Pellegrino Artusi… I filetti d’orata del Padre della Patria!

Che nel  1860 l’Italia  fosse stata “fatta” è cosa nota, che, però, restassero da fare gli italiani, lo andava dicendo uno dei suoi figli più illuminati, quel Massimo d’Azeglio, che era stato statista scrittore,  pittore,  patriota….   Ma non era cosa facile da realizzarsi dopo  quattordici o quindici secoli che si viveva divisi in  Statarelli, Contee e  Marche, con le spalle rigirate l’un contro l’altro…  Le tradizioni  avevano  preso strade diverse e  persino i Santi protettori dei  paesi più vicini non si conoscevano fra di loro.  Non parliamo poi del linguaggio… Italiano si fa per dire… Una delle cause delle battaglie perse nel  1848,  durante la 1° guerra di Indipendenza, sembra  fosse dovuta al fatto  che il colorato esercito di entusiasti volontari calabro- lucano- napoletani non riuscisse a capire gli ordini che lanciavano loro quei  ruvidi ufficiali a cavallo, nel loro ostico linguaggio piemontese… Ciascuno  pensò dunque che era giunto il momento di  rimescolare le carte e, mentre,   in politica arrivavano i  deputati di tutte le regioni,  Manzoni, prima di tutti, andò a “risciacquare i panni in Arno”, cercando  di  far diventare Toscano  quel suo modo di scrivere che,  più che lombardo sembrava longobardo….

Ci fu qualcuno  che in questo sforzo all’unità prese  vie diverse… All’apparenza meno auliche e nobili, nella sostanza ugualmente importanti… Si chiamava Pellegrino Artusi e a parte la sua stazza notevole, poteva sembrare un borghese piccolo piccolo, per essere nato figlio di droghiere, aver fatto il mediatore finanziario e il commerciante di seriche stoffe… Nato suddito dello Stato della Chiesa, in quel di Romagna, morì italianissimo e toscano, dopo aver vissuto  gli ultimi 60 anni della sua lunga vita a Firenze, la città che fu per  ben cinque anni anche capitale del nuovo regno… Per la verità si era anche interessato di altri aspetti del sapere, ma non se ne era accorto quasi nessuno e finì per diventare il Padre della Patria  della “Scienza in cucina e l’arte  di mangiar bene…”

Pellegrino Artusi, l’immagine stessa dell’uomo tranquillo –  che per sua stessa ammissione  riconosceva solo nella nutrizione e nella propagazione della specie,  le funzioni principali della vita – aveva avuto invece alcuni momenti fortementte drammatici e movimentati…  La vita  sua e della famiglia   venne sconvolta per sempre dall’incursione del 25 gennaio 1851 a Forlimpopoli  del  Passatore, che  al di là di quello che  scrisse Pascoli,  forse era davvero il re della strada e della foresta, ma “cortese, inteso come brigante, non lo era affatto… Infatti  prese in ostaggio, nel teatro della città, tutte le famiglie più  facoltose, rapinandole una per una.  E in mezzo ci finirono pure gli Artusi, anche loro in bella vista  a Teatro  …  E non gli bastaroro i soldi dei signori e i gioielli delle signore…  Quelli della banda stuprarono alcune donne, e tra queste Gertrude,  una delle sorelle  di Pellegrino che, impazzita per lo shock,  non si riprese più e finì in manicomio.

Neanche la famiglia si riprese e fra vergogna  e rabbia, in pochi mesi si trasferì e se ne andò a Firenze… E pensare  che per poco si sarebbe potuto evitare quel dramma… Il  Passatore infatti morì ucciso solo due mesi dopo.

A Firenze l’ Artusi,  subito preso da quello spirito rinascimentale  che forse ancora aleggiava in città,  si dette tutto insieme alla scienza e alla letteratura, mischiandole in un unico sapere. Scrisse  una biografia di Ugo Foscolo e una critica a trenta lettere di Giuseppe Giusti. Di essi  pagò la stampa di tasca sua, ma  nessuno  li lesse mai …  Invece la sua passione per la scienza e soprattutto per quella applicata, tipica  del secolo del positivismo, ebbe più fortuna.

