Qualcosa di dolce dall’Italia per Del Piero… La Crostata di mele!

Erano due anni che non  andava bene … Lui, lo sanno tutti, è sempre stato un tipo tranquillo, di poche parole e nessuna polemica, però l’atteggiamento di Capello lo  sentiva come una grossa ingiustizia   o forse  un mal celato   disprezzo…  Eppure  in quella stagione 2004 – 2005, era stato il migliore  della squadra con 14 reti in campionato, un numero incredibile di assist e  3 gol in Champions League… Ma Capello sembrava come stregato da  Zlatan Ibrahimović, l’ultimo arrivato…  E che lui fosse il capitano della squadra, il mitico numero 10 non se lo ricordava nemmeno… Vinsero anche lo scudetto, quell’anno, ma l’atteggiamento di Capello verso Alex Del Piero non mutò… L’anno dopo fu anche peggiore…  Eppure per Del Piero anche quello fu un anno di grazia… Segnò 20 gol … 3 in Champions League,  5 in Coppa Italia  –  arrivando a vincere anche  la classifica marcatori –  mentre 12 gol li fece in campionato …. Nonostante su  38 partite  riuscisse a entrare da titolare  soltanto 17 volte … Malgrado Capello,  Marcello Lippi   lo volle con sé ai Mondiali che, strepitosamente, quell’anno l’Italia vinse…

32 anni, una forma fisica perfetta, una  carriera al top, a quel punto ad Alex Del Piero non sarebbero mancate le occasioni per andare in un altro club,  italiano o straniero che fosse… Ed era quello che era fermamente intenzionato a fare… Ma proprio allora   scoppiò l’incredibile bufera… Lo scandalo di calciopoli, in cui  i dirigenti di alcune  squadre, Juventus in testa, furono accusati di aver corrotto i designatori arbitrali per assicurarsi arbitri compiacenti nelle partite chiave… Le indiscrezioni di stampa  divennero sempre più evidenti nella primavera del 2006 e lo scandalo, infine, scoppiò con la pubblicazione delle  intercettazioni telefoniche del 2 maggio 2006,  pochi giorni prima che a Bari, nell’ultima partita di campionato, la Juve vinscesse di nuovo lo scudettto. I tifosi esultarono all’ingresso di Del Piero in campo e mentre lui puntualmente faceva gol, cantarono per tutto il secondo tempo il suo nome.

Le indagini della giustizia sportiva  furono rapidissime e a metà luglio c’era già  la sentenza… La Juve fu la più colpita con la perdita secca degli ultimi due scudetti e la retrocessione in Serie B… In cui sarebba partita con 17 punti di penalizzazione… E allora cominciò il fuggi fuggi generale mentre la  Vecchia Signora del Calcio Italiano sembrava fosse diventata l’ultima delle prostitute…  Capello se ne andò via scandalizzato e corse a rifugiarsi nel Real Madrid… Ne andava del suo buon nome…. Cannavaro lo seguì,  Zlatan Ibrahimović, era già approdato all’Inter e Zambrotta si era sistemato al Barcellona…

 Anche Del Piero se ne andò… Ma solo una settimana in vacanza e al suo ritorno annunciò che sarebbe rimasto alla Juve… “Dopo i fatti degli ultimi tre mesi, ho capito che la Juve adesso  ha bisogno di giocatori importanti, rappresentativi, per risalire. Lo meritano la famiglia Agnelli che mi ha sempre voluto bene, la tradizione della società, i tifosi che mi amano e i nuovi dirigenti…” Una bella lezione di stile, data con umiltà, senza fanfare, anche giustificando chi se ne era andato “Capisco chi vuole inseguire una Champions che non ha mai vinto. O anche uno scudetto… E’ vero, io ho vinto tutto”… L’anno dopo la Juve era tornata in A con 28 vittorie e 10 pareggi su 42 incontri (pari a 85 punti al netto delle penalità).

