cucchiai di olio di mais, 25 grammi di salsa di pomodoro, 1/2 banana platano, 1/2 cucchiaino di coriandolo, 1 manciata di semi di finocchio, 3 chiodi di garofano, 1 cucchiaino di cannella, 50 grammi di cioccolato fondente, 1 cucchiaio di zucchero, 250 grammi di riso long rain, uvetta sultanina una manciata, tortilla q.b.

PREPARAZIONE: lessate un pollo. Quando è cotto spolpatelo eliminando pelle e ossa, sfilettate la polpa e mettetela da parte.

Private i peperoncini dei semi, e scottateli in un tegame antiaderente. Metteteli poi a bagno in acqua calda per 30 minuti per farli ammorbidire.

Fate dorare la cipolla dorata con l’aglio e i chiodi di garofano, aggiungete i peperoncini scolati e tritati, il sesamo tostato, le mandorle e le arachidi dopo averle tostate, l’uvetta sultanina rinvenuta in acqua tiepida e strizzata, la banana platano tagliata a rondelle e fritta in precedenza. Aggiungete la cannella, il coriandolo,i semi di finocchio, lo zucchero e la tortilla a pezzi.

Completate con la salsa di pomodoro,il cioccolato sbriciolato e fate restringere la salsa per un’ora. Al termine frullatela nel  mixer.

Lessate il riso e disponetelo su un piatto da portata. A lato  sistemate il pollo e conditelo con la salsa al cioccolato.

Mexico City, Paseo de la Reforma, Fountain to Diana the Hunter - Photo by SECTUR

Capodanno a cotechino e lenticchie!

futuraltamira-1Figuriamoci se quei colori così vivi e quei giochi di prospettiva erano stati dipinti 17.000 anni fa!  Di certo  doveva trattarsi di una colossale truffa. E dopo questo giudizio così definitivo, la comunità scientifica  francese e spagnola ci mise più di vent’anni a capire che  la mandria di bisonti, il gruppo dei cervi e quel cinghiale tutto solo, erano proprio autentici. Correva ormai l’anno 1902 e con una certa enfasi si batterono il petto, dissero mea culpa e paragonarono  le Grotte di Altamira alla Cappella Sistina del paleolitico. Ma lo scopritore Marcelino Sanz de Sautoula, non riuscì in alcun modo a rallegrarsene, dopo tante amarezze e accuse di falso, perché, nel frattempo era morto, ormai da quasi 15 anni.

Soprattutto per quanto riguarda il cinghiale,  la grotta di Altamira  aveva portato a un risultato sconvolgente, perchè  sino a quel momento si  era creduto che i primi rapporti degli umani con il selvatico abitante dei boschi  non risalissero oltre i cinquemila anni avanti Cristo quando, secondo la tradizione, in  Cina e poi in Mesopotamia,- gli uni all’insaputa degli altri, perché allora i rapporti non erano così frequenti- avevano cominciato a cacciarlo e poi ad allevarlo per le sue carni eccezionali. E invece ora veniva fuori che non solo la conoscenza era avvenuta molto prima, ma i nostri paleolitici progenitori lo dovevano conoscere molto bene, perché, mentre gli altri animali sono ritratti in gruppo, lui se ne sta lì isolato. Certamente già  avevano capito che così gli piace vivere, da solo, proprio come fa  ancora oggi, quando corre libero per le foreste.

Sicuramente intenso, ma sempre bivalente è stato il rapporto dell’ uomo con il cinghiale e poi con il suo discendente diretto il maiale, acinghiale2-1 volte  ammirato, a volte temuto  o addirittura disprezzato. I Druidi, tanto gli erano devoti che ne mangiavano le carni, sicuri di acquistare potenza divina e, guarda caso, lo  facevano il primo dell’anno, tradizione che per oscure vie è rimasta tutt’oggi.

I Greci, invece, spesso dovevano andare a cacciarlo, per necessità, perchè  lui, il grande mangiatore del bosco e dei campi, gli rovinava tutte le coltivazioni. Mosaico MontevenereCacciatori d’eccezione all’epoca furono Ercole, chiamato a salvare l’Arcadia dalla devastazione del predatore e Meleagro, uno degli Argonauti, che dovette correre in aiuto di suo padre, alle prese con  un furioso cinghiale che stava distruggendo il regno.  Quella caccia caledonia, rimase  veramente memorabile, tanto che per secoli, sui vasi, sui mosaici e sui sarcofagi, tutti hanno seguitato a ritrarla.