artusiIl manuale, dal titolo La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, dopo un  breve insuccesso al suo apparire  nel 1891,[3] fece raggiungere subito dopo  al suo autore la popolarità , che non è più venuta meno… e sono ormai  più di 120 anni… Ma cosa lo spinse a scrivere di cucina, lui  che era stato mercante e sapeva di finanza, ma che cuoco non era? Forse il fatto che proprio  la sua attività di venditore l’aveva portato a viaggiare e a provare i cibi di un bel pezzo d’Italia…   Così nacque la voglia di riunire in un ” testo unico” l’infinita varietà delle ricette  sparpagliate in ogni regione e dare ad esse un linguaggio   comprensibile a tutti… Tradurre cioè,  la confusa tradizione orale delle osterie  e gli scritti ancora più confusi  che sovrapponevano le fasi di cottura  e usavano termini  approssimativi  tipo un “mucchietto”, “un pezzo”, o un “appena appena” in qualcosa di più preciso che rendesse  facile e accessibile il lavoro del trattore o della donna di casa. Non sempre l’Artusi indica le quantità precise,  ma la strada verso la scienza della cucina l’aveva proprio spalancata…  Un vero lavoro da scienziato che usa un metodo induttivo e sperimentale, perché ogni ricetta prima di inserirla nella sua voluminosa opera, la volle testare più volte,  naturalmente assaporandola.  E neanche questo gli bastò…. Teneva una vera e propria corrispondenza, che andò avanti per anni con gli addetti ai lavori o le semplici casalinghe, che davano suggerimenti o raccontavano di varianti…  E lui tutto accoglieva e testava in un continuo processo  di comunicazione  a più vie… Alla fine fece più lui per unire gli italiani in un comune sentire, di tutti quei politici dotti , pomposi  e spesso corrotti che ben presto cominciarono a spargere sfiducia e delusione….

Molte delle ricette di Pellegrino Artusi hanno la ricchezza prorompente dei cibi di Romagna con tortellini, zamponi e ragù dalle molte carni, ma largo spazio  viene dato  anche a ricette semplicissime, condite con pochi ingredienti, per le quali, l’unica rigorosa  parola d’ordine è l’alta qualità delle materie prime…

Fra esse abbiamo scelto una ricetta di pesce,  in cui sono state precisate le quantità  – omesse dall’Artusi –  e  modificati i mezzi di cottura, dall’autore  previsti col fuoco di legna. Si tratta di una ricetta  molto estiva, affidata al profumo delle erbe e che può essere utilizzata per più tipi di pesce come  sogliola, spigola ,orata.

FILETTI DI ORATA AL PIATTO. DSCN25212

INGREDIENTI  per 4 persone: 4 orate  freschissime non di allevamento, del peso medio ciascuna di 450 grammi, 4 spicchi d’aglio, 4 mazzetti di  prezzemolo, olio extra vergine di oliva, q.b. , sale e pepe q.b., 4 pomodorini pachino (facoltarivi), 1 bicchiere di vino bianco secco

PREPARAZIONE: preparate un battuto con il prezzemolo l’aglio, il sale, il pepe e l’olio e mettetelo da parte. Poi  sfilettate le orate. Per fare un buon lavoro avete bisogno  di tre attrezzi: un coltello flessibile e affilato, specifico per sfilettare il pesce, un paio di forbici da cucina e uno “squamatore”, un attrezzo che, appunto, toglie  le squame. Ponete  il pesce su un tagliere  poi con le forbici  fate un taglio sul ventre  sino sotto la testa ed estraete dalla cavità, con le mani, le interiora e gettatele via. Lavate bene il ventre del pesce sotto l’acqua corrente  e  poi passate a  eliminare  le pinne  tagliando  con le forbici prima le due  pinne laterali situate vicino alla testa  poi  la pinna caudale situata sotto il ventre. Con lo  squamatore squamate accuratamente l’orata,  andando “contro squama” cioè  passando ripetutamente l’attrezzo dalla coda verso la testa  e poi risciacquate il pesce sotto l’acqua corrente. Ponete  di nuovo l’orata sul tagliere ed eliminate le branchie (situate sotto le due aperture semicircolari poste ai lati della testa), estraendole manualmente, quindi con il coltello sfilettatore incidete la testa ed eliminatela,  poi  sempre con lo stesso coltello cominciate a muovete la lama  sotto pelle dall’alto verso il basso, orizzontalmente rispetto al piano di lavoro, per ricavare il primo filetto. Allo stesso modo procedete per ricavare il secondo filetto, spolpandolo però con molta attenzione dalla lisca con  cui si troverà a contatto.  A questo punto avrete ricavato tre filetti dalla prima orata. Non vi resta che procedere allo stesso modo  anche per gli altri pesci. Senza togliere la pelle di fondo ai filetti che l’hanno conservata, passateli ognuno nel battuto e lasciateli insaporire per circa mezz’ora. Poi scaldate  l’olio in una padella  insieme  a un’altra parte di  battuto e ponetevi sopra i filetti fino a riempire la padella stessa. Fateli cuocere senza rigirarli per circa 10 minuti e comunque sino a quando il filetto non diventi interamente bianco e poi aggiungete  il vino e fatelo  evaporare.  Il pesce così cucinato può essere mangiato anche dai bambini, perché l’alcol evapora completamente. A piacere in questi ultimi minuti potete aggiungere il pomodorino tagliato a pezzi, anche se la ricetta originale non lo prevede. Se la padella non è stata sufficiente per accogliere tutti i filetti ripetete l’operazione ripartendo battuto e vino. Serviteli caldi decorandoli con qualche ciuffo di prezzemolo.

