Il Camoscio alla piemontese all’ombra di una dinastia!

32Quando nel ’39 a. C. Livia Drusilla andò sposa a Gaio Ottavio, aveva 20 anni, aveva appena divorziato dal primo marito, aveva già un figlio di tre anni Tiberio ed era incinta. Lui di anni ne aveva 24  e per sposare Livia anche lui aveva appena divorziato, da soli 3 giorni, dalla moglie Scribonia  proprio mentre nasceva la loro figlia Giulia.  Tre mesi dopo il nuovo matrimonio  nasceva Druso e nessuno ha mai saputo se quel figlio fosse del primo o  del secondo marito. Comunque  anche se di padre incerto il bambino fu subito amatissimo dal futuro Augusto… E poi lui e Livia erano  così giovani e avrebbero di sicuro avuto altri figli.. L’anno successivo  infatti nacque un altro bambino, ma morì subito e dopo  Livia non ne poté più avere…

Mentre il suo potere cresceva sino a farne il primo imperatore della storia di Roma, Augusto seguitava a covare l’amarezza per quel figlio mai avuto, a cui avrebbe voluto lasciare  il potere … La figlia Giulia non contava perché a Roma le donne non avevano incarichi pubblici… Dapprima  pensò che Marcello, figlio di sua sorella Ottavia  e primo marito di  Giulia  potesse essere l’erede, ma il ragazzo morì poco dopo, di tifo,  a soli 21 anni… Augusto allora obbligò Giulia a sposare Agrippa il  suo grande amico e comandante militare dell’Impero… anche se aveva il doppio degli anni della figlia…  Stranamente fu un matrimonio abbastanza felice e in meno di dieci anni ebbero 5 figli… Augusto adottò i due ragazzi   Lucio e Gaio e ricominciò a sperare… Anche quando morì Agrippa  c’erano ormai Tiberio e  e l’amatissimo Druso che proteggevano le frontiere…  E la figlia Giulia la obbligò a sposare proprio Tiberio, nella speranza  che il potere, anche in futuro rimanesse in famiglia…  Ma i due si detestavano..  E cominciò la seconda ondata delle tragedie…Druso,  abilissimo   in guerra, bello, amato da tutti  morì   in Germania a 29 anni e qualche anno dopo a distanza di   mesi morirono anche Gaio e Lucio… Dell’ultimo figlio di Agrippa e Giulia nemmeno a parlarne…  Agrippa Postumo sembra che fosse pazzo   e comunque Livia non lo voleva fra i piedi e riuscì a mandarlo via da Roma…  In linea di successione faceva troppa concorrenza  a Tiberio…  Più tardi sembra che lo fece uccidere… Era rimasto solo Tiberio, il ragazzo sgraziato e antipatico di cui Augusto non aveva mai voluto riconoscere il valore… E fu lui alla fine che ereditò quell’immane impero mentre Giulia moriva in esilio confinata dal padre per  troppi scandali e  troppi amanti… Forse la verità era un’altra, sembra che Giulia stesse organizzando una congiura per uccidere il padre, ormai stanca di tutte le violenze che lui aveva imposto alla sua vita privata…

Stranamente quell’antica tragedia dinastica alla ricerca di un erede, torna alla mente quando si pensa  agli Agnelli, la più potente famiglia italiana da  quasi un secolo, sempre alla ricerca di un erede per quell’immenso impero industriale della Fiat… Eppure Gianni Agnelli veniva da una famiglia numerosa… Erano ben 7 figli di cui tre erano maschi… Ma avevano avuto una giovinezza difficile… Il padre Edoardo, l’erede dell’impero muore a 42 anni prima ancora di  cominciare a condurre l’azienda… Il padre non si fida!  Nel 1935 Edoardo era a bordo dell’ idrovolante di famiglia e durante un ammaraggio all’idroscalo i galleggianti del velivolo urtarono un tronco vagante sull’acqua…  L’aereo si ribaltò ed Edoardo morì, decapitato dall’elica rimasta in movimento…  Era venuto meno l’erede dell’ industria e il nonno col tempo si affidò a un amministratore… Gianni   allora ha 14 anni e lui e i suoi fratelli  si trovano in mezzo alle battaglie legali combattute dal nonno    che li vuole sottrarre alla madre e dar loro un’educazione tutta Fiat… Alla fine vincerà la madre ma anche lei muore  presto in uno scontro con un camion degli alleati  sul finire della seconda guerra mondiale… Lui Gianni, il primogenito non potrà nemmeno mettere piede nell’azienda di famiglia  che è dominata da un uomo di fiducia del nonno… Così disse Vittorio Valletta al Delfino nel 1946 “Esistono solo due possibilità: o il presidente della Fiat lo fate voi o lo faccio io», al che  il giovane Agnelli rispose mondano e disinvolto: «Ma di certo voi, professore». E sparì per quasi 20 anni in giro per il mondo… Difatti l’erede Edoardo nasce a New York e la figlia Margherita in Svizzera…

