Stefania Sandrelli e gli spaghetti del dì di festa!

Gli intellettuali l’hanno sempre un po’ snobbata… soprattutto le intellettuali o le femministe, che  vedevano nelle  sue interpretazioni di ragazza prima e di donna poi,  l’esclusivo emergere della sfera sessuale, ora accennata, ora evocata, ora più concretamente  offerta…  Lei del resto non ha mai reagito agli ostracismi,  ha camminato leggera, come inconsapevole, in mezzo alle critiche e alle malignità,  seguitando a offrire negli anni  quel suo  sorriso,   agli inizi   più malizioso e spigoloso, col tempo  più dolce …  Quando ride sembra sempre voglia ringraziare qualcuno…  Famosa è rimasta la non – intervista con Oriana Fallaci, la più intrepida, polemica e  e famosa delle giornaliste italiane che,  con la sua intransigenza di donna impegnata  cercò  di affondarla nel ridicolo…A un certo punto Oriana si alzò e gelidamente  disse “Scusi, signorina, proprio non ce la faccio” e  lasciò la casa di Stefania Sandrelli… Doveva aver preso come un’offesa alla sua intelligenza il fatto che Stefania la ricevesse masticando chewing gum e con le strips di Topolino in mano…  Alle domande  che le rivolgeva la Fallaci poi rispondeva con lentezza, quasi con fatica… A distanza di anni, Stefania si schermiva, senza  la minima traccia di astio    “È stata colpa mia, lei, la Fallaci, è così brava e simpatica. E poi è toscana, come me”.

Sarà stato per la sua leggerezza, ma certo il coraggio non le è mai mancato… Viareggio negli anni 60 è uno dei luoghi mitici dell’Italia rampante…  I vip di Milano scendono tutti qui per le  ferie e i locali notturni sono il fiore all’occhiello della   musica più   nuova… Fra i giovani cantautori ce ne è uno in particolare … “Con Gino c’incontrammo alla Bussola. In realtà io ero andata lì apposta perché quella sera lui cantava. A me piaceva molto e volevo incontrarlo. Mi ero anche messa un bel vestito verde acqua, con una striscia di raso intorno alla scollatura. Lui mi vide e mi invitò a ballare e siccome ero piuttosto carina, mi stringeva. Poi però mi chiese quanti anni avevo e quando sentì che erano solo quindici si staccò bruscamente….” Invece fu un lungo amore … Lui aveva 12 anni più di lei e una moglie, che  trascurava  ma non lasciava…  Stefania cominciava quasi per gioco a lavorare nel cinema … Lui  beveva, era geloso, ma  per lei scrive “Sapore di sale”  una canzone  da giovani, che sa di mare, di estate, di felicità e … invece poco dopo, Gino  si punta una Derringer al cuore … “Volevo vedere cosa succede” spiegherà poi… E quel proiettile a Gino Paoli gli rimarrà conficcato dentro… Lei anche se  così giovane non si spaventa e non si allontana…

Nel 1964 nasce Amanda… Non era facile andare così controcorrente negli ipocriti anni ’60 dove tutto era lecito e consentito… Purchè non fosse risaputo… Poco tempo prima avevano allontanato dalla televisione Mina, la più grande  cantante italiana e una grande showgirl…  Aspettava un figlio da un uomo separato dalla moglie, in un Italia dove non c’era divorzio… Ma Stefania non ha paura e di questa maternità contestata, sente solo la  gioia infinita…  Mentre  la carriera di Gino Paoli comincia a entrare in un’ombra lunga, da cui uscirà solo molti anni dopo, Stefania  diventa una delle più acclamate dive. Poi  la sua storia d’amore con Gino finisce, si trasferisce a Roma, si sposa e avrà un altro figlio…