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Gli Agnolotti del lunedì per Marco Travaglio!

Ha un viso  che improvvisamente si illumina quando sorride… Ma lo fa poco e,  in genere, quello strano pallore e  gli occhi di ghiaccio mettono  soggezione… Ha una bella voce e un tono pacato, distaccato…      Quasi monotono… Ma  in realtà scatena l’ansia!  Le sue non sono mai semplici enunciazioni,  ma fatti  e ricordi spesso nascosti dal tempo, che all’improvviso balzano in primo piano…… Evocata, entra Madama Pace… scriveva Pirandello e allo stesso modo, con quel rigore quasi maniacale con cui si documenta, lui evoca  dai suoi appunti che smuove appena, con le mani che, leggère,  li toccano, personaggi dimenticati  che  tornano sulla scena…Tempi del passato  che si  saldano  agli istanti del presente,  concatenazioni di causa ed effetto che diventano un trattato di logica …

Molti nemici, tanti detrattori… Qualche grande maestro… Uno è Indro Montanelli…  Lui, Marco Travaglio, confessa di essere un liberale  come Montanelli e proprio come lui, di aver avuto, almeno in alcuni periodi della sua vita, un odio viscerale per tutto quello che  era sinistra o   matrice comunista… Strane affermazioni tuttavia per un uomo che buona parte della sua vita   l’ha trascorsa a scrivere per giornali  come l’Unità e Repubblica.

Quel modo gelido, obiettivo, da reportage neorealista che ha, di scrivere e di raccontare, probabilmente lo ha imparato  nel liceo cattolico, dove ha studiato… i Salesiani, si sa, sono dei grandi  formatori, ma il rigore scientifico,  quello sicuramente  glielo ha inculcato  Indro Montanelli, che nella sua cattiveria da maledetto toscano, agiva sempre con immenso rispetto della verità…. E sempre pronto a ricredersi se sbagliava… Ma l’allievo  deve aver superato il maestro, se lo stesso Montanelli diceva di Travaglio “È un Grande Inquisitore, da far impallidire Vyšinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin. Non uccide nessuno. Col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”

Con Montanelli doveva lavorare proprio bene Travaglio perché quando era ancora  corrispondente da Torino de “Il Giornale” rifiutò un ingaggio propostogli da Repubblica… Montanelli che era un galantuomo lo fece assumere in pianta stabile… Travaglio poi  seguì Montanelli nel 1994 nell’avventura sbagliata de “La Voce”… e solo dopo la sua chiusura si mise sul mercato come battitore libero… e fra i tanti giornali approdò anche a Repubblica, perché, come spiegò lo facevano lavorare liberamente.

Di scoop ne ha fatti tanti, sembra abbia quasi un perverso piacere a scoprire e confrontarsi con il male… Gli si schierarono tutti contro quando pubblicò su un giornale chiaramente di destra come “Il Borghese” le intercettazioni telefoniche che seguirono all’arresto di Adriano Sofri, accusato di essere il mandante dell’omicidio Calabresi…   E da quelle telefonate viene fuori  uno spaccato della realtà  italiana sicuramente poco esaltante… In cui i massimi esponenti di  “Lotta Continua,” il gruppo estremista e sovversivo, avevano in realtà  solidi rapporti col partito istituzionale che da anni governava l’Italia… Il Partito Socialista di Bettino Craxi… Emblematico, di quella brutta storia e  di tante storie dell’Italia malata e vigliacca, il fuggi fuggi dei più autorevoli big socialisti non appena si ebbe sentore dell’arresto di Sofri… Le intercettazioni sono spietate… E forse il cattivo non era Travaglio.

Un altro grosso colpo al sistema, Travaglio lo  assestò nel 2001 con  il suo libro-inchiesta L’odore dei soldi, scritto con Elio Veltri, in cui avevano cercato di risalire  all’origine dell’arricchimento di Silvio Berlusconi e ai possibili coinvolgimenti del Cavaliere e di Marcello Dell’Utri con esponenti di Cosa nostra… Per anni Berlusconi e Dell’Utri hanno negato tutto, ma la sentenza più recente con i sette anni di condanna a Dell’Utri ha dimostrato che Travaglio non aveva poi tutti i torti.

