Rita Hayworth e… I Tagliolini al Tartufo Bianco di Alba

Aveva poco più di tre anni quando suo padre decise che doveva ballare. Ballavano tutti in famiglia, lui il Flamenco, il nonno il Bolero… Non le piaceva molto ballare e  soprattutto non ebbe più un’infanzia. A 12 anni attraversava la frontiera e andava a ballare con il padre nei locali messicani perché in California era proibito far lavorare i minori nei locali notturni… Margherita Cansino sembrava voler  bruciare tutte le tappe e a 18 anni era già sposata con un uomo molto più grande di lei che aveva avuto però il merito di sottrarla  alla dittatura paterna e l’aiutava a muovere i primi passi nel cinema. Fu Harry Cohen, un altro dittatore, colui che faceva il bello e il cattivo tempo alla Columbia Pictures  ad accorgersi di quella ragazza, ma per diverso tempo, con quei capelli neri bassi sulla fronte le fece interpretare solo piccoli ruoli esotici. Alla fine le cambiarono look allargandole la fronte con l’elettrolisi e tingendole i capelli di rosso. Anche il cognome così mediterraneo non andava bene, Lei allora prese quello di sua madre e diventò Rita Hayworth, la più bella e famosa pin up americana. I film ora piovevano a raffica e nei primi anni ’40 cominciò il suo mito con film come “Sangue e Arena” in personaggi di donna fatale ed egoista. Ma i film migliori di quel periodo, a distanza di tanti anni sembrano le commedie musicali in cui si scatenava con Fred Astaire o Gene Kelly in ruoli più leggeri e divertenti, mentre metteva a frutto la sua eccezionale bravura di ballerina.

Ma l’etichetta della bellezza esplosiva e “fatale” Harry Cohen e la Columbia gliel’avevano stampata addosso e così dopo essere stata durante la guerra la cover girl un pò equivoca  di tutti i soldati al fronte, si trovò  immediatamente dopo, involontariamente legata alla bomba che gli americani avevano lanciato sull’atollo di Bikini e fu chiamata l”Atomica.” Si sentiva umiliata e offesa e voleva andare a protestare a Washington ma Harry Cohen glielo impedì. Sarebbe sembrato poco patriottico!

Sono di quegli anni i  film più famosi di tutta la sua carriera. “Gilda”, in fondo un film abbastanza stupido, è passato alla storia per il suo leggendario strip dei guanti neri, che mentre se li sfila lentamente è più sensuale   di quello che sarebbe stata nuda… Tacque per quarant’anni ma alla fine Glenn Ford lo dovette ammettere che sul set di Gilda era impazzito d’amore per Rita Hayworth.

Lei a quel tempo era sposata con  Orson Welles e anche se dichiarava che era faticoso vivere tutti i giorni con un genio, fu la docile interprete sotto la sua direzione de “La Signora di Shangai”. In un film poco capito all’epoca per gli intellettualismi e la simbologia  di cui lo caricò Orson Welles, Rita Hayworth apparve nella nuova veste di una gelida e  misteriosa signora bionda che, se anche piacque al pubblico mandò su tutte le furie Cohen e la Columbia perché falsava lo stereotipo della donna dalla ricca capigliatura rosso fiamma. Ma la scena finale del labirinto di specchi dove la coppia terribile finirà per uccidersi  fu ricordata, commemorata e citata tanti anni dopo da Woody Allen che la inserì nel finale del suo film “Misterioso omicidio a Manhattan” e sempre molti anni dopo un famoso critico David Kehr scrisse che la “Signora di Shangai” era “Il più strano grande film mai realizzato.”

Quella con Orson Welles fu una bellissima storia d’amore, lui si spogliava della sua eccentricità, del suo essere superiore e diverso  e si confessava come un bambino” Senza di te la gioia diventa un insopportabile dolore ” le scriveva quando erano lontani. Ma anche Orson con tutto il suo genio era un uomo fragile, economicamente schiavizzato  da Hollywood  che  faceva e disfaceva i suoi contratti  incurante che fosse il memorabile radiocronista della discesa dei Marziani sulla Terra e il regista di  “The Citizen Kane”, quello che ancor oggi molti ritengono “Il più grande film di tutti i tempi.”

Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, ai vari tipi di uomini mediocri e alla soddisfatta gente di cinema. Io non sono nulla di tutto ciò”  Così disse Orson Welles e se ne andò in Europa tanto anche il suo matrimonio era arrivato al capolinea.

Per altre strade anche Rita Hayworth arrivò il Europa e conobbe il suo Principe che sembrava esattamente quello delle favole. Ali Khan all’epoca era pieno di fascino, di soldi e riempiva le cronache mondane di tutta Europa. Rimasero  incantati uno dell’altro, ma lei, anche se a livello probabilmente inconscio, aveva la speranza con quel matrimonio  di liberarsi dell’ingombrante contratto con la Columbia e soprattutto liberarsi di Cohen, per il quale era una specie di proprietà privata da sorvegliare sino a farle mettere i microfoni nascosti nel suo camerino. Invece non riuscì a risolvere i suoi problemi… Fu un matrimonio difficile sin dall’inizio. Per lui, perché sotto la patina mondana era comunque un capo religioso musulmano con una gran moltitudine di fedeli a cui rendere conto e per lei perché fu subito stigmatizzata per essersi unita con l’infedele. All’inizio fu felice di andare a vivere in Pakistan, ma loro due era impossibile che si capissero venuti da due realtà così lontane… Quando si separarono lei si batté con tutte le sue forze perché la figlia le fosse affidata e potesse crescere come una normale  ragazzina americana. Di quel mondo orientale aveva sentito l’imposizione  e la condizione subordinata della donna…  E così nonostante tutto preferì tornare da Cohen e da Hollywood… Ma non fu un gran ritorno.  Il primo film “Trinidad” ebbe poco successo e poi cominciarono a  utilizzarla in ruoli di prostitute e  e di donne fallite. Solo verso la fine degli anni ’50 riuscì a fare due buoni film  Pal Joey con Frank Sinatra e Tavole Separate con Burt Lancaster. Poi arrivò la malattia, non capìta e dissero che era un ‘alcoolizzata.  E poi l’oblio..

L’Europa le era piaciuta molto, si sentiva a suo agio, forse per le sue origini spagnole… E dall’Italia in particolare si portò via un bel ricordo. Un invito, questo si, favoloso, ad  Alba, in Piemonte. Nel 1949 era da pochi mesi sposata con Ali Khan e vollero offrirle, come ospite d’onore dell’annuale e internazionale “Fiera” un dono degno di lei,  proprio perché era appena diventata principessa… Quei tartufi bianchi, che si raccolgono unicamente  nelle zone delle Langhe, di Roero e del Monferrato e che fin dal  1700 sono considerati il cibo prelibato di tutte le Corti reali e principesche d’Europa. Ma da quando vennero offerti a Rita Hayworth, cominciarono a divenire  un Cult anche nel mondo dello spettacolo che ha voluto rendere omaggio al tartufo dandogli un posto d’onore e grande visibilità in tutte le manifestazioni artistiche dei Festival, dei Premi e delle Prime internazionali. E dal mondo principesco del Tartufo …

TAGLIOLINI AL TARTUFO BIANCO DI ALBA

INGREDIENTI per 3 persone: 300 grammi di tagliolini freschi, 50 grammi di burro, 3 cucchiai di parmigiano grattugiato, 1 tartufo bianco di Alba da 25 grammi, sale q. b.

PREPARAZIONE: Pulite accuratamente il tartufo con uno spazzolino dalle setole abbastanza dure. Mettete l’acqua per cuocere la pasta a fuoco vivo e quando bolle salatela e poi versateci i tagliolini. Mentre si cuociono fate scaldare in una padella  il burro sciogliendolo appena e quindi senza superare la temperatura di 40°C. Quando i tagliolini sono cotti, ma ancora al dente versateli nella padella dove è stato sciolto il burro e lasciateli qualche minuto sul fuoco basso rigirandoli e aggiungendo un poco della loro acqua di cottura affinché restino morbidi. Grattugiate sui tagliolini la meta del tartufo e aggiungete due cucchiai di parmigiano rimescolando il tutto. Impiattate e su ogni piatto grattugiate una parte del tartufo rimasto e terminate con una spruzzata di parmigiano.

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Ava Gardner, Frank Sinatra … e la Paella alla Valenciana!

“Non sa recitare, non sa cantare e non riesce nemmeno parlare, ma è fantastica” dicono che esclamasse il Talent Scout della Metro Goldwin Mayer. dopo aver fatto il provino alla 18enne Ava Gardner.  Non era eleganza o grazia, ma qualcosa di molto più forte, una sensualità quasi animalesca che veniva fuori appena ti guardava o gettava indietro la testa. Hollywood la cominciò a sfruttare in piccole parti e in film di serie B, spesso non inserendo neanche il suo nome nel cast e, fosse stato per la MGM, forse Ava Gardner non avrebbe mai fatto strada. Nel 1946, ed erano più di 5 anni che lavorava  con la Metro, riuscì a imporsi con il film “The Killers,”  solo perchè era stata prestata a un’altra produzione, la Universal. Dopo fu una diva acclamata, anche se  i maligni a lungo seguitarono a dire che non sapeva recitare e tanto meno riusciva a parlare… con quel terribile accento strascicato della Carolina del Nord. Lei per tutta la vita fu ossessionata dal fatto che non era all’altezza, e la facevano recitare solo per il suo aspetto fisico. In quello che considerava l’inferno dello Star System di Hollywood, aveva cercato di costruirsi una vita privata, ma già due matrimoni erano andati a rotoli  e a gran velocità. Era il 1949 quando incontrò Frank Sinatra, forse non felicemente, ma sicuramente sposato da parecchi anni  con la stessa donna con la quale aveva tre figli. Frank era abituato a tradire la moglie ma il fatto che fosse cattolico gli aveva impedito sino a quel momento di divorziare. Con Ava però era tutto diverso. Lui prese il coraggio, divorziò e nel 1951 si  sposarono. La carriera di lei andava a gonfie vele, sia pure negli stereotipati ruoli di femme fatale, quella di Frank Sinatra stava scendendo una china pericolosa… Senza contratti rinnovati, scaricato anche dal suo agente, in quel periodo – e fu lungo, dal 1950 al 1953- a Sinatra  era rimasto solo di cantare a Las Vegas o nei Casino Indiani. il matrimonio con Ava fu subito agitato, forse lei era troppo bella… Arrivarono a dire che Frank aveva tentato il suicidio. In realtà per richiamare su di sé l’attenzione della moglie, di cui era gelosissimo, aveva sparato dentro un cuscino, mentre Ava era girata…  Ma lei, a quel marito in crisi e senza soldi, voleva veramente bene, pagava i regali per i suoi figli, i biglietti aerei per farsi accompagnare  in giro per il mondo dove lei incedeva come una regina mentre lui, che appariva sempre un passo indietro era lì emaciato e come rattrappito. Quando lo vide  ancora più disperato, lei riuscì a procurargli una parte secondaria nel film “Di qui all’eternità”… Sembrava una cosa qualunque per non vederlo girare per casa attaccato alla bottiglia del Whiskey  e invece il soldato Angelo Maggio fu un Oscar e una carriera ripresa. Ma poichè alla fine tutto sembra che si deve pagare, a farne le spese fu il matrimonio, sommerso da una valanga di gossip … Si vede che il divorzio a Hollywood rendeva di più! Riportarono persino come prova di alto tradimento le foto di Ava con il cantante nero Sammy Davis jr, scattate per lavoro, alla presenza di Frank Sinatra.

Fra Ava e Frank non ci furono figli, ma anni dopo, quando ormai non aveva più nulla da temere da Hollywood lei disse la verità. Per due volte era stata costretta ad abortire per non dover pagare penali spaventose alla casa di produzione. “Non saremmo stati più in grado neanche di badare  a noi stessi, come avremmo fatto a tirare su un figlio?”

Il divorzio arrivò nel 1957. Lui sposò una giovanissima Mia Farrow, ma la cosa non resse. Lei ormai si era liberata di Hollywood e lavorava soprattutto in Europa. Era felice in Spagna, avvolta nell’amicizia ricca ed esuberante di Ernest Hemingway e del mondo  affascinente dei toreri, in cui ballava il Flamenco sino all’alba. Nel 1957 usci “Il Sole Sorgerà Ancora”, il terzo film della Gardner dopo “the killers” e “Le Nevi del Kilimangiaro” tratto da un opera di Hemingway. Il ruolo dell’elegante, sofisticata Lady Brett se lo portò addosso come un modello nella vita reale e si innamorò di Louis Miguel Dominguin il torero più bravo e forse l’uomo più bello di Spagna. Ma non si sposò più.

Poi venne  il declino. Dopo dodici anni andò via dalla Spagna, perseguitata dal fisco e si chiuse così  il periodo più sereno della sua vita. Andò in Inghilterra, ma la salute  cominciava a mancare. Troppe sigarette e troppo alcool, forse per tamponare quel senso di inadeguatezza che si era portata appresso tutta la vita. Ma Frank Sinatra non l’aveva assolutamente dimenticata, teneva una sua statua a grandezza naturale in giardino e dopo tanti anni  ricominciò a chiederle con insistenza di sposarlo. Lei rifiutò. Forse non voleva farsi vedere malata e invecchiata. Lui sposò un’altra alla fine, ma quando seppe che lei era grave insistette per pagarle tutte le spese e portarla in America per fare gli ultimi inutili tentativi.  Dissero che si disperò e pianse per giorni e giorni quando seppe della sua morte… Lui non l’aveva mai dimenticata. Di sicuro aveva avuto le donne più belle del mondo, ma Ava era stata la più bella.

In ricordo di una diva che ha segnato un’epoca con la sua bellezza e  in omaggio alla Spagna, il Paese lontano che le ha consentito di recuperare la sua identità di donna, dedichiamo questa “Paella” ricca di colori e densa di sapori, dentro la quale si può sempre ritrovare la gioia e il senso della vita.

PAELLA ALLA VALENCIANA

INGREDIENTI per 4 persone: 300 grammi di riso, 2 salsicce, 3 cosce di pollo (fuselli), 100 grammi di lonza di maiale, 300 grammi di cozze, 2 calamari, 300 grammi di gamberi, 4 scampi, 150 grammi di piselli piccolissimi e dolci, 2 peperoni, 100 ml di vino bianco, 500 ml di brodo di carne, 1 cipolla e 1/2, 1 spicchio di aglio, 1 cucchiaino di paprika, 1 bustina di zafferano, olio extra vergine di oliva q. b.,prezzemolo alcune foglie.

PREPARAZIONE: in una casseruolina  scaldate un po’ di olio extra vergine di oliva con qualche anello di cipolla, aggiungete i piselli, il prezzemolo e copriteli con l’acqua, facendoli cuocere per non più di 5 minuti. Arrostite i peperoni su una griglia, poi spellarli e togliere torsolo e semi, riducendoli a strisce e tenendoli da parte.

Nell’apposita padella di ferro,”la Paellera”, fate appassire la cipolla affettata con qualche cucchiaio di olio extra vergine di oliva, aggiungete i fuselli di pollo e fateli rosolare 10 minuti circa, sfumando a metà cottura con la metà del vino bianco. Una volta rosolati,teneteli da parte. Nella stessa paellera aggiungete la salsiccia sbriciolata, la lonza tagliata a pezzetti e la paprika. Fate cuocere 5 minuti sfumando la carne con il resto del vino.

Eliminate la pelle ai fuselli di pollo e riduceteli a grossi pezzi, quindi aggiungeteli al resto delle carni. Aggiungete i piselli ,scolati della loro acqua, i peperoni, aggiustate di sale e terminate la cottura.

Mentre le carni terminano la  loro cottura, pulite i calamari e sgusciate i gamberi. In un altra padella fate soffriggere uno spicchio d’aglio nell’olio extra vergine di oliva e, appena raggiunto il colore madreperlaceo, aggiungete i calamari tagliati ad anelli, i gamberi e fateli cuocere per 3 – 4 minuti.

Nel brodo di carne messo a scaldare in una pentola aggiungete la bustina di zafferano e accendete il forno per portarlo alla temperatura di 180°C.

Versate nella paellera calamari e gamberi con il sugo di cottura e mescolate. Aggiungete il riso e coprite con il brodo. Disponete gli scampi sulla paelleraa in modo da formare decorazione, coprite con la carta argentata e infornate per circa 20 minuti,il tempo cioè di cottura del riso.

Durante la cottura pulite le cozze  togliendo le incrostazioni e fate aprire le valve su fiamma viva, in una padella dove avrete aggiunto dell’acqua. Scaduti i 20 minuti estraete la paellera dal forno e se c’è ancora liquido del brodo fatelo ritirare sul fornello a fiamma alta.

Servite la Paella  portando direttamente a tavola il recipiente di cottura e  completate la guarnizione  con cozze e fette di limone.

New York Cheese Cake per Liz Taylor e Richard Burton!

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Si conoscevano per sentito dire ed erano pieni di diffidenza l’uno verso l’altro. “Mica penserà di fare la diva viziata con me, come fa da quando portava ancora i calzini corti…!” Pensava l’attore mentre saliva per la prima volta sul set. ” Ecco, ha salutato il regista, l’aiuto, i macchinisti e gli elettricisti, ma non si degna di venire a salutare me. Chi si crede di essere ? E’ solo una persona dall’atteggiamento falso e affettato. Dicono che ci prova con tutte, ma non penserà davvero che io gli cada ai piedi..!” E mentre pensava  l’attrice si agitava nervosa sulla sedia. Non sembrava che fra i due protagonisti ci fossero i presupposti  per una buona collaborazione  nel colossal Hollyvoodiano di “Antonio e Cleopatra”, uno di quegli assurdi polpettoni storici allora in voga, che imperversarono fra gli anni ’50 e ’60. C’è da chiedersi che cosa ci facessero due attori già famosi  in una produzione del genere… Lei un’ex bambina prodigio con già 20 anni di affermata carriera alle spalle, nonostante ne avesse all’epoca non più di 30, lui un attore  Shakespeariano di tutto rispetto… Ma del resto Hollywood non aveva molto di più da offrire a quei tempi!

Invece, nonostante il primo impatto negativo, a Richard Burton e a Elizabeth Taylor bastarono pochi giorni per cadere in un vortice di passione, di amore, di disperazione, da cui non furono più capaci di uscire. Che si erano innamorati se ne accorse l’intera troupe quando dovettero filmare la scena del primo bacio… Quei due non riuscivano più a staccarsi e tossicchiando a disagio li dovette interrompere il regista. Pare che tutte le difese della Taylor caddero quando lo vide arrivare una mattina con i postumi di una sbronza, la faccia distrutta e le gambe un po’ molli… All’epoca nessuno ancora l’aveva capito, ma anche Liz beveva, sebbene riuscisse per lo più a nascondere gli alcoolici nelle innocue bottigliette della Coca Cola.

La storia del loro amore fece subito il giro del mondo e fu uno scandalo grosso. Lei era già al suo quarto marito e quest’ulteriore storia di adulteri e divorzi non fu accettata benevolmente dalla morale comune. Eppure fu forse la prima volta in vita sua che Elizabeth Taylor cercò in tutti i modi di salvare il matrimonio e di sottrarsi a quella passione così violenta. Una notte a Roma la portarono in ospedale… si parlò di disturbi di stomaco, ma in realta aveva provato a suicidarsi,.

L’anno dopo ed era il 1964 si sposarono e rimasero insieme per più di 10 anni. Fu, così come era cominciata, una passione travolgente, che li vide sempre in primo piano, protagonisti di tutta la vita del jet set in ogni parte del mondo. Divi al top della celebrità, quando si spostavano con tutti i loro sei figli, le governanti, i parrucchieri, i bauli e qualche cane al seguito, mettevano in crisi tutti gli aeroporti del mondo. Lei non sapeva vestirsi ma era talmente bella che nessuno ci faceva caso, lui  con quel fascino magnetico e il viso appena un po’ appassito… forse  proprio per questo, faceva ancora di più impazzire le donne. Potevano avere tutto, successo, amore e ricchezza, ma erano divorati entrambi da quel tarlo del bere che fu la loro rovina. Lui spesso la picchiava, poi si pentiva e le regalava qualche favoloso gioiello per farsi perdonare. Lei lo capiva e lo aiutava, ma aveva anche lei un’estremo bisogno di aiuto. Adesso che sono stati da poco pubblicati le lettere e i diari di Burton  la storia della loro vita, in tutta la grandezza della passione e la tragicità della malattia, è di nuovo tornata alla ribalta. “Se mi lasci, mi uccido” le scriveva Burton disperato, appena aveva il sentore che Liz non ce la faceva più. Per un po’ riuscivano a disintossicarsi e apparivano in giro in tutto il loro fulgore, lei dimagrita, lui col viso disteso. Richard, che era un grandissimo attore, aveva una stima eccezionale delle capacità di Liz come attrice e per dimostrarlo al mondo intero la volle con se’ in “Chi ha paura di Virginia Wolf”, dove una Liz invecchiata e imbruttita ad arte, stupì per le sue capacità fuori dal comune, troppo spesso soffocate dai ruoli di bella donna che le imponeva lo Star Sistem.

Nel 1974 però divorziarono. Neanche un amore così forte, esclusivo, prepotente ce la poteva più fare, tale e tanta era stata la tensione di quegli anni sul baratro! Ma  non potevano nemmeno stare separati e si risposarono l’anno dopo. La  cosa però non reggeva più! Un anno ancora e lui chiese il divorzio. Aveva un’altra donna e sperava di farcela. Anche lei si risposò poco dopo, con un Senatore, una persona tranquilla…e  per qualche anno durò. Lui seguitò a non trovare pace, lasciò la terza moglie e si sposò per la quarta volta, una giovane ragazza. Ma non c’era niente da fare. Erano ormai separati da quasi otto anni e non riuscivano a dimenticarsi.”Voglio tornare a casa” le scrisse, dove la parola casa significava qualunque parte del mondo  dove ci fosse  Liz. Ma non riuscì a sapere la risposta. 3 giorni dopo fu ricoverato d’urgenza e morì per un’emorragia cerebrale. Si era ferito o era caduto durante una rissa… Forse quella sera aveva bevuto troppo!

Poco tempo fa se ne è andata anche Liz e con lei anche un pezzo della bellezza che aveva il mondo! Ma ora che i riflettori si sono definitivamente spenti e la scena sembra vuota,  forse riusciremo  finalmente a giudicarli di meno e a capirli di più, nella loro grandezza di  artisti fuori dal comune e nella loro fragilità così umana… forse troppo umana!

Dei loro soggiorni in giro per il mondo abbiamo preso una ricetta che viene da New York, uno dei posti dove si recavano spesso. A persone esuberanti e tumultuose come loro, la vivacità, l’intelligenza e il modo di vivere disinibito della città, li affascinava.  Anche questa torta con i suoi colori accesi, più accesi di tutte le altre Cheese Cake e con le sue decorazioni più ricche delle altre Cheese Cake, sembra riflettere lo spirito combattivo e allegro della città  più famosa dell’Occidente.

Il Cheese Cake o qualcosa che gli somigliava abbastanza, sembra che abbia origini antiche, perché ne parlano le cronache a proposito di un dolce energetico a base di crema di formaggio, che fecero mangiare a Delo, agli atleti nel 776, avanti Cristo, l’anno fatidico in cui si tennero le prime Olimpiadi di tutta la storia. Sicuramente la ricetta passò prima a Roma, poi si diffuse in Europa e arrivò in America con qualche emigrante in cerca di fortuna.

Lì, se ne ha notizia a far data dal 188o, quando un intraprendente lattaio con un nome, che si sarebbe fatto strada, James L. Kraft, mentre cercava di imitare un famoso formaggio francese, il Neufchatel, si ritrovò con un formaggio pastorizzato a cui volle dare il nome di “Philadelphia” , chissà se per qualche riminescienza greca o in onore della città del Nuovo Mondo… Così finirono per adoprare il formaggio, nella versione moderna del Cheese Cake, di cui quella di New York, resta insuperabile.

NEW YORK CHEESE CAKE (per 8 persone)

INGREDIENTI per il fondo: zucchero di canna 2 cucchiai, burro 150 grammi, biscotti “Digestive” 250 grammi.

INGREDIENTI per la crema: vanillina 1 bustina, panna fresca 100 ml, amido di mais 20 grammi, il succo di 1/2 limone, 2 uova intere e  1 tuorlo, Philadelphia 750 grammi, zucchero 100 grammi.

INGREDIENTI per la copertura: panna acida (sour creme) 200 ml, vanillina 1 bustina, zucchero a velo 2 cucchiai.

INGREDIENTI per la decorazione: 8 cucchiai di marmellata di frutti di bosco o di separate marmellate di fragole,mirtilli e lamponi, 3 etti di frutti di bosco misti(fragole, mirtilli e lamponi),acqua calda.

PREPARAZIONE  (per una tortiera di circa cm. 24) : mettete i biscotti “digestive” nel mixer,aggiungendo lo zucchero di canna e frammentateli. Ponete i biscotti sul fondo della tortiera, livellando la superficie.  livellatela e infornate per 30 minuti. Mettere la teglia nel freezer per 1/2 ora. Cominciate a preparare la crema preriscaldando il forno a 180°C, poi in una ciotola grande ponete le uova, la vanillina, lo zucchero, sbattete il composto con la frusta elettrica. Aggiungete Philadelphia e amalgamate il tutto. Aggiungete il succo del limone, l’amido di mais, un po’ di sale, e infine la panna, seguitando a mescolare. Versate nella tortiera tolta dal freezer e infornate per circa 35 minuti. Se  la superficie dovesse scurire seguitate la cottura con la torta coperta da carta stagnola. A cottura avvenuta spegnete il forno e lasciate riposare la torta per altri 30 minuti a forno aperto.Quando il Cheese Cake sarà freddo, mischiate la panna acida con due cucchiai di zucchero e la vanillina, versate sul Cheese Cake livellando perfettamente la superficie. Ponete il dolce in frigo a solidificare per tutta la notte.

Prima di servire decoratelo facendo sciogliere la marmellata in poca acqua calda e versandola sulla superficie del dolce, aggiungendo infine i frutti di bosco. Regola di New York: la torta si taglia a spicchi con il filo interdentale. Siate abili a farlo se già avete aggiunto la copertura di frutta, altrimenti tagliatela prima e poi ricoprite i singoli spicchi.

Stromboli Pizza

875511_TYBSO43TLQJ2NMW1JTUK4TYFEMTANJ_ingrid-bergman-30-anni-morte-007_H162726_L“Stelle doppie”… così definiscono in astronomia due stelle che ruotano attorno a un baricentro comune. Stelle però si chiamano anche  alcune attrici del cinema, in genere le più belle, le più brave o le più famose, tutte gelosissime della loro unicità e della loro immagine.  Ma qualche volta può succedere anche a loro di perdere se stesse e cominciare a ruotare, ruotare assieme a qualcun’ altra, attorno a un medesimo baricentro.

Questa storia di stelle doppie è ormai una storia antica… che risale all’anno 1949 e tutto cominciò con una lettera… “Caro Sig. Rossellini…”roberto-rossellini

Era una lettera innocente. Una famosa diva di Hollywood si congratula con un regista italiano e in tono leggero e  scherzoso aggiunge  che è pronta a lavorare con lui, pur ammettendo di non conoscere la lingua italiana, salvo due parole  “Ti amo”. Erano quelle che conoscevano tutti, attraverso le canzoni alla moda e  i personaggi ispirati al mito dell'”amante latino”, bello e focoso, che faceva innamorare le sprovvedute straniere che capitavano in Italia. Niente quindi di più banale e scontato o che si potesse prestare a equivoci.

L’attrice che  aveva scritto quelle parole  oltre a essere bella e famosa, era  anche una sposa felice ( almeno così sembrava) e  una buona madre di famiglia. La persona a cui era indirizzata non era nè ingenua, nè sprovveduta e soprattutto dell’amante latino aveva ben poco, mezzo calvo, mezzà età e un inizio di pancetta.

Nel 90% dei casi non ci sarebbero state conseguenze. Invece successe il finimondo! Ingrid Bergman arrivò in  Italia per lavorare con Rossellini, ma i due si innamorarono e, mentre giravano il loro primo film, successe di tutto.

Hollywood si sentì tradita, ripudiò la Bergman e le rovinò l’immagine. Lui dovette affrontare Anna Magnani, ( ed era quasi peggio che affrontare l’intera Hollywood)  attrice divina, ma compagna dal carattere impetuoso e  turbolento che non si arrese – ed era assurdo pensarlo – a quell’improvviso abbandono. Così, mentre i due felici innamorati giravano “Stromboli,” la Magnani piombò come un’ Erinni, troupe al completo e cominciò a girare su un’isola vicina,- poco più di un’ora di barca – il film “Vulcano.”

magnaniFu allora che cominciò la sarabanda dei “doppi” attorno al baricentro Rossellini,” latin lover” per un puro scherzo del destino e quasi a sua insaputa, che mai avrebbe sospettato una tempesta del genere. 2 film  e troppe somiglianze, con 2  donne interpreti, in conflitto con la medesima società ostile, il mare in comune come confine invalicabile, la stampa e i fotografi che  andavano come impazziti, da un’isola all’altra per lo scoop del secolo e…Quei  2 vulcani a guardare dall’alto, come Dei offesi, tutto quel clamore e quel disturbo. Uno dei due a un certo punto non resse più e cominciò a buttar fuori lava. Era solo uno, ma andò a finire che, in tutti e 2 i film, i vulcani  cominciarono a eruttare.

I film non ebbero un gran successo, nessuno dei due. In America Vulcano non arrivò mai e Stromboli  fu un fiasco solenne …perchè “c’era la pubblica concubina Bergman,” come affermò uno stimato uomo politico del tempo…

Ma, pur distruggendo il film, nell’immaginario collettivo americano,”Stromboli”  ebbe un impatto enorme. Diventò il simbolo di  una realtà e di un’avventura fuori dall’ordinario, dove la natura, potente e drammatica  non è mai estranea  ai destini degli uomini …I media non la finivano più di parlarne, gli americani si scandalizzavano, gli italiani si inorgoglivano perché la loro terra era balzata prepotentemente alla ribalta in 181859_353636544701815_1691547917_nquella società ignara, di tutto quello che non apparteneva agli States.

Molti degli italiani e degli ormai italo – americani  lavoravano da decenni nei ristoranti e nelle pizzerie, che cominciavano ad andare terribilmente di moda. Erano stati i soldati, tornati dal fronte italiano, che avevano raccontato le delizie della pizza. E  attorno alle mille pizze che i ristoranti italiani copiavano o si inventavano come varianti all’originale, spesso si scatenavano duelli… all’ultima forchetta, su chi meglio interpretasse la pizza storica o sulla paternità delle nuove pizze. Uno dei casi più famosi è stata la lunga contesa su un derivato della pizza, destinato a diventare famoso e classificato, di volta in volta panino, sandwich, arrotolato, calzone. L’avevano chiamato “Stromboli” perchè era effervescente e colorato come il vulcano. Su di esso, 2 ristoratori oriundi, ricominciarono, stavolta in America, il gioco del “doppio” che si protrasse per anni, attorno al baricentro Pizza.

Per alcuni l’inventore  era Nazareno Romano, emigrante di lunga data e ormai per tutti Nat, che agli inizi degli anni ’50 gestiva la “Romano & Pizzeria, da Nazareno Romano”, a Tinicum Town un’antica cittadina vicino a Philadelphia. Una signora, all’epoca studentessa, si ricorda che tutti andavano a mangiare da Nat, questo eccezionale “panino, di forma rettangolare”, ancora senza nome. “Una sera – racconta la signora, ero nel locale e alcuni studenti, forse un po’ bevuti, stavano discutendo, per l’ennesima volta sulla necessità di dargli un nome, quando uno di essi sollecitato dal peperone che gli bruciava in bocca  e dal film che in quel periodo circolava per le sale, insieme allo scandalo, esclamò: ma chiamiamolo Stromboli! E naturalmente – conclude la signora- non poteva che essere  l’anno 1950”

Ma a sostegno della tesi che un “Burger Royale” sia stato per la prima volta inventato a Spokane, nello Stato di Washington, con il nome di Stromboli, c’è fra l’altro la testimonianza di un esperto culinario, Seth Lewkovitz, che sul “Bollettino Gonzaga”del 2003, la rivista dell’Università, ha lasciato scritto ” Un giorno del 1954, Mike Aquino Sr si stava impazzendo per inventare qualcosa di nuovo per tutti gli studenti che affollavano il suo ristorante. Approfittando del fatto che da poco era passata la mezzanotte del venerdì, pensò che poteva anche adoprare il capocollo che aveva a negozio e unendolo al provolone fuso e a una salsa al peperoncino, ci riempì un pane di tipo francese. Poiché bisognava dargli il nome e a quel tempo era in circolazione il film  Stromboli, fu normale, chiamare quel panino così piccante, col nome del vulcano.”

Chissà dov’è la verita della doppia invenzione. C’è da dire però che D’Aquino il suo sandwich  fu svelto a registrarlo il 1 luglio del 1954. Ma c’è anche da riflettere sul fatto che la versione originale di Nat Romano è molto più vicina a un calzone, benché  avesse l’aspetto rettangolare, anziché a mezzaluna. In questo  continuo gioco dei doppi, da cui è sempre difficile uscire  si è ritenuto che la la primogenitura di Romano sia  da riconoscergli soprattutto per il fatto che, il suo Stromboli, essendo più calzone e meno panino è più vicino alla sorella “Pizza” da cui siamo partiti. Oggi, dopo molti cambiamenti lo Stromboli di Romano si presenta come una pizza arrotolata ripiena, ma la ricetta sia quella vecchia che quella più recente non è stato posibile rintracciarla, perchè è ancora segretata. Ma non c’è da tremare! Quella scelta, fra i molti Stromboli oggi  in circolazione, è buonissima e fra il rosso dei peperoni e il nero delle olive, somiglia proprio tanto  ai colori del vulcano.

STROMBOLI

stromboli_325x435INGREDIENTI (per 4 persone):

INGREDIENTI  PER LA PASTA: 500 grammi di farina, 25 grammi di lievito, 1/2 bicchierino di olio extra vergine di oliva, sale q.b., acqua tiepida.

INGREDIENTI PER IL PESTO ROSSO: 1 peperone rosso,50 grammi di basilico, 1 spicchio di aglio, 30 grammi di pinoli, 6 pomodori secchi sott’olio, 2 pomodori, 3 cucchiai di passata di pomodoro, 1/2 cucchiaio di peperoncino, 50 grammi di parmigiano grattugiato, 150 ml di olio extra vergine di oliva,

INGREDIENTI per  il resto della farcitura: 4 peperoni rossi, 4 cucchiai di  olio extra vergine, 125 grammi di olive nere.

PREPARAZIONE DELLA PASTA: sistemate su una spianatora la farina a fontana e  al centro mettete l’olio, il lievito sciolto in un po’ d’acqua tiepida e un pizzico di sale. Impastate e fate un impasto ben levigato di forma sferica, che coperto, metterete a riposare per due ore in un luogo caldo e asciutto.

Nel frattempo pre – riscaldate il forno a 200°C e foderate la teglia con carta da forno. Strofinate i peperoni con l’olio di oliva  e fateli arrostire in forno per circa 25 minuti. Privateli della pelle e dei semi e divideteli a strisce.

Trascorse le due ore per la lievitazione, scoprite la pasta, lavoratela di nuovo per qualche minuto e aggiungetevi 55 grammi di olive denocciolate e tagliate a pezzetti e reimpastate la pasta. Dividetela in 4 panetti e spianateli  formando 4 rettangoli di circa 17 per 24 cm circa. Distribuite sulla superficie di ciascun panetto il pesto, i peperoni e il resto delle olive denocciolate e a pezzetti, lasciando libero il bordo per circa un centimetro. Arrotolate l’impasto e premete sui due lati aperti sino a sigillarli. Disponeteli sulla teglia, copriteli con una pellicola oliata e lasciateli lievitare per 20 minuti.

Togliete  la pellicola e fate cuocere gli stromboli per 25-30 minuti fino a quando saranno dorati. Lasciateli raffreddare per 5 minuti prima di tagliarli e servirli, oppure serviteli freddi.

PREPARAZIONE DEL PESTO ROSSO CON CUI FODERARE ALL’INTERNO GLI STROMBOLI: mettete il peperone sulla griglia del forno preriscaldata e fallo arrostire, fino a che la pelle sarà completamente bruciacchiata. Fatelo intiepidire, poi privatelo della pelle, tagliatelo a metà e rimuovete la parte centrale e i semi. Versate il peperone e gli altri ingredienti, ad eccezione dell’olio, in un tritatutto. Tritate fino ad ottenere una crema omogenea, quindi, senza spegnere l’apparecchio, aggiungete gradatamente l’olio. Trasferite il pesto in un barattolo con tappo a vite, coprendo con uno strato d’olio per evitare il contatto con l’aria, conservate in frigorifero per un massimo di 2 settimane,in modo da averlo già pronto al momento di preparare gli Stromboli.

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