I suoi registi sono tutti importanti ma i ruoli che le affidano  sono sempre trasgressivi…  Comincia come giovane ladra ne “Il Federale” per  raggiungere subito dopo la fama in un  film di forte satira di costume come  “Divorzio all’Italiana”  E’ la giovanissima amante del Barone Fefè che per amor suo ucciderà la moglie, facendolo sembrare un delitto d’onore … Altre attrici  che, come lei, iniziano la carriera in quegli anni saranno sempre lì a sbandierare  i loro interessi culturali, l’impegno sociale o politico, la fedeltà  e la famiglia … Stefania non ci prova affatto… Sembra felice dei ruoli che interpretà e non le dispiace  che sia circondata  da quest’alone di sesso che le gira attorno..   Ma se oggi le si chiede se ha mai  provato attrazioni sessuali sul set  risponde scherzando “Il set è il luogo meno adatto per un feeling di quel genere. Con tutte le luci addosso, i tecnici e la parrucchiera che ti assesta un capello, ti senti pronta per la vivisezione. Io però sul set riesco a valutare il partner che mi piace e quello che mi lascia freddina”…

Nel 1970 Bernardo Bertolucci  ne “Il Conformista”  la riveste di una preziosa, sofisticata immagine  di giovane signora  a cavallo fra gli anni ’30 e ’40…  e le affida il personaggio di Giulia,  moglie naturalmente  amorale  che  eccita  il marito  in viaggio di nozze, raccontandogli   il suo lungo amore di quindicenne  con un uomo di sessanta anni … Per poi subito dopo mettersi a  filtrare con  una  bellissima  donna bionda…   Giulia è una figura a cui lei  aderisce completamente senza paura  di  compromettersi e di essere identificata  con il suo personaggio…

Di film ne ha interpretati  130 compresi quelli per la televisione, un  attività addirittura frenetica, senza sosta che solo raramente ha subito flessioni…  Con punte di erotismo  che hanno fatto  scrivere fiumi di inchiostro sulla validità  artistica del cinema erotico, le sue differenze e le sue analogie col cinema porno… A Stefania non si può toccare”La Chiave”… Questo film l’ha amato troppo  e lei, abituata a buttarsi tutto alle spalle, invece per quel film ci ha sofferto …”Dopo “La Chiave” mi è stata appiccicata addosso l’etichetta di attrice erotica. È stata un’etichetta che mi è pesata…” La Chiave è la storia della rivelazione di una folle passione coniugale, che porterà alla morte uno dei due protagonisti   “Un romanzo che mi è piaciuto infinitamente, quando l’ho letto nella sceneggiatura di Tinto Brass… Così non ho avuto paura di spogliarmi, di recitare nuda in un copione valido.  Sono stata per molti anni un’eterna ragazza del cinema italiano di volta in volta ingenua, maliziosa, tenera, disponibile. Con La Chiave sono diventata una donna, una madre di quasi 40 anni che, nell’Italia fascista (uso questa parola per esprimere un modello di educazione, una passività femminile di intere generazioni di madri) scopre la propria sessualità repressa…Il nudo, l’erotismo sono forme, modi di espressione. Purtroppo, c’è stato chi ha voluto vederli in un’altra maniera, e così è caduta la distinzione tra erotismo e pornografia».

Ma Stefania non si arrende… Istintivamente  ha sempre capito l’importanza dell’Eros nella vita delle persone… La sua è una consapevolezza che riporta alle radici della vita, in un tempo mitico che poco ha a che fare con le sovrastrutture sociali e  con l’intermediazione della psicoanalisi… Così l’anno dopo interpreta “Una donna allo specchio”… Un  incontro  durante il carnevale…Tre giorni di amore insensato e sfrenato, di scoperte e di confessioni.  Un’avventura che non si nasconde dietro  speranze di futuro e in cui  proprio la brevità  dell’incontro porta alla ricerca della  trasgressione più totale…  E seguiterà a rappresentare la trasgressività sessuale anche dopo, quando a 45 anni interpreterà la perfida Conchita che cadrà succube di passione per il possente Raoul…

Quando le chiesero se fosse  femminista lei rispose «Credo proprio di sì. Ma spero che questo non mi affatichi troppo» Indubbiamente sarebbe stata una grossa  impresa spiegare alle femministe il suo modo di essere una donna libera… Ha preferito farlo con un film, cosa che a lei dà gioia  e proprio per questo non l’affatica… Alla sua prima prova come Regista  chiama, come interprete, sua figlia Amanda e racconta una storia insolita, quella di una poetessa e scrittrice a cavallo fra il Medio Evo e il Rinascimento. Pochi conoscono il nome di Cristina da Pizzano. Eppure Cristina è stata una figura avvincente! Italiana, in Francia  fu la prima donna  a sopravvivere e a riconquistare la sua dignità   scrivendo e pubblicando opere poetiche, erudite e  persino scritti   in difesa di Giovanna d’Arco. Schiacciata dalle guerre e dalla miseria Cristina  riuscì a vincere  fame, paura e disperazione grazie alla scoperta di un dono che portava dentro di sé senza saperlo, la cultura che suo padre le aveva insegnato e il talento poetico che le era innato.

Alla prima del film  Stefania Sandrelli, sempre schiva delle grandi dichiarazioni, per una volta  si lascia un po’ andare e dichiara “Bisogna fidarsi  di più di quella forza femminile… e spenderla… usarla … Riuscire a camminare non davanti agli uomini, perché non vogliamo e neanche dietro, alla pari…  Percorrere un po’ lo stesso cammino”

 Un piatto di pasta asciutta per Stefania Sandrelli, simile a quello che mangiava in “C’eravamo tanto Amati” un film di rara poesia, sulle disillusioni  della gioventù e della  politica. Lei è Luciana, la ragazza venuta a Roma per fare cinema che diventerà la donna di tutti e tre i protagonisti, fino alla saggia scelta di quello fra i tre che potrà farla felice…

SPAGHETTI DEL DI’ DI FESTA

Ingredienti: per 6 persone: 250 gr. di Spaghetti  di farina bianca, 250 gr. di Spaghetti  Integrali con Omega 3,  4 salsicce,  350 gr di funghi porcini freschi o 50 grammi di funghi essicati, 10 rosette di cavolfiore, 2 spicchi di aglio, peperoncino, pepe, sale, olio extra vergine di oliva, pomodorini, parmigiano

PREPARAZIONE .  Pulite il cavolfiore e  lavatelo.  In una padella  mettete un po’ di olio, uno spicchio d’aglio tagliato a metà e fatelo appena rosolare sino a quando diventi madreperlaceo, poi  unite il cavolfiore a pezzi e il peperoncino, salate e versate un po’ di acqua. Fate cuocere, aggiungendo acqua di tanto in tanto finché il cavolfiore non si sarà disfatto e ridotto quasi ad una crema. In un’altra padella versate pochissimo olio, l’altro spicchio d’ aglio tagliato a fettine, la salsiccia e i funghi porcini( se usate quelli secchi devono essere messi a bagno in acqua tiepida per 30 minuti circa e strizzati prima di aggiungerli al sugo)  salate e fate cuocere a fiamma vivace per pochi minuti, dopodiché aggiungete il cavolfiore e spegnete il fuoco. Mentre cuoce la pasta potrete preparare le cialde di parmigiano e i pomodorini per la decorazione. Per le cialde sarà sufficiente versare alcuni mucchietti di parmigiano grattugiato in una padellina antiaderente calda e attendere giusto il tempo che si sciolga, girarle e poi riporle su un piattino. I pomodorini invece andranno appena scottati in una padellina (un paio di minuti a fiamma alta e senza l’aggiunta di olio). A questo punto scolate la pasta e saltatela nel condimento di funghi cavolfiore e salsiccia unendo una spolverata di parmigiano e nell’eventualità un paio di cucchiai di acqua di cottura. Impiattate con l’aggiunta dei pomodorini e delle cialde di parmigiano come decorazione.

  

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Ai tempi di Maria Carolina

624px-Angelika_Kauffmann_Portrait_Maria_Karoline_von_Österreich_VLM_offEra sbarcato a Napoli con gli Aragonesi, sul finire del 1300, quando i sovrani Spagnoli, che venivano a prendere possesso del loro nuovo regno, ci riempirono le stive delle  navi.  Dovevano aver saputo che da quelle parti si mangiava  poco e male e così si  erano fatti un po’ di provviste. E non erano di sicuro  tutte balle quelle che  li avevano spaventati perché, volenti o nolenti, vista la scarsità di cibo e di quattrini, a quell’epoca i napoletani  erano già tutti a dieta mediterranea a base di verdure e cavoli soprattutto, tanto da essere stati soprannominati, con una certa cattiveria, “I Mangiafoglia”.  Ma  nonostante  la fame di Napoli,  il riso degli Aragonesi  non fu molto apprezzato anche perché, nel frattempo, stava arrivando, sia pure per altre vie, la pasta. che sarebbe ben presto diventata il simbolo della gastronomia napoletana. Al riso dunque fu riservato uno scarso successo e se non sparì del tutto dalla circolazione si deve al fatto che, la grande Scuola Medica  Salernitana, ne scoprì le virtù  curative  e gli trovò largo impiego nella cura delle malattie gastro- enteriche. Ma questo non fece che aumentare la diffidenza dei napoletani  che, ben presto,  finirono per  associare il riso alla malattia stessa. Dopo un po’ il riso  si rassegnò, prese altre strade e si trovò benissimo negli acquitrini del Nord  Italia, dove soprattutto in Veneto, Piemonte e Lombardia, diventò uno dei cardini dell’economia e un alimento privilegiato nella preparazione dei ricchi piatti riservati alla nobiltà e alla borghesia. E ce ne mise per tornare al sud!  Più di tre secoli e tutto questo avvenne  quando  Napoli divenne una città cosmopolita, tutta tesa a gareggiare con le più importanti città europee. E’ vero che dopo l’Unità d’Italia c’è stata una lunga e perversa campagna denigratoria contro i Borboni, e il regno delle 2 Sicilie. Ma si sa, la storia la fanno i vincitori e  faceva molto comodo, ai nuovi padroni,  presentarsi come i “Salvatori della Patria.”

Invece Napoli, nella seconda metà del ‘700 era tutta un fervore di Illuminismo  che la Monarchia  assorbiva e  poi trasformava in riforme. Uno sforzo enorme per rendere laica l’istruzione – e non era  stato facile visto che lo Stato confinava con  il Papato di Roma – una nuova rete stradale, l’Università con le nuove facoltà scientifiche, la porcellana di Capodimonte, che nulla aveva da invidiare alle  prestigiose fabbriche francesi o inglesi,  e poi … soprattutto, e questa fu la cosa più importante, Napoli  aveva una Regina. Maria Carolina veniva dal Nord, emancipata, illuminista, massone e molto ambiziosa. Ci mise poco a entrare nel cuore del potere, scardinando  il Primo Ministro e il Re che, del resto,  preferiva spesso andarsene a caccia, sapendo di  lasciare il regno in buone mani. Fra le altre cose Maria Carolina  volle che, l’opificio di San Leucio, da dove cominciava a uscire la seta più bella del mondo, diventasse una Repubblica Socialista, con parte dei beni in comune e una rigorosa parità dei sessi in cui le donne ereditavano, si sceglievano da sole il marito e avevano una stipendio uguale a quello degli uomini. Cosa non da poco se si considera che a tutt’oggi questo concetto fa ancora fatica a farsi strada. In politica estera la regina mise un p0’ da parte suocero e  cognato re di Spagna e si avvicinò sempre di più all’Austria a all’Inghilterra,  ma quando si parlava di cultura o di bellezza il cuore di Maria Carolina  batteva tutto  per la Francia, tanto da trasformare la bigotta corte, che aveva trovato al suo arrivo a Napoli,  in una sfarzosa festa senza fine dove però  si dava grande spazio  anche  ai migliori intelletti  di quel tempo illuminato. E visto che la corte era anche la sede dei fastosi banchetti dove si costruivano le alleanze o si preparavano le guerre, i veri  dominatori della Corte Reale e delle Corti principesche, che  riempivano di fasto la vita napoletana,  erano diventati i cuochi francesi, perché era dalla Francia che  veniva la più eccelsa preparazione dei cibi, divenuta arte raffinata e incontrastata.

san-leucio-borgoE dal cibo a tutto il resto il passo è breve  e così  presto ci  si vestirà  alla francese e si parlerà in francese! Lingua d’obbligo ormai di tutti i salotti bene, anche se, a volte, si tingeva un po’ di napoletano, tanto che i cuochi, sia quelli  strettamente francesi, sia quelli  napoletani trasformisti, venivano chiamati “Monsù.” La più dura battaglia di questi Monsù con i loro padroni, fu la battaglia del riso, già divina pietanza d’oltralpe, ma al quale regnanti e principi  seguitavano a  mostrarsi  tutti…sovranamente indifferenti, se non addirittura ostili. I Monsù dovettero mobilitare tutte la loro inventiva artistica per farlo accettare e la prima cosa che fecero fu tingerlo  di rosso, visto  che il pomodoro era già divenuto una specie di viatico per il Paradiso. Ma non fu sufficiente! I testardi partenopei seguitavano a chiamarlo nel loro colorito dialetto senza scrupoli “Sciacquapanza” e fu allora necessario scatenare  veramente la fantasia per arricchirlo con ogni ben di Dio. Ne fecero una gran ciambella e, allo scopo di insaporire e guarnire,  la riempirono e la coprirono a cupola,  con le  melanzane fritte, i pisellini e  le polpettine al sugo. Le signore cinguettarono di gioia, di fronte a quella presentazione deliziosa, con tutte  quelle prelibatezze  “sour tout”, che, tuttavia,  non riuscendo a ben pronunciare, ben presto trasformarono in “Sartù.” Il riso stavolta ce l’aveva fatta e fu solo l’inizio … perché poi sarebbero arrivati gli arancini e i supplì a far festa. Prima nelle tavole dei ricchi e poi in quelle di tutti, in una  insolita ma felice metafora di  eguaglianza  gastronomica.

E allora, coraggio, divertiamoci anche noi  a fare i Monsù per un giorno, e per Natale, prepariamoci il Sartù!

Cominciamo con il ragù,  facendo soffriggere mezza cipolla a cui vanno aggiunte  due salsicce che si fanno rosolare. Dopo si versa nel tegame 1 litro e mezzo  di passata di pomodoro e  il sale. Si copre il tegame e si fa cuocere per un’ora a fuoco basso.

Poi si rassodano due uova, si tagliano a spicchi e si mettono da parte.

Si tagliano due melanzane a fette piuttosto spesse e si fanno friggere in olio extra vergine di oliva, poi si scolano su carta assorbente e si mettono da parte.

Dopo aver messo a bagno,  in acqua calda, 10 grammi di funghi porcini per 20 minuti, per farli “rinvenire,” si preparano le polpettine con 200 grammi di carne tritata, 30 grammi di parmigiano grattuggiato, un uovo e due fette di pancarrè sbriciolate, ammorbidite  in un bicchiere di latte e strizzate, a cui era stata tolta la crosta in precedenza. Si formano delle polpettine non più grandi di una noce, si friggono in abbondante olio extra vergine e si mettono poi a scolare su carta assorbente.

In una padella si soffrigge mezza cipolla in cui si dorano 50 grammi di pancetta e si aggiungono 250 grammi di piselli e i funghi rinvenuti. Si fa cuocere tutto per 10 minuti e si mette da parte.

P1090401pPassiamo alla cottura del riso facendo soffriggere, in una pentola, mezza cipolla tagliata a fette in olio extra vergine di oliva, poi  si aggiungono 400 grammi di riso, si fanno tostare, si condisce con metà del ragù di carne e si copre di brodo. Lo facciamo cuocere per 10 minuti circa seguitando a ricoprirlo  di brodo per non farlo bruciare. Dopo averlo tolto dal fuoco,abbastanza asciutto, aggiungiamo 50 grammi di parmigiano, facendolo mantecare.

Mentre si cuoce il riso, dal ragù si estraggono le due salsicce, si sminuzzano e si mettono da parte.

Prendiamo adesso uno stampo per ciambelle, imburriamolo e cospargiamolo di pane grattato, poi foderiamolo di riso sul fondo e sulle pareti e aggiungiamo  metà dei piselli, delle polpette, delle salsicce, poi 150 grammi di  mozzarella tagliata a dadini, 1 uovo sodo tagliato a strisce,1  melanzana tagliata a pezzetti e  spolverizziamo con circa 50 grammi di parmigiano.  Ricopriamo con il resto del riso  che deve arrivare al bordo dello stampo, spolverizziamo  con 100 grammi di  parmigiano e il  pangrattato e inforniamo per 25 minuti circa.

Estraiamo  lo stampo dal forno e prima di rovesciarlo sul piatto di portata, passiamo la lama di un coltello all’interno dello stampo per staccare  la forma di riso dallo stampo stesso. Quando è rovesciato sul piatto  si stacca dal fondo con piccoli colpi ben assestati e si solleva lo stampo.

Prima di portare in tavola si cosparge in cima,” sour tout”  il resto degli ingredianti, piselli, polpettine, salsicce, 100 grammi di mozzarella, l’ultima parte di ragù, 1 melanzana e 1 uovo a  spicchi che, in parte scenderanno  nel foro della ciambella e in parte resteranno posizionati in cima.

Il Sartù si porta in tavola intero a far bella mostra di sè  e si taglia a spicchi in presenza degli ospiti. 8, secondo le dosi adoperate.

Palazzo_Reale_di_Napoli_(schiacciata)

Filetto alla Wellington

zy122 Certo che per sua madre quel figlio doveva essere un gran problema, così scapestrato e indisciplinato! Loro, inglesi in terra irlandese, appartenevano alla piccola  nobiltà  e in quella provincia, già un po’ lontana dal cuore dell’impero, avevano gli occhi di tutti addosso. Arthur, però, il terzo dei 5 figli di Garrett Wesley, 1° conte di Mornington, non se ne curava affatto e sembrava quasi ci si divertisse a gettare il discredito sulla sua famiglia. L’avevano mandato a scuola a  Eton, ma non aveva combinato niente e così avevano ripiegato su Bruxelles, tanto  per fargli avere “un pezzo di carta”, come si direbbe oggi. Poi una volta tornato a casa, visto che non aveva nessuna attitudine, sua madre lo avviò alla carriera militare sperando che almeno gli insegnassero un po’ di disciplina. Ma che! Gioco d’azzardo, debiti, alcool e tutte le donne che gli capitavano sottomano. Finché un giorno si innamorò sul serio di una deliziosa fanciulla, Catherine  Pakenham  che andò  a chiedere in sposa. Ma fu educatamente rifiutato. Un giovane “senza prospettive” lo definirono i nobili genitori della bella Catherine. Qualcuo si sarebbe disperato, qualcuno avrebbe dimenticato… Invece Arthur cambiò  vita, smise di giocare, di bere, ruppe il suo adorato violino e cominciò a studiare, tutto da solo”l’arte della guerra.”  Nel 1788 fu promosso tenente e due anni dopo fu eletto alla Camera dei Comuni Irlandesi. Era l’inizio di una carriera che non avrebbe più conosciuto battute di arresto e in cui impegnò doti straordinarie di tenacia e di ostinazione che nessuno aveva  mai sospetttato  che avesse. Se ne andò volontario  a fare le Campagne nei Paesi Bassi e poi nelle Indie Orientali, da cui tornò, dopo quasi un decennio, pieno di successi, di soldi e col grado di Maggior Generale. E cosa fece? Andò di nuova a chiedere in moglie Catherine. Aveva fatto tutto per lei e non aveva mai cambiato idea. Catherine  non era più  la ragazza  che lui aveva lasciato tanti anni prima, era precocemente invecchiata nella solitudine e nella lontananza, ma nemmeno questo fece desistere Arthur. Aveva deciso che sarebbe stata la sua donna e così fu. Si sposarono ed ebbero due figli, un Duca e un Generale.

battaglia_waterloo01_a6c9c05aLui cominciò una brillante carriera politica, ma la dovette interrompere. C’era minacciosa all’orizzonte l’avanzata irrefrenabile di Napoleone che  sembrava voler sottomettere l’Europa intera. Arthur  Wesley partì  prima  per la Danimarca e  poi finì in Spagna. Dal 1807 al 1811, rimase quasi ininterrottamente nella penisola iberica dove, anche se all’inizio sembrava impossibile, più volte sconfisse i francesi, compreso Giuseppe Bonaparte il fratello di Napoleone. Ritornò per un breve periodo in Inghilterra per ricevere il titolo di Conte di Wellington e poi di nuovo in Spagna e da lì nel 1814  passò vittoriosamente in Francia vincendo la Battaglia di Tolosa. Per l’inghilterra era un eroe e non sapendo più come dimostrarglielo lo nominarono Duca. Sembrava che tutto fosse finito e invece non era vero niente. Napoleone scappò dall’Isola d’Elba e riprese il potere. Wellington si ritrovò solo ad affrontarlo a Waterloo. L’imperatore era  rapidissimo nell’attacco, aveva forze più numerose ed era sicuramente un genio della guerra, ma Wellington aveva dalla sua la testardaggine, quella stessa testardaggine che gli era servita per riconquistare la donna amata e che gli aveva fatto elaborare una personale tecnica  di  guerra difensiva per cui, nonostante l’orgoglio sicuramente ferito, riuscì a non farsi coinvolgere nella battaglia aperta che l’imperatore gli proponeva, limitandosi ad opporre una strenua resistenza in attesa delle truppe  dei generali prussiani che, quando arrivarono, risolsero finalmente le sorti della battaglia.

Il resto sono onori, due volte Primo Ministro e quando morì lo seppellirono vicino a Oratio Nelson. Ma l’Inghilterra non lo ha mai voluto  dimenticare  tanto che gli ha intitolato  una città, Wellington, nella lontana Nuova Zelanda, perché il nome dell’eroe fosse ricordato anche nei luoghi più remoti dell’impero. Negli anni ’30 del XX secolo gli dedicò invece un aereo, il bimotore Vickers Wellington che  poi fu largamente impiegato nella seconda guerra mondiale.

1300_c349563dCi sono infine tanti aneddoti sull’uomo, che, quando si sentono raccontare, ci rendono questo personaggio più vicino e lo riportano a quella dimensione umana da cui onori e glorie l’ hanno un po’ allontanato. Si sa, per esempio, che dopo la battaglia di Waterloo pianse a lungo per tutti i soldati morti ma che poi si riprese  e, nel suo rigido stile militaresco, inviò un  comunicato a Londra così secco che l’Ambasciatore americano, presente alla lettura, si convinse per un momento che gli inglesi avevano perso. Si sa anche che era elegantissimo e per questo i suoi ufficiali lo avevano soprannominato “Le Beau”, mentre per la truppa era più familiarmente “il vecchio nasone .” A proposito della sua eleganza, non vanno dimenticati i suoi stivali di  morbido cuoio, i famosi Wellington Boots, che, sembra, abbiano dato anche il nome a un famoso arrosto in crosta che, quando è cotto,  assume un colore dorato che ricorda la gamba di uno degli stivali resi celebri dal Duca. Qualcuno sconfessa questa versione e afferma invece che l’origine  del nome del famoso “Filetto alla Wellington” sia dovuta al fatto che  era uno dei pochi piatti che il Duca, completamente indifferente, come del resto molti inglesi, a ciò che trovava nel piatto, stranamente gradiva, tanto  da obbligare coloro che lo invitavano a pranzo a farglielo trovare sulla tavola. Un ulteriore versione racconta che lo inventò un cuoco militare  disperato che non sapeva più cosa fare per far mangiare Wellington. Al duca non piacque, ma ormai il nome gli era rimasto attaccato ed è passato alla storia proprio come “Filetto  alla Wellington”. Comunque  siano andate le cose ci fa piacere proporre questo arrosto che, in qualche modo ci riporta vicino al Duca e ce lo fa, anche a noi ricordare, nei giorni lieti del Natale.