Il Cavaliere nel suo decennale, appena interrotto dal governo Prodi, ha fatto chiudere diverse trasmissioni dei suoi oppositori… “Annozero” di Santoro e “Il Fatto” di Enzo Biagi con cui Travaglio collaborava… Ma la bocca, al terribile Marco non è riuscita a chiuderla nessuno. Imperterrito fustigatore di costumi, dopo un lungo periodo di collaborazione a L’Unità, nel 2009, si è aperto un giornale in proprio  assieme ad  Antonio Padellaro  e, in memoria dell’altro grande maestro, il mite, grandissimo Enzo Biagi,  distrutto da Berlusconi, l’hanno chiamato “Il Fatto Quotidiano” … La prima regola che si sono dati, in tempi di facili sovvenzioni, non prendere soldi dallo Stato.

Brillante,  cattivo, in controtendenza con destra e sinistra, perchè sempre alla ricerca della verità, “il Fatto Quotidiano” non ha risparmiato critiche al Presidente della Repubblica per quelle strane telefonate intercettate fra Napolitano e l’ex Ministro Mancino coinvolto nella trattativa Stato – Mafia e, recentemente, ha anche infuriato contro uno dei pochi miti rimasti nel cuore degli Italiani, dimostrando come  Emma Bonino, in lista per raggiungere il Colle, avesse in realtà per anni appoggiato la politica di aggressione dell’America a paesi come l’ex Jugoslavia e l’Iraq…

Il monologo più drammatico, aggressivo e profondamente  umoristico, dove si ride, anche se con molto amaro in bocca, forse Travaglio l’ha interpretato il 18 aprile a Servizio Pubblico, la trasmissione risorta dalle ceneri di Annozero… Se l’è presa con l’imbelle, incapace Pd che  ha bruciato in pochi mesi la possibilità di vincere elezioni già vinte, non è riuscito a mettere in piedi un governo e si è fatto  bocciare  tutti i suoi candidati alla Presidenza della Repubblica… Alla fine della lettura, Travaglio  sconsolato conclude:

“Bersani è il settimo leader che si fuma il centrosinistra in 20 anni, mentre a destra c’è sempre e solo B”. “Ma questi (il PD) –  si chiede con la sua impassibile faccia- sbagliano ininterrotamente da 20 anni o sono 20 anni che sono d’accordo con Berlusconi?”

Scomodo, arrogante, polemico, Travaglio non è solo l’Inquisitore di Montanelli… Spesso sembra animato da un sacro fuoco… quasi religioso… E con quegli occhi accesi e  indagatori e la  voglia di “cupio dissolvi”, fa venire piuttosto in mente Savonarola o Martin Lutero…  Ma  per fortuna che esiste! Perché in un’Italia povera e sconfitta con la distruzione morale che si trascina appresso, come la palla al piede di un condannato, abbiamo ancora Marco Travaglio, qualcuno che ci costringe a ragionare, ad aprire gli occhi e forse…  Se riusciamo a tenerli ben aperti, tutto non è perduto!

Marco Travaglio è torinese, riteniamo che gli piacciano gli agnolotti che da quelle parti fanno in modo eccezionale e con molta saggezza…Perchè spesso di lunedì c’è la tradizione di prepararli riciclando gli avanzi di carne del giorno di festa… Quelli che presentiamo dunque sono una proposta che potrete variare a vostro piacimento e secondo le carni di cui disponete… Arrosto di coniglio, stufati vari,animelle etc…

AGNOLOTTI PIEMONTESI DEL LUNEDI’8191b

INGREDIENTI per 6/8 persone: stufato di manzo circa 350 g, arrosto di maiale 200 g, salsiccia a metro 100 g, cervella di vitello 100 g, un cespo di scarola, 6 uova, 1 pizzico di noce moscata, parmigiano grattugiato 4 cucchiaiate abbondanti più 100 g per condire gli agnolotti, burro 120 g, sale q.b., farina bianca 600 g, acqua 250 g, tartufo 10 g e qualche foglia di salvia.

PREPARAZIONE: lessate leggermente e in pentolini separati la salsiccia e le cervella. Lessate la scarola, solo per pochi minuti, strizzatela, tritatela e insaporitela in poco burro, il resto servirà per condire gli agnolotti. Tritate finemente tutte le qualità di carne e la salsiccia mettendole in un recipiente a cui aggiungerete la scarola, un pizzico di sale, una grattata di noce moscata e 3 uova intere mescolando accuratamente l’impasto.

Con la farina, le restanti 3 uova e l’acqua preparate la pasta e poi stendete con il mattarello due sfoglie sottili, mantenendole coperte fino al momento del loro utilizzo. Dal composto di carni ricavate pallottoline grandi quanto una nocciola e sistematele sulla sfoglia distanziate fra loro ricoprendoil tutto poi con altra sfoglia, premendo con le dita tra un ripieno e l’altro e successivamente utilizzando una rotellina dentata ricaverete agnolotti di sfoglia quadrata. La  tradizione vuole che questi ravioli siano serviti come piatto in brodo, ma si possono anche presentare asciutti cuocendoli sempre però in brodo. Si passerà a condirli poi con burro fuso, qualche foglia di salvia, una spolverata di parmigiano e sottile fettine di tartufo.

La bellissima Lana Turner e… i Macaroni and Cheese!

 Era la bionda più platino di  Hollywood dopo Jean Harlow e prima di Marylin Monroe, ma senza la leggerezza e l’ironia con cui le altre due riuscivano a sdrammatizzare la loro immagine di dive e di divine. Pensare  a Lana Turner significa pensare alle vistose ville di Beverly Hills, a piscine sempre azzurre, roteanti visoni, tacchi a spillo… e atletici amanti coi denti e le camicie bianche sulla pelle abbronzata. Tutto in lei parlava di lusso e di opulenza in uno stile  di vita che. secondo  gli schemi di hollyvood, doveva costituire il clichè della donna fatale   adatta a interpretare personaggi melodrammatici ed eccessivi.

Del dramma e della violenza che avevano sconvolto la sua infanzia, nel mondo dorato di Hollywood, non se ne doveva parlare. O forse neppure si sapeva di quel minatore rapinato e ucciso mentre tornava a casa pieno di soldi vinti in una bisca. Quando il padre morì in quel modo barbaro la ragazzina aveva meno di dieci anni e lei e sua madre si trovarono sul lastrico.

Ma era così bella che  la notarono presto, mentre a 14 anni, così dice la leggenda, chissà quanto addomesticata, stava bevendo un frullato di frutta in un bar  di Hollywood, dopo aver marinato la scuola. Fu un golfino troppo stretto a mettere in risalto, durante la scena in cui veniva assassinata, il piccolo ruolo che le avevano affidato nel film “Vendetta”. Da allora e per molti anni fu “The Sweater Girl” e le parti che le venivano affidate facevano sempre leva sul suo portamento provocante e…  quel petto che sembrava scolpito. Il vero successo lo ebbe con due film molto belli ma anche estremamente violenti. Sembrano quasi una metafora di quell’orrore che in un modo o nell’altro la perseguiterà per tutta la vita… Ne “Il Dr Jekilll e Mister Hide” è solo una testimone della mostruosità che le gira intorno, ma  ne “Il postino suona sempre due volte”  la violenza la vive  in prima persona, nella parte della moglie adultera che spinge l’amante a uccidere il marito.

Nel film Lana Turner è un ‘interprete di grande  efficacia, ma dall’erotismo sotteso, quasi inespresso, per rispettare i rigidi canoni moralistici che il cinema degli anni ’50 si era imposto. La stessa ipocrisia faceva parte della vita della bella attrice che passava da un marito a un’amante con grande  disinvoltura privata, ma poca visibilità pubblica. Quell’irrequietezza, quella voglia di nuove  esperienze,  la portava a cercare sempre nuovi sex symbol al maschile, da parcheggiare nella sua camera da letto. Di certo nascondeva una grande insicurezza, una costante voglia di piacere che doveva calmare il senso di inadeguatezza che spesso la prendeva in quell’ambiente di lusso, lei che veniva dalla povertà più nera, con poche scuole e la macchia di quell’ equivoco assassinio del padre  nella sua infanzia.

Nel 1958 era all’apice della bellezza e della  carriera con quel film torbido “I Peccatori di Peyton” che le era valsa una nomination all’Oscar. Aveva avuto già quattro mariti e un cospicuo numero di amanti fra cui, quelli più celebri erano stati Tyrone Power, Frank Sinatra, Howard Hughes, e chissà chi altro. Ora aveva una figlia che stava crescendo a vista d’occhio, alta e slanciata già a 14 anni, ma sicuramente difficile. E questo Lana Turner non l’aveva percepito abbastanza, anche se la ragazzina già una volta era scappata dal collegio.

BeFunky_cheryl-crane-3.jpgDa alcuni mesi Lana frequentava  un tipo impresentabile, di bell’aspetto, il gangster Johnny Stompanato. Subito dopo la guerra aveva gestito locali equivoci in China ed era finito in bancarotta. Tornato in America  aveva venduto paccottiglia spacciandola per opere d’arte finché non diventò il guardiaspalle del gangster emergente Mickey Cohen. Sotto la  protezione di Cohen ora organizzava furti nelle gioiellerie e aveva un giro di ragazze ben avviate alla prostituzione… La passione iniziale di Lana  si era ben presto trasformata in paura per quella violenza che Stompanato aveva nei suoi confronti. Minacce e botte erano all’ordine del giorno e mentre lei cercava di non farsi vedere in giro con Stompanato, lui convocava apposta le conferenze stampa per mostrarsi al fianco dell’attrice.

La tragedia era sicuramente nell’aria, ma non nella forma in cui arrivò. C’era da espettarsi che Stompanato usasse quella pistola che già una volta aveva tirato addosso alla Turner o che la sfregiasse come aveva già minacciato. Invece fu Cheryl la figlia 14 enne di Lana, a casa per le vacanze, a entrare nella stanza dove i due stavano litigando furiosamente e a piantare nella pancia del gangster la lunga lama del coltello che si era portata su dalla cucina…

  La ragazza non fu condannata…14 anni, legittima difesa e avvocati d’eccezione. Dopo seguitò a essere  per un po’ una ragazza difficile… Da un istituto di rieducazione fuggì e per un momento si pensò a una vendetta di Cohen perchè Cheryl aveva ucciso il suo pupillo. Qualche anno dopo gli trovarono l ‘auto imbottita di Marijuana… Solo col tempo ritrovò il suo equilibio con un lavoro come agente immobiliare e un libro liberatorio sulla vita di sua madre.

Per Lana la carriera era praticamente finita e cercò di consolarsi con qualche marito in più e, dopo qualche anno, con un riavvicinamento con la figlia che, per lei, fu una cosa preziosa. Certo i dubbi su quell’assassinio ci sono stati! C’è una foto di qualche giorno prima della morte del gangster in cui compaiono la Turner, e poi Cheryl stessa e Stompanato che si guardano sorridenti, come in  amicizia o in confidenza… Perchè dopo  quell’ira terribile? E perchè Lana Turner corse a lavare il coltello dell’omicidio prima che arrivasse la polizia? Perchè uccidere Stompanato se poi trovarono le valigie quasi pronte, segno evidente che stava andando via dalla casa della Turner?  Qualcuno sospettò che la ragazza si fosse invaghita del gangster e l’uccise per gelosia, qualcuno che a uccidere sia stata Lana Turner perchè Stompanato molestava la figlia… Ma i dubbi non li risolse nessuno!

Lana Turner abbastanza lontana dal cinema, salvo qualche ritorno sporadico, fu più serena. Qualche volta fu ritratta con abiti meno sontuosi e i capelli meno impeccabili. Probabilmente ritornò almeno in parte, dopo aver superato l’impatto con la tragedia, la ragazza semplice della sua gioventù alla quale piaceva ballare a e andare al cinema… a vedere i film degli altri.

La cucina era sempre stata la sua passione. Ai compleanni della figlia aveva sempre fatto preparare torte originalissime a tanti piani o  con un buffo tettuccio  come una giostra. Il giorno del ringraziamento era solita preparare  il tacchino ripieno e apprezzava soprattutto la cucina mediterranea, anche se un po’ riadattata per il suo gusto da tipica americana, come questi :

MACARONI AND CHEESE

INGREDIENTI per 8 persone: 85 grammi di burro,65 grammi di farina 00, 1lt. di latte caldo, 120 grammi di panna fresca, 250 grammi di Cheddar o in alternativa Tete de Moine o Gruyère, 200 grammi di pecorino romano grattugiato, 250 grammi di maccheroni, 1 cucchiaino raso di sale kosher, 1/2 cucchiaino di noce moscata grattugiata fresca, 1 cucchiaino di pepe nero macinato fresco, 1/2 cucchiaino di pepe di cayenna, sale .

PREPARAZIONE: scaldate il forno a 180°C. Fondete il burro in una casseruola su fuoco medio e quando comincia a spumeggiare unite la farina, e cuocete mescolando per 2 minuti circa. Poi versare lentamente il latte caldo seguitando a mescolare e portate a ebollizione. Continuate a farlo sobbollire, anche abbassando un poco la fiamma, per 3 minuti.

Togliete dal fuoco,unite la panna, il sale a piacere, la noce moscata, il pepe nero, il pepe di cayenna e 3 /4 dei formaggi.

Cuocete i maccheroni molto al dente in una pentola con abbondante acqua salata. Scolate e tenete da parte 1 mestolo dell’acqua di cottura. In una pirofila imburrata trasferite i maccheroni, l’acqua di cottura e la salsa al formaggio mescolando accuratamente. Cospargete con i formaggi residui e mettete in forno caldo a 180°C per circa 20 minuti, fino al formarsi di una crosta dorata, mentre il formaggio ribolle.

DETROIT PIZZA STYLE: da gustare sul lago!

DetroitSunrise“Rivière du détroit”chiamò la località il suo primo esploratore bianco Padre Hennepin. Qui dove i laghi Huron ed Erie sembra si vogliano dividere, lasciando solo uno stretto passaggio per le acque, sorse nel 17o1  un insediamento fortificato. I francesi lo chiamarono pomposamente Fort Pontchartrain du Détroit, ma in seguito, quando gli inglesi, nel 1763 ne presero possesso, col loro senso pratico, lo ridussero  più sbrigativamente  a Detroit. Entra  bustling-detroit-19102ufficialmente negli Stati Uniti nel 1796, ma è solo nella seconda metà dell’800 che la città viene alla ribalta come una delle più ricche e fiorenti di tutta la Confederazione. Chi poteva sospettare all’inizio il destino d i Detroit? Il luogo dove sorgeva il Forte era stato scelto a fini militari perchè consentiva lo sbarramento a tutti i nemici, dalle acque del sud e da quelle del Nord e invece la città  finì per emergere come centro nevralgico  della rete dei trasporti, che dai Grandi Laghi e lungo il fiume San Lorenzo, arrivavano all’Oceano. Poi dai trasporti si passò ai cantieri navali ehenryford1_200-e9c70398def6d6a9fd6bc0d145b42603e7868cd8-s6-c10 all’indotto…  e, presto, fu Gilded Age. In quel periodo  la città veniva chiamata la “Parigi dell’Ovest”, per le sue  grandiose ed eccentriche  architetture e perché di notte  risplendeva tutta per la sua modernissima illuminazione stradale elettrica. Come una falena ne fu attratto Henry Ford che, arrivato in città nel 1888, andò subito a lavorare alla società elettrica  di Thomas Alva Edison. Certo nel tempo libero inseguiva i suoi sogni  e il primo “quadriciclo” usci in strada nel 1896. Gli mancava ormai solo  la costruzione di un impero, ma per quello si inventò la catena di montaggio con cui lanciò la produzione in serie. La mitica Lizzie usci nel 1908, ma nel  1927  ne erano stati costruiti 15 milioni di esemplari.

Detroit con l’arrivo di Chrisler e General Motors  seguitò a collezionare primati, prima città al mondo nell’industria automobilistica, prima al mondo a costruirsi un’autostrada, la Davison e un’eccezionale successo nella riconversione dell’industria bellica.

Ma intanto… erano arrivati i conflitti sociali e quelli razziali, con l’emigrazione in massa dei neri dalle città del sud. Nel momento di massimo splendore, negli anni ’50 e forse anche un po’ prima, la città cominciò a covare la sua rovina. La parte Sud Est si spopolava e si degradava, le piccole attività commerciali dei bianchi chiudevano in massa, le entrate fiscali diminuivano. Un declino ancora lento che negli anni ’70  divenne esplosivo, con la crisi petrolifera.Troppo costoso mantenere le grosse cilindrate americane, meglio le piccole utilitarie europee .. .E la città finì in ginocchio.

Decenni per  tirarla sù, renderla più sicura, eliminare le bande di strada, convertirla al terziario, ai Casino, al turismo.  Un po’ di fantasia e ora  si vanno a visitare i Distretti, quelli con le memorie e gli edifici storici, come il Lafayette Park e  il Mies Van del Rohe…  e  tutto il resto che si è salvato dall’incuria e dalla desolazione ! Mid Town per fortuna è rimasta viva, ci sono ancora molti 02bp-hulkresidenti, i musei, i centri culturali e così la gente arriva. Alcuni sono di sicuro quelli del “Turismo post – catastrofi”, ma tanti   vengono per il Festival of Arts.

Poi quando nessuno ci credeva più, l’industria automobilistica ha un revival e fa un balzo in avanti!  Ford e General Motors si riprendono, Chrisler chiude il 2012 con un utile netto di un miliardo e mezzo di dollari! Forse se qualche anno ancora andrà bene, ricominceranno a pensare anche al grande sogno incompiuto di Ford, l’auto ecologica!

Ma nella disgrazia dei tempi qualcosa non ha conosciuto mai crisi: La musica e… la Pizza!Madonna

La musica ha dominato le notti di Detroit dagli anni ’40, con i locali “live” e i teatri… E chi suonava  o cantava  a Detroit  era già  un big o lo sarebbe diventato. Nel Blues degli anni ’40 c’è John Lee Hooke,  il Jazz invade tutta la città negli anni ’50.  Dal ’70 il Rock porta sui palchi Alice Cooper, Glen Frey, Bob Seger  mentre  i Kiss cantano”Detroit Rock City”.

Ed è sulla musica nera che  si forma Madonna che, solo a 19 anni, se ne andrà a New York… Ma a Detroit, intanto, nascerà la Techno Music e negli anni ’90 il “Garage Rock”… e poi verrà Eminem, il rapper che celebra Detroit nel film “8 Mile.” Festival, concerti, Music Conferences… Detroit è sempre in testa!

E la Pizza? Spessa, corposa e nel segno del formaggio, la Pizza comincia  a Detroit il suo cammino trionfale. Correva l’anno 1946 e Gus Guerra, un ristoratore di origini siciliane, si arrovellava il cervello in cerca di qualcosa di nuovo. Tutti  i ristoranti e i take – away sfornavano ” Fish and Chips” per i soldati che stavano tornando dalla guerra, ma Gus  capiva che lì c’era troppa concorrenza e quel piatto  di pesce e patatine fritte in fondo… Proprio non gli piaceva.” Ci pensò la nonna, siciliana verace, a risolvere il problema, -racconta Jack, il figlio di Gus.- Tirò fuori una ricetta per l’impasto e mostrò a mio padre come prepararlo. Lo ricoprì di formaggio e salsa di pomodoro…e Pizza fu! Una cosa allora quasi sconosciuta. C’era solo un altro ristorante che la preparava, ma era tonda. Mio padre la volle “quadrata” e  quello fu l’inizio della tipica Pizza di Detroit, quadrata, con la crosta spessa, ricoperta di formaggio e rifinita di salsa di pomodoro”. Col tempo la pizza si arricchì di varianti, con l’aggiunta di carni o di verdure a piacere, ma, con il sapore – ricordo, del “made in Sicilia,”la  “Detroit Pizza Style” è una delle più apprezzate negli States.

012112pizza2DETROIT PIZZA STYLE

INGREDIENTI: 1/3 di cucchiaino di lievito secco attivo, 3/4 di tazza di acqua calda,1 cucchiaino di sale,  1 cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino di basilico tritato fresco,un cucchiaino di origano, 2 spicchi di aglio tritati finemente, 1/2 cucchiaino di aneto, 3 tazze di farina, 1/2 cucchiaio di olio extra vergine di oliva, carni e verdure a scelta, 450 grammi di  pomodori  a pezzi, 450 grammi di mozzarella, olio extra vergine di oliva per ungere .

ATTREZZATURA: una grossa ciotola, un cucchiaio di legno, coltello e tagliere, una padella di ghisa, pellicola trasparente.

PREPARAZIONE: nella ciotola mettere il lievito e l’acqua e far riposare il composto per 5 minuti. Aggiungere il sale, lo zucchero, l’origano, il basilico, l’aglio e l’aneto e mescolare. Aggiungere a poco a poco la farina, mescolandola prima con il cucchiaio di legno e poi impastarla con le mani. In alternativa si può usare anche un miscelatore elettrico. Ricoprire l’impasto con un filo di olio e seguitare a impastare con le mani su un superficie liscia, finché l’impasto non diventa elastico. Riporre l’impasto nella ciotola lavata, ricoprirlo con  la pellicola e porlo in frigo per 24 ore.

Tolta l’impasto dal frigo deve seguitare a riposare per circa un’ora a temperatura ambiente, poi deve essere nuovamente impastato, ma con molta delicatezza per non rovinare l’effetto della lievitatura.

Distribuire l’impasto nella teglia di ghisa premendo con le mani nella sola parte centrale  e in modo irregolare così che, a cottura effettuata, la pizza abbia i bordi più alti e possa agevolmente contenere tutto gli ingredienti. Poi lasciare nuovamente riposare la pizza per circa due ore.

Cuocere la sola pasta in forno pre – riscaldato a 160° C per circa 12 minuti. Ritirarla dal forno e ricoprirla con gli ingredienti a piacere, carne o verdure, poi aggiungere il formaggio. Ricoprire ulteriormente con la salsa di pomodoro,ma solo nella parte centrale della pizza. Cuocere in forno per altri 20 minuti circa sino a quando il formaggio sia fuso.La pizza è pronta!

N.B. Nel tempo si sono aggiunte altri varianti: si può provare la ricetta con un mix di formaggi oppure se si vuole una crosta più spessa si può usare la farina integrale. Qualcuno aggiunge maionese all’impasto e qualcun’altro ancora spalma la pasta, prima della cottura con burro. A voi la scelta.

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