Crema di sedano.. Per ricordare Andy Warhol e la Pop Art!

Ma che noiosi che siamo! Andy Warhol era stato carino e spiritoso quando aveva detto “Nel futuro tutti avranno 15 minuti di celebrità”, quelli altrimenti detti anche “il quarto d’ora”…  Aveva osservato i nuovi mezzi di comunicazione , la loro capacità di  espansori e moltiplicatori e ci aveva dato un mucchio di speranze e messaggi felici… Come dire: “Dai, anche tu che non sei nessuno”… ” Un’immagine curiosa, appena un po’ particolare,  la posti e può fare il giro del mondo…”Una parola detta al momento giusto, una battuta spiritosa e gli altri ti copieranno”  Era un modo come un altro per valutare o rivalutare un individuo qualunque , in fondo un nuovo umanesimo, se solo pensiamo ai milioni di nostri simili che sono scivolati via sconosciuti  visto che la storia per secoli  l’hanno fatta solo i re   e i generali… E noi invece di esclamare che bello, ci siamo pure noi, invece ci mettiamo ad arzigogolare, mordicchiandoci le unghie nello sforzo di pensare… Ma sarà giusto e corretto? Ma saranno proprio 15 minuti o magari  16 o addirittura 17? Ma  sono  etici  questi  social network?  E  poi che immagine di noi trasmetteremo? Quella vera o un’ altra deformata? Nel 2011  l’hanno persino data come traccia  per il tema d’esame  di maturità… ” Nel futuro ognuno di noi sarà famoso al mondo per 15 minuti. Il candidato, prendendo spunto da questa previsione di Andy Warhol, analizzi il valore assegnato alla fama (effimera o meno) nella società moderna e rifletta sul concetto di fama proposta dall’industria televisiva (Reality e Talent Show) o diffuso dai  social media (Twitter,Youtube,Facebook).”   Si percepiva  già una così forte  condanna  nell’impostazione del la traccia  che al  candidato saggio, in cerca del diploma, non restava altro che convenire che quello dei Social, era tutto un mondo fuggevole e  futile e che lui invece avrebbe seguitato a studiare seriamente e a credere nei valori, quelli veri,   etc etc… Per poi magari finire disoccupato …  Cosa però che non si poteva scrivere…  Ma un po’ di leggerezza, di accettazione, di novità, perché ce la neghiamo sempre?

C’è da pensare che allora  fece bene Andy Warhol a rifiutare in blocco ogni esperienza artistica creata in Europa…  Con tutte le sue  stratificazioni, le sue riflessioni o anche perchè no, le sue rivolte… E dire che l’arte europea dei primi del ‘900 era stata  un’ assoluta novità… Ma se l’avesse presa in considerazione, mai e poi mai avrebbe osato… Se ci avesse pensato troppo sopra, non avrebbe avuto il coraggio di muoversi unicamente nell’universo delle immagini prodotte dall’industria e dalla cultura di massa americana. Il solo mondo dell’arte che  lui conosce e riconosce è in fondo proprio quello che per gli europei, almeno allora, erano anatemi  … I fumetti, il cinema, la pubblicit, e ci si avvicina  senza selezione alcuna  o scelta estetica…  Le cose gli interessano solo perché hanno  varcato  la soglia di percezione , sono state registrate nella memoria  e diventate patrimonio  di tutti … Solo  questo ha diritto ad essere rappresentato.. dalla Coca Cola , naturalmente la sua  bottiglietta,  ai detersivi  nelle scatole  colorate , fino alll’immagine di Marilyn Monroe, icona indiscussa  non solo di tutti i camionisti americani  ma  anche  del Presidente Kennedy… Sono tutti espressione di democrazia sociale  per Andy Warhol, perchè una  Coca Cola è sempre la stessa, per il ricco come per il povero… Basta  averla interiorizzata…warhol_marilyn

E per dire che l’oggetto dell’arte era di tutti, la ripetizione fu  il suo metodo di successo,  riproducendo  più volte la stesso oggetto o lo stesso personaggio su grandi tele , in cui alterava  i colori  vivaci e forti.  Tutta  la “way of  live” americana divenne  il suo mondo dell’ arte,  dall’ immagine pubblicitaria di quando disegnava  le copertine per i primi  vinile  fino ai  temi più sgradevoli   degli incidenti stradali e la sedia elettrica, immagini   svuotate però  – e questo fu il suo  particolare  approccio all’arte – di ogni significato originario  usando  la  loro fredda, impassibile, implacabile  ripetizione. Così   sdrammatizzava  le immagini e toglieva allo spettatore le  armi della critica sociale…  E in tutte c’era  il manifesto nemmeno troppo velato, degli obiettivi della Pop Art, secondo cui l’arte doveva essere “consumata, ”  come un qualsiasi altro prodotto commerciale.  Naturalmente la critica europea non poteva  capire l’accettazione acritica della realtà, cardine primo del mondo di  Andy Warhol e cominciò a coprire di  senso delle cose, tutto europeo, quello che l’artista non aveva voluto esprimere…E dissero che quella di Warhol era una presa di coscienza del kitsch, della mediocrità, della perdita  culturale  che aveva invaso l’America e da essa si irradiava per l’occidente… Non c’è niente da fare… La vecchia Europa non ce la fece  a capire –  se non molto dopo – il troppo giovane Warhol, a cui era bastata la prima generazione da  immigrato per dimenticarsi il vecchio mondo…

Fra i quadri più famosi  di Andy warhol  vi sono quelli delle zuppe,  i “Campbell’s Soup Cans” .  Nel più puro stile  del multiplo,  si tratta  delle riproduzioni  di più o meno  numerosi  barattoli   delle varie specialità della Campbell e, se non fossimo al MoMa di New York, si potrebbe quasi credere di avere davanti i colorati scaffali del supermercato… E’ nel ricordo di Warhol, dunque, che presentiamo questa zuppa cremosa  sperando  che  la  ricetta riesca a unire vecchio e nuovo continenete.

Si tratta di una zuppa fresca, ridotta in crema, con limitate calorie e un gradevolissimo e delicato  sapore.

CREMA DI SEDANO

INGREDIENTI  per 4 persone : 3 cespi di sedano bianco, 1 scalogno,  200 g di patate, 40 g di burro,1,3 l di brodo vegetale 2 tuorli di uova, 1 dl di panna fresca,  pecorino grattugiato 2  cucchiai,  sale  e pepe  quanto basta, qualche foglia di prezzemolo, pane a dadini 100 grammi, eventuale.

PREPARAZIONE: sbucciate e tritate finemente lo scalogno. Sbucciate le patate dopo averle lavate bene sotto l’acqua corrente, poi tagliatele a dadini. Pulite il sedano dividendone le coste, lavatelo, asciugatelo e  tagliatelo a piccoli pezzi, eliminando i filamenti duri. Fate sciogliere il burro in una casseruola, unite lo scalogno e fatelo appassire, quindi versate i dadini di patate, il sedano, lasciando a parte qualche pezzetto poi salate, mescolate e fate insaporire  per 5 minuti.

Incorporate poco alla volta il brodo caldo, portate a ebollizione mescolando continuamente, poi abbassate la fiamma, regolate di sale e fate bollire  a fiamma bassa  per circa 30 minuti, mescolando di tanto in tanto, quindi con il frullatore a immersione riducete a crema la preparazione; aggiungete  i pezzetti di sedano tenuti da parte  , rimettete sul fuoco e proseguite la cottura per altri 10 minuti.
In una ciotolina sbattete i tuorli con la panna e 2 cucchiai di pecorino grattugiato; salate, pepate e incorporate la crema di uova nella zuppa; mescolate bene per 1 minuto prima di spegnere la fiamma. Distribuite la crema nelle fondine individuali, decorate a piacere con qualche fogliolina di prezzemolo e servite. A piacere si può aggiungere qualche dadino di pane scaldato in forno.

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Dobos… Una torta dall’ Ungheria, per il giramondo Robert Capa !

Nel 1920  c’era già  clima di restaurazione. Una monarchia delegittimata  tornava  a sedere sul trono d’Ungheria e il Governo provvisorio era guidato dal conservatoreo Horthy…  E poichè spesso niente è più duraturo del provvisorio, lui   ebbe molto tempo per  imprimere il pugno  della   reazione contro tutti quelli che   si impegnavano per un’ impossibile democrazia. Rischiò di cadere nella trappola un giovane di sinistra, di origini ebree che trovò opportuno rifugiarsi in  in fretta a Berlino. Sperava di poter scrivere, ma trovò  da fare solo il fattorino per un’agenzia fotografica… Qualcuno si accorse che era dotato e cominciarono ad affidargli qualche servizio… Una volta lo mandarono anche all’estero… Ma mentre   Endre Ernő Friedmann affrontava il suo noviziato, l’ascesa di Hitler era diventata irresistibile…

Iniziato così male quel funesto anno 1933,  Il giovane Friedmann scappò a Parigi…  La vita degli esuli e dei fuggitivi raramente è facile, per lui fu difficile fare il lavoro free lance…  Ma Parigi almeno un pò di magia, in fondo non la fa mancare a nessuno,  e a lui  fece incontrare l’amore… Una giovane fotoreporter anche lei in fuga dalla Germania… Una vampata d’amore, giovane, allegra e spensierata..Ma un  sentimento così  forte che,  quando lui morì, più di20 anni dopo nel portafogli   aveva ancora la foto di quella  scatenata, bellissima ragazza che era passata nella sua vita come una meteora. Visto che il lavoro non arrivava fu lei, Gerda Taro  a convincerlo a inviare ai giornali, le foto di Friedmann,  facendole passare per quelle di un fantomatico e famoso  fotografo…  Robert Capa, nome un pò esotico e un po’più comprensibile, che provocò una favorevole  assonanza con il nome del famoso regista Frank Capra…

Quando scoppiò la guerra di Spagna partirono insieme con la voglia di documentare il riscatto della Repubblica…E un modo nuovo di rappresentare la guerra… Raramente una guerra era stata prima documentata nelle sue mille sfaccettature e così dal centro della linea di fuoco. Lavoravano fianco a fianco, insoliti reporter di guerra che prendevano immagini doppie, dai loro  rispettivi punti di vista, con l’occhio  sempre più attento e partecipe alla disperazione del popolo, al pianto di un bambino, alle madri in fuga.. Nel 1936, Capa diviene famoso in tutto il mondo per la  foto  del soldato colpito a morte da un proiettile  franchista. . . Fu pubblicata,  sulla rivista VU, poi su Life, sulPicture Post e poi migliaia di altre volte. Il soldato  in primo piano    che cade col le braccia spalancate e il fucile ancora in mano, fa capire a quale distanza ravvicinata dalla battaglia  fosse Robert Capa mentre scattava… Provarono a contestargli la foto, parlarono di scena preparata ad  arte e lui rispose amaramente “Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità.”

Lei era nota fra i soldati … aveva una bellezza e una  simpatia che non  passavano  inosservate… E se la ritrovavano sempre in prima linea … Quello della battaglia di Brunette fu per lei un reportage eccezionale… Fotografò  tutto dal principio alla fine.  Pareva che i repubblicani potessero vincere …E poi invece dovettero scappare sotto il fuoco di un bombardamento eccezionale…. Gerda era sul predellino di un ‘auto, un carro armato nel fare retromarcia la fece a pezzi… Capa quei giorni  era a Parigi a portare foto alle Agenzie…

Nel 1938 alcuni tra i loro scatti più commoventi furono riuniti nel volume “Death in the Making”… Lui l ‘avrebbe voluta sposare e questa  fu invece l’unica cosa…

Da quel momento fu senza pace e prese a rincorrere le guerre… Che  allora non mancavano… Andò a cercare il conflitto Cino Giapponese… Quel preludio di seconda guerra mondiale…  Ma tornò in Spagna per fotografare la disperazione della resa di Barcellona… Poi, quando arrivò il 1939 scappo’ dall’Europa… Hitler avanzava e lui non aveva più spazi per sfuggirlo. Molte  foto   della Guerra civile spagnola forse le lasciò a Parigi,comunque sembravano perse per sempre e invece  riemersero come  nella soluzione di un intrigo internazionale a Città del Messico in quella che é diventata la leggendaria “Valigia Messicana” nello stesso ordine in cui le aveva riposte Capa.

La seconda guerra mondiale … Niente sembrava fermarlo. Veniva dalla Tunisia e sulla Sicilia  discese in paracadute, ma finì su un albero e ci restò una notte e un giorno…  Ma il  reportage dello   sbarco Anglo – Americano i fu eccezionale  Dalla Sicilia  comincerà ascrivere   “Slightly out of focus”  il suo diario di guerra dal 1942 al 1945…Una soggettiva incisiva per raccontare il vuoto e l’angoscia dei combattimenti… Non amava la guerra, ma  non poteva nemmeno a starne lontano…«Eravamo alla periferia di Palermo…   La jeep che mi ospitava, seguiva i primi carri della seconda divisione corazzata… La strada era fiancheggiata da decine di migliaia di siciliani in delirio che agitavano fazzoletti bianchi e bandiere americane fatte in casa con poche stelle e troppe strisce. Avevano tutti un cugino a “Brook-a-leen” … A Troina, nell’interno dell’isola  scatterà una delle foto più famose della guerra… Il vecchio contadino che indica col bastone  la strada al soldato americano accovacciato. Lui sa che sta facendo buone, semplici foto, ma il dolore   non gli dà tregua.. “Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto”… Ma seguiterà lo stesso a risalire l’Europa sino allo sbarco in Normandia, uno dei più sanguinari e martoriati episodi della guerra dove i soldati per ore vennero falcidiati appena arrivavano sulla spiaggia… Lui  scende dal mezzo anfibio con l’acqua alle ginocchia traballando  squilibrato sotto il  peso delle macchine fotografiche e in quell’inferno riesce a scattare più di 100 foto che poi corre a  consegnarle a un motociclista  già pronto che le porterà a stampare… Se ne salveranno solo 11 di quello che fu uno dei momenti più drammatici e cruenti del secolo… Sbagliano l’essicatura dei negativi e le  poche salvate, sono fuori fuoco… Cercheranno di difendersi … Al fotografo tremavano le mani per la paura… Anche se la verità venne subito fuori avevano distrutto uno dei più importanti documenti della storia.