FilettoWellSi versano due cucchiai d’olio extra vergine  nella casseruola e  quando si scaldano  ci si fa rosolare, in modo uniforme su tutta la superficie, 1,200 kg di filetto di manzo. Dopo  si aggiunge sale e pepe, si sfuma con mezzo bicchiere di cognac  e si toglie dal fuoco. Questa 1° fase non deve durare complessivamente più di 20 minuti, altrimenti c’è il rischio che la carne all’interno si cuocia troppo.

Per la 2° fase della preparazione  occorrono 600 gr di funghi porcini freschi o in alternativa 200 gr di funghi porcini secchi. Nel primo caso occorre pulirli perfettamente con un panno umido e con l’aiuto di un coltello di legno, evitando di bagnarli direttamente con l’acqua perché perderebbero buona parte del sapore e dell’aroma. Nel caso invece di funghi secchi è necessario farli “rinvenire” mettendoli in acqua tiepida per circa 1/2 ora e poi strizzarli. Qualcuno usa gli Champignon, ma bisogna aumentare la dose a 1 kg  perché l’aroma è più tenue. I funghi si fanno rosolare in padella, tagliati a fette, in due cucchiai d’ olio d’oliva extra vergine, già molto caldo e uno spicchio d’aglio, appena fatto scaldare senza imbiondirlo. Deve assumere solo un tono madreperlaceo. Poi si insaporiscono i funghi in cottura con pepe e abbondante prezzemolo tritato. Il sale  si aggiunge solo alla fine perché favorisce la fuoriuscita dell’acqua, nei primi momenti di cottura e  può indurire i funghi. Quando i funghi sono ben cotti, si riducono in crema nel mixer.filettowellington-622x466

E’ arrivato il momento di srotolare, su carta da forno poggiata su una spianatora, 500 grammi di pasta sfoglia, che si può anche comprare già pronta, evitando se possibile  quella surgelata, che può essere di più difficile digeribilità. Sulla pasta sfoglia, al centro, si posano 100 grammi di prosciutto in fette su cui si stende metà della crema di funghi. Sopra si appoggia il filetto, precedentemente spennellato  con  foie gras. Il resto del prosciutto (altri 100 grammi) e della crema di funghi, vanno poi a ricoprire la parte superiore del filetto stesso. A questo punto, con l’aiuto della carta da forno, si chiude la pasta sfoglia tutto attorno alla carne e si sigilla spennellandola ai margini con l’uovo battuto. Poi, con il resto dell’uovo, si spennella tutta la pasta sfoglia, perché  in cottura prenda un bel colore dorato. Prima di infornare la carne ci si può divertire a decorare il rotolo con piccoli avanzi di pasta sfoglia intagliata a stelline, foglie o strisce trasversali a formare una griglia che poi si faranno aderire al rotolo sempre con spennellate d’uovo battuto.

E adesso mezz’ora di forno a 180° poggiato sulla carta da forno.

Uscito  dal forno, il rotolo si fa freddare prima di tagliarlo in fette, col coltello seghettato,per non sbriciolare la crosta. Il contorno può essere di vario tipo, dalle patate arrosto all’insalata mista, ma, poiché questa volta è stato preparato come piatto natalizio, è d’obbligo l’accompagnamento di lenticchie.

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