Gli Etruschi, nemmeno a dirlo, lo trattavano con reverenza assoluta, tanto che, con le  sue viscere ci predicevano il futuro e i fiorentini  gli sono andati appresso nella tradizione. Hanno copiato una famosa statua di marmo etrusca che raffigurava il cinghiale e l’hanno piazzata in mezzo a una fontana nella Piazza del Mercato Nuovo. Lì, ancora oggi, stranieri e gente di città gli vanno a toccare il naso in cerca di fortuna.

I romani, che nel frattempo, se l’erano ritrovato trasformato in maiale domestico, a parte i favolosi manicaretti che si  preparavano con le ricette di Apicio, gli erano molto grati perché, secondo la leggenda, era stata un a bianca  scrofa a indicare a Enea il punto in cui sbarcare nel Lazio. Ed è noto che, con quello sbarco, ebbe inizio la gloria di Roma! A Roma era inoltre oggetto di devozione, per la sua fertilità, simbolo dei cicli riproduttivi di tutta la natura, tanto che le giovani spose sapevano che era di buon auspicio  ingrassare i cardini della loro nuova casa con grasso di maiale.

Fra quelli che il povero maiale e il suo fratellastro, il cinghiale dei boschi, non lo potevano  proprio vedere, ci sono invece i cristiani e i  preti, che nel Medio evo gli  attribuirono le peggiori nefandezze.

Non solo gli tolsero il senso del sacro che gli avevano dato gli antichi, ma ne fecero il simbolo della lussuria, dell’aggressività e del male, tanto che in molti giuravano di aver visto, con i propri occhi, il diavolo sotto forma di maiale, scappare dal corpo di un’indemoniato,  quando il prete lo liberava dal maligno.

Oggi i tempi sono ovviamente cambiati, molte cose sono diverse, ma è rimasto il bruttissimo vizio di  utilizzare il nome del maiale come metafora agli insulti e come sinonimo di ciò che è sporco o disprezzabile.

Per fortuna che si dice pure “Del maiale non si butta nulla” ed è l’ antico detto a rivalutare questo generoso animale, capace di offrirci  oltre la sua carne fresca, autentici gioielli conservati come il culatello, il prosciutto, la mortadella, lo zampone, il salame, la pancetta,il guanciale, la salsiccia e… tante altre ancora, comprese le setole, con cui si fanno ottime spazzole.

maialeIl  maiale si mangia tutto l’anno, ma, durante le feste natalizie, una delle specialità che più prepotentemente arriva alla ribalta è   il “Cotechino”, vecchio ormai di qualche secolo, ma sempre giovanissimo di profumi e  gran sapore..

Sulle sue origini se ne sono dette tante, ma la più accreditata è quello che lo fa nascere da un momento di difficoltà. Era l’anno 1511 e Mirandola, una piccola città vicino Modena, era assediata dalle truppe del Papa Giulio II. L’inverno era freddo, le scorte erano finite  e la fame era alle porte. “Rimangono i maiali, è vero, ma sono bestie grosse – dicevano fra loro gli assediati-  e non si riesce a mangiarle tutte, prima che vadano a male. Ci sarebbe quindi un grande spreco e dopo pochi giorni avremo più fame di prima. Ma se lasciamo vivi i maiali e perdessimo la città – si dicevano pure – sarebbe un vero peccato far arrivare tutta questa abbondanza ai nostri nemici.

E mentre si perdevano in mezzo a mille dubbi, al cuoco dei signori di Mirandola, che anni prima aveva servito il grande Pico, il quale probabilmente gli aveva trasmesso qualche granello di genialità, venne l’ “Idea”, quella che poi sarebbe risultata possibile e vincente,  di conservare il maiale, opportunamente salato e cucinato, entro il suo stesso budello, legandolo alle due estremità. In tal modo il cuoco era sicuro che, seguendo le sue istruzioni, la carne  si sarebbe conservata e l’avrebbero così potuta mangiare, un po’ per volta “in loco”, o l’avrebbero portata via, abbastanza agevolmente,in caso di fuga.

La storia per i Mirandolesi non finì bene e a battezzare il “Cotechino”, ultimo nato  fra le tante specialità del maiale, furono proprio le truppe del Papa… in compenso però era nato un grande piatto.