Parigi nel primo dopoguerra sembra, nonostante tutto, il ritorno al Paradiso. All’hotel Ritz  c’è quella bellissima attrice che è venuta a portare conforto alle truppe … Quando torna in America, Ingrid Bergman si trascina dietro Robert Capa… Ha una piccola bambina, ma  è pronta a lasciare il marito… e sul set di Notorius  cerca di convincere Capa a fermarsi, lavorare in un Agenzia a Hollywood, sposarsi… Hitchcock  osserva divertito  e sornione quello strano “dietro le quinte…”  Li riproporrà entrambi come  interpreti de “La finestra sul cortile”… Ma se il finale del film rimane un po’ dubbioso, la scelta di Capa è chiarissima…La bella attrice non ha niente del fascino scapigliato e  generoso  di Gerda e la vita  in un’ Agenzia  lo fa solo ridere… Piuttosto se ne andrà  in Turchia… e poi col suo amico John Steinbeck in Russia… faranno un bellissimo lavoro su quel pianeta contadino ancora sconosciuto ai più…

Temerario e senza paura lo era sempre stato…  In Indocina nel 1954, di ritorno ad Hanoi,  dopo una missione riuscita al seguito delle truppe francesi, si allontanò dal gruppo e salì su un terrapieno…  Voleva fotografare una colonna in avanzamento sulla radura. Non poteva sapere che stava poggiando i piedi sopra una mina… Si salvò poco a parte quella foto di Gerda…

Girò tutto il mondo e non si fermò a lungo da nessuna parte…In fondo l’unica patria che ebbe fu l’Ungheria da dove forse non si sarebbe mai mosso senza quell’opprimente regime… Buon ritornoa casa Robert Capa, con la rorta più famosa di Budaperst che faceva impazzire anche l la principessa Sissi che ne era  così ghiotta che spesso lasciava in gran segreto il Palazzo Reale di Buda ed entrava tutta trafelata al Caffè Ruszwurm..

 TORTA DOBOSTorta-Dobos

INGREDIENTI per circa 12 persone:

Per i dischi di pasta:

 350 gr. tuorli d’uovo
235 gr. di zucchero
10 ml estratto di vaniglia
350 gr. farina 00
525 gr. albumi d’uovo
7 gr. sale
175 gr. zucchero semolato

Per lo sciroppo :

500 gr. di zucchero
500 gr. di acqua
la buccia di un’arancia ed un limone
100 gr. di rum scuro

Per la crema di burro al cioccolato:

500 gr. zucchero
250 gr. albumi
750 gr. burro in pezzi, ammorbidito
10 ml. estratto di vaniglia
300 gr. di cioccolato fondente

Decorazioni in caramello e altro

500 gr. zucchero
190 gr. acqua
1 pizzico di cremore di tartaro, 30 grammi di mandorle tritate

PREPARAZIONE DELLE TEGLIE:

Dovrete ricavare,secondo le modalità appresso specificate 9  dischi di pasta. Ogni   disco sara’ cotto direttamente su placche  da forno del diametro di circa 20 cm, rivestiti  di fogli di carta da forno ricavati da un rotolo, di  un diametro leggermente inferiore della placca
Ungete leggermente la parte centrale di ogni placca, poggiarci sopra uno dei fogli preparati,
Ungere leggermente anche l’interno del cerchio
Preparare tante teglie quante il forno puo’  accoglierne e ripetete l’operazione per quante volte è necessario.

PREPARAZIONE DELLO SCIROPPO
Unire lo zucchero, l’acqua e le bucce di arancia e limone e portare ad ebollizione. Far bollire per qualche minuto. Lasciar raffreddare ed aggiungere il rum

PREPARAZIONE DEI DISCHI DI PASTA
Pre-riscaldare il fondo a 190º
Misurare accuratamente gli ingredienti.
Unite i tuorli d’uovo e lo zucchero in una ciotola di metallo, posta al di sopra di una pentola contente acqua in ebollizione. Mescolare velocemente con una frusta fino a quando la temperatura del composto raggiunge 43ºC.
Trasferire la pentola e la ciotola sul piano di lavoro, battete il composto con una frusta elettrica fino diventi soffice e di   colore giallo pallido.  Si consiglia il procedimento a  caldo,  per ottenere un  composto più spumoso.
Aggiungete alle uova l’estratto di vaniglia, amalgamandolo al composto con un cucchiaio di legno.
Incorporate la farina setacciata, mescolando delicatamente con un cucchiaio di legno  senza   “sgonfiare” la spuma.  In una ciotola di metallo  montate gli albumi col sale a neve ferma e aggiungete lo zucchero poco alla volta, continuando a montare per ottenere un compostolucida e compatta. Incorporate ¼ dell’albume al composto precedente, utilizzando preferibilmente un cucchiaio di legno, con un movimento circolare dal fondo della ciotola verso l’alto. Il composto risultera’ notevolmente ammorbidito.
Incorporate gradualmente tutt o l’albume, con lo stessa tecnica e con molta delicatezza.

FORMAZIONE DEI DISCHI
Servendosi di un porzionatore per gelati, depositare 4 porzioni (rase) di impasto al centro di ogni cerchio di carta forno.
Con il dorso del porzionatore, ed un movimento circolare, distribuire l’impasto uniformente fino ad un centimetro dal perimetro tracciato.
Spingete l’impasto fino ai bordi aiutandosi con una spatola.
Livellate delicataente l’impasto con la spatola ed infornare immediatamente sul ripiano centrale del forno.
Formate il secondo disco di pasta
Spostate il primo disco di pasta al ripiano inferiore del forno
Infornate il secondo disco sul ripiano centrale
Formae il terzo disco di pasta
Spostate il primo disco di pasta sul ripiano superiore del forno e il secondo disco sul ripiano inferiore del forno.
Infornate il terzo disco sul ripiano centrale del forno.
Ripetete la sequenza di cottura per tutti i dischi di pasta ottenuti.
Considerata la temperatura del forno e lo spessore dei dischi, la cottura e’ piuttosto veloce (6 minuti circa) ed e’ necessario controllare con attenzione.
Mano mano che i dischi son pronti poggiateli l’uno sull’altro e farli raffreddare.

PREPARAZIONE DELLA CREMA DI BURRO AL CIOCCOLATO
 
Versate gli albumi e lo zucchero nella ciotola di metallo del mixer e ponrtela su una pentola con acqua in ebollizione a fiamma media.
Mescolate continuamente con una frusta fino a che il composto raggiunga 70ºC
Rimuovete la ciotola dal fuoco e posizionatela nel mixer
Battete a velocita’ media con l’accessorio frusta, montando a neve ferma ma non asciutta
Gradualmente aggiungete lo zucchero, continuando a montare, fino a completo raffreddamento del composto. La meringa, dovra’ risultare gonfia, lucida e mantenere la forma se lasciata cadere da un cucchiaio. Se necessario porre per alcuni minuti in frigo.
Aggiungete il burro, qualche pezzetto per volta, fino ad incorporarlo tutto.
Aggiungete il cioccolato fuso e la vaniglia ed incorporarlo alla crema.
Se dovesse passare molto tempo dalla preparazione della crema alla composizione del dolce, e’ opportuno porrre in frigo la crema e riportarla a temperatura ambiente prima di usarla.

COMPOSIZIONE

Spalmate un po’ di crema su una base di cartone per dolci dello stesso diametro dei dischi di pasta ed adagiarvi il primo disco.
Con un pennello da cucina, intinto nello sciroppo, inumidite il disco di pasta soprattutto lungo il bordo che risulta piu’ asciutto.
Con la tasca da pasticciere ed una punta tonda media, spremete la crema lungo il perimetro del disco
Mettere un paio di cucchiaiate di crema al centro del disco e livellate con un a spatolaSovrapporre il secondo disco e farcire come spiegato prima.
Ripetete il procedimento di farcitura, sovrapponendo 9 dischi di pasta.
Coprite la superfice del dolce con la stessa crema di burro, livellandola con la spatola e lasciando che scenda fuori dal bordo della torta. Sempre con la spatola, spalmare un po’ di crema sui lati della torta, facendo pressione per riempire eventuali spazi fra gli strati

 Se si desidera, si possono rigare i lati utilizzando l’apposito “pettine”
Decorate tutt’attornola base della torta con un nastro di mandorle in scaglie o nocciole tritate.
Trasferire sul piatto di portata e decorare con le formine di caramello

  DECORAZIONI DI CARAMELLO

Versate il caramello preparato come  di seguito sul migliore dei dischi di pasta savoiarda  posto su una graticola o in qualche modo rialzato. Lavorando velocemente, il caramello va spalmato con una spatola coprendo anche i bordi del disco. Prima che si raffreddi completamente, con un coltello a lama lunga bagnato, incidere la superfice caramellata come per dividere la torta in spicchi.  Cuocere lo zucchero con l’acqua a fuoco medio, in un pentolino dal fondo spesso, mescolando continuamente fino a che lo zucchero si sciolga. A quel punto, inserire un termometro e lasciar cuocere senza mai mescolare. Di tanto in tanto “pulire” le pareti del pentolino con un pennello bagnato ma non grondante d’acqua.
Appena lo sciroppo raggiunge 150ºC spegnere la fiamma. Lo sciroppo continuera’ a cuocere per un po’.
Trasferire sul piatto di portata e decorare con le formine di caramello
Per i triangoli che compongono la decorazione della parte superiore, tracciare su un pezzo di cartone, un cerchio delle stesse dimensioni dei dischi di pan di spagna, ritagliarlo e poi dividerlo in 8 spicchi. Rivestire ogni spicchio con foglio d’alluminio.
Per i mezzi anelli laterali, rivestire di foglio di alluminio delle forme concave (in questo caso mezzi tubi di plastica, normalmente usati per tenere in forma fiori di glassa reale fatti con la tasca da pasticciere)
Bagnate un pezzo di carta da cucina con un po’ d’olio ed ungere tutte le forme. Con un pezzo di carta da cucina pulito, ripassare ogni pezzo per eliminare eccessi d’unto.
Preparate il caramello come indicato
Prelevando il caramello a cucchiaiate direttamente dalla pentola, farlo scendere in fili sulle forme preparate, con veloci movimenti di polso. Piu’ distante e’ il cucchiaio dalle forme, piu’ sottili saranno i fili.
Lasciar indurire e poi rimuovetele gentilmente dalle forme, sono piuttosto fragili.

La Serenissima Repubblica di San Marino e gli Strozapret!

Ha 20 milioni di anni, e francamente non li dimostra!   Era successo nel Terziario … Ci fu  a quel tempo un susseguirsi  di  violenti terremoti … E fra  spaventosi  boati e cieli lampeggianti si  sconvolse tutta la superficie terrestre… Fu  uno di questi, in uno scenario di  tremenda apocalisse, che riuscì a spostare una  Montagna  di roccia, la trascinò via  per 80 chilometri e la fece scivolare tutta intera  nell’ Adriatico …Il mare fu costretto  a ritirarsi per   15 chilometri… Ed è per questo che oggi, se  vi capitasse di scavare sulle pendici  del Monte Titano potreste trovare qualche pesce fossilizzato ché non fece in tempo a  fuggire via col mare. Sono per  lo più squali e  peccato che il pezzo più bello, il cranio e le vertebre di una balenottera  se lo sono portato via …   Per fortuna, il Museo di Bologna, dove l’hanno esposta, con tutti gli onori,  è lì vicino…

Gli uomini arrivarono molto dopo e trovarono tutto sistemato… Da un lato la montagna era rimasta ripida, scabra rocciosa, ma nella parte   opposta  scendeva in un leggero declivio ricoperto di alberi, ricco di fiori e di uccelli… Se si saliva in cima  si vedeva da lontano il mare… Ed era  tutto talmente bello che non se ne sono più andati… Ognuno ha lasciato qualcosa …Forse per  non essere dimenticato… Dall’ascia di pietra all’ascia di bronzo, dalle urne cinerarie ai  resti della  spendente civiltà romana… Ma è dal passaggio di quei semi barbari Goti  che è arrivata la testimonianza più curiosa…Accadde alla fine del 19° secolo… A Domegnano, nel territorio di San Marino,  un contadino  trovò  un tesoro nel campo … Un mucchietto di gioielli tutti d’oro che portò subito al suo padrone…  Erano oggetti  da favola… Forse il corredo funebre di una principessa o forse li aveva sepolti la  principessa stessa  mentre  sfuggiva dalle armate  bizantine, durante la lunga “Guerra Gotica”…  L’avido padrone smembrò il tesoretto e lo vendette a pezzi… fra i vari musei del mondo quello di Norinberga si è aggiudicato il pezzo più interessante… la “Fibula ad aquila” che è divenuta poi il simbolo dei Goti in Europa…