Ma subito dopo per Del Piero  arrivarono  gli anni difficili e dopo il 2009 il contratto cominciarono a rinnovarglielo solo di anno in anno…  Alex  ormai aveva una certa età, almeno sulla carta,  anche se questo  in campo non si avvertiva…

Già, l’affetto della famiglia Agnelli..  Per l’ Avvocato,  Del Piero era stato una specie di figlio o nipote che ,nei tempi buoni chiamava  Pinturicchio,  così come  Baggio lo aveva chiamato Raffaello, perchè quei due i gol li dipingevano… Quando si fece male al ginocchio nel 1998 e non riuscì per un bel pezzo dopo a segnare, Gianni Agnelli prese a chiamarlo  Godot e un po’ lo rimproverava, ma era tutto per finta,  perché per Umberto suo fratello e il resto della famiglia, Alex era “il cocco di mamma”

Ma con Andrea Agnelli, il nuovo Presidente  era diverso e non c’era quel rapporto… Nel 2012, al termine di un campionato, in cui la Juve vince lo scudetto, scade il suo  contratto. Il 13 maggio 2012 disputa la sua ultima partita  contro l’Atalanta segnando il 290º gol della sua carriera bianconera ed esce dal campo al 57′, coi tifosi che gridano il suo nome piangendo…  Ma  per l’Italia degli Agnelli, Del Piero ha ormai 38 anni… Che non sembrano affatto  troppi al Sydney, una squadra australiana con cui, iI 5 settembre 2012 annuncia la firma di un contratto biennale da 1,5 milioni di euro a stagione.  Se ne va dall’Italia senza polemiche, emozionatissimo, ma col sorriso sulle labbra, ringraziando tutti… Nella  prima stagione   australiana segna 14 gol,  diventando il miglior capocannoniere stagionale di sempre del Sydney…

Nel cibo Alex è persona di grande disciplina, ma non è un segreto  che in Italia, quando era  lontano dalle partite e dagli allenamenti, la cosa che maggiormente apprezzava  era una fetta di crostata alle mele. E’ da provare… magari vicino a un bicchiere di vino da meditazione…

CROSTATA ALLE MELE

INGREDIENTI per 6 persone: Per la Pasta Frolla (circa 1 kg e 100 grammi di pasta)  occorrono: 500 grammi di farina, 200 grammi di zucchero a velo, 4 tuorli di uova, 250 grammi di burro, una punta di cucchiaino di essenza di vaniglia 1 pizzico di lievito o di bicarbonato, facoltativo. Per la farcia di Crema Pasticcera occorrono 500 ml di latte,1 baccello di vaniglia,   50 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 6 tuorli d’ uova, 1 scorza di 1/2 limone facoltativa . Per il ripieno occorrono 4 /5 mele renette.

PREPARAZIONE : cominciate a preparare la pasta frolla  mettendo la farina, un pizzico di sale ed il burro appena tolto dal frigo, nel mixer .  Frullate  gli ingredienti fino ad ottenere un composto dall’aspetto  grossolano Ora aggiungete lo zucchero, quindi, formate con il composto   la classica fontana nel cui centro verserete l’essenza di vaniglia  (se non trovate l’essenza o i semi di vaniglia usate una bustina di vanillina) e i tuorli. Per rendere la pasta più morbida alcuni aggiungono un pizzico di lievito o di bicarbonato Amalgamate velocemente il tutto fino ad ottenere un impasto compatto ed abbastanza elastico con cui formerete una palla.  Avvolgetela con della pellicola trasparente  e mettete il tutto a riposare il frigo per almeno mezz’ora prima di utilizzarla.

Preparate poi la crema pasticcera  ponendo sul fuoco una casseruola capiente con il latte (tenendone da parte  1/2 bicchiere), quindi prendete il baccello di vaniglia, apritelo in due  estraetene i semi e  aggiungete i semi ed il baccello di vaniglia vuoto al latte. Portate a leggera ebollizione il tutto, quindi togliete la casseruola dal fuoco e lasciate  riposare per 10 minuti. Intanto in una terrina a parte lavorate i tuorli con lo zucchero montandoli con le fruste elettriche sino ad ottenere una crema spumosa e biancastra. Continuando a sbattere unite  a filo un terzo del latte tiepido contenuto nella casseruola poi incorporate la farina setacciata  unendola poco alla volta. Eliminate ora il baccello di vaniglia, rimasto nel latte  e versate il composto di uova, farina, zucchero e latte nella stessa casseruola. Rimettete il tutto sul fuoco e portate ad ebollizione, mescolando frequentemente. Per profumare la crema potete usare anche una scorza di limone, che toglierete  quando viene tolto anche il baccello di vaniglia.  Per addensare composto  fate sobbollire a fuoco dolce per qualche minuto, continuando a sbattere con la frusta per evitare che si formino grumi   Prendete ora il  resto del  latte freddo che avevate tenuto da parte e unitelo a filo alla crema pasticcera, mescolando di tanto in tanto. Spegnete il fuoco e lasciate raffreddare:  . Per evitare che si formi una “pellicola” in superficie mentre la crema si raffredda, copritela con un disco di carta forno.