In sostanza si tratta di un insaccato composto da un impasto di carne magra, grasso e cotenna di suino, cui viene aggiunto sale, pepe,  spezie e spesso vino, chiudendolo infine in un budello che all’origine era naturale e, con l’andar del tempo, spesso è stato sostituito da quello artificiale.

All’inizio lo preparavano interamente a mano, i “salsicciari” modenesi, per il consumo specifico della città e dei suoi dintorni, ma doveva aver acquistato una notevole diffusione in tutta la Regione, come piatto tipico, perché compare in un Calmiere del 1745, con il prezzo indicato a fianco.

Nell’anno successivo uscì anche  la prima ricetta ufficiale, ma è solo agli inizi del XX secolo che il cotechino cadde nelle mani di un grande cuoco, Pellegrino Artusi che, con la ricetta del “Cotechino Fasciato” gli  conferì  la patente di nobiltà facendolo uscire dal suo  “piccolo mondo antico” per lanciarlo prima in ambito nazionale e poi internazionale.

Lenticchie e cotechinoOggi il cotechino, che prende il suo nome dalla ” cotenna” di maiale, uno dei suoi ingredienti fondamentali, viene prodotto industrialmente, ma non si tratta di un prodotto standard perché presenta notevoli varianti per quanto riguarda le spezie… impossibile conoscerle, ogni casa di produzione le nasconde gelosamente.

A parte il fatto che in alcune regioni come la Lombardia il Piemonte e il Veneto, il Cotechino entra nella composizione dei famosi “Lessi Misti”, questo insaccato ha un ruolo fondamentale nella cena di Capodanno e va rigorosamente mangiato assieme alle lenticchie. La tradizione delle lenticchie risale a un’usanza degli antichi Romani che, in occasione dell’anno nuovo, erano soliti regalare un portamonete con le lenticchie, augurando  che si  trasformassero, nel corso dell’anno, in monete d’oro. La tradizione si è saldata con il cotechino con la variante che il numero delle monete d’oro dipenderà dal numero delle lenticchie mangiate. E allora via e  senza troppi freni perché  questa sera di festa, se la fortuna ci assiste, ci potrà forse regalare un intera vita di felicità.

La ricetta consigliata  si basa sul cotechino non precotto che si può  trovare in commercio. Per 6 persone occorrono due salsicciotti da 300 grammi ciascuno.

Si gettano in pentola i salsicciotti, nell’acqua che bolle e si fanno cuocere a fuoco moderato e secondo i tempi indicati sulla confezione. Quando sono cotti  si passano sotto l’acqua corrente  caldaper togliere loro ogni residuo di grasso uscito fuori durante la cottura. Poi si tagliano a fette.

Sono necessari circa 400 grammi di lenticchie di tipo medio, che secondo le istruzioni, riportate sulla confezione, debbono essere tenute preventivamente a bagno per un certo numero di ore  o messe subito a cuocere.

In una pentola si fnno scaldare in 4 cucchiai d’olio extra vergine d’oliva, 1 spicchio d’aglio unitamente a 1 gambo di sedano e dopo qualche minuto si aggiungono le lenticchie. Si tolgono aglio e sedano dalla pentola, si aggiunge acqua fino a coprire le lenticchie e si regola di sale. Se durante la cottura l’acqua fosse insufficiente se ne aggiunge altra bollente, fino a cottura ultimata. Quando le lenticchie sono cotte si scolano.

Mentre le  lenticchie si cuociono si prepara il sugo facendo dorare appena in una padella 1 spicchio d’aglio assieme a 1  gambo di sedano tagliato a piccoli pezzi, poi si aggiunge 400 grammi di passata di pomodoro, si sala il tutto e si fa ritirare la salsa per circa 20 minuti. Al termine si aggiungono le lenticchie  che si fanno insaporire per circa 10 minuti e infine il cotechino tagliato a fette. Dopo 10 minuti si spegne il fuoco. La preparazione acquista più sapore  se si prepara qualche ora prima e si scalda dolcemente prima di portarla in tavola. Se, nell’attesa, si fosse troppo “ristretta,” si può aggiungere qualche  cucchiaio d’acqua preferibilmente tiepida mentre si riscalda.

Buon Anno e felice Anno Nuovo!

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