Forse quando Gianni Agnelli, ormai per tutti l”Avvocato,” nel 1966 prende in mano le sorti della Fiat non  ha nemmeno il tempo per accorgersi  che Edoardo, quel bellissimo, esile  ragazzino  è pieno di fantasie, timidezze, introspezioni… Quando arriva all’Università di Princeton  ci va per studiare Lettere Moderne… Sostanzialmente Storia delle Religioni … E il padre comincia a sobbalzare… In Fiat c’è bisogno di qualcuno che sappia di   finanza o magari ingegneria o relazioni industriali… Si preoccupa davvero quando Edoardo comincia   i viaggi in India… Ci andavano in molti all’epoca, in cerca di spiritualità… dai Beatles   ai giovani hippies… E’ quasi una tappa d’obbligo…  In seguito Edoardo diventerà di casa  dall’Ayatollah Khomeini.  E’ entusiasta della rivoluzione religiosa che ha cacciato il laico  Sha Reza Pahlavi dall’Iran e si avvicina all’Islam sciita… Non è del tutto certo ma sembra che si converta col nome di Mahdi.

Ma nonostante le sue  forme ascetiche o forse proprio per questo Edoardo comincia a interessarsi dell’azienda di famiglia… Naturalmente a modo suo… Non concepisce aziende basate  esclusivamente sul profitto, approda al principio della solidarietà sociale e finisce in un ibrida posizione di   marxismo mistico… Inoltre è sensibile ai temi dell’inquinamento e vorrebbe  auto ecologiche. Ma quello che soprattutto colpisce la famiglia è l’accusa pubblica che  fa all’azienda di sfruttare l’intera collettività…   Il ricorso massiccio alla Cassa Integrazione e  gli sconti con  gli incentivi  alle vendite, forse a qualcuno sfugge,  ma vanno sempre  a gravare sullo Stato,  ormai sotto ricatto…  Ne va della pace sociale…  Forte è il timore che  la Fiat  faccia licenziamenti di massa a ogni minima crisi del mercato…

Molti così cominciano a pensare che Edoardo sia matto, ma proprio da quelle parti, a Ivrea, Adriano Olivetti ha costruito un diverso impero su quegli stessi principi  che  pronunciati da Edoardo sembrano follie…  In  sé l’esperimento era riuscito… A Ivrea c’erano  case e cultura agli operai, partecipazione alla gestione e abbandono dell’alienante catena di montaggio…  Solo per l’incapacità dei successori di Adriano andrà in rovina l’impero delle macchine da scrivere e tutto quello che di elettronico venne dopo…

La Fiat  comincia a dubitare di avere l’erede…  Degli altri due fratelli dell’Avvocato, Umberto già l’affianca in azienda, ma è già troppo in là negli anni per diventare un erede e l’altro Giorgio è morto giovane, senza figli, ricoverato a lungo  in una clinica svizzera per schizofrenia… Margherita,   è donna e alla Fiat  entrano solo gli uomini…  Come del resto succedeva negli antichi imperi…

La posizione di Edoardo diventerà insostenibile quando nel 1990 sarà arrestato in Kenia con l’accusa di possesso di eroina…  Passerà anche due notti in prigione dritto in piedi perché nell’orribile cella manca anche lo spazio per sedersi. Poi l’accusa si smonta e lui torna in Italia ma dopo pochi mesi  viene nuovamente accusato per un giro di droga … Anche stavolta  Edoardo  è innocente, ma deve ammettere la propria tossicodipendenza…

E’ il 1993 e Giovannino Agnelli il figlio di Umberto è diventato grande…  E’ un ragazzo simpatico, allegro e   preparato.. E’   ora  che entri nel Consiglio di Amministrazione… l’anticamera dell’Impero…   Lo zio Gianni esulta, ma è solo  per poco… La tragedia irrompe di nuovo  quasi senza preavviso … Nel 1997 a soli 33 anni Giovannino muore…  una malattia che  non gli da via di scampo…

L’avvocato ha il viso sempre più tribolato dalle rughe e una bocca amara dove è difficile rintracciare un sorriso… Però ci sono i figli di Margherita… Si chiamano Elkann , ma sostanzialmente John e Lapo sono cresciuti in Fiat dopo averli strappati alla madre… con la quale non parlano da anni..

Dopo la morte di Giovannino,  a soli 22 anni   John Elkann entra   nel Consiglio di Amministrazione .

Edoardo  è sempre più in ombra…  Ci soffre molto… Vive in una villa  di proprietà dei genitori, ma ne occupa solo la portineria… Fa ripensare  a Giulia la figlia di Augusto costretta nel suo esilio, in un alloggio di una sola camera…Una fredda mattina di novembre del 2000 Edoardo viene ritrovato morto alla base di un cavalcavia alto  più di 70 metri. Sembra si sia gettato  dopo aver lasciato  l’auto con il motore acceso…  L’inchiesta è rapidissima e si chiude in un giorno…   E’ suicidio!

Ma dopo qualche tempo cominciano i dubbi…  Troppe incongruenze in quella morte… Perché  era uscito senza scorta? Perché era vestito a metà con la giacca del pigiama sotto una normale giacca? A che ora è entrato in autostrada? Si dice alle nove del mattino, ma un pastore dice di aver visto il corpo sotto il viadotto alle 8… Come mai una persona che precipita per 70 metri ha ancora le scarpe addosso? Perchè il viso di Edoardo, trovato a faccia in giù non è devastato?    A chi dava fastidio Edoardo Agnelli? Qualcuno dice che volevano che rinunciasse   ai suoi diritti in Fiat in cambio di un po’ di soldi… E che lui testardamente non avesse accettato… Qualche giorno prima aveva detto a un amico di essere preoccupato…  Nel 2008 la televisione manda in onda uno speciale elencando tutti i dubbi e raggruppando testimonianze. Esce anche un libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”  Si chiede di riaprire l’inchiesta, ma sembra che nessuno lo voglia fare…

Oggi il potere della Fiat in buona parte è in mano all’ AD Sergio Marchionne…  Lui lo nega  ma  forse porterà via  la Fiat dall’Italia…  Magari un po’ per volta ora che c’è il partner Chrysler…  John Elkann è Presidente, ma  sembra solo… Suo fratello Lapo  un ragazzo estroverso e pieno di fantasia, che curava  l’immagine dell’Azienda se ne è dovuto andare dopo essere finito all’ospedale, in coma, per un overdose… L’ambulanza è arrivata appena in tempo nella casa del trans, dove stava quasi per morire…

La figura gentile di Edoardo con la morte sembra aver acquistato spessore…  Ne parlano tutti con rispetto… In qualche modo la morte lo ha ricongiunto alla famiglia…

Si dice che a casa dell’Avvocato si mangiasse sempre poco, ma prodotti di qualità vicino alla terra…  Erano piemontesi e  molto attaccati alle loro tradizioni… Sicuramente  ” Il  Camoscio alla  Piemontese con la polenta” lo conoscevano bene…

CAMOSCIO ALLA PIEMONTESE CON POLENTA

INGREDIENTI PER IL CAMOSCIO per 6 persone: spalla o petto di camoscio kg 1, burro grammi 120, farina bianca 30 grammi, 1 bicchiere di aceto bianco di qualità, 1 carota, 2 coste di sedano, 2 cipolle, salvia e rosmarino,  4 cucchiai di olio extra vergine di oliva , 1 bicchiere di brodo di carne di manzo,  1 cucchiaino di zucchero,  sale e pepe.

INGREDIENTI PER LA POLENTA per 6 persone: faina gialla bramata cioè a trama grossa grammi 500,  acqua 1,750 litri, sale q. b.

PREPARAZIONE DEL CAMOSCIO: tagliate il camoscio in pezzi piuttosto grossi, poi adagiateli in un tegame di terracotta, unite la carota affettata, le coste di sedano a pezzetti, un po’ di salvia, un rametto di rosmarino  e l’aceto. Lasciate la carne a macerarsi per 24 ore e anche di più, poi affettate le cipolle e fategli prendere colore in una casseruola sul fuoco in 50 grammi di burro,poi unite la farina impastata con 30 grammi di burro e lasciatela dorare, poi aggiungete  il brodo e fate cuocere il tutto per 5 minuti.  Mettete una padella sul fuoco con il restante burro e l’olio, poi aggiungete i pezzi di camoscio scolati dalla marinara, asciugati e infarinati. Quando il grasso del camoscio si sarà sciolto togliete la carne e mettetela nel tegame delle cipolle, salate e pepate. Terminate la cottura  coprendo il tegame e a fuoco basso per circa due ore.

PREPARAZIONE DELLA POLENTA; in una pentola capoiente portate a ebollizione l’acqua e fatevi cadere  un po’ per volta  a pioggia la farina mescolando  ogni con un cucchiaio di legno affinché non si formino grumi; seguitando a rimestarla fatela cuocere per 50 minuti e non meno perché la polenta poco cotta può far male. A fine cottura riversatela su una spianatora di legno  e poi tagliatela a fette abbastanza spesse.

COMPOSIZIONE DEL PIATTO: Distribuite 1 o più fette di polenta sul piatto di ciascun commensale, sistemateci sopra il camoscio e poi dopo aver passato al setaccio il sugo di cottura   versatelo sulla carne.

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Riso al barolo… per Silvana Mangano.

Un grande affresco neorealista sulla vita delle mondine, su un mestiere infame, uno dei più infami … con le donne a testa china, le gambe in acqua otto ore al giorno a prender su riso nella palude, in  mezzo alle zanzare..  Ma era anche un melo … eccessivo, sopra le righe, pieno di stereotipi, che tenta, senza riuscire convincente, la via del noir,  fra colei che si perde, colei che si ritrova, il cinico seduttore, il bravo ragazzo. Poteva essere uno di quei film di serie B degli anni ’50, che non superarono mai le frontiere nazionali… Invece  era “Riso Amaro” e ne nacque un’icona a se stante, che valicò i destini del film e rimase simbolo di bellezza, di sesso e di femminilità per più di un decennio. Anche la storia della location, è quanto meno insolita. Il filn fu in buona parte girato a Venaria, nella tenuta di Gianni Agnelli che fu felicissimo di prestarla per un film di protesta sociale a quel rigido comunista che era il regista Giuseppe De Santis.

Quando Silvana Mangano si presentò ai provini, Giuseppe de Santis la scartò… Troppo truccata, troppo costruita per la parte di una contadina… poi la incontrò per caso in un giorno di pioggia e quella ragazza dai capelli bagnati e senza un filo di trucco ottenne immediatamente la parte.

Con quel film dunque la nuovissima attrice diventa un fenomeno  esplosivo… E impone  il successo internazionale del film …   Qualche anno dopo i critici cinematografici ancora cercavano  di spiegarselo “E’ un fatto fuori dal normale la consacrazione di un mito con un solo film…  Fu un imporsi di colpo e la ragione fu  il legame al personaggio, misteriosamente suo…Complici  le risaie dove gli inediti corpi delle mondine potevano spiccare in tutta la loro sensualità”

Erano tempi di maggiorate fisiche e l’Italia imponeva le sue migliori, Sofia Loren, Gina Lollobrigida… anche Silvana Mangano sembrava una di loro… Invece il suo fu un percorso tutto alla rovescia.

Il produttore di “Riso amaro” si chiamava Dino de Laurentis e quando si sposarono tutti pensarono che  lei l’avesse fatto per la carriera… solo dopo, molto dopo si capì che con quel matrimonio si voleva mettere al sicuro, uscire di scena. Invece non le fu possibile… Incredibilmente e per diverso tempo furono proprio i suoi film a dare forza a denaro alla produzione di suo marito. I melo seguitavano ad andare di moda e lei diventò “Anna”, la ballerina ceduta alla vita monastica in un film tutto strappalacrime, ma di grande successo finanziario…  L’unica cosa bella del film è Silvana Mangano che balla il Mambo in un mix incredibile di tecnica, innocenza e consapevolezza… come del resto seguiterà a fare anche in “Mambo…

All’apparenza sembrava che tutto andasse bene… in pochi anni lei  avrà quattro figli e un affetto immenso da parte del marito che la vizia e la coccola. In realtà   non voleva più recitare… Chissà quando e perché, ma in lei si era rotto qualcosa … Un dramma che non le darà più pace… Si sentiva inadatta e seguitava a negarsi attrice “Non ho mai avuto nessuna scuola alle spalle… Io improvviso ”  Ma c’erano gli interessi di famiglia e lei  doveva seguitare a lavorare. Su questo la produzione … e il marito,  erano inflessibili.

C’è da chiedersi come abbia fatto con tutta la sua insicurezza e la sua paura a interpretare per anni e così bene i ruoli più diversi. A parte i film  “Peplum,” come Ulisse, di cui anche lei fu vittima, nei ruoli inespressivi di Circe e Penelope, c’è per esempio l’umanissimo ritratto della prostituta Costantina de “La Grande Guerra” dove lei  è spigliata,  un po’ aggressiva, a tratti comica e non lascia assolutamente sospettare  l’insofferenza e il disagio  di cui era vittima. Anche in un film dolente come “La diga sul Pacifico” è di nuovo una scatenata e disinibita ballerina  al fianco di Anthony Perkins  e tutta la Francia si infiamma per lei…  C’era solo un fatto che poteva far capire  la nevrosi che l’agitava, ma all’epoca non c’erano i dati per interpretarlo. Era il suo fisico in  metamorfosi… Qualcosa che cominciò quasi in sordina e ad un certo punto nei primi anni ’60 divenne evidentissimo… In lei non c’era più niente della ragazza dal fisico esuberante, che l’aveva  lanciata in Riso Amaro”. Quel fisico lei aveva imparato a disprezzarlo e odiarlo come qualcosa di volgare, di contaminato.. e un po’ per volta divenne una signora diafana, estremamente  magra, quasi esile e senza più nessuna delle sue curve leggendarie… Era bellissima, ma non era più lei…  Ormai la chiamavano l’antidiva per quel suo modo di sottrarsi, di non apparire, di vivere sempre più appartata. Ma anche questo non era possibile…La volevano i più importanti registi e non perché era la moglie del produttore, ma solo perchè era Silvana Mangano, anche se lei faceva fatica a capirlo. Però quando saliva sul set  si trasformava, si identificava, si dava completamente al personaggio. Spesso  è strepitosa, anche in un dubbioso film di Pasolini come “Teorema”. Sono tanti i personaggi che affollano  la trama, ma è solo lei che dà credibilità alla storia, in un ruolo difficile… Quello della signora borghese che si abbandona a tante esperienze sessuali in cerca di un’improbabile salvezza. E’ felice anche la collaborazione con Visconti …  Sorprende la verve con cui si cala, lei così timida e introversa, nell’ esuberante, eccessiva affittuaria che sconvolge la quiete del solitario professore in “Gruppo di famiglia in un interno”…  E già prima Visconti doveva averla amata alla follia quando  interpretò la madre del giovane Tazio in “Morte a Venezia”. Per capire tutto Visconti basterebbe solo guardare lei, eterea, distante, splendidamente seduta al caffè fra i suoi veli e i grandi cappelli… in quella magica e torbida atmosfera di Venezia.

Poi ci fu la terribile disgrazia del figlio e lei non voleva più saperne di cinema e di nessuno. Ancora una volta fu il marito, quasi a costringerla, perché accettasse un ruolo in Dune, il film  di fantascienza che produceva con la figlia Raffaella… Stavolta Dino non la voleva usare, come lei troppe volte,  forse a torto aveva pensato…  La voleva solo aiutare, ma forse lei nemmeno lo capì.

L’ultima interpretazione “Oci Ciornie” con Mastroianni  invece fu quasi un dono…  Per lei che non aveva avuto quasi mai voglia di recitare… Adesso invece ne era felice. Si ritrovava, ora che il suo ciclo stava per finire e lei lo sapeva, proprio con Marcello, l’amore della sua prima giovinezza, il ragazzo che la baciava su una panchina dei giardinetti di  San Giovanni solo di pomeriggio, perché il padre siciliano  non voleva che la figlia uscisse di sera… E’ bello  sapere che alla fine, almeno in parte si è riconciliata con se stessa e forse ha capito, lei che non ci voleva credere, quante persone l’hanno ammirata e le hanno voluto bene.

Sarà ovvio ma è anche giusto dedicare a Silvana una ricetta a base di riso, quel riso che lei ha reso tanto famoso in  “Riso Amaro” e “La diga sul Pacifico.” E’ solo un piccolo omaggio ma lo facciamo tutti di cuore.

RISOTTO AL BAROLO

INGREDIENTI per 4 persone: 350 grammi di riso, 1 cipolla, 1 sedano, 500 ml di brodo vegetale, 70 grammi di burro, 2 bicchieri di vino barolo, 1 carota, parmigiano reggiano a piacere, olio extra vergine di oliva,sale e pepe q.b.

PREPARAZIONE: tritate la cipolla, il sedano e la carota e fate appassire in un tegame con olio e  circa 20 grammi di burro a fuoco molto basso. Quando le cipolle sono appassite, aggiungete tutto il vino Barolo e fate evaporare. Versate quindi il riso e portatelo a cottura aggiungendo poco alla volta il brodo vegetale caldo. Mescolate spesso per non farlo attaccare e aggiustate di sale solo verso la fine della cottura. Quando il riso sarà cotto aggiungete il burro, il parmigiano e una spolverata di pepe.

Per Anita Eckberg… Gli “Spaghetti alla Gricia”, un’antica ricetta del Lazio!

Fontana di Trevi-1

Un’atmosfera notturna e misteriosa … I vicoli di una città vuota dove l’unica presenza è quella di una magnifica donna bionda con una stola bianca a illuminare la notte, che incede  quasi a passo di danza nella città deserta. Cammina a caso fra un vicolo e l’altro e gioca con un gattino bianco che le si è arrampicato sulla testa, finché, superato l’ultimo vicolo, davanti le si apre, semicircolare, compatta e chiusa  la piazza. Adesso la può vedere bene… La fontana è grande, monumentale, scenografica e l’acqua, che da più parti, cade nella vasca, riempie  di trasparenze la facciata del palazzo a cui la fontana si appoggia. La ragazza ha un attimo di stupore poi immemore o ignara della sua storia secolare, con un atto di piena confidenza o come una Dea che prende possesso dei suoi domini, vi entra dentro.  Adesso è lì, completamente a suo agio sotto gli spruzzi che, dalla scogliera marmorea sovrastante, le continuano irruenti a cadere addosso. L’uomo che, dopo pochi istanti la seguirà nella fontana, quasi non ha coraggio di toccarla…  la guarda e si perde completamente nella sua innocenza e nella sua bellezza, mentre le rivolge parole confuse e smemorate…

Fu quella scena  del film “La Dolce Vita” a dare ad Anita Eckberg la fama internazionale. Ma la celebrità arrivò anche prima. Forse una campagna pubblicitaria ben orchestrata… ma già mentre girava il film e si delineava il suo personaggio carico di sensualità nordica, Roma impazzì per lei. Divenne un mito e fu un fenomeno di massa che lascia ancora oggi stupiti. I fotografi seguivano ogni suo spostamento, l’assediavano e divennero proprio allora”Paparazzi…” Il gossip ormai esisteva solo per lei e Via Veneto era la sua vetrina. Cercava di seguirla dappertutto quel marito inglese Anthony Steel, folle di gelosia… ma era quasi impossibile controllarla. Si disse che in quel periodo ebbe una storia sia con Marcello Mastroianni, l’interprete del film, che con Federico Fellini, il regista. Per quanto riguarda Mastroianni non è difficile crederci perché era a quei tempi l’amante latino per eccellenza e poche donne gli sfuggivano… Per Fellini invece il discorso è più complesso perché lui, in fondo, era  rimasto un provinciale, e quell’attrice rappresentava la materializzazione di quell’eterno femminino, su cui giovanetto, aveva sognato in terra emiliana, davanti alle donne, Veneri o Madonne che fossero, dipinte dai cugini Carracci. Adesso Anita era davanti a lui, come un’epifania, con lo stesso corpo opulento che sembrava non finire mai e lo sguardo dolcissimo e fanciullesco che ha la Venere nella Galleria di Modena.

Ad Anita Roma l’aveva come stregata e affascinata e si sentiva accettata come non le era mai accaduto prima. Non in Svezia, dove nonostante avesse vinto il titolo di Miss Svezia l’avevano sempre  tenuta a distanza  per il suo dialetto del Sud, snobbato dalla gente chic… E nemmeno a Hollywood aveva avuto una grande accoglienza, confusa nel sottobosco delle attrici di serie B.

Ora l’aristocrazia, il mondo del cinema e quello della letteratura erano ai suoi piedi e questo l’autorizzava a scatenarsi, a bere un po’ troppo e ad accendere le grandi e un po’ peccaminose notti romane. Fu lei a dare il via allo scandalo del Rugantino  dove si esibì in uno sfrenato Cha Cha Cha a piedi nudi, cui seguì lo spogliarello della danzatrice turca, le cui foto fecero il giro del mondo, mentre  circolava la voce che Anita beveva un po’ troppo, spinta anche da quel marito mezzo alcolizzato, che lasciò poco dopo.

Su di lei, intanto, aveva messo gli occhi il più grande industriale italiano e uno degli uomini più affascinanti di  quei tempi, Gianni Agnelli, l’erede Fiat e per tutti l’Avvocato. La storia durò a lungo, sembra tre anni, avvolta nonostante  la notorietà di tutti e due, nel massimo riserbo. Alla fine fu lei a lasciarlo, addolorata per un suo tradimento, ma poi lo rimpianse per tutta la vita  e ne pianse dolorosamente la morte.

Però dopo “La dolce vita” non ci fu più nessuno in grado di utilizzare bene Anita Eckberg. Solo con Fellini riuscì a fare di nuovo un’ottima interpretazione nel surreale episodio di “Boccaccio ’70” e qualche anno dopo ne “L’Intervista”. Per il resto  furono tanti film ma nessuno che valorizzasse quella esagerata bellezza e le capacità recitative che solo Fellini conosceva sino in fondo.

Ma all’Italia Anita non seppe più rinunciare. Provò a starne lontana ma la nostalgia era forte. Per lei così nordica il calore umano e la gioia di vivere che allora c’erano in Italia non andavano perduti e si comprò una villa vicino Roma dove andare ad abitare. Le piaceva la buona tavola e i suoi amici dicevano che per farla felice bastavano “Pasta, cioccolato e Vodka”. Alcuni ristoratori le intitolarono anche dei piatti… in onore alla sua bellezza e alle sue ottime qualità di cuoca. Come cittadina del Lazio  dove vive ormai da tanti anni e di cui nel tempo ha imparato ad apprezzare le gustose ricette del territorio, le dedichiamo  un’antica pasta detta “alla Gricia”  di origini incerte, di pochi ingredienti e di grande sapore che, secondo alcuni, è l’antenata della “Pasta all’Amatriciana” – perché si fa con gli stessi ingredienti a esclusione del pomodoro, – mentre secondo altri il termine risalirebbe alla Roma del ‘400 dove “Gricio” era chiamato il panettiere che veniva dal Canton dei Grigioni ed era addetto alla preparazione della pasta fresca.

SPAGHETTI ALLA GRICIA

INGREDIENTI per 4 persone: 400 grammi di spaghetti, 250 grammi di guanciale di maiale, 100 grammi di pecorino, 1 cucchiaio di aceto bianco, olio extra vergine di oliva, sale e pepe.

PREPARAZIONE: In una padella mettete a scaldare dell’olio extra vergine di oliva e aggiungete  il guanciale tagliato a dadini. Quando la pancetta è quasi rosolata, senza tuttavia che  secchi troppo, aggiungete il cucchiaio di aceto, fate evaporate e spegnete il fuoco.

Portate a ebollizione abbondante acqua, salatela, fatevi cuocere gli spaghettie scolateli al dente, conservando un mestolino dell’acqua di cottura. Metteteli in una padella, aggiungete il guanciale, il pecorino, il pepe, un poco dell’acqua di cottura e fate saltare su fiamma viva per qualche minuto, facendo attenzione a non scuocere la pasta.

Maria Callas e Onassis a Parigi… Le Canard a la Tour d’Argent!

La_Tour_dArgentSulla soglia dei 30 anni si era messa in testa di diventare anche bella. La regina incontrastata della Scala di Milano, osannata nel mondo come la più grande cantante lirica di tutti i tempi, in realtà pesava troppo. Qualcuno le disse che le cantanti  liriche  non dovevano dimagrire logo accademiaperché ne poteva risentire la potenza e l’ampiezza della voce, ma Maria Callas volle sfidare il destino. Ci mise quasi due anni a perdere quasi quaranta chili di peso, forse anche con l’aiuto di una tenia che i maligni dicevano che si era fatte inserire nell’intestin, ma alla fine apparve a tutti per quello che doveva essere sempre stata nel profondo del cuore, alta, slanciata ed estremamente flessuosa. Le sue prestazioni canore non ne risentirono affatto e invece ne guadagnò maria-callas-e-aristotele-onassismoltissimo l’arte scenica. Libera e fluida nei movimenti, fu finalmente in grado di esprimere il suo canto anche con il corpo, in una recitazione nervosa e ricca di gestualità tale da fare di lei forse la prima cantante lirica, padrona di una recitazione perfetta.  Memorabile la scena della pazzia in Lucia di Lammermoor,  dove, i movimenti della braccia, diventano tuttuno con i passaggi musicali e  incredibile la scena delle scarpe che getta lontano con i piedi alla fine del primo atto di Traviata.

Quanto all’amore…Chissà in quali profondi recessi della sua anima Maria l’aveva nascosto e quel marito manager così più vecchio di lei sembrava piuttosto un padre o un fratello maggiore, in ogni caso solo un rifugio sicuro.

Lui Aristotile Onassis, era scappato giovanissimo dalla Grecia invasa dai turchi e in America, con mezzi spesso ai limiti o oltre i limiti si era fatta una fortuna. Sembra ormai una leggenda ma i primi soldi erano arrivati quando faceva il centralinista, intercettava le conversazioni degli investitori finanziari e poi giocava in borsa…La prima flotta se l’era comprata durante la grande depressione a un prezzo ridicolo e  nella seconda guerra mondiale forniva le sue navi alle forze alleate a prezzi di vero e proprio strozzinaggio. Ma era l’armatore più ricco del mondo, aveva un fascino innato, un sorriso splendente e una ricchezza tale che  faceva spesso dimenticare anche  la sua naturale bruttezza.

Chi dice che Onassis vide Maria Callas recitare alla Scala e rimase folgorato dal suo magnetismo scenico, altri dicono che l’avesse incontrata a un ricevimento a Venezia e rimase  estasiato dalla sua  classe e dalla sua eleganza… Fatto sta  che alcuni mesi dopo l’invitò sul suo  famoso yacht, il Cristina, dove c’era almeno la metà  del mondo, da Gianni Agnelli a Grace de Monaco, Da Winston Churchill a Elsa Maxwell. Quando finì la crociera Maria e Onassis si amavano, ma lei forse di più. Lui è probabile che inconsciamente  la  considerasse un simbolo di tutto ciò che si può avere con i soldi e con il potere.