Stendete ora la pasta sul tavolo da lavoro e ricavatene due dischi, uno leggermente più grande dell’altro. (Il più grande dovrebbe avere circa 22 cm di diametro). Sbucciate le mele, eliminate il torsolo e tagliatele a fette di 1 cm circa di spessore. Adagiate il disco di pasta frolla più grande in una teglia circolare, spalmate la crema pasticcera sul fondo con l’aiuto di un cucchiaio. Se dovesse avanzare la potete conservare in frigo per due giorni ben coperta dalla pellicola  trasparente e riportandola a temperatura ambiente prima di servirla).  Aggiungete le mele distribuendole su tutta la superficie. Ricoprite col disco di pasta più piccolo, fate aderire bene i bordi e tagliate la parte in eccedenza.Con l’aiuto di un coltello, fate 4 o 5 tagli paralleli lungo la superficie della vostra crostata: serviranno a far uscire il vapore durante la cottura.Cuocete nel forno già caldo a 180° per circa 50 minuti: la crostata dovrà risultare dorata.

 
 
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Evita Peron e la dolcezza degli Alfajores!

Un po’ sogno  e un po’ incubo quella bellissima signora bionda nell’ Europa stremata dalla guerra, appena finita. In sostanza la moglie di uno dei tanti dittatori del Sud America…  Ma questo  non si riusciva  a etichettare… Populista e fascista  si diceva, ma intanto nazionalizzava le  industrie come nel più  ortodosso dei paesi comunisti…  Lei era arrivata sorridendo a tutti  con un’eleganza ostentata da palcoscenico,  vertiginosi abiti da sera e gioielli che le pendevano da tutte le parti… Era quasi estate  ma scese dall’aereo a Madrid avvolta in un’opulenta pelliccia da grande Nord… Eppure  molti governanti fra l’ammirazione e l’imbarazzo dovettero riceverla.. Arrivava da uno Stato ricco e potente… Che poteva riempire di grano l’Europa affamata…  Era tutta una strana situazione… Una First Lady che non era al seguito del marito metteva in difficoltà i protocolli…  E ancor più lei metteva in difficoltà  i suoi ospiti andando in giro per i quartieri  poveri delle città… Parlava con tutti, si informava, lasciava  somme ingenti per aiutare…   Mancava di tatto e non nascose la sua indifferenza di fronte   alle meraviglie artistiche inserite nei programmi ufficiali. Dura, provocatoria, seguitava a ripetere “Mi commuovo solo di fronte al popolo, non di fronte alle cose inanimate”  In Spagna comunque fu un gran successo, almeno di facciata, a Roma fu ricevuta dal  papa Pio XII… 20 minuti di udienza come per le regine e non era poco per una dal passato così recente e così chiacchierato. In  Inghilterra non ce la vollero  proprio…. Quell’affronto di nazionalizzare i treni togliendoli a un’onorata compagnia britannica, non riuscivano a mandarlo giù. Appena gentili in Francia,  l’unico a mostrarle simpatia,  tutta  ricambiata, fu il nunzio apostolico di Parigi, monsignor Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Lui probabilmente andò oltre le apparenze…