E’ uno degli Stati più piccoli di Europa con i suoi 61 Kmq, ma è anche,  dopo quella  romana, la più antica Repubblica d’Europa perché esisteva già, incastrata in chissà  quale contesto giuridico e amministrativo, all’epoca dell’Impero Romano. Sembra infatti che, dal mare di fronte, attorno al  257   fossero arrivati due  operai tagliatori e incisori di pietra…  Dicono che  ci fosse urgenza di ricostruire le mura di Rimini… L’Impero all’epoca era un po’ nei guai perché  i barbari alle frontiere  premevano per entrare a godersi la società del benessere… Forse i due profughi, invece, erano scappati da qualche persecuzione locale contro i cristiani… La storia  si fa un po’ confusa ed è  meglio non approfondire troppo… Si da per certo che si chiamassero  Leo e Marino e li mandarono a estrarre pietre sul Monte Titano … Dopo tre anni si dividono … Leo va a fondare  San Leo…, la Rocca  da dove scapperà  Cagliostro e Marino si fa  una grotta sul Monte Titano… Quando poi il figlio della matrona del luogo proverà a scacciarlo… per punizione divina resterà paralizzato… Inutile dirlo… all’atto della donazione del Monte Titano a Marino, il ragazzo guarirà e Marino dopo questo miracolo è già diventato S. Marino. Risale ufficialmente… ma non  del tutto, al 3 settembre 301, la fondazione di questa Serenissima Repubblica…

Se ne  sa poco durante tutto il Medioevo…  Ma è sicuro che la democrazia  fosse diretta… L ‘avevano copiata ai greci, e, nella loro versione della Città –  Stato,  tutti i padri di famiglia partecipavano all’Arengo, la grande Assemblea  che radunava tutti i poteri , legislativo, politico, giudiziario… Durerà fino al 13° secolo poi saranno costretti a farsi rappresentare.. Lo Stato era sempre piccolo, ma la popolazione aumentava…E ‘ certo però che  i due Capitani Reggenti, i loro capi di Stato,   discendono direttamente dai Consoli romani, solo che  nella durata della carica erano stati ancora più drastici… 6 mesi invece di un anno… Lo dovevano aver capito subito che il potere corrompe…

La parola “Libertà ” l’hanno scritta dappertutto, perché non ci fossero dubbi da parte di nessuno…  Nella bandiera, nello stemma  e nella Piazza del Governo dove c’è una bella statua  proprio al centro a testimoniarla… “Reliquo vos liberos ab utroque homini”… Forse non l’ha detto proprio San Marino come hanno voluto far credere per non pagare le tasse,  ne’ all’Imperatore né allo Stato della Chiesa,  ma di fronte al nome del Santo fondatore persino il processo del 1296 riconobbe la loro indipendenza ” Non dipendono da nessuno” proclama un antico documento ritrovato in un Convento da quelle parti…”Non pagano perché non hanno mai pagato. E’ stato il loro Santo a lasciarli liberi”. Il Papa del resto si era già arreso qualche anno prima… Aveva riconosciuto la Repubblica nel 1291…  Sessanta anni dopo San Marino era anche libero Comune…

Solo una volta ha aumentato il territorio… quando il Papa nel 1463 per gratitudine  gli cedette  Fiorentino, Montegiardino e Serravalle… poi non ne ha più voluto sapere. C’era sempre il rischio di perdere qualche libertà a farsi beneficare dai potenti… Un paio di volte San Marino se l’é vista brutta come quando Cesare Borgia, il duca Valentino l’occupò con le sue truppe per quasi un anno… Figurarsi il Duca s’era messo in testa di  prendersi tutta L’Italia… Come avrebbero fatto a cacciarlo da San Marino? Ci volle la morte del Papa per costringerlo a levare le tende con armi e bagagli…  Ormai non aveva più la protezione della Chiesa…  Chiesa che  tuttavia  ci riprovò a mettere le mani  su San Marino anche nel ‘700, ma insorse mezza Europa a difendere il piccolo Stato … Faceva  comunque  barriera  al dilagante imperialismo dello Stato pontificio.

Per lo scampato pericolo arrivò anche a rifiutare le profferte amiche di Napoleone che gli voleva allungare il territorio sino al mare “la Repubblica di San Marino – disse l’allora Capitano Reggente –  contenta della sua piccolezza non ardisce accettare l’offerta generosa che le viene fatta, né entrare in viste di ambizioso ingrandimento che potrebbero col tempo compromettere la sua libertà”

Fu meno prudente durante il Risorgimento e i moti di liberazione… Considerò l’Italia la sua Patria più grande, in cerca della  libertà  e aprì le porte. Troppo dura sarebbe stata altrimenti la sorte dei carbonari e dei patrioti in fuga…  E un’altra volta San Marino  rischiò l’occupazione dell’Austria e dello Stato Pontificio… Nel 1849 Garibaldi in fuga da Roma dopo la Caduta della Repubblica Romana  procedeva a marce forzate, con la moglie incinta e 1500 uomini, per tentare di raggiungere Venezia… Ma nelle Marche era ormai accerchiato da  quattro eserciti nemici…  Però era un grande  condottiero e nella via di fuga aveva puntato su San Marino… A cui chiese asilo… Solo un momento il Capitano Reggente provò a rifiutare, terrorizzato per le conseguenze, ma Garibaldi era già davanti a lui e la richiesta d’asilo fu accolta… Dopo l’Unità d’Italia San Marico ricominciò a sentirsi sicura…

Oggi vive di eccellenze… Il turismo, la finanza, le monete e i francobolli… Spesso con un annullamento nel  giorno indovinato ci si fanno i soldi…  Il piccolo territorio ha una grinta estremamente moderna ed efficiente e  nonostante la crisi ha il tasso di disoccupazione più basso d’Europa… Ma non ditegli di rinunciare alla cerimonia di investitura  dei Capitani Reggenti  o di cambiare la date del suo calendario… Per San Marino l’anno comincia il 3 settembre   e  l’anno in corso e’ 1l 1713 d.F.R., cioè dalla Fondazione della Repubblica… Perché tutto cominciò  il giorno che San Marino dette loro la libertà…

Dal 2008 San  Marino e il Monte Titano sono diventati Patrimonio dell’Unesco… “… Sono eccezionali testimoni della costruzione di una Democrazia rappresentativa basata  sull’ autonomia civica e  sull’auto-Governo con un’unica, ininterrotta continuità nell’essere Capitale di una Repubblica indipendente sin dal 13° secolo.  …”

La cucina… Molto è in comune con le Marche e la Romagna, le sue  confinanti,  alcune  cose  però sono tipiche di San Marino, come i fagioli con le cotiche di maiale o la polenta servita sul tagliere magari con un sugo di salvia e uccelletti… Oppure la pasta e ceci della tradizione natalizia e la minestra Bobolotti,  quella dei poveri fatta con pasta fresca, fagioli scuri e lardo…Alcuni dolci sono ecccezionali come  la Pagnotta, tipica di Pasqua  o la Torta Titano o la Torta Tre Monti… Ma di alcuni  di essi non si conosce nemmero la rcetta precisa…Segreto della Repubblica!

Noi abbiamo scelto un piatto che nel nome ripete una certa dose di ironica insofferenza per quello Stato pontificio che per molti secoli è stato lo scomodo  vicino di casa della Serenissima Repubblica

STROZAPRET AL SUGO DI CARNE E FORMAGGIO DI FOSSA

INGREDIENTI PER IL SUGO per 4 persone: pomodori maturi 400 grammi, fegatini di pollo grammi 200, lombata di vitello grammi 100, burro grammi 80, besciamella grammi 100, prosciutto crudo grammi 50, 1 cipolla, 1 carota, 1 manciata di prezzemolo, marsala secco 5 cucchiai,  1/2 litro di brodo di carne,   noce moscata 1 pizzico, cannella 1 pizzico, sale e pepe a piacere.

INGREDIENTI PER LA PASTA per 4 persone: farina bianca 620 grammi, acqua, sale, formaggio di Fossa di san Marino 60 grammi (è una specialità del posto che si ottiene mescolando latte vaccino e latte di pecora)

PREPARAZIONE: per quanto attiene al sugo, sbucciate, lavate e  tritate la cipolla, la carota e il prezzemolo,  metteteli in un tegame di terracotta insieme a 50 grammi di burro e fateli rosolare sul fuoco a fiamma media. Tagliate a pezzi piccoli sia la carne che i fegatini e uniteli al soffritto, mescolando il tutto con un cucchiaio di legno, aggiustate di sale e pepe  e bagnate con il marsala. Lavate i pomodori, togliendo loro i semi (si possono usare anche i pelati in scatola, preferibili ai pomodori freschi nei mesi invernali,  dato che i pomodori freschi fuori stagione si rivelano con poco sapore e troppa acqua), tagliateli a pezzi e uniteli alla carne, poi aggiungete al sugo la besciamella, la noce moscata e la cannella e bagnate infine con il brodo versandolo poco per volta.. Cuocete per mezz’ora,poi tritate il prosciutto e fatelo rosolare con il restante burro in un tegamino a parte e unitelo al ragù solo negli ultimi minuti della cottura.

Per preparare la pasta versate 600 grammi di farina sulla spianatora distribuendola a “fontana”,versate al centro dell’acqua bollente e mescolate rapidamente con un cucchiaio di legno. Lavorate la pasta con le mani  per 15 minuti e poi ricavatene dei bastoncini della grandezza di un dito tagliandoli a pezzi di due centimetri e 1/2. Utilizzate la restante farina per  distribuirla sulla spianatora e con le dita rotolarvi sopra premendo i pezzetti di pasta in modo che restino vuoti all’interno oppure  prendendo ogni bastoncino, arrotolarlo, facendolo scorrere tra i palmi aperti delle mani (imitando il classico gesto di sfregamento che si fa per scaldarsi le mani.) Lessateli in acqua bollente salata. Quando vanno a posarsi sul fondo della pentola  scolateli subito e conditeli con il sugo preparato. Dopo averli ben mescolati spolverateli con il formaggio di Fossa.

Huevos Rancheros, un piatto messicano per Georgia O’Keeffe

All’inizio del ‘900, nessuno avrebbe potuto immaginare che la seconda metà del secolo avrebbe trovato in America la patria di tutte le avanguardie artistiche…Del fermento che si agitava in Europa niente sembrava allora scalfire le serene scuole d’arte americane e la maggior parte dell’opinione pubblica.  Dopo la pittura degli impressionisti la realtà  non era più stata la stessa, ma neppure le grandi navi  che andavano e venivano, riuscivano a trasportare qualcosa di nuovo  fino al… “Mondo Nuovo”…   Solo  nel 1913  fu finalmente  organizzata  a New York la storica mostra  dell’ Armory Show… 1200 dipinti, sculture e opere decorative di tutte le correnti dell’avanguardia europea… cubismo, fauvismo. impressionismo… Ma non  fu un  successo,  solo rabbia e sconcerto. Le cronache riportano recensioni piene zeppe di parole come “pazzia”, “immoralità” e “anarchia”. Lo stesso presidente Theodore Roosevelt si affrettò a dichiarare stizzito:  “…Non è men vero, tuttavia, che cambiamento può significare morte e non vita e regressione anzichè progresso…Questa non è arte!

In questo clima ostico a tutti i cambiamenti erano anni che Giorgia O’Keeffe, giovane pittrice americana controcorrente,originaria  di Sun Prairie, nel Wisconsin,  stava cercando una strada  lontana dalla pittura storicista e  di imitazione…  Nel 1908 a New York  sembrava aver trovato   quello che  cercava  nella Galleria di un poco conosciuto e criticato espositore, il fotografo  Alfred Stieglitz,…  Ma poi  deve  abbandonare gli studi… Fa la grafica pubblicitaria, insegna,  segue solo qualche corso di pittura qua e là,  finchè le capita di leggere Kandinsky… “Forme e colori non devono rispecchiare il modello naturale, bensì i sentimenti, il mondo interiore dell’artista”…

E’ già il 1915 , quando inizia … “Ho delle cose in testa che nulla hanno a che fare con quello che mi hanno insegnato…sono giunta alla conclusione di considerare vere le mie concezioni… ”  I suoi disegni a carboncino, li spedisce a New York un’amica di Georgia e solo per un caso finiscono nelle mani di Stieglitz… Sembrano forme organiche  di  una  natura primordiale, superfici piatte che fanno pensare alla pittura giapponese … Stieglitz ne è colpito e li espone  nella sua Galleria il ” 291″ diventata con gli anni un forte punto di richiamo dei nuovi artisti americani…  Dopo lei gli manda i suoi acquerelli … Nudi femminili dai contorni indefiniti, dove  il diverso spessore del colore dà  un vivace senso  di movimento… C’è tutto  lo spirito di Rodin, che lei aveva visto tanti anni prima … Proprio lì, in quella galleria di Steiglitz, con il quale, ormai, è amore … Difatti Georgia lascia il Texas… E’ il 1917 e torna a New York … Lui è affascinato da questa donna così autonoma, indipendente  lontana da tutti gli stereotipi di famiglia e di vita borghese…  Presa solo di passione  e urgenza per i colori e le forme che le agitano la mente…. Attorno a  Stieglitz  ci sono  i nuovi artisti… Fotografi e pittori  da cui lei assorbe  l’incanto per i fiori e la pittura dilatata sui primi piani, che può alterare l ‘aspetto degli oggetti, dando vita a forme  di astrazione prima inesistenti o non visibili…

Ma prima ancora di essere conosciuta per  i suoi quadri, Georgia, a New York,  è lanciata dalle fotografie di  Stieglitz, di  cui diviene  modella e Musa… Nelle mostre del 1921 e del 1923  metà delle foto sono ritratti e  nudi di Georgia…  Subito dopo arrivano i fotografi  famosi  della cerchia di Stieglitz e con  il  viso dagli alti  zigomi, le bellissime mani  “danzanti” e il  corpo morbido e allungato come una  Venere di Cranach, Georgia diviene la donna più fotografata del mondo.

Nel 1924 vengono esposti i suoi grandi immensi fiori,  alcuni luminosi, altri vortici di buio…  L’ingrandimento è voluto, i dettagli dominano il primo  piano… Anche il “velluto” dei petali  e’ palpabile…..” E’ il fiore visto dal punto di vista dell’ape”… Così lo aveva  teorizzato Georgia prima di dipingerlo… Ma, strappato alla  sua correlazione  naturale, l’effetto finale diventa  autonomo… e  fortemente erotico…  Sono eleganti simboli sessuali che lei ha liberato dal suo incoscio, afferma Stieglitz  e un noto critico d’arte scrive  un saggio  sui reconditi significati…   Quegli strani oggetti pieni di voluttà, hanno un successo incredibile… Fra le foto  di nudo e i  quadri dei fiori, Georgia diventa famosa… E’ un’immagine inconsueta, per la sensibilità dell’epoca, un ‘artista libera e disinibita… Fuori dagli schemi… non corrisponde a nessun cliché …

A parte la donna, oggi più identificabile, resta difficile  definire l’arte di Georgia O’Keeffe… Questi fiori che si impossessano dell’intera tela, sicuramente  esistono, ma  in  una realtà che è diversa, individuale,  tutta  impregnata della personale “magia” dell’artista, degli occhi con cui lei guarda il mondo… La stessa cosa accadrà quando si vorrà confrontare con la realtà a lei più vicina… Mentre  comincia a dipingere New York  nel 1925 , lo sky line della città non è ancora del tutto definito, ma lei ne coglie lo stesso  l’aspetto essenziale …  La sua Verticalità… Per il resto non c’è una netta definizione… Forme di edifici a torre, ridotte a  geometrie semplificate dove  nella notte  splende la ripetitività  delle finestre …Il “Radiator Building”  fa   venire in sogno  la magia  di un castello  antico,  abitato da fate o forse da vampiri… Da “City Night” o da “l’Hotel Sheldon con riflessi di sole”si aspetta invece che balzino fuori i   nuovi cavalieri della fantascienza…

E’ sul finire degli anni ’20 che Georgia O’Keffe comincia a lasciare un po’ per volta New York … Stieglitz la opprime… E la tradisce… Anni di lotta continua per affermare piccole parti di se stessa l’hanno lasciata esausta…E mentre avverte la presenza di altre donne si ritrae…  E  finisce per trovare  la sua verità definitiva  nella vastità del New Mexico…   L’affascina il nudo paesaggio desertico e  le colline di sabbia rossastre con le scure mesas alle spalle…  Scrive ”  Qui fuori, nelle Badlands, che si estendono per molte miglia si possono vedere tutti i colori di terra della tavolozza di un pittore, dal giallo Napoli chiaro  attraverso i toni ocra – arancione,rosso e porpora – sino ai morbidi toni del verde. ” … E ancora “Ho colto fiori dove li ho trovati, ho raccolto conchiglie e pietre e pezzi di legni…Quando ho trovato le belle ossa bianche nel deserto, le ho raccolte e le ho portate a casa… Ho dipinto questi oggetti per esprimere ciò che significavano per me la vastità e il miracolo del mondo in cui vivo.”

Se per i critici  d’arte le ossa sono segni di morte lei,  di ossa aride ormai  non potrà più fare a meno e ci cospargerà i suoi quadri…  I protagonisti del suo  rinnovato  universo…  “Le ossa – scriverà – sembrano portare proprio al centro di ciò che nel deserto è più vivo, benché esso sia ampio,vuoto e intangibile e benché, nonostante tutta la sua bellezza, non conosca l’amicizia…”  Tornerà ogni tanto a New York, il legame con il marito non si interromperà mai del tutto, tanto forte era lo spirito che li teneva assieme, ma per questa dona affamata di realtà, che ha bisogno di soggiogare e  trasformare,  il deserto diventerà la sua casa… E   la mirabile architettura delle ossa del bucranio,  saranno  il suo nuovo mondo,    Diventeranno immensi, evocati  fantasmi  a protezione del deserto, in opere come “Dal lontano vicino” o  saranno delicati intagli di bianchi e neri  nei surreali accostamenti ai fiori artificiali delle sepolture spagnole…

Dopo che suo marito era morto  prese a girare il mondo, lasciando nuovamente dietro di sé quell’immagine di donna eccentrica, avventurosa e non classificabile… Ne ritornò con liquide immagini azzurre e bianche viste dall’alto… i suoi fiumi  che correvano in pianure vuote e desolate sotto la coltre delle nuvole  “…Le nubi sotto di noi erano straordinariamente belle, spesse e bianche… Tutto appariva così solido che io pensai che avrei potuto camminarvi sopra, fino all’orizzonte, se qualcuno avesse aperto la porta… Non vedevo l’ora di arrivare a casa  e di dipingere… ” Lo farà fino quasi alla fine quando ormai non ci vedeva  … Ma in quel deserto volle restare, fiera e  orgogliosa della sua solitudine,  nella vastità che non aveva neanche più bisogno di vedere, tanto era dentro di lei… Ma forse era vero il contrario …Era stata lei a entrare nel deserto e a diventare parte di quel  Dio,  sconosciuto ai più…

Molti oggi  considerano Georgia O’Keeffe la più grande pittrice americana del 20° secolo…  Nel New Mexico, che lei scelse come patria di elezione, la cucina di tipo messicano è un mix  di  cucina spagnola e india, oggi spesso rivisitata dalle influenze che arrivano dal Nord degli Stati uniti.  Ma le Huevos Rancheros sono  un cibo  ancora nel solco della più tipica  e tradizionale cucina messicana. Venivano  servite   nella colazione di metà mattinata  agli agricoltori  che usavano fare una pausa con un pasto molto sostanzioso dopo la frugale colazione di prima mattina.

HUEVOS RANCHEROS

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:  olio extra vergine di oliva q.b.,  250 grammi di cipolle,  500 grammi di peperoni, rossi, gialli o verdi, 1 cucchiaino di cumino, 1/2 cucchiaino di sale , 1/2 cucchiaino di pepe di cayenna, 1/2 cucchiaio di jalapeno, 1 spicchio di aglio, 250 grammi di pomodori freschi o pomodori a pezzi in scatola, 200 grammi di brodo di pollo, 3 cucchiai di cilantro, 4 tortillas di mais, 2 cucchiai di burro, 350 grammi di cheddar, 8 uova grandi,

PREPARAZIONE: per prima cosa  si prepara la salsa detta appunto Ranchero che verrà versata sulle  uova. Scaldate in un tegame l’olio e poi aggiungete i peperoni e la cipolla tagliati a pezzi facendoli cuocere per 5 minuti circa a fiamma media, rigirando di tanto in tanto per evitare che si brucino.Aggiungete il cumino,il sale, il pepe di cayenna, il jalapeno sminuzzato e l’aglio tagliato a fettine sottili mescolando. Versateci sopra il brodo di pollo e i pomodori e fate cuocere per circa 20 minuti a fuoco medio,per restringere la salsa.Togliete la pentola dal fuoco,aggiungete il cilantro  sminuzzato e tenere da parte.

In una padella ampia fate scaldare poco olio di oliva che avrete spalmato su tutto il fondo, aggiungete una tortilla alla volta girandola da entrambe le parti per  1 minuto complessivo di cottura e ripetendo il procedimento per tutte e 4 le tortillas.

In un altra padella di medie dimensioni fate scaldare 1  cucchiaio di burro, rompeteci dentro due uova  mantenendo il tuorlo intatto, salatele e dopo cotte mettetele a parte in un piatto dopo avervi spolverato sopra la metà del cheddar grattugiato o spezzettato finemente. Aggiungete un altro cucchiaio di burro e seguendo lo stesso procedimento fate cuocere le restanti uova. Mettete una tortilla in ogni piatto, poggiatevi sopra due uova ciascuno e ricoprite con la salsa Ranchero.

Evita Peron e la dolcezza degli Alfajores!

Un po’ sogno  e un po’ incubo quella bellissima signora bionda nell’ Europa stremata dalla guerra, appena finita. In sostanza la moglie di uno dei tanti dittatori del Sud America…  Ma questo  non si riusciva  a etichettare… Populista e fascista  si diceva, ma intanto nazionalizzava le  industrie come nel più  ortodosso dei paesi comunisti…  Lei era arrivata sorridendo a tutti  con un’eleganza ostentata da palcoscenico,  vertiginosi abiti da sera e gioielli che le pendevano da tutte le parti… Era quasi estate  ma scese dall’aereo a Madrid avvolta in un’opulenta pelliccia da grande Nord… Eppure  molti governanti fra l’ammirazione e l’imbarazzo dovettero riceverla.. Arrivava da uno Stato ricco e potente… Che poteva riempire di grano l’Europa affamata…  Era tutta una strana situazione… Una First Lady che non era al seguito del marito metteva in difficoltà i protocolli…  E ancor più lei metteva in difficoltà  i suoi ospiti andando in giro per i quartieri  poveri delle città… Parlava con tutti, si informava, lasciava  somme ingenti per aiutare…   Mancava di tatto e non nascose la sua indifferenza di fronte   alle meraviglie artistiche inserite nei programmi ufficiali. Dura, provocatoria, seguitava a ripetere “Mi commuovo solo di fronte al popolo, non di fronte alle cose inanimate”  In Spagna comunque fu un gran successo, almeno di facciata, a Roma fu ricevuta dal  papa Pio XII… 20 minuti di udienza come per le regine e non era poco per una dal passato così recente e così chiacchierato. In  Inghilterra non ce la vollero  proprio…. Quell’affronto di nazionalizzare i treni togliendoli a un’onorata compagnia britannica, non riuscivano a mandarlo giù. Appena gentili in Francia,  l’unico a mostrarle simpatia,  tutta  ricambiata, fu il nunzio apostolico di Parigi, monsignor Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Lui probabilmente andò oltre le apparenze…

Apparenze  che  facevano a pezzi la reputazione di Eva Peron…Alle spalle una famiglia di illegittimi… 5 fratelli  con un padre sposato a un’ altra donna, una mamma povera che cuciva sulla Singer e  a scuola le irrisioni dei bambini “bene”… Lei Eva cresce con un brutto carattere, mutevole e spaventato.. mangia poco per non ingrassare…Ha già capito che ha un’unica ricchezza… Il suo corpo comincerà presto a utilizzarlo…A quindici anni se ne va a Buenos Aires con Agustìn Magaldi, il cantore del tango, secondo solo a Gardel… Una vita durissima, per conquistarsi un posto …   Il mondo degli artisti  è spietato, vendicativo, meschino. Impara  la necessità di avere amicizie importanti per  evitare quando possibile lo”ius primae noctis” … Quello che si richiedeva dalle attricette sconosciute. Per 5 anni  resiste in  piccoli ruoli, spesso disoccupata, sempre  con  paghe da fame. Testarda, cocciuta seguitava a ripetere a sé stessa “Io non me ne vado” Nel 1939  ha ragione lei… Una compagnia radiofonica  trasmette radiodrammi  ed  Evita è la protagonista.  Diventa famosa con la sua voce calda e appassionata… Più in là ci infiammerà le piazze… adesso serve a far sognare gli argentini con i personaggi femminili  dalla vita tragica e dal finale allegro

Juan Peron lo conosce allo stadio nel 1943. C’è stato un terremoto a San Juan e hanno organizzato un Festival… Serve a raccogliere fondi… Eva ormai è un’attrice affermata che può anche essere presentata alle autorità.  Juan Peron nel governo in carica è Segretario al Lavoro e agli Affari sociali, come dire un ministro… Pare che sia stato amore a prima vista … Lui aveva il doppio degli anni di Eva, e gli piacevano le ragazze giovani… Ma lei cercava qualcuno   che potesse darle il mondo che sognava ad occhi aperti quando era piccola …  quello delle lenzuola di seta, dei telefoni bianchi, delle pellicce…  Cercava però anche  qualcuno a cui affidarsi, qualcuno solido… e considerò una fortuna questo colonnello, membro del Governo… Che l’avrebbe sostenuta a aiutata…  Invece fu lei a doverlo  fare… Il vento politico gli si girò intorno a Peron… Non a caso lo consideravano un fascista e lo cacciarono dal governo… Appena dietro l’angolo c’era pronto l’esilio… Lei con un’abilità da politico di razza,  senza esserlo mai stata, andò a cercare tutti i suoi sostenitori, uno per uno, nei quartieri poveri….

Il 17 ottobre, senza che nessuno avesse dato l’ordine, i “ descamisados“ occuparono Plaza de Mayo esigendo la liberazione di Perón…   Furono costretti a richiamarlo al Governo.  Gli uomini sudati si erano tolti le camicie, così la parola dispregiativa “descamisados”, usata  da “La Prensa, ”  è arrivata alla storia come il simbolo del movimento di Peron.

Lui volle sposare Eva…Adesso non temeva più l’entourage militare e i politici… Era il più forte.   Lei per l’occasione falsificò tutti i suoi documenti di nascita diventando figlia legittima e aggiungendosi quel vezzo di Maria che avevano, come primo nome. le ragazze della buona società…  Qualche mese dopo Peron vinse le elezioni e diventò Presidente.

E’ importante analizzare quello che Eva Peron fece  soprattutto quando tornò dall’Europa…  Spesso giudizi un pò superficiali e qualunquisti hanno dato un tono riduttivo o demagogico ai suoi interventi… Ma se guardiamo bene, innanzitutto in lei non ci fu nessuna metamorfosi rispetto a quando era un’attricetta povera o una ragazza qualunque… Dire che Eva fosse  maturata  non è renderle giustizia. Lei rimase quello che era sempre stata, con i suoi ricchi vestiti e i suoi gioielli da favola, solo che adesso aveva il potere e le risorse economiche per riscattare tutti i poveri dell’Argentina e, con loro, riscattare se stessa e tutte le umiliazioni.   Portava  con sè le parole di Monsignor Roncalli, sull’esigenza di sacrificarsi fino in fondo quando si abbraccia la strada della solidarietà..  e finì che dormiva due ore per notte…  Ma quello che soprattutto sorprende, in una donna che comunque lavorava all’interno di una dittatura, fu la straordinaria modernità e il rigore dei suoi interventi… Infatti  non ci fu in lei nessuna mano misericordiosa  tesa a  fare opere buone,  nessun pietismo da ballo di beneficenza, ma un organico, serrato disegno politico riformista,  tutto fatto di  leggi e di diritti ai cittadini. Il marito non aveva tempo  e  il mondo del sociale lo affidò a Eva…Un rapidissimo volgere di tempo e le donne ebbero il diritto di voto …

Legge 13010..Articolo 1: le donne argentine hanno gli stessi diritti politici e obblighi che la legge argentina impone agli uomini….Articolo 3: per le donne vige la stessa legge elettorale che per l’uomo…  Poi passa al  “Decalogo per la difesa degli anziani”,  per  stabilire i diritti della fascia più dimenticata … Il “diritto alla casa”, all’ “alimentazione”, alla “salute”… al “tempo libero”…   il diritto al “lavoro”, che è forse quello più stupefacente …”Quando lo stato di salute e le condizioni dell’anziano lo permettono, l’occupazione attraverso il lavoro produttivo deve essere fornita. Si eviterà così il declino della personalità”  E via su questo ritmo…  Evita Peron non ha avuto bisogno degli psicologi e dei sociologi degli ultimi 60 anni per formulare le sue riforme… L’impegno maggiore forse lo dedicò alle ragazze madri e a tutte le persone che non sapevano dove andare… Fece delle case di accoglienza in cui si insegnava un mestiere o una professione e si dava a tutti la possibilità di un un futuro migliore… Per quelle che avevano meno istruzione comprò le macchine da cucire Singer… Sua madre ci aveva dignitosamente mantenuto 5 figli…  La sanità…Sapeva che l’Argentina era in ritardo e fece uno sforzo enorme per riguadagnare il tempo perduto… Gli ospedali erano importanti… Ancora di più la preparazione del personale…  Fra il 1950 e il 1951 furono preparati 5000 infermieri con alta specializzazione… Andarono anche in Equador quando quell’anno ci fu il terremoto. Furono più di 20 gli ospedali che fondò in Argentina…L’ultimo, quello dei bambini era quasi pronto quando lei morì… Non fu mai portato a termine e nel 1976, con un atto di sfregio  non casuale, all’inizio della dittatura militare del Generale Videla   fu trasformato in un campo di concentramento per i desaparecidos…

A lei è rimasto un museo e una sepoltura in patria dopo che la sua cassa  fece il giro di mezzo mondo per sottrarla alle ire della dittatura. A noi resta il ricordo di una donna intelligente che voleva cambiare il mondo e portava i suoi vestiti e i suoi gioielli come una sfida  di tutto ciò che, di bello, di sognante e di spettacolare  fa parte del mondo  al femminile…

Mangiava poco Eva Peron… Aveva paura di non essere più amata se si fosse ingrassata… E non sapeva che c’erano milioni di persone che l’avrebbero accettata comunque… Se l’avesse saputo forse avrebbe apprezzato gli “Alfajores” i tipici biscotti argentini imbottiti di dolcezza…

ALFAJORES CON  DULCE DE LECHE

INGREDIENTI  per  circa 30  alfajores: 100 grammi di zucchero,130 grammi di burro ammorbidito, 3 tuorli di uova, 180 grammi di maizena, 120 grammi di farina 00, 1 cucchiaio di lievito per dolci, 1/2 cucchiaino di bicarbonato, 1 pizzico di sale,  .

INGREDIENTI PER IL DULCE DE LECHE: 1 litro di latte,300 grammi di zucchero, 1/2 bacca di vaniglia, 1/2 cucchiaino di bicarbonato

PREPARAZIONE DEL DULCE DE LECHE: mettete sul fuoco un pentolino antiaderente,versateci il latte e lo zucchero, rimestate con un cucchiaio di legno,unite il bicarbonato e scioglietelo seguitando a rimestare,poi unite la vaniglia  e seguitate a mescolare facendo raggiungere  il bollore  poi prolungate la cottura seguitando a mescolare sino a quando il latte non avrà raggiunto il colore marrone e la densità del caramello. Se resta troppo sul fuoco l’impasto diventerà troppo duro quindi testate frequentemente la densità sino a raggiungere una consistenza media. Se,in attesa di essere utilizzato si indurisse troppo rimettetelo qualche istante sul fuoco per ridargli morbidezza.

PREPARAZIONE DEGLI ALFAJORES: lavorate  il burro a crema con lo zucchero e il sale,aggiungete i tuorli, mescolate e unite la farina setacciata con la maizena e il lievito impastando il più velocemente possibile, formate una palla, avvvolgete con la pellicola trasparente,e mettete in frigo per circa tre ore. Stendete l’impasto raggiungendo lo spessore di 5 mm di diametro e con uno stampino o il bordo di un bicchiere ricavatene i biscotti tondi che poggerete su più teglie ricoperte di carta da forno. Riponete le teglie in frigo per circa 30 minuti e poi cuocete in forno riscaldato a  180°C per 30 minuti circa. Sfornate appena dorati e lasciate freddare i biscotti  su una griglia a perdere l’umidità. Poi farcitene la metà con piccole quantità di dulce de leche e ricopriteli con l’altra metà dei biscotti. Spolverate con zucchero a velo,se piace e servite.

Fra terra e mare… Livorno, Modigliani e il Cacciucco…

Non c’era più niente da fare… I Pisani avevano lottato a lungo ma dove una volta c’era il loro orgoglioso porto, ormai era tutta una distesa di sabbia, da cui  emergevano a tratti, in un’atmosfera  surreale, le antiche strutture marinare…  Era l’inizio del XVI secolo e questa fu la prima delle fortune di Livorno …  dove  ebbe inizio una straordinaria avventura! Era vicina a Pisa, c’erano già delle fortificazioni  e l’acqua lì, di certo non mancava. Così i Medici decisero di ampliarla e  costruirvi il nuovo Porto.  L’altra fortuna di Livorno fu l’arrivo dei mercanti Ebrei, che  scappavano perseguitati, ma con parecchi  averi, dalla penisola iberica, dopo “la reconquista” cristiana. A Livorno vissero  liberi  come gli altri cittadini e  al contrario del resto d’Italia e d’Europa , non c’era nessun ghetto dove andarsi a chiudere nelle ore serali … Evidentemente la libertà fa bene… Perché col tempo, divennero la più importante comunità ebrea d’Italia. Poi cominciarono ad arrivare  anche  altri mercanti, di “qualsivoglia natione” perchè i Medici, liberali e affaristi come erano sempre stati, avevano emanato quelle specialissime “Leggi Livornine” che garantivano a tutti libertà di culto e  annullamento di tutte le condanni penali… eccezion fatta per gli assassini e i falsari. …

  Non ci volle poi molto a fare le strutture portuali e la città nuova… Un doppio molo e  un canale navigabile tra Pisa e Livorno, mentre si progettava la “città ideale”… Con squadra, compasso e i minimi particolari… Una splendida città, con quartieri, piazze e strade di grande  respiro, ma anche una città-fortezza  a pentagono, avvolta dentro mura  imponenti, baluardi e fortificazioni …  Perchè all’epoca  risalivano ancora a depredare il Tirreno le navi pirata dei Mori e Saraceni…   Ma quello che segnò definitivamente il destino di Livorno fu la sua proclamazione  di  porto franco  che la fece diventare il porto  più ricco di tutto il Mediterraneo e  anche uno dei più caratteristici con le navi che  giravano tranquillamente dentro la città dove,  lungo i canali navigabili  di Venezia Nuova, c’erano i magazzini dei grandi Import – Export, pronti ad accogliere o caricare le merci che venivano da tutto il mondo.  Nei secoli la città crebbe… alla fine del ‘700 arrivarono i Granduchi di Lorena dopo che i Medici si erano estinti… Erano fissati con  l’irrigazione e le acque… A Livorno ampliarono  i canali,  costruirono  altre darsene interne, lungo il circuito delle nuove mura daziarie, seguendo l’inclinazione naturale della Città…   Mentre il mare entrava  docile nei muraglioni di contenimento e  formava nuove vie d’acqua.

Il primo colpo all’economia della città  pensarono bene di assestarlo, verso la fine dell’800, gli ottusi regnanti dell’Unità d’Italia… quelli dell’indipendenza  tanto desiderata che portò più danni che felicità… Tolsero il porto franco e i commerci precipitarono … Per fortuna  i Livornesi erano gente sveglia…  divennero in fretta centro industriale con i cantieri navali, poi accolsero l’Accademia Navale e infine si trasformarono in città turistica e centro benessere con gli eleganti stabilimenti termali e balneari…  Per il cinema poi ci fu una passione precoce perché già nel 1896  si proietta il Cinématographe Lumière …

Città di forti contraddizioni, nel 1921 vide  la nascita del Partito Comunista, ma poichè era anche la patria del genero di Mussolini, la famiglia Ciano pensò bene di dargli una nuova dignità urbanistica all’altezza del suo lignaggio e cominciò a sventrarla per fare spazio a imponenti e retoriche piazze e architetture di regime, sacrificando e ricoprendo alcuni canali… Il resto lo fece la guerra e i 99  bombardamenti sulla città per colpire il porto e le industrie …E questo si potrebbe anche capire. Quello che fu un delitto, fu la distruzione del centro storico con incursioni specificamente  dedicate.

Ci mise tanto a risollevarsi… Ma se vi capita di andarci potete  trovare ancora una parte della Venezia Nuova, la grande Fortezza circondata dall’acqua, il Museo Fattori  in una deliziosa villa dell’800 che ospita i macchiaioli … E la luna che di notte riesce ancora a creare  i suoi antichi miti… “Le Notti Bianche” non a caso l’hanno girato a Livorno.  In città c’è un’atmosfera  gentile, di grande cortesia… si sta proprio bene a Livorno, ma non andatelo a raccontare a nessuno … Loro non vogliono… Temono che arrivi troppo turismo!

L’arte a Livorno è stata sempre di casa e gli scambi culturali con quel porto spalancato sul mondo sono sempre stati ricchi… E tuttavia c’è stato un momento magico  quando con Parigi si era stabilito un rapporto  di scambio del tutto paricolare, tanto che Oscar Ghiglia uno dei post macchiaioli più cosmopoliti così scriveva “…C è stato un momento anni fa, quando Mascagni musicava a Parigi la Parisina e Cappiello era il re del cartellone francese e Niccodemi uno dei principi del teatro boulevardier e Modigliani dipingeva a Montparnasse quei suoi strani quadri (…) che Parigi poteva sembrare un mezzo feudo artistico dei livornesi…”

Ecco fra tutti gli artisti uno più grande dell’altro, un pensiero particolare va ad Amedeo Modigliani e non solo perché forse è stato il più grande di tutti, ma perché lui, ebreo sefardita, forse era il più livornese di tutti, erede di quei pionieri arrivati in fuga, che assieme al Granduca di Toscana dettero vita a una delle più originali e avveniristiche città e all’ inizio all’età moderna.

Una vita sciagurata fra malattia, droga e alcol, quella di Modi, il Maledetto, come suonava in francese quel diminutivo, dove solo l’arte annullava  le sue umane miserie e le sublimava nei dipinti e nelle  sculture, che non seguivano alcuna corrente  ma scendevano all’origine di tutte le rappresentazioni… All’arte primitiva, all’Africa nera, dove la forma era sintesi, eleganza ed emozione  mentre il colore  che ricopriva quella forma era caldo, sensuale ed esprimeva la gioia  e la passione di vita che lui  non sapeva trovare al di fuori…

Dopo qualche anno che stava a Parigi tornò a Livorno, era  roso di nostalgia ma  non ci rimase a lungo… Lì era sotto gli occhi di tutti con la sua malattia e tutto il resto.. Probabilmente sapeva che era un addio…  Ma preferì tornare a Parigi e perdersi a Montparnasse, sconosciuto e immenso  mentre faceva i suoi rapidi schizzi ai clienti dei ristoranti in cambio di un po’  di assenzio… per poter continuare a dipingere.!

A Livorno il Cacciucco è il piatto nazionale, non solo cibo, di sicuro un modo di vivere… All’inizio era un piatto dei poveri, che i pescatori preparavano con gli avanzi della pesca…Mascagni  era un appassionato e se lo cucinava da solo in estenuanti gare con Puccini… Forse anche Modigliani tornò a Livorno per sentire ancora  il colore e l’odore del mare  in quella zuppa di pesce…

CACCIUCCO ALLA LIVORNESEricetta-cacciucco-cacciucco-livornese

INGREDIENTI per 6 persone: 500 grammi di polpo, 500 grammi di seppie, 300 grammi di palombo a trancio, 500 grammi  di scorfano, gallinella o altro pesce da zuppa, 500 grammi di crostacei misti cicale, scampi, gamberi, 500 grammi di cozze, 500 grammi di pomodori pelati, 3 spicchi di  aglio, qualche foglia di salvia, due peperoncini secchi piccoli o anche qualcosa in più se piace, 1 cipolla,una carota,un gambo di sedano, 1 bicchiere di vino rosso,olio extra vergine di oliva 4 cucchiai, 6 fette di pane casereccio toscano, una manciata di prezzemolo.

PREPARAZIONE: Prendete una casseruola di grandi dimensioni, possibilmente di terracotta e mettete a soffriggere a fuoco basso, nell’olio, 2 dei tre spicchi di aglio “in camicia,” e il ciuffo di salvia. Quando l’aglio è dorato,versate la metà del vino, aggiungete i peperoncini e fate sfumare a fuoco vivace. Togliete dalla casseruola l’aglio, la salvia e i peperoncini e metteteci  il pesce perfettamente pulito e lavato. Cominciate con  il polpo tagliato a pezzi e precedentemente battuto per ammorbidirlo. Dopo 15 minuti aggiungete le seppie tagliate a pezzi alle quali, durante la pulizia avrete tolto anche la sacca del nero. Fate rosolare e sfumate con il restante vino. Aggiungete i pomodori pelati a pezzi con la loro acqua, coprite e abbassate la fiamma. Mentre il pomodoro cuoce prendete una pentola riempita di acqua in cui metterete la cipolla, il sedano, la carota e i pesci da zuppa. Portate a bollore  e quando i pesci  sono cotti, toglieteli  dall’acqua e riduceteli a una polpa nel passatutto, togliendo prima allo scorfano la  sua corazza. Dopo che avrete versato la polpa ricavata, nella casseruola del pomodoro, mettete nel passatutto anche  la corazza dello scorfano da cui ricaverete  sicuramente altra polpa  e liquido da aggiungere alla casseruola dei pomodori. Ricordatevi di non buttare via il brodo di cottura perché potrebbe servire… Quando il polpo e  le seppie sono ammorbidite e ci vorranno circa  25 minuti dal momento in cui avete aggiunto le seppie, aggiungete i crostacei e il palombo  a rondelle. Fate cuocere per non più di 10 minuti altrimenti i gamberi possono indurirsi, aggiustate di sale e pepe  e aggiungete per pochi minuti ancora, le cozze. Quando le valve si aprono il cacciucco è pronto. Se il sugo si fosse troppo ristretto aggiungete  il brodo che avete tenuto da parte.

Servite su scodelle dove  su ciascuna di esse, avrete già poggiato una fetta di pane bruscato, strofinato con lo spicchio d’aglio non consumato e spolverizzate le porzioni col prezzemolo tritato. ATTENZIONE! Il Cacciucco, data la ricchezza del suo gusto, si accompagna esclusivamente con un vino rosso giovane.

All’ombra delle palme… Zenobia e la torta coi datteri!

A metà del terzo secolo, avrebbero riso in faccia a chiunque avesse provato a scommettere che quell’Impero, sarebbe stato in piedi altri 200 anni !  In Occidente c’erano le orde dei barbari  accalcati alle frontiere, in gara fra loro per chi le varcava prima  e più spesso. Goti, Alamanni, Franchi  sbucavano da tutte le parti e e non si sapeva più dove dirigere l’esercito. Anche perché i soldati su cui contare erano veramente  pochi! Gli altri erano  distribuiti su quella infinita linea di confine che dalle  Gallie e l’Europa del Nord cominciava  lentamente a scendere lungo la Pannonia   e la Dacia  per ripiegare più decisamente  verso Sud appena passata la Siria e l’Armenia, dove c’era da resistere al famelico regno dei  Parti, lo storico secolare nemico. E in quei lontani, spesso desolati avamposti, i soldati, nella loro ferma ventennale, si dimenticavano almeno un po’ di Roma, finivano per  prendersi le donne  del luogo e coltivavano l’orto a ridosso delle torri e dei bastioni di difesa.

Nelle  Gallie la situazione  andava a rotoli e visto che “i nostri” non ce la facevano ad arrivare, i Galli dovettero imparare con molta rapidità a difendersi da soli, coinvolgendo  tutti, cittadini e contadini... anche se non ne erano rimasti molti, perché la crisi mordeva da tempo e città e campagne  si stavano spopolando. Ma a  questo punto  Roma e il suo impero ai Galli non servivano più e se ne fecero uno tutto per conto loro. Era l’anno 258, nasceva l’ Imperum Galliarum e Postumo fu il primo imperatore.

 Ma questo era ancora ben piccola cosa in confronto a quello che successe in Oriente… Quando i Parti, in circostanze  per sempre oscure, con un  veloce, inaudito  blitz catturarono l’Imperatore stesso, notoriamente un Dio in terra! Non era mai successo  nella Storia di Roma e tutto l’Impero ne rimase  atterrito! Sembrava veramente la fine …  Shapur, il sadico sovrano dei Parti lo mise a lavorane come  operaio alla costruzione di una diga e lo fece sapere in giro. E dato che  era un mago della propaganda e della pubblicità fece  fare un grande rilievo rupestre, ben visibile a  tutti coloro che  capitavano da quelle parti, in cui erano ritratti lui  a cavallo e Valeriano prostrato e sottomesso. Così  anche chi,  da quelle parti  non c’era mai  andato, lo veniva a a sapere da chi c’era passato.

Roma si spese l’ultima carta che gli era rimasta… Il principe Odenato di Palmira,  valoroso soldato e Vir Consularis dell’impero. Lui del resto aveva tutto l’interesse ad allontanare i Parti che premevano su quell’ultimo lembo di Provincia Romana,  così aveva cominciato a inseguirli subito, mentre si ritiravano dopo aver catturato l’imperatore. Valeriano non lo ritrovò più nessuno, ma Odenato riuscì a colpire  quasi a morte l’esercito in fuga. Gallieno, il nuovo imperatore, che come  soluzione  aveva solo questo principe, ancora un po’ barbaro, lo riempì di titoli onorifici fra cui quello di dux romanorum, carica in sé pericolosa e conflittuale  che poteva spiazzare  il Governatore Romano perché in pratica riconosceva l’autorità regale del principe di Palmira su tutta l’area della provincia di Siria. Ma Odenato era un gran signore e le cose andarono benissimo. Rimise rudemente i Parti al loro posto, andandoli a insidiare direttamente dentro il loro  regno, restituì una boccata d’ossigeno al compromesso prestigio  dell’impero e  perfino un po’ di pax romana, di cui c’era veramente bisogno. Soltanto però fino al 267… Perché in quell’anno l’ ammazzarono… assieme al figlio maggiore.

L’altro figlio, Vaballato, era solo un ragazzino e fu necessario nominare un reggente. Naturalmente Zenobia, sua madre, l’adorata sposa di Odenato, bella, che dire bella era troppo poco, donna guerriera che era lo sgomento dei nemici… La Historia Augusta, una delle fonti  più note dell’antichità, racconta che  era ancora più coraggiosa di suo marito, che  aveva preso parte alle campagne militari, che guidava in battaglia i generali e poi beveva con loro… Sapeva anche governare, ma non aveva nessuna intenzione di farlo in nome e per conto dei Romani. Deboli come erano in quel momento, con tutte le forze impegnate contro i barbari, non ci mise molto a occupare tutte le province attorno alla Siria, la  Mesopotamia a est, la Bitinia sino al Mar Nero e l’Egitto a Sud. All’inizio recitò ancora la parte dell’alleata, ma quando tolse dalle monete di Alessandria, l’immagine dell’Imperatore, finalmente si capì che l’Impero Romano  era spaccato in tre… con le Gallie e il Regno di Palmira, ai lati ostili di un entità avvolta nel Caos.”La crisi del 3° secolo”, “I tre tronchi dell’Impero” così  dicono gli storici… Gallieno non fece in tempo nemmeno a mandare un esercito contro Zenobia perchè l’anno dopo che uccisero Odenato,uccisero anche lui…Mentre cercava di sconfiggere  Aureolo, l’ultimo ribelle di  quel tempo senza pace. Il suo successore Claudio il  Gotico non si sa di preciso  cosa fece, tanto era impegnato a combattere contro i Goti…  forse  mandò l’Ammiraglio Probo e in ogni caso… Zenobia lo  sconfisse.

 All’improvviso, quando tutto sembrava un buio senza fine, ci fu la schiarita… già, perchè Aureliano arrivò con  il suo culto solare … e il Dio Mitra ricominciò a proteggere le legioni romane.  Zenobia forse non ci fece nemmeno caso. Aureliano era alle prese coi Vandali, che cercava di intercettare in Pannonia e poi con gli Alamanni che erano sciaguratamente  già entrati in Italia.  Ma ci mise un solo anno e poi  mentre ordinava le mura  per difendere Roma partì  veloce per l’Oriente. Forse nessuno aveva capito quanto era freddo, determinato e capace. Zenobia gli mandò contro i  suoi terribili cavalieri  climbanarii che mettevano paura  già da lontano  completamente ricoperti  assieme al cavallo di metallo a scaglie. Aureliano non ci provò nemmeno ad affrontarli… Ordinò all’esercito di ritirarsi e si fece inseguire… Per ore andò avanti la fuga… finché i cavalieri di Zenobia non ce la fecero più… Era troppo pesante tutto quel ferro addosso…Mentre i Romani correvano leggeri.  Alla fine la vittoria fu facile.  Zenobia si ritirò prima ad Antiochia e poi a Palmira mentre Aureliano cercò  in tutti i modi di darle  qualche via di scampo. Perché adesso lui, rude guerriero, aveva un grosso problema… Temeva che il mondo intero si sarebbe messo a ridere del’Imperatore romano che combatteva contro una donna. Le propose di tutto, oltre la vita. Gioielli, denaro, cammelli, un luogo tranquillo dove vivere. Lui si sentiva palesemente ridicolo, ma a chi lo poteva raccontare… La cosa stava assumendo i contorni dell’Operetta ante litteram e  e Aureliano esitava a dare la stoccata finale.  Lui in fondo non era freddo e glaciale come Augusto che non si era fatto nessuno scrupolo ad affrontare Cleopatra… di cui Zenobia diceva di essere l’erede spirituale nella sua lotta di indipendenza dal dominio romano! Alla fine  la regina fece l’ultimo errore…Fu catturata di notte mentre scappava…  Un ultimo addio alla città e poi fu portata a Roma a seguire in catene il carro trionfale di Aureliano… Che però ebbe per lei un ultimo atto di gentilezza. Volle che le catene di Zenobia fossero d’oro….   Quello che successe poi è  molto incerto… Mentre non  si ebbero più notizie di suo figlio Vaballato, sembra che lei a Roma conobbe un generale romano che la volle sposare e Aureliano come dono di nozze regalò  una villa a Tivoli… La sorte di Palmira invece fu sicuramente tragica… Un anno dopo che Zenobia era stata portata via, la città  si ribellò ai Romani… Ormai aveva provato la libertà! E la reazione dei Romani, come sempre fu durissima, adesso poi che avevano risolto i problemi più gravi e stavano riunificando l’impero… erano ancora più spietati. Così distrussero le mura di Palmira e obbligarono gli abitanti ad andarsene. Ma Palmira  non ce la fecero a distruggerla completamente  e  molto della sua antica bellezza è ancora lì da vedere, come il colonnato lungo più di un chilometro che portava  al tempio di Baal, il teatro ellenistico con quelle linee spezzate  che si rompono l’una nell’altra, l’arco di Settimio Severo… La  sorgente di acqua sulfurea che aveva dato vita all’oasi e alle  famose palme che avevano poi dato il nome alla città non c’è più. Però c’è un sistema di irrigazioni  e i Palmireni, che vivono nel vicino paese, possono guardare anche tutti i giorni  quelle antiche colonne,  memoria ancora viva  della città carovaniera da cui  partivano le  spedizioni verso il grande  e misterioso Oriente.

Per ricordare Zenobia e Palmira, la ricetta più bella c’è sembrata questa torta tutta medio orientale che, con i datteri,  ci ricorda  l’oasi incantata  nelle cui acque si specchiavano,  ricche e verdi le famose palme.

TORTA DI DATTERIpiatto-pronto_dettaglio_ricette_slider_grande3

INGREDIENTI: 180 grammi di datteri snocciolati, 200 grammi di farina,  lievito ,cognac, 3 uova, 100 grammi di burro, 100 grammi di zucchero di canna, 4 pere medie,  75 grammi di zollette di zucchero, mezza bustina di lievito in polvere, mezzo bicchiere di cognac.

PREPARAZIONE:  sbucciate  soltanto 2 delle 4 pere, tagliatele a dadi e mettetele in una terrina assieme ai datteri spezzati, bagnate il tutto con il cognac, coprite con un foglio di pellicola trasparente e lasciate che gli ingredienti si insaporiscano, almeno per un’ora, ricordandovi ogni tanto di rimescolarli. Intanto lavorate il burro con lo zucchero di canna fino a ridurre il composto a crema, poi incorporateci la  farina passata al setaccio, un poco alla volta, seguitando a mescolare per evitare grumi, aggiungete il lievito, i tuorli delle uova e la frutta che nel frattempo dovrebbe essersi macerata nel cognac.  Montate a neve  gli albumi delle uova e aggiungeteli al composto rimescolando delicatamente. Preparate del caramello con le zollette di zucchero e due cucchiai di acqua che porrete sul fuoco, finché sciogliendosi non raggiungano il colore dorato.  Foderate  immediatamente, mentre il caramello  è ancora liquido, il fondo di uno stampo  con chiusura a cerniera e le sue pareti. Versate il composto preparato e fate cuocere in forno già riscaldato a 180°C  per 45 minuti circa. Sfornate la torta, fatela raffreddare, aprite la cerniera, posatela sul piatto da portata e decoratela con le due pere rimaste, tagliate a fettine sottili,appena bagnate di limone per non farle annerire.

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Empanadas de Tango!

Tango Argentino… In realtà è platense perchè attorno al 1880 lo ballavano a Buenos Aires e a Montevideo, su tutte e due le sponde  del grande fiume, il Rio de la Plata… Il popolo di migranti  era lo stesso…  Le speranze perdute, una vita dura e la nostalgia della patria. Erano venuti da mezza Europa in quella terra spopolata  perché la fortuna sembrava facile… Ma per loro c’erano stati solo i lavori  umili, la difficoltà di comunicare… E quei quartieri desolati, “le orillas” venuti su dal niente e solo per loro. Strani migranti quasi tutti uomini… le donne erano rimaste  a casa aspettando il colpo di fortuna che non arrivava.

Ma i giorni di festa, nonostante tutto si ballava! Erano Polke, Mazurche, Valzer, Habanera portati da casa, che si mischiavano con il  Candombe,  danza dove la coppia non si toccava… E più che melodia erano percussioni. Quello lo ballavano i neri, da tanto sul territorio, ma soli come loro … e da secoli! Quando diventò Tango, di preciso non lo sa nessuno…   forse non si accorsero neanche loro, bianchi e neri,  che stavano creando il Tango, un universo nuovo.  Un ballo che si ballava solo fra gli uomini…Perché all’inizio di donne ce ne erano poche e in ogni caso era  immorale ballarlo con una donna… troppa, sfacciata l’allusione all’atto sessuale… Le donne  le trovavi solo se andavi nei bordelli di Buenos Aires  “a 10 centesimi il giro, compresa la dama” come racconta Borges… Dopo un po’ che la ballavano, quella strana  ibrida musica si riempì di canzoni. Molte si persero perchè nessuno sapeva scrivere la musica ma quelle che si salvarono come “El Choclo” erano allusive o direttamente oscene.. Per fortuna che spesso nemmeno le capivano perchè il linguaggio  era il Lunfardo, quell’idioma meticcio infarcito di tutte le lingue degli emigranti…

Anche tutto il resto tardarono un po’ a capirlo. Anche quando nei locali malfamati e nei bordelli il tango si aprì alle donne. C’era dentro tutto quello che non si può dire, c’era la nostalgia struggente e la tristezza…e la felicità, però più effimera  e illusoria…Soprattutto se era  felicità d’amore. E il Bandoneon lo strumento a mantice  che dopo un po’ arrivò col piano e il violino, aveva un suono denso  e frammentato  che sembrava fatto apposta per aumentare il disagio. Ma non c’era solo questo… Il tango sapeva di fantasia e di miracolo… Era l’improvvisazione. Bastava il passo base, la camminata … E poi i ballerini si scatenavano in tutte le figure possibili… l’uomo guidava e la sensibilità fisica e corporea di tutti e due costruiva quell’immediato fluido dialogo, fatto d’intesa, di movenze e di sesso … Ogni volta diverse …Perché non c’era limite… Il tango era libertà e liberazione. Quando i ricchi e i borghesi di  Buenos Aires cominciarono a  conoscerlo durante le loro incursioni  nei quartieri malfamati… Il tango se ne andò dall’Argentina.

Emigrò a Parigi portato da un talento  eclettico, Angel Villoldo. Parigi era all’epoca moda, glamour, allegria e  audacia. La cultura aveva accettato già tutto, cubismo e astrattismo genio e sregolatezza. E fra tutto questo adoravano il ballo… Lì la vita del tango fu più facile… Un terreno fertile fra curiosità e passione  che prese  l’Europa. Quando tornò in Argentina, appena un po’ depurato delle figure troppo  sensuali c’era ad aspettarlo un mito… Si chiamava  Carlos Gardel ed era nato… forse da quelle parti, ma in una data imprecisata.  Probabilmente non lo iscrissero mai in nessun registro comunale. Durante l’infanzia e l’adolescenza  stava a  Buenos Aires in mezzo alle bande  dei giovani di strada… Lo chiamavanio “El Morocho”  e fu anche arrestato dalla polizia, però all’epoca imparò il Lunfardo… e cantava per la strada. Gli studi  li interrompe, ma in teatro ci arriva presto, magari dietro le quinte a fare il macchinista, ma fra una cosa e l’altra impara a suonare la chitarra. Solo notizie  a frammenti… Gardel  arrivato al top   capì che non era il caso i dare in pasto al pubblico la storia della sua giovinezza esclusa… Dal 1912  si comincia a sapere di più …E’ in un trio …Canta con Josè Razzano e  Francisco Matino suona la chitarra.  Nel 1913 canta in un locale esclusivo di Buenos Aires l’Armenoville dove l’avevano invitato dopo averlo sentito cantare in un bordello. Comincia a incidere dischi  e sono milongas, cifras e tonado… Il tango è ancora lontano… e la sua vita ha ancora lati oscuri….Lo feriscono in una rissa e un proiettile gli rimarrà in un polmone…

Ma arriva il 1917 e al Teatro Empire di Buenos Aires stavolta è tango! “Mi noche triste” con i versi in lunfardo  è l’inizio.. .Dopo vorranno in tutto il mondo la sua voce incredibile di baritono, estensibile sino ai registri di tenore e di basso. Lui è il protagonista del primo film argentino “Flor de Durazno”, nonostante il cinema sia  ancora muto… Suppliranno con il cantante e  l’orchestra in sala e fingeranno che sia lui a cantare dallo schermo. Intanto comincia a incidere dischi e saranno  900  alla fine. A Madrid è al Teatro Apollo, a Barcellona al Goya e a Parigi si esibisce con Josephine Baker. Quando arriva il sonoro,il cinema lo porta in trionfo perchè ormai il mondo intero canta e balla il Tango e Gardel è il suo  Profeta più schietto, appassionato e nostalgico. Morirà in un disastro aereo sulla pista di Medellin nel 1935… Un incidente misterioso qualcuno disse che a bordo di uno dei due aerei ci fu uno sparo prima che si scontrassero. Quell’aura di mistero, di  oscuro che l’aveva accompagnato per buona parte della sua vita riapparve al momento della sua morte… Quasi un destino che andò ad a alimentare il suo mito  e il  legame  con il tango… entrambi  usciti dai bassifondi per conquistare il mondo. Molti anni dopo l’Unesco dichiarerà la sua  unica ineguagliabile voce, Patrimonio dell’umanità.

Morì appena in tempo per non accorgersi che il Tango stava passando di moda… Ci vorranno molti anni e un musicista di eccezione per  riportarlo ai livelli di Gardel… E sarà un tango nuovo… Nonostante in Argentina si dicesse che tutto poteva cambiare meno il Tango. E all’inizio suonerà  come un delitto perchè il tango ormai è un classico. Ma Astor Piazzolla infrange la tradizione e mischia  senza paura il tango con il Jazz… usa le dissonanze e introduce altri strumenti  l’organo Hammond, il flauto, la marimba il basso elettrico… Tutto quello che sembrava proibito… E compone con un estro e una fantasia senza fine opere come il “Concerto para Bandoneon, orquesta, cuerdas y percusion” e” Adios Nonino”  solo per citarne qualcuna, perché hanno calcolato che in tutto abbia scritto 3000 brani…  Adesso anche lui è un mito… E il tango è in tutto il mondo più nuovo e più amato di prima….Carlos Gardel era stato il cantore della prima metà del secolo, Astor Piazzolla della seconda metà.Tutto insieme è stato il secolo del tango.

Qualche anno fa hanno intitolato ad Astor Piazzolla l’Aeroporto di Buenos Aires e il Papa argentino appena eletto  ha subito manifestato la sua passione per il tango… Almeno finora, è sempre stato un assiduo a tutti gli spettacoli… Ne ha fatta di strada la musica triste degli emigranti.

All’Argentina e al suo mitico Tango dedichiamo un piatto di grande tradizioni “Las Empanadas” che venivano un tempo preparate dalle donne per festeggiare il ritorno degli uomini dalle Pampas.

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INGREDIENTI  per 10 empanadas del diametro di circa 10 – 12 centimetri: farina 250 grammi, olio extra vergine di oliva 4 cucchiai  di olio extra vergine di oliva più abbondante olio extra vergine di oliva per friggere, sale q.b., acqua tiepida 120 ml,  olive verdi o nere 5, carne bovina tritata 250  grammi, 2 uova, 250 grammi di cipolle, grammi 30 di uvetta, peperoncino piccante in polvere 1 cucchiaino, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato,  1 cucchiaio di maggiorana fresca.

PREPARAZIONE: Mettete in una ciotola 2 cucchiai di olio e la farina. Sciogliete il sale nell’acqua tiepida e versate nella ciotola, mescolatelo e poi lavorate il composto sulla spianatore sino a quando diventa liscio e omogeneo: Avvolgetelo nella  pellicola trasparente e fate riposare in luogo fresco per un’ora. Nel frattempo preparate il ripieno mettendo in ammollo l’uvetta in acqua calda per circa 10 minuti  e comunque sino a quando diventi morbida e allora strizzatela. Tritate la cipolla e fatela soffriggere a fuoco basso nell’olio di oliva per circa 10 minuti. Attenzione a non farla bruciare! Unite alla cipolla la carne di manzo e fate cuocere a fuoco medio per 10 minuti, aggiungete il peperoncino e mescolate il tutto. Spegnete il fuoco e aggiungete l’uvetta, il prezzemolo, la maggiorana e il sale.Trasferite la carne in una ciotola e fatela freddare. Fare rassodare due uova, sbucciatele e tagliatele a fettine. Dividete in due ciascuna oliva. Togliete la pellicola alla pasta e stendetela sulla spianatora sino ad uno spessore di 2 millimetri, quindi ricavate dei cerchi del diametro di 10 – 12 centimetri servendovi di una coppetta appoggiata sopra la sfoglia e della rotella tagliapasta. Ponete su ogni cerchio un cucchiaio di impasto quindi aggiungete mezza oliva e una fettina di uovo. Spennellate con acqua i bordi di ciascun cerchio e richiudeteli su se stessi, formando intorno un cordoncino. Friggete le impanadas in abbondante olio e scolatele su carta assorbente prima di servirle.

Rita Hayworth e… I Tagliolini al Tartufo Bianco di Alba

Aveva poco più di tre anni quando suo padre decise che doveva ballare. Ballavano tutti in famiglia, lui il Flamenco, il nonno il Bolero… Non le piaceva molto ballare e  soprattutto non ebbe più un’infanzia. A 12 anni attraversava la frontiera e andava a ballare con il padre nei locali messicani perché in California era proibito far lavorare i minori nei locali notturni… Margherita Cansino sembrava voler  bruciare tutte le tappe e a 18 anni era già sposata con un uomo molto più grande di lei che aveva avuto però il merito di sottrarla  alla dittatura paterna e l’aiutava a muovere i primi passi nel cinema. Fu Harry Cohen, un altro dittatore, colui che faceva il bello e il cattivo tempo alla Columbia Pictures  ad accorgersi di quella ragazza, ma per diverso tempo, con quei capelli neri bassi sulla fronte le fece interpretare solo piccoli ruoli esotici. Alla fine le cambiarono look allargandole la fronte con l’elettrolisi e tingendole i capelli di rosso. Anche il cognome così mediterraneo non andava bene, Lei allora prese quello di sua madre e diventò Rita Hayworth, la più bella e famosa pin up americana. I film ora piovevano a raffica e nei primi anni ’40 cominciò il suo mito con film come “Sangue e Arena” in personaggi di donna fatale ed egoista. Ma i film migliori di quel periodo, a distanza di tanti anni sembrano le commedie musicali in cui si scatenava con Fred Astaire o Gene Kelly in ruoli più leggeri e divertenti, mentre metteva a frutto la sua eccezionale bravura di ballerina.

Ma l’etichetta della bellezza esplosiva e “fatale” Harry Cohen e la Columbia gliel’avevano stampata addosso e così dopo essere stata durante la guerra la cover girl un pò equivoca  di tutti i soldati al fronte, si trovò  immediatamente dopo, involontariamente legata alla bomba che gli americani avevano lanciato sull’atollo di Bikini e fu chiamata l”Atomica.” Si sentiva umiliata e offesa e voleva andare a protestare a Washington ma Harry Cohen glielo impedì. Sarebbe sembrato poco patriottico!

Sono di quegli anni i  film più famosi di tutta la sua carriera. “Gilda”, in fondo un film abbastanza stupido, è passato alla storia per il suo leggendario strip dei guanti neri, che mentre se li sfila lentamente è più sensuale   di quello che sarebbe stata nuda… Tacque per quarant’anni ma alla fine Glenn Ford lo dovette ammettere che sul set di Gilda era impazzito d’amore per Rita Hayworth.

Lei a quel tempo era sposata con  Orson Welles e anche se dichiarava che era faticoso vivere tutti i giorni con un genio, fu la docile interprete sotto la sua direzione de “La Signora di Shangai”. In un film poco capito all’epoca per gli intellettualismi e la simbologia  di cui lo caricò Orson Welles, Rita Hayworth apparve nella nuova veste di una gelida e  misteriosa signora bionda che, se anche piacque al pubblico mandò su tutte le furie Cohen e la Columbia perché falsava lo stereotipo della donna dalla ricca capigliatura rosso fiamma. Ma la scena finale del labirinto di specchi dove la coppia terribile finirà per uccidersi  fu ricordata, commemorata e citata tanti anni dopo da Woody Allen che la inserì nel finale del suo film “Misterioso omicidio a Manhattan” e sempre molti anni dopo un famoso critico David Kehr scrisse che la “Signora di Shangai” era “Il più strano grande film mai realizzato.”

Quella con Orson Welles fu una bellissima storia d’amore, lui si spogliava della sua eccentricità, del suo essere superiore e diverso  e si confessava come un bambino” Senza di te la gioia diventa un insopportabile dolore ” le scriveva quando erano lontani. Ma anche Orson con tutto il suo genio era un uomo fragile, economicamente schiavizzato  da Hollywood  che  faceva e disfaceva i suoi contratti  incurante che fosse il memorabile radiocronista della discesa dei Marziani sulla Terra e il regista di  “The Citizen Kane”, quello che ancor oggi molti ritengono “Il più grande film di tutti i tempi.”

Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, ai vari tipi di uomini mediocri e alla soddisfatta gente di cinema. Io non sono nulla di tutto ciò”  Così disse Orson Welles e se ne andò in Europa tanto anche il suo matrimonio era arrivato al capolinea.

Per altre strade anche Rita Hayworth arrivò il Europa e conobbe il suo Principe che sembrava esattamente quello delle favole. Ali Khan all’epoca era pieno di fascino, di soldi e riempiva le cronache mondane di tutta Europa. Rimasero  incantati uno dell’altro, ma lei, anche se a livello probabilmente inconscio, aveva la speranza con quel matrimonio  di liberarsi dell’ingombrante contratto con la Columbia e soprattutto liberarsi di Cohen, per il quale era una specie di proprietà privata da sorvegliare sino a farle mettere i microfoni nascosti nel suo camerino. Invece non riuscì a risolvere i suoi problemi… Fu un matrimonio difficile sin dall’inizio. Per lui, perché sotto la patina mondana era comunque un capo religioso musulmano con una gran moltitudine di fedeli a cui rendere conto e per lei perché fu subito stigmatizzata per essersi unita con l’infedele. All’inizio fu felice di andare a vivere in Pakistan, ma loro due era impossibile che si capissero venuti da due realtà così lontane… Quando si separarono lei si batté con tutte le sue forze perché la figlia le fosse affidata e potesse crescere come una normale  ragazzina americana. Di quel mondo orientale aveva sentito l’imposizione  e la condizione subordinata della donna…  E così nonostante tutto preferì tornare da Cohen e da Hollywood… Ma non fu un gran ritorno.  Il primo film “Trinidad” ebbe poco successo e poi cominciarono a  utilizzarla in ruoli di prostitute e  e di donne fallite. Solo verso la fine degli anni ’50 riuscì a fare due buoni film  Pal Joey con Frank Sinatra e Tavole Separate con Burt Lancaster. Poi arrivò la malattia, non capìta e dissero che era un ‘alcoolizzata.  E poi l’oblio..

L’Europa le era piaciuta molto, si sentiva a suo agio, forse per le sue origini spagnole… E dall’Italia in particolare si portò via un bel ricordo. Un invito, questo si, favoloso, ad  Alba, in Piemonte. Nel 1949 era da pochi mesi sposata con Ali Khan e vollero offrirle, come ospite d’onore dell’annuale e internazionale “Fiera” un dono degno di lei,  proprio perché era appena diventata principessa… Quei tartufi bianchi, che si raccolgono unicamente  nelle zone delle Langhe, di Roero e del Monferrato e che fin dal  1700 sono considerati il cibo prelibato di tutte le Corti reali e principesche d’Europa. Ma da quando vennero offerti a Rita Hayworth, cominciarono a divenire  un Cult anche nel mondo dello spettacolo che ha voluto rendere omaggio al tartufo dandogli un posto d’onore e grande visibilità in tutte le manifestazioni artistiche dei Festival, dei Premi e delle Prime internazionali. E dal mondo principesco del Tartufo …

TAGLIOLINI AL TARTUFO BIANCO DI ALBA

INGREDIENTI per 3 persone: 300 grammi di tagliolini freschi, 50 grammi di burro, 3 cucchiai di parmigiano grattugiato, 1 tartufo bianco di Alba da 25 grammi, sale q. b.

PREPARAZIONE: Pulite accuratamente il tartufo con uno spazzolino dalle setole abbastanza dure. Mettete l’acqua per cuocere la pasta a fuoco vivo e quando bolle salatela e poi versateci i tagliolini. Mentre si cuociono fate scaldare in una padella  il burro sciogliendolo appena e quindi senza superare la temperatura di 40°C. Quando i tagliolini sono cotti, ma ancora al dente versateli nella padella dove è stato sciolto il burro e lasciateli qualche minuto sul fuoco basso rigirandoli e aggiungendo un poco della loro acqua di cottura affinché restino morbidi. Grattugiate sui tagliolini la meta del tartufo e aggiungete due cucchiai di parmigiano rimescolando il tutto. Impiattate e su ogni piatto grattugiate una parte del tartufo rimasto e terminate con una spruzzata di parmigiano.

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Ava Gardner, Frank Sinatra … e la Paella alla Valenciana!

“Non sa recitare, non sa cantare e non riesce nemmeno parlare, ma è fantastica” dicono che esclamasse il Talent Scout della Metro Goldwin Mayer. dopo aver fatto il provino alla 18enne Ava Gardner.  Non era eleganza o grazia, ma qualcosa di molto più forte, una sensualità quasi animalesca che veniva fuori appena ti guardava o gettava indietro la testa. Hollywood la cominciò a sfruttare in piccole parti e in film di serie B, spesso non inserendo neanche il suo nome nel cast e, fosse stato per la MGM, forse Ava Gardner non avrebbe mai fatto strada. Nel 1946, ed erano più di 5 anni che lavorava  con la Metro, riuscì a imporsi con il film “The Killers,”  solo perchè era stata prestata a un’altra produzione, la Universal. Dopo fu una diva acclamata, anche se  i maligni a lungo seguitarono a dire che non sapeva recitare e tanto meno riusciva a parlare… con quel terribile accento strascicato della Carolina del Nord. Lei per tutta la vita fu ossessionata dal fatto che non era all’altezza, e la facevano recitare solo per il suo aspetto fisico. In quello che considerava l’inferno dello Star System di Hollywood, aveva cercato di costruirsi una vita privata, ma già due matrimoni erano andati a rotoli  e a gran velocità. Era il 1949 quando incontrò Frank Sinatra, forse non felicemente, ma sicuramente sposato da parecchi anni  con la stessa donna con la quale aveva tre figli. Frank era abituato a tradire la moglie ma il fatto che fosse cattolico gli aveva impedito sino a quel momento di divorziare. Con Ava però era tutto diverso. Lui prese il coraggio, divorziò e nel 1951 si  sposarono. La carriera di lei andava a gonfie vele, sia pure negli stereotipati ruoli di femme fatale, quella di Frank Sinatra stava scendendo una china pericolosa… Senza contratti rinnovati, scaricato anche dal suo agente, in quel periodo – e fu lungo, dal 1950 al 1953- a Sinatra  era rimasto solo di cantare a Las Vegas o nei Casino Indiani. il matrimonio con Ava fu subito agitato, forse lei era troppo bella… Arrivarono a dire che Frank aveva tentato il suicidio. In realtà per richiamare su di sé l’attenzione della moglie, di cui era gelosissimo, aveva sparato dentro un cuscino, mentre Ava era girata…  Ma lei, a quel marito in crisi e senza soldi, voleva veramente bene, pagava i regali per i suoi figli, i biglietti aerei per farsi accompagnare  in giro per il mondo dove lei incedeva come una regina mentre lui, che appariva sempre un passo indietro era lì emaciato e come rattrappito. Quando lo vide  ancora più disperato, lei riuscì a procurargli una parte secondaria nel film “Di qui all’eternità”… Sembrava una cosa qualunque per non vederlo girare per casa attaccato alla bottiglia del Whiskey  e invece il soldato Angelo Maggio fu un Oscar e una carriera ripresa. Ma poichè alla fine tutto sembra che si deve pagare, a farne le spese fu il matrimonio, sommerso da una valanga di gossip … Si vede che il divorzio a Hollywood rendeva di più! Riportarono persino come prova di alto tradimento le foto di Ava con il cantante nero Sammy Davis jr, scattate per lavoro, alla presenza di Frank Sinatra.

Fra Ava e Frank non ci furono figli, ma anni dopo, quando ormai non aveva più nulla da temere da Hollywood lei disse la verità. Per due volte era stata costretta ad abortire per non dover pagare penali spaventose alla casa di produzione. “Non saremmo stati più in grado neanche di badare  a noi stessi, come avremmo fatto a tirare su un figlio?”

Il divorzio arrivò nel 1957. Lui sposò una giovanissima Mia Farrow, ma la cosa non resse. Lei ormai si era liberata di Hollywood e lavorava soprattutto in Europa. Era felice in Spagna, avvolta nell’amicizia ricca ed esuberante di Ernest Hemingway e del mondo  affascinente dei toreri, in cui ballava il Flamenco sino all’alba. Nel 1957 usci “Il Sole Sorgerà Ancora”, il terzo film della Gardner dopo “the killers” e “Le Nevi del Kilimangiaro” tratto da un opera di Hemingway. Il ruolo dell’elegante, sofisticata Lady Brett se lo portò addosso come un modello nella vita reale e si innamorò di Louis Miguel Dominguin il torero più bravo e forse l’uomo più bello di Spagna. Ma non si sposò più.

Poi venne  il declino. Dopo dodici anni andò via dalla Spagna, perseguitata dal fisco e si chiuse così  il periodo più sereno della sua vita. Andò in Inghilterra, ma la salute  cominciava a mancare. Troppe sigarette e troppo alcool, forse per tamponare quel senso di inadeguatezza che si era portata appresso tutta la vita. Ma Frank Sinatra non l’aveva assolutamente dimenticata, teneva una sua statua a grandezza naturale in giardino e dopo tanti anni  ricominciò a chiederle con insistenza di sposarlo. Lei rifiutò. Forse non voleva farsi vedere malata e invecchiata. Lui sposò un’altra alla fine, ma quando seppe che lei era grave insistette per pagarle tutte le spese e portarla in America per fare gli ultimi inutili tentativi.  Dissero che si disperò e pianse per giorni e giorni quando seppe della sua morte… Lui non l’aveva mai dimenticata. Di sicuro aveva avuto le donne più belle del mondo, ma Ava era stata la più bella.

In ricordo di una diva che ha segnato un’epoca con la sua bellezza e  in omaggio alla Spagna, il Paese lontano che le ha consentito di recuperare la sua identità di donna, dedichiamo questa “Paella” ricca di colori e densa di sapori, dentro la quale si può sempre ritrovare la gioia e il senso della vita.

PAELLA ALLA VALENCIANA

INGREDIENTI per 4 persone: 300 grammi di riso, 2 salsicce, 3 cosce di pollo (fuselli), 100 grammi di lonza di maiale, 300 grammi di cozze, 2 calamari, 300 grammi di gamberi, 4 scampi, 150 grammi di piselli piccolissimi e dolci, 2 peperoni, 100 ml di vino bianco, 500 ml di brodo di carne, 1 cipolla e 1/2, 1 spicchio di aglio, 1 cucchiaino di paprika, 1 bustina di zafferano, olio extra vergine di oliva q. b.,prezzemolo alcune foglie.

PREPARAZIONE: in una casseruolina  scaldate un po’ di olio extra vergine di oliva con qualche anello di cipolla, aggiungete i piselli, il prezzemolo e copriteli con l’acqua, facendoli cuocere per non più di 5 minuti. Arrostite i peperoni su una griglia, poi spellarli e togliere torsolo e semi, riducendoli a strisce e tenendoli da parte.

Nell’apposita padella di ferro,”la Paellera”, fate appassire la cipolla affettata con qualche cucchiaio di olio extra vergine di oliva, aggiungete i fuselli di pollo e fateli rosolare 10 minuti circa, sfumando a metà cottura con la metà del vino bianco. Una volta rosolati,teneteli da parte. Nella stessa paellera aggiungete la salsiccia sbriciolata, la lonza tagliata a pezzetti e la paprika. Fate cuocere 5 minuti sfumando la carne con il resto del vino.

Eliminate la pelle ai fuselli di pollo e riduceteli a grossi pezzi, quindi aggiungeteli al resto delle carni. Aggiungete i piselli ,scolati della loro acqua, i peperoni, aggiustate di sale e terminate la cottura.

Mentre le carni terminano la  loro cottura, pulite i calamari e sgusciate i gamberi. In un altra padella fate soffriggere uno spicchio d’aglio nell’olio extra vergine di oliva e, appena raggiunto il colore madreperlaceo, aggiungete i calamari tagliati ad anelli, i gamberi e fateli cuocere per 3 – 4 minuti.

Nel brodo di carne messo a scaldare in una pentola aggiungete la bustina di zafferano e accendete il forno per portarlo alla temperatura di 180°C.

Versate nella paellera calamari e gamberi con il sugo di cottura e mescolate. Aggiungete il riso e coprite con il brodo. Disponete gli scampi sulla paelleraa in modo da formare decorazione, coprite con la carta argentata e infornate per circa 20 minuti,il tempo cioè di cottura del riso.

Durante la cottura pulite le cozze  togliendo le incrostazioni e fate aprire le valve su fiamma viva, in una padella dove avrete aggiunto dell’acqua. Scaduti i 20 minuti estraete la paellera dal forno e se c’è ancora liquido del brodo fatelo ritirare sul fornello a fiamma alta.

Servite la Paella  portando direttamente a tavola il recipiente di cottura e  completate la guarnizione  con cozze e fette di limone.