8711Quello che pochi dicono è che Maria in quell’estate del 1959 era stanchissima, mentre la sua voce aveva già dato i primi sintomi di cedimento perché quel marito dall’aria bonaria, che tutti poi commiserarono per l’abbandono, l’aveva in realtà sfruttata per anni, al massimo  delle sue possibilità fisiche e vocali, senza mai concederle un istante di riposo. Era tirchio, era il suo agente… aveva le percentuali. Con Onassis  invece Maria, forse per la prima volta in vita sua, si permise il lusso di deporre il  fardello che fin da ragazzina aveva portato sulle spalle con un impegno fuori dal comune.

Fu, quello dell’armatore e della cantante, un amore travolgente, alimentato dall’esibizione di una vita  mediatica  al top… Forse la rivincita di due esuli greci che erano riusciti  a conquistare il mondo!  Per anni furono  sulle copertine di tutti i giornali,  lei  sempre bellissima nei continui spostamenti fra l’assolata isola di Scorppios, che Onassis si era comprata tutta intera e l’elegante stagione invernale di Parigi, dove la coppia era ormai un’istituzione. Ricevimenti, mondanità e immancabili le cene a “La Tour d’Argent”.

Dicono che Maria abbia sofferto perché lui non la sposò mai … chissà, forse soffrì di più perché lui non le era molto fedele, mentre gli anni passavano e la voce della Divina si era appannata. Qualche volta brevemente tornava sulle scene, sfuggendo alla gelosia di Onassis, ma non era più la stessa cosa.

Poi lui incontrò Jacqueline Kennedy, l’adorata vedova d’America e forse pensò che quello era il suo biglietto d’ingresso per quegli Stati Uniti che l’avevano sempre disprezzato e allontanato.  Così la sposò in gran  fretta e la morale fu che gli Stati Uniti non solo non accolsero Onassis, ma misero al bando anche Jacqueline.

Il matrimonio non fu felice e si trascinò per qualche anno stancamente… Lui era deluso, amareggiato, non stimava affatto la moglie che riteneva vuota e arrivista… “Avrei dovuto sposare Maria”  confidò una volta a un amico. Ed era ormai tale la nostalgia che gli ultimi tempi IMG_6026-sdella sua  vita ricominciò a frequentarla… Tutte le volte che andava a Parigi, andava dalla Callas,… in fondo, a modo loro, fu un amore che  durò tutta la vita.

Dei loro periodi felici a Parigi, uno degli appuntamenti più ricorrenti era a La Tour D’Argent, il ritorante più antico di Parigi e, nonostante quel che oggi  ne pensa la “Guida Michelin, il più esclusivo… Nato  come locanda  aristocratica nel 1582,  è  rimasto sordo a tutte le sirene di rinnovamento con la sala del ristorante al 6° piano di Quai de la Tournelle, che, con le spalle a Saint Germain guarda sempre, dalle grandi finestre, L’Ile de Saint Louis e Notre Dame. Non è leggenda che negli anni caldi del 19° secolo ci si sfidava a duello  per ottenere un tavolo in buona posizione! IL menù è ricco, ma il vanto del locale resta pur sempre  il “Canneton Tour d’Argent” o “Canard Tour d’Argent”. Lo inventò nel 1890, l’allora proprietario Frédéric Delair, prendendo spunto dall'”Anatra all’Arancia”, portata a Parigi da Caterina de’Medici.  duckDelair inventò dunque  il piatto che non consiste solo nella ricetta, ma comporta l’uso della “presse”, un torchio di argento massiccio fatto costruire apposta per la cucina de “La Tour d’Argent”. Impossibile quindi poterla cucinare a casa, ma vale comunque e sempre la pena di conoscere questo spettacolare modo di preparazione, antico e quasi barbaro che immediatamente  associamo ai grandi di Francia che di qui son passati e  quel bagliore che ci ha voluto lasciare la Divina Callas.

ANATRA A LA TOUR D’ARGENT

Occorre un’anatra rosolata all’esterno all’esterno, ma non ancora cotta   al suo interno. Prima si toglie la pelle e poi si taglia in due parti, si recidono le cosce e le ali, dal petto poi si sezionano due fette e il tutto viene messo da parte, estraendo infine il fegato dalla carcassa. Si passa il fegato al tritatutto e poi si poggia su un piatto posato su un fornello a spirito acceso.

Si apre il torchio e si getta al suo interno la carcassa dell’anatra assieme a spezie, burro, vino rosso e scorze d’arancio. Si comincia quindi a serrare il torchio e si fa uscire il sangue che viene raccolto nel piatto in cui è stato appoggiato il fegato. Dopo un po’ si apre il torchio e si versa al suo interno un po’ di brodo per aiutare l’ulteriore spremitura dell’anatra. Al termine della spremitura, si mescola bene la salsa, si filtra e si versa sull’anatra a pezzi e filetti messa da parte.

cristina3