Apparenze  che  facevano a pezzi la reputazione di Eva Peron…Alle spalle una famiglia di illegittimi… 5 fratelli  con un padre sposato a un’ altra donna, una mamma povera che cuciva sulla Singer e  a scuola le irrisioni dei bambini “bene”… Lei Eva cresce con un brutto carattere, mutevole e spaventato.. mangia poco per non ingrassare…Ha già capito che ha un’unica ricchezza… Il suo corpo comincerà presto a utilizzarlo…A quindici anni se ne va a Buenos Aires con Agustìn Magaldi, il cantore del tango, secondo solo a Gardel… Una vita durissima, per conquistarsi un posto …   Il mondo degli artisti  è spietato, vendicativo, meschino. Impara  la necessità di avere amicizie importanti per  evitare quando possibile lo”ius primae noctis” … Quello che si richiedeva dalle attricette sconosciute. Per 5 anni  resiste in  piccoli ruoli, spesso disoccupata, sempre  con  paghe da fame. Testarda, cocciuta seguitava a ripetere a sé stessa “Io non me ne vado” Nel 1939  ha ragione lei… Una compagnia radiofonica  trasmette radiodrammi  ed  Evita è la protagonista.  Diventa famosa con la sua voce calda e appassionata… Più in là ci infiammerà le piazze… adesso serve a far sognare gli argentini con i personaggi femminili  dalla vita tragica e dal finale allegro

Juan Peron lo conosce allo stadio nel 1943. C’è stato un terremoto a San Juan e hanno organizzato un Festival… Serve a raccogliere fondi… Eva ormai è un’attrice affermata che può anche essere presentata alle autorità.  Juan Peron nel governo in carica è Segretario al Lavoro e agli Affari sociali, come dire un ministro… Pare che sia stato amore a prima vista … Lui aveva il doppio degli anni di Eva, e gli piacevano le ragazze giovani… Ma lei cercava qualcuno   che potesse darle il mondo che sognava ad occhi aperti quando era piccola …  quello delle lenzuola di seta, dei telefoni bianchi, delle pellicce…  Cercava però anche  qualcuno a cui affidarsi, qualcuno solido… e considerò una fortuna questo colonnello, membro del Governo… Che l’avrebbe sostenuta a aiutata…  Invece fu lei a doverlo  fare… Il vento politico gli si girò intorno a Peron… Non a caso lo consideravano un fascista e lo cacciarono dal governo… Appena dietro l’angolo c’era pronto l’esilio… Lei con un’abilità da politico di razza,  senza esserlo mai stata, andò a cercare tutti i suoi sostenitori, uno per uno, nei quartieri poveri….

Il 17 ottobre, senza che nessuno avesse dato l’ordine, i “ descamisados“ occuparono Plaza de Mayo esigendo la liberazione di Perón…   Furono costretti a richiamarlo al Governo.  Gli uomini sudati si erano tolti le camicie, così la parola dispregiativa “descamisados”, usata  da “La Prensa, ”  è arrivata alla storia come il simbolo del movimento di Peron.

Lui volle sposare Eva…Adesso non temeva più l’entourage militare e i politici… Era il più forte.   Lei per l’occasione falsificò tutti i suoi documenti di nascita diventando figlia legittima e aggiungendosi quel vezzo di Maria che avevano, come primo nome. le ragazze della buona società…  Qualche mese dopo Peron vinse le elezioni e diventò Presidente.

E’ importante analizzare quello che Eva Peron fece  soprattutto quando tornò dall’Europa…  Spesso giudizi un pò superficiali e qualunquisti hanno dato un tono riduttivo o demagogico ai suoi interventi… Ma se guardiamo bene, innanzitutto in lei non ci fu nessuna metamorfosi rispetto a quando era un’attricetta povera o una ragazza qualunque… Dire che Eva fosse  maturata  non è renderle giustizia. Lei rimase quello che era sempre stata, con i suoi ricchi vestiti e i suoi gioielli da favola, solo che adesso aveva il potere e le risorse economiche per riscattare tutti i poveri dell’Argentina e, con loro, riscattare se stessa e tutte le umiliazioni.   Portava  con sè le parole di Monsignor Roncalli, sull’esigenza di sacrificarsi fino in fondo quando si abbraccia la strada della solidarietà..  e finì che dormiva due ore per notte…  Ma quello che soprattutto sorprende, in una donna che comunque lavorava all’interno di una dittatura, fu la straordinaria modernità e il rigore dei suoi interventi… Infatti  non ci fu in lei nessuna mano misericordiosa  tesa a  fare opere buone,  nessun pietismo da ballo di beneficenza, ma un organico, serrato disegno politico riformista,  tutto fatto di  leggi e di diritti ai cittadini. Il marito non aveva tempo  e  il mondo del sociale lo affidò a Eva…Un rapidissimo volgere di tempo e le donne ebbero il diritto di voto …

Legge 13010..Articolo 1: le donne argentine hanno gli stessi diritti politici e obblighi che la legge argentina impone agli uomini….Articolo 3: per le donne vige la stessa legge elettorale che per l’uomo…  Poi passa al  “Decalogo per la difesa degli anziani”,  per  stabilire i diritti della fascia più dimenticata … Il “diritto alla casa”, all’ “alimentazione”, alla “salute”… al “tempo libero”…   il diritto al “lavoro”, che è forse quello più stupefacente …”Quando lo stato di salute e le condizioni dell’anziano lo permettono, l’occupazione attraverso il lavoro produttivo deve essere fornita. Si eviterà così il declino della personalità”  E via su questo ritmo…  Evita Peron non ha avuto bisogno degli psicologi e dei sociologi degli ultimi 60 anni per formulare le sue riforme… L’impegno maggiore forse lo dedicò alle ragazze madri e a tutte le persone che non sapevano dove andare… Fece delle case di accoglienza in cui si insegnava un mestiere o una professione e si dava a tutti la possibilità di un un futuro migliore… Per quelle che avevano meno istruzione comprò le macchine da cucire Singer… Sua madre ci aveva dignitosamente mantenuto 5 figli…  La sanità…Sapeva che l’Argentina era in ritardo e fece uno sforzo enorme per riguadagnare il tempo perduto… Gli ospedali erano importanti… Ancora di più la preparazione del personale…  Fra il 1950 e il 1951 furono preparati 5000 infermieri con alta specializzazione… Andarono anche in Equador quando quell’anno ci fu il terremoto. Furono più di 20 gli ospedali che fondò in Argentina…L’ultimo, quello dei bambini era quasi pronto quando lei morì… Non fu mai portato a termine e nel 1976, con un atto di sfregio  non casuale, all’inizio della dittatura militare del Generale Videla   fu trasformato in un campo di concentramento per i desaparecidos…

A lei è rimasto un museo e una sepoltura in patria dopo che la sua cassa  fece il giro di mezzo mondo per sottrarla alle ire della dittatura. A noi resta il ricordo di una donna intelligente che voleva cambiare il mondo e portava i suoi vestiti e i suoi gioielli come una sfida  di tutto ciò che, di bello, di sognante e di spettacolare  fa parte del mondo  al femminile…

Mangiava poco Eva Peron… Aveva paura di non essere più amata se si fosse ingrassata… E non sapeva che c’erano milioni di persone che l’avrebbero accettata comunque… Se l’avesse saputo forse avrebbe apprezzato gli “Alfajores” i tipici biscotti argentini imbottiti di dolcezza…

ALFAJORES CON  DULCE DE LECHE

INGREDIENTI  per  circa 30  alfajores: 100 grammi di zucchero,130 grammi di burro ammorbidito, 3 tuorli di uova, 180 grammi di maizena, 120 grammi di farina 00, 1 cucchiaio di lievito per dolci, 1/2 cucchiaino di bicarbonato, 1 pizzico di sale,  .

INGREDIENTI PER IL DULCE DE LECHE: 1 litro di latte,300 grammi di zucchero, 1/2 bacca di vaniglia, 1/2 cucchiaino di bicarbonato

PREPARAZIONE DEL DULCE DE LECHE: mettete sul fuoco un pentolino antiaderente,versateci il latte e lo zucchero, rimestate con un cucchiaio di legno,unite il bicarbonato e scioglietelo seguitando a rimestare,poi unite la vaniglia  e seguitate a mescolare facendo raggiungere  il bollore  poi prolungate la cottura seguitando a mescolare sino a quando il latte non avrà raggiunto il colore marrone e la densità del caramello. Se resta troppo sul fuoco l’impasto diventerà troppo duro quindi testate frequentemente la densità sino a raggiungere una consistenza media. Se,in attesa di essere utilizzato si indurisse troppo rimettetelo qualche istante sul fuoco per ridargli morbidezza.

PREPARAZIONE DEGLI ALFAJORES: lavorate  il burro a crema con lo zucchero e il sale,aggiungete i tuorli, mescolate e unite la farina setacciata con la maizena e il lievito impastando il più velocemente possibile, formate una palla, avvvolgete con la pellicola trasparente,e mettete in frigo per circa tre ore. Stendete l’impasto raggiungendo lo spessore di 5 mm di diametro e con uno stampino o il bordo di un bicchiere ricavatene i biscotti tondi che poggerete su più teglie ricoperte di carta da forno. Riponete le teglie in frigo per circa 30 minuti e poi cuocete in forno riscaldato a  180°C per 30 minuti circa. Sfornate appena dorati e lasciate freddare i biscotti  su una griglia a perdere l’umidità. Poi farcitene la metà con piccole quantità di dulce de leche e ricopriteli con l’altra metà dei biscotti. Spolverate con zucchero a velo,se piace e servite.

All’ombra delle palme… Zenobia e la torta coi datteri!

A metà del terzo secolo, avrebbero riso in faccia a chiunque avesse provato a scommettere che quell’Impero, sarebbe stato in piedi altri 200 anni !  In Occidente c’erano le orde dei barbari  accalcati alle frontiere, in gara fra loro per chi le varcava prima  e più spesso. Goti, Alamanni, Franchi  sbucavano da tutte le parti e e non si sapeva più dove dirigere l’esercito. Anche perché i soldati su cui contare erano veramente  pochi! Gli altri erano  distribuiti su quella infinita linea di confine che dalle  Gallie e l’Europa del Nord cominciava  lentamente a scendere lungo la Pannonia   e la Dacia  per ripiegare più decisamente  verso Sud appena passata la Siria e l’Armenia, dove c’era da resistere al famelico regno dei  Parti, lo storico secolare nemico. E in quei lontani, spesso desolati avamposti, i soldati, nella loro ferma ventennale, si dimenticavano almeno un po’ di Roma, finivano per  prendersi le donne  del luogo e coltivavano l’orto a ridosso delle torri e dei bastioni di difesa.

Nelle  Gallie la situazione  andava a rotoli e visto che “i nostri” non ce la facevano ad arrivare, i Galli dovettero imparare con molta rapidità a difendersi da soli, coinvolgendo  tutti, cittadini e contadini... anche se non ne erano rimasti molti, perché la crisi mordeva da tempo e città e campagne  si stavano spopolando. Ma a  questo punto  Roma e il suo impero ai Galli non servivano più e se ne fecero uno tutto per conto loro. Era l’anno 258, nasceva l’ Imperum Galliarum e Postumo fu il primo imperatore.

 Ma questo era ancora ben piccola cosa in confronto a quello che successe in Oriente… Quando i Parti, in circostanze  per sempre oscure, con un  veloce, inaudito  blitz catturarono l’Imperatore stesso, notoriamente un Dio in terra! Non era mai successo  nella Storia di Roma e tutto l’Impero ne rimase  atterrito! Sembrava veramente la fine …  Shapur, il sadico sovrano dei Parti lo mise a lavorane come  operaio alla costruzione di una diga e lo fece sapere in giro. E dato che  era un mago della propaganda e della pubblicità fece  fare un grande rilievo rupestre, ben visibile a  tutti coloro che  capitavano da quelle parti, in cui erano ritratti lui  a cavallo e Valeriano prostrato e sottomesso. Così  anche chi,  da quelle parti  non c’era mai  andato, lo veniva a a sapere da chi c’era passato.

Roma si spese l’ultima carta che gli era rimasta… Il principe Odenato di Palmira,  valoroso soldato e Vir Consularis dell’impero. Lui del resto aveva tutto l’interesse ad allontanare i Parti che premevano su quell’ultimo lembo di Provincia Romana,  così aveva cominciato a inseguirli subito, mentre si ritiravano dopo aver catturato l’imperatore. Valeriano non lo ritrovò più nessuno, ma Odenato riuscì a colpire  quasi a morte l’esercito in fuga. Gallieno, il nuovo imperatore, che come  soluzione  aveva solo questo principe, ancora un po’ barbaro, lo riempì di titoli onorifici fra cui quello di dux romanorum, carica in sé pericolosa e conflittuale  che poteva spiazzare  il Governatore Romano perché in pratica riconosceva l’autorità regale del principe di Palmira su tutta l’area della provincia di Siria. Ma Odenato era un gran signore e le cose andarono benissimo. Rimise rudemente i Parti al loro posto, andandoli a insidiare direttamente dentro il loro  regno, restituì una boccata d’ossigeno al compromesso prestigio  dell’impero e  perfino un po’ di pax romana, di cui c’era veramente bisogno. Soltanto però fