A cena da Özpetek… Pollo croccante e vista sul Gazometro!

Placido e con ampi spazi vuoti , appena si riesce a svicolare dalle grandi vie di collegamento, il quartiere Ostiense con le sue inesauribili contraddizioni è una delle zone più strane in cui può capitare di imbattersi a Roma …

Non fece in tempo a diventare un’area industriale  che era già  archeologia…  Il Gazometro  lo progettò un ingegnere scozzese alla fine del 1800…  Oggi  é abbandonato , tra le sterpaglie, la polvere, i capannoni isolati, insieme ad altri due fratelli minori, ma resta  il fascino triste di quell’enorme  cilindro di ferro,  vuoto e traforato contro il cielo… C’era all’inizio del ‘900,  enorme e fastoso,  il primo impianto pubblico per la produzione  di energia elettrica. …

La Centrale Montemartini aveva la Sala Macchine  tutta liberty  e ospitava  turbine, motori Diesel e la colossale caldaia a vapore. …  Dopo l’abbandono le vernici dei macchinari cominciarono a scrostarsi…  Oggi in un’atmosfera di surreale  eleganza ospita una ricca collezione di statue e teste marmoree di epoca romana  in mezzo agli squillanti colori blu e verdi  dei macchinari  e della struttura rimessi a nuovo.

Il Porto Fluviale sul Tevere..  I Romani antichi  ci trasportavano  le merci a Ostia che poi andavano via per il Mediterraneo… Lo vollero  riattivare  al tempo del fascismo, ma fu poca cosa, poco più di un’idea…  E dire che proprio lì vicino avevano creato la Garbatella, il quartiere  per  gli operai della nuova industria, che  finì per essere un quartiere di immigrati e di povera gente… Perché l’industria a Ostiense non fiorì mai davvero…

il “Ponte dell’Industria”  che ormai  si chiama “Ponte di Ferro” ha  un aspetto insolito per Roma, comune  solo nelle grandi città del Nord.. . Tutto ferro e ghisa fu costruito  in Inghilterra e portato  in città  a  pezzi  nel 1863.  Per un po’ servì la linea ferroviaria di Civitavecchia – Roma, ma già nel 1910 venne abbandonato per un ponte più grande…centrale_montemartini_agrippina_diesel-1

Vicino al Monte dei Cocci, a Testaccio, ma praticamente al confine con Ostiense,  nel 1890 aprirono  il Mattatoio,”l’ammazzatora” come  si diceva a Roma…  Sui tre fornici del grande ingresso dominava la  scultura  del genio alato che atterra il toro… All’epoca era uno dei più moderni d’Europa, ma fu chiuso nel 1975, cadde in degrado e faticò a lungo per  ritrovare  qualche vocazione culturale… Invece un silenzio quasi irreale, avvolge Piazzale delle Erbe  negli ex Mercati Generali,  infranto solo  dalle disperate grida dei gabbiani che volteggiano a bassa quota.

Il cantore di Ostiense è stato uno straniero che ne ha saputo cogliere  forse meglio di molti romani le angoscie e la solitudine ma anche l’inesauribile  voglia  di  vivere  e di volersi ancora bene…

Ferzan Özpetek nasce a Istanbul nel 1959, parente di due  pascià.  Gente bene, il padre lo voleva mandare in America a fare l’Università, ma lui  invece arriva a  Roma…  Chissà, forse è la passione per l’arte.. Studia infatti  Storia del Cinema e Regia ma anche Storia dell’arte  e comincia una dura gavetta… Il primo incarico  serio  è come assistente sul film ” Scusate il ritardo”, dove però il suo compito  più importante è quello di portare tè e biscotti a Massimo Troisi… Quando finalmente esordisce lo fa con due film che sono un richiamo nostalgico e diretto alla sua terra  “Il bagno turco” e “Harem Suaré” …  Il primo  racconta di un architetto italiano che  ritrova la sua perduta umanità nell ‘amore per un giovane  di Istanbul e il secondo é la passione della favorita del Sultano per un  eunuco,  guardiano  dell’ultimo harem… Sono già storie d’amore insolite  ma c’è quella straordinaria poesia di  Özpetek che ce le rende subito familiari.

Ostiense entra di prepotenza nel cinema di   Özpetek  con “Le fate ignoranti,”  un successo internazionale … Una signora della buona  società, vedova  al colmo del dolore, scopre il tradimento del marito dopo che lui è morto… All’inizio pensa a una donna e poi invece scopre  Massimo, un ragazzo che lavora  ai Mercati Generali di Ostiense…  E’ sarà il quartiere, corale e di antica solidarietà,  filmato senza retorica, sul filo di un’intima  dolcezza, che finirà per rendere naturali  e accettabili le storie, solo all’apparenza assurde, di un gruppo di omosessuali che vivono nello stesso condominio e che vorranno bene all’estranea signora senza preconcetti… Fin quando anche lei  riuscirà ad accettare Massimo, il tradimento del marito e l’amore…comunque esso sia…

Ferzan-Ozpetek-voi-siete-qui_650x435Özpetek a Ostiense  ci vive da anni e anni… Non ne può fare a meno,  come fosse l’unico posto  al mondo adatto a lui… Fra quei caseggiati spesso brutti e  quegli scheletri di vecchie fabbriche, rimasti lì come  occasioni perdute. E quando gira “Saturno Contro” pensa che il set più adatto sia la sua casa   dove si ritroveranno, come ne “Le fate ignoranti,” i suoi eclettici protagonisti.   Torna a parlare di amore omosessuale, senza innalzare difese e bandiere, come  di un sentimento naturale, che vive delle stesse domande e degli stessi problemi degli altri amori. C’è un gruppo di amici nell’appartamento di Davide e Lorenzo e attorno al tavolo della cucina si mostrano e si susseguono problemi,  paure, sogni, bisogni. fin quando la serenità  e la vita “normale” del gruppo viene spezzata da un  evento traumatico, l’improvviso malore di Lorenzo.  E lì inizia il dolore, l’amore, la solidarietà di tutti, nei lunghi corridoi dell’ospedale  dove Lorenzo morirà…

Sarà stato perché c’era  lì vicino il Mattatoio e c’erano i Mercati Generali, ma Ostiense è stato sempre un quartiere di trattorie e “cucine tipiche”, prima degli operai e degli artigiani, poi di tutti… E la tavola è anche e inevitabilmente una delle costanti di tutti i film di Ferzan Özpetek  a cui, anche nella vita privata, piace cucinare quei  piatti della tradizione,  che divennero le specialità del quartiere quando dal mattatoio i pezzi più pregiati delle carni andavano via e  per la cucina  di  Testaccio  e Ostiense  rimanevano  le parti  allora considerate   povere, che poi sono diventare un cult della cucina romana…  Le animelle,  la pajata, il pollo coi peperoni…  e naturalmente i pesci che all’epoca arrivavano direttamente da  Ostia e Fiumicino.   Qualche volta Özpetek però non sa che scegliere perché Ostiense è anche quartiere di grande pasticceria,  come  quelle meravigliose torte che gli prepara il pasticciere sotto casa  e che abbiamo visto   ne “La finestra di fronte”,-  un altro dei suoi più bei film che ha per protagonista un antico pasticcere…-  e naturalmente, come quella che trionfa alla cena di “Saturno contro”pollo

Ma poiché scegliere è sempre meglio che non scegliere, stavolta, in omaggio al romanissimo regista abbiamo puntato   direttamente su una sua ricetta, un piatto estivo saporito e fresco e nello stesso tempo di gran classe. E’ un piatto a base di pollo… una carne che una volta era così pregiata che si mangiava solo nei giorni di festa… Poi,  per molto tempo ha dato dispiaceri per l’impoverimento del sapore e della qualità, dovuti agli allevamenti in batteria , all’immobilismo  delle bestie  e ai mangimi incerti… Oggi con un po’ di pazienza  e buona volontà   si trova il pollo “ruspante”, quelle di razze ben selezionate, allevato a terra nell’aia, che cammina e si muove, non  diventa  mai troppo grasso, si nutre solo con i mangimi biologici e  naturalmente è a lento accrescimento…Ovviamente deve essere certificato per la garanzia di chi l’acquista. Costa natutralmente di più però ne vale la pena, sia per la salute che per il buon gusto, quello tanto caro a Özpetek.

POLLO CROCCANTE

INGREDIENTI per 4 persone,: 1 pollo di 1 Kg , aglio 2 spicchi, rosmarino 1 rametto, sale grosso 10 grammi, 2 limoni,due arance.

PREPARAZIONE:  spellare completamente il pollo e tagliatelo a pezzi, poi  fate arroventare una  padella antiaderente e metteteci i pezzi di pollo, unitamente ai due spicchi di aglio interi, il sale e il rosmarino. Mescolate continuamente per mezz’ora in modo che nessun ingrediente si attacchi alla padella e, se l’aglio dovesse imbrunirsi, toglietelo e sostituitelo con altri due spicchi.  Al termine della cottura, aggiungere il succo di due arance e due limoni e farlo evaporare. Servitelo accompagnato da un’insalata mista.

 

 

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Maccheroni alla Chitarra per Gabriele D’Annunzio, vate d’Abruzzo!

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“Voglio una vita spericolata… Voglio una vita esagerata… ”  E la vita di Gabriele D’Annunzio è  davvero così  …    Non come quella  del piccolo eroe di  Vasco Rossi che al massimo arrivava a bere  whisky al “Roxy Bar” per poi tornare a perdersi chissà dove … Invece lui il Vate, il Patriota, il Guerriero,  della sua vita ha ne ha fatto  un’avventura e uno spettacolo permanenti, esibiti  dall’inizio alla fine… E senza perdersi mai… Sembrava solo un precocissimo ragazzo di lettere quando  a 16 anni pubblica una raccolta di poesie dal romantico titolo “Primo Vere” che  però, già nel titolo, a leggerlo bene,  è un  edonistico  omaggio alla sua gioventù… Seguiterà poi tutta la vita a celebrare se stesso  fra un’opera letteraria e una spericolata avventura  di mare, di terra, di cielo… Senza parlare di quell’eccentrico modo di vivere fatto di lusso sfrenato e incontenibile desiderio di possedere … “Io sono un animale di lusso e il superfluo m’è necessario come il respiro”  amava dire  con quel suo sorriso  appena ironico  tutto rivolto a épater le bourgeois … E difatti se c’era qualcosa che D’annunzio detestava e che forse sinceramente lo immalinconiva era la vita del travet, di quel borghese piccolo piccolo che passava  il tempo coltivando il suo orticello, il suo privato , il suo riserbo…  Tutte “virtù civiche” impossibili per Gabriele… Quando  c’è il lancio della seconda edizione di “Primo Vere”   si inventa la   storia che l’autore è morto cadendo da cavallo… La commozione è tanta  e le vendite del libro vanno alle stelle…

La voglia sconfinata di imporsi lo porta a Roma  appena finisce il liceo … Si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia, ma non  prenderà mai la laurea.. A Roma ha troppo da fare  ed è impossibile non notarlo … Francesco Paolo Michetti, il grande pittore abruzzese e il suo gruppo del Cenacolo  lo introducono negli ambienti  più esclusivi della Capitale… sono tutti in adorazione del vento di novità artistica e intellettuale  che questo gruppo di  provinciali sta portando nella smorta capitale addormentata…  D’Annunzio è felice e realizzato, è l’animatore dei migliori salotti e le spregiudicate nobildonne sono ai suoi piedi…  Ma il risveglio è brusco… Pena l’ostracismo deve affrontare un urgente  matrimonio riparatore  con  la duchessa Maria Hardouin di Gallese e un affrettato  impiego presso un giornale… di cui seguiterà a lamentarsi perché  toglie tempo ai suoi interessi letterali. Gli era costato caro tradire il suo primo vero amore “Lalla” a cui aveva dedicato  le belle poesie d’amore  di “Canto Novo”… “Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue…”

Naturalmente il matrimonio va a rotoli in breve tempo nonostante la nascita dei figli, ma è a Roma che D’Annunzio  ha la sua consacrazione come letterato…  “Il Piacere” viene pubblicato nel 1890 e così ne scriverà Benedetto Croce   pur parlando di ” malati di nervi”  a proposito dei nuovi autori, lui Fogazzaro e Pascoli     “Risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente “…   Ci doveva essere un’evidente stanchezza verso i grandi temi sociali o la narrazione della povertà contadina  o della prima industria… Quello di D’annunzio è un mondo poetico  di sentimenti individuali… tutto psicologia e  introspezione,  in cui  si celebra  il mito del bello e dei valori estetici  che dall’arte devono  arrivare alla vita ..  Unico modo per dare dignità e senso  a un’esistenza altrimenti povera di contenuti e di emozioni… Così D’Annunzio descrive  il suo protagonista Andrea Sperelli che abita nel barocco Palazzo Zuccari, vicino a Piazza di Spagna: ” Egli era per così dire tutto impregnato d’arte … Dal padre appunto ebbe il culto delle cose d’arte, il culto spassionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere. Fin dal principio egli fu prodigo di sé… Ma l’espansione di quella forza era  la distruzione di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a reprimere … Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. “

Roma ha il suo cantore che gli fa acquistare un posto di tutto rispetto nel mondo internazionale… Non a caso D’annunzio verrà sempre più strettamente unito  all’estetica decadente di Oscar Wilde … Ma Roma non  fruirà per molto del suo vate…  Dopo una lunga relazione con la sofisticata Barbara Leoni, D’annunzio approda a Napoli  perso  dietro il suo ultimo amore… La nobildonna Maria Gravina… Sarà il periodo peggiore di tutta la vita  immerso nella miseria, con la figlia Renata appena nata, denunciato per adulterio dal marito di Maria e condannato a 5 mesi di  carcere… Lo salverà un ‘amnistia e poi il rifugio presso il  fedele amico Michetti a Francavilla sul Mare…   Ma sono anche gli anni in cui si accosta a Nietsche… e forse il sentirsi un “Superuomo l’avrà salvato dalla disperazione… E intanto scrive, scrive  Giovanni Episcopo, L’innocente,   Il trionfo della morte …  tutte tematiche truci in cui  si abbandona  a una specie di   razzismo aristocratico e biologico con tutta la sua insofferenza per l’uomo qualunque…

La sua vera salvezza  però non sarà né un uomo né un superuomo ma un’attrice sensibile e e con una  grande  fama… Eleonora Duse  lo accoglie in Toscana in una villa vicina alla sua e gli pagherà le rette del collegio per la figlia Renata… Lui  completamente esaltato dal nuovo  amore  si infiammerà per  il teatro e ripagherà la  la Divina Eleonora “dalle bianche braccia”  con qualche tragedia  non eccezionale e un romanzo  “Il Fuoco” in cui non si farà il minimo scrupolo di raccontare anche nei dettagli più erotici ed intimi   la sua storia passionale con la Duse . Sono anche gli anni però in cui scrive  alcune delle liriche più belle … Quelle “Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi ” che non completerà mai … In cui   trovano spazio i suoi miti rivisitati…. dalla Grecia classica, al culto degli eroi, al sogno di una grande Italia imperialista e   ai versi  in cui l’amore si fonde  con lo spirito panico della natura …. “La pioggia nel Pineto” in cui i due amanti si  perdono  nel bosco  come in uno sconosciuto  mondo antico e intatto è l’ultimo omaggio a Eleonora  – Ermione, la compagna che lo segue nel mistero  e nella musica della natura…

La sua nuova rovina finanziaria  inizierà  proprio abbandonando la Duse … Non c’era più nessuno che lo sostenesse nelle folli spese che aveva affrontato per arredare la sua villa “La Capponcina”,  in cui  il Vate  –  Superuomo doveva vivere “la vita del signore rinascimentale”.  Fra Teatro e liriche aveva guadagnato somme enormi, ma  niente  per   coprire le sue spese… Il superuomo per sfuggire i creditori, scappò letteralmente in Francia e ci rimase  cinque anni, mentre la Capponcina e tutti i suoi tesori estetico – decadenti finivano all’asta.

In fondo lo salvò la Guerra… Quando scoppiò il conflitto,  divenne uno fra i più sfrenati interventisti… Con le sue parole infiammò gli italiani per la riconquista delle terre irredente, quelle che non erano bastate tre guerre Risorgimentali per accoglierle nella nuova Italia…  Lui aveva già 52 anni ma la guerra e l’avventura che vedeva in essa lo galvanizzò e lo fece ritornare quasi un adolescente.. Era già qualche anno che inneggiava , auspicava , si batteva per  una nazione dominata dalla volontà di potenza,  sentendosi umiliato  dall’«Italietta meschina e pacifista».

E così allo scoppio della guerra-  e non aspettava  altro –  in  quelle”radiose giornate di maggio”,  si arruolò volontario nei Lancieri di Novara,   partecipando  impaziente a tutto quello che la guerra gli poteva offrire.  Era un ottimo pilota e si sfrenò letteralmente nelle incursioni aeree su Trento  e sul fronte carsico.  Lo fermò  per un po’ di tempo una brutta ferita  su una tempia e poiché il Superuomo non aveva molto  tempo per curarsi finì per perdere  la vista  di un occhio…  La sua esaltazione patriottica era sincera  ma di gran lunga più  esaltante fu  per il Superuomo   la passione  per il  rischio   e il senso dell’avventura  e così torno a combattere …  Non gli mancava certo la fantasia e alcune delle sue imprese vanno ammirate e ricordate per l’audacia e l’originalità degli interventi… Famoso il  volo dimostrativo  su Vienna… 11 aerei partiti e 8 arrivati, percorsero  1000 chilometri per andare a lanciare su Vienna circa 300.000 manifesti di propaganda di guerra… L’ultimo  aereo era un biposto pilotato dal Capitano Natale Palli…. Nell’abitacolo con D’Annunzio c’era anche  un ragazzino di 9 anni figlio di un amico del Vate …Ancora più spettacolare fu l’incursione nella baia di Buccari dove tre Mas  arrivarono indisturbati sino in fondo alla baia  dove schierata c’ era una buona parte della flotta austriaca, lanciando  siluri e colpendo tre  navi per poi ritornarsene via sani e salvi… I danni furono limitati ,ma il morale delle truppe iraliane salì alle stelle…

L’avventura più esaltante il Vate Comandante la sperimentò  alla fine della  Guerra con l’impresa di Fiume… Visto che in base ai Trattati di pace  la città non sarebbe tornata all’Italia, D’annunzio alla testa di un gruppo di 2500 ribelli la occupò militarmente instaurandovi una propria Repubblica   e una Costituzione molto avanzata in cui erano riconosciuti   diritti per i lavoratori,   pensioni di invalidità,   suffragio universale     depenalizzazione  dei reati diomosessualità,  nudismo  e uso di droga…    Fu costretto a sgombrare   un anno dopo sotto l’assalto dell’esercito regolare che non voleva compromettere i buoni rapporti di pace con le altre potenze… Ci pensò pochi anni dopo il fascismo con un colpo di mano a riportare Fiume all’Italia..

Dalle sue imprese di guerra ricavò un titolo nobiliare dal nome vagamente  da operetta “Principe di Montenevoso” cosa di cui il Superuomo tutto preso di sé non si accorse… Per il resto al  di là di tutto quanto ci si sarebbe potuto aspettare, si ritirò in volontario esilio in una villa di Gardone Riviera…  che lui chiamò “Il Vittoriale degli Italiani ” Osannato e richiesto a gran voce da Mussolini e  fascismo,   rifiutò  incarichi pubblici come pure di frequentare a fondo  gli uomini  “nuovi” anche  se non ruppe i rapporti formali .. Non era tanto questione  di ideologia … La rozzezza e  la volgarità del Regime erano per la sua anima raffinata  troppo difficili da sopportare.

A Gardone Riviera ormai libero dai debiti e dalle ristrettezze economiche potè dare spazio e realizzazione  ai suoi sogni più   pazzi. Arrivò al top   del   suo stile di vita e   trasformò lla villa in una sorta di museo eclettico degli oggetti più strani e dell’arredamento più fantasioso…  Nel parco  aveva costituito il “quartiere degli artigiani ” un gruppo di specialisti che  creava i suoi mobili e i suoi oggetti, in aggiunta a quelli che si faceva venire da tutto il mondo… A volte di gran gusto  altre di un Kitch da far paura … Aveva 300 paia di scarpe negli armadi e decine e decine  di  eccentriche vestaglie  con cui riceveva  le sue belle e giovani amanti… In fondo fu felice.. Aveva raggiunto il lusso e il superfluo di cui la sua anima estetica non aveva mai potuto fare a meno…

Mangiava poco, ogni tanto a scopo curativo digiunava tre giorni alla volta, ma era attaccatissimo soprattutto alla cucina della sua terra d’Abruzzo … Una terra di pastori  che per lui appartenevano ancora  al mondo greco e una lingua che lui si rifiutava  di chiamare dialetto e definiva latina… Del formaggio della sua terra diceva “…è tutto nel nostro cacio pecorino…   È il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che può rotolare su la strada maestra a guisa di ruzzola in gioco ” e ogni tanto si faceva  preparare  “I maccheroni alla chitarra”…   Quelli che si preparano su un telaio rettangolare di legno di faggio, in cui sui lati lunghi  sono tesi dei sottili fili metallici, che ricordano appunto le corde  della chitarra…  La sfoglia di pasta  si stende sopra e poi pressata dal mattarello  cade sul piano inferiore  divisa in maccheroni  di taglio  quadrato   … Ci sono diversi modi di preparare il condimento sia   a base di carne  che vegetariano come quella che abbiamo scelto noi…

MACCHERONI ALLA CHITARRA

INGREDIENTI  per 4 persone:  farina di semola di grano duro  400 grammi, 4 uova, sale q.b.,  pomodori pelati 400 grammi, 2   spicchi d’aglio,  4 cucchiai di pecorino abruzzese,  1 peperoncino essicato di media grandezza, un mazzetto di prezzemolo, olio extra vergine di oliva.

PREPARAZIONE: Disponete la farina a fontana , al centro   rompete 4 uova  e aggiungete un pizzico abbondante di  sale . Impastate a lungo per circa mezz’ora e dopo  fate riposare l’impasto almeno per due ore , in frigo,avvolto nella pellicola trasparente. Scaduto il tempo tirate una  o più sfoglie di dimensioni inferiori, di  spessore non inferiore ai 5 mm e ponetele sulla chitarra leggermente infarinate da ambo le parti.  Passate il mattarello con forza su tutta la superficie della  sfoglia in modo da  tagliarla in un colpo solo formando i maccheroni che si andranno a deporre  sul  fondo dell’attrezzo. Ripetete l’operazione se avete preparato più sfoglie e mettetele  aperte su un panno   fino al momento dell’utilizzo.

Per realizzare il sugo, affettate finemente dopo averli sbucciati  i due  spicchi  di aglio e metteteli a dorare nell’olio facendo attenzione che non si brucino. Se dovesse succedere è preferibile buttare il tutto e ricominciare perché  rovinerebbero   con il loro amaro la delicatezza del sugo. Una volta dorato l’aglio aggiungete il pomodoro, il sale e il peperoncino e fate sobbollire il sugo per 20 – 25 minuti.  Qualche minuto prima  di togliere dal fuoco aggiungete  una parte del prezzemolo. Una volta cotta la pasta in acqua bollente e salata, scolatela molto al dente, conditela col il sugo,spolverizzatela di pecorino e  il resto del prezzemolo tritato.

John Le Carrè, la spia e il cornish pastry!

David Cornwell   si divertiva con il suo doppio lavoro.. Anche  se qualche volta doveva fare  qualche acrobazia… Appena entrato in diplomazia l’avevano subito spedito a Bonn, Secondo segretario dell’Ambasciata Inglese…  Si sa,  attorno alle ambasciate spesso  fiorisce un’aria misteriosa di spionaggio, di avventure, di servizi segreti  a cui il giovane funzionario non era rimasto  insensibile… E a quel mondo si era ispirato per cominciare a scrivere  i suoi romanzi… una specie di scrittore della domenica  e senza molta fiducia nelle sue fortune letterarie… Quel giorno si trovava a Londra per caso… aveva accompagnato dei funzionari tedeschi in visita a esponenti del Governo Britannico…  Nel frattempo il suo agente    gli aveva procurato, quasi a sorpresa, un incontro con Martin Ritt… diceva che al famoso regista  interessava il suo romanzo… David Cornwell era incredulo… non era nemmeno stampato quel romanzo… Comunque ora stava correndo verso la sala da pranzo del Connaught Hotel… era riuscito a svignarsela da quel terribile impegno ufficiale… Ma il tempo per cambiarsi non  c’era stato e adesso stava varcando la soglia  con la sua giacca nera stretta, il panciotto nero, una cravatta argentata e i pantaloni a righe nere e grigie.. “Ma perché si è vestito come un Maitre d’hotel?”  fu la domanda sbalordita del  regista…  Lui nonostante le rigide regole di quel sofisticato  locale indossava  una camicia nera da rivoluzionario abbottonata fino al collo,  un paio di pantaloni larghi con l’elastico in vita, stretti alle caviglie e un basco in testa con la punta in sù… John Le Carrè ancora arrossisce quando ripensa a quel primo incontro… Ma nonostante tutto il film si fece  ed era “La spia che venne dal freddo” con un interprete eccezionale come Richard Burton…

Non era passato molto tempo da quella sera  quando  Le Carrè  si trovò a  fare  lo scrittore a tempo pieno… In effetti quello che ogni tanto si dice delle ambasciate qualche volta è vero… il suo nome era finito in una lista di agenti del controspionaggio inglese  che i  sovietici stavano ora esaminando con molta attenzione… David Cornwell come diplomatico e come agente era bruciato…

Certo che neanche nelle più pazzesche fantasie dei suoi romanzi avrebbe potuto immaginare una cosa simile… Era finito nel più grave di tutti gli scandali che mai si era abbattuto sul servizio segreto britannico… Avevano appena scoperto l’anello più importante di  una rete di agenti doppi  alle dipendenze del KGB sovietico… Quelli  che passeranno alla storia come i “Cambridge Five.”… Perché proprio all’Università di Cambridge si erano conosciuti!  John Caincross,  Anthony Blunt, Donald McLean, Kim Philby e Guy Burgess appartenevano alle classi   alte……  E non presero mai soldi dall’Unione Sovietica… Eccezion  fatta per Caincross che sembra una volta abbia avuto bisogno di soldi per pagare il dentista… Per  tutti fu ideologia o l’opposizione  al fascismo, che serpeggiava  anche nella democratica Inghilterra degli anni ’30…L’unico che avrebbe potuto spiegarlo, perché  non fuggì all’estero, Blunt,  fu abbastanza vago quando ne parlò “L’atmosfera era così eccitante e intensa, il nostro impegno, l’entusiasmo per ogni attività antifascista era così totale che io trovai naturale avvicinarmi al partito comunista”  Cominciò tutto dunque  a  metà degli anni ’30, ma  i peggiori guai  arrivarono con la “guerra fredda” che spaccò il mondo in due blocchi… Segreti militari, informazioni di ogni genere…  i Cambridge Five erano tutti in posti strategici…Mc Lean, all’ambasciata britannica di Washington, aveva accesso all’Atomic Energy Commission e altro che coniugi Rosenberg! Buona parte dei segreti della bomba atomica li passò lui… Guy Burgess  vanificò l’Information Research Center  che doveva  contrastare la propaganda sovietica, Caincross lavorava al Foreign Office, Blunt  per la verità dopo la guerra si occupava di arte  ed  era il più insospettabile… e anche il più intoccabile, perché si occupava dei beni artistici della Regina… Philby  lavorava nel M16  e si era specializzato a distruggere le reti spionistiche inglesi all’estero. A metà degli anni 50 il gruppo si era più che dimezzato… Scoperti, Burgess, McLeon e Caincross fuggirono… Ma  Blunt e Philby   se la cavarono .

Fu nel 1963 che anche per Philby arrivò la resa dei conti, ma prima che lo potessero arrestare era già nell’Unione sovietica, dove  per molto tempo lo trattarono piuttosto male, togliendogli persino il grado di Colonnello che si era guadagnato in tutti quegli anni di spionaggio..

L’uscita di Le Carrè  dai servizi era stata dunque inevitabile, una volta scoperto il suo nome e la sua attività… Ma c’è da dire che se non fosse stato per Kim Philby, non avremmo mai avuto  “La Talpa” e gli altri romanzi che compongono la “Trilogia di Smiley”,” l’Onorevole scolaro” e  “Tutti gli uomini di Smiley”…  George Smiley è  l’antieroe per eccellenza, l’ uomo solo, un po’ disordinato, lento nel passo e con un inizio di pinguedine…  Ma  un cacciatore di spie come non ce ne sono altri, che costringe  l’ M16 a richiamarlo in servizio perché solo lui è capace di cogliere ogni più piccolo indizio e rielaborarlo fino a scoprire il suo Philby… Che nel romanzo si chiama Gerald, e come la vera spia occupa una posizione chiave  e sembra l’ultimo dei sospettabili…Ma  Smiley riuscirà a smascherarlo nel momento stesso che scoprirà dolorosamente il tradimento di sua moglie. Ce  ne è voluto di coraggio a costruire  una figura simile di uomo qualunque  quando imperava  oo7 con il corpo scolpito, i successi, le donne e la vita facile… Eppure Smiley fu un personaggio eccezionale perché non c’era solo l’autore a identificarsi in George Smiley, ma tutti coloro che si sentivano un pò sconfitti e facevano fatica a vivere. Il cinema  si era già appropriato di “Chiamata per il morto” e “Lo specchio delle Spie”. Alec Guiness in televisione  si identificò talmente con Smiley  da sorprendere perfino Le Carrè…  Aveva capito anche le sfumature del personaggio che erano sfuggite al suo autore… Poi diventò difficile tenere a mente tutte le opere di le Carrè che diventarono film… La Tamburina, Il Sarto di Panama, The Constant Gardner… Perfino Sean Connery, che una volta era stato OO7,  il contrappunto di Smiley, si sentì onorato di partecipare a “La Casa Russia”, un altro dei film  tratti da un romanzo di Le Carrè! Di recente anche “La Talpa” è diventato un film… Tre nomination agli Oscar … E un gran successo di botteghino e di pubblico.

E il vero Philby? Finì i suoi giorni in Russia, ma era alcolizzato e condusse una vita grama. Solo verso il finire della sua vita lo rivalutarono… Quando morì poi gli fecero anche un funerale di Stato e un francobollo… Forse Philby lo sapeva che l’Unione Sovietica non sarebbe stato il Paradiso, perché scappò il più tardi possibile proprio quando  non poteva più restare in Occidente.

Blunt tutto sommato se l’era cavata meglio di tutti. Quando nel 1964 scoprirono la sua attività lui aveva una fama così grande come critico d’arte a livello internazionale che preferirono non fare scandali… Anche perché era stato così vicino alla Regina mentre le curava religiosamente il suo patrimonio artistico… Si disse pure che aveva in mano documenti compromettenti sulle simpatie un po’ naziste dell’ex re Edoardo… Forse era meglio mettere tutto a tacere…  Ma la Thatcher, signora di ferro, dritta come un fuso, 15 anni dopo, di tutti quei silenzi non ne volle sapere e lo  denunciò all’opinione pubblica… Fu forse la peggiore amarezza per  Blunt … Morì qualche anno dopo ma non si fece mai un giorno di carcere.

John Le Carrè è uomo di storie inesauribili, però dopo  la fine della Gerra Fredda sembra che non voglia più ricordare quegli anni…  Ma chissà che un giorno non si decida a parlarci di Anthony Blunt, forse la figura più ambigua e più interessante di tutti e 5 le spie di Cambridge!

  Le Carrè nella saga di Smiley non parla dei suoi pranzi, ma  è fin troppo ovvio che George, così solo e poco pratico delle cose di tutti i giorni, andasse  a mangiare in qualche tavola calda o in qualche birreria di Londra dove  fra i cibi pronti non manca mai un piatto della più consolidata tradizione inglese:

 CORNISH PASTRY

INGREDIENTI per 4 persone

PER LA PASTA: 225 grammi di farina, 100 grammi di burro, acqua q.b.,un pizzico di sale.

PER IL RIPIENO: 1 patata tagliata a cubetti, 1 cipolla tritata, 250 grammi di controfiletto di manzo, tagliato a cubetti di un centimetro.

PREPARAZIONE: preparate la pasta mettendo la farina in una ciotola,aggiungendo il burro tagliato a pezzetti e il sale. Mescolate bene con le mani amalgamando burro e farina come a formare delle briciole di pane. Aggiungete l’acqua,circa due cucchiai e impastate il tutto con una spatola di metallo,sin quando la pasta non sia abbastanza soda. Fatene una palla e fatela riposare in frigo per circa mezz’ora. Passato questo tempo mettetela su una spianatora, dividetela in quattro pezzi che stenderete sino a raggiungere per ciascuno l’altezza di circa 1/2 cm. Ogni cerchio dovrà avere un diametro di circa 16 cm. al centro dei quali metterete qualche cucchiaiata di carne, la cipolla tritata e la patata a cubetti. Bagnate con un pò d’acqua i bordi della pasta e uniteli in modo da formare delle mezze lune a cui schiaccerete bene il bordo aiutandovi con una forchetta. Appoggiate le pastries su una teglia e fatele cuocere in forno caldo a 190°C per circa 40 minuti. Si mangiano sia calde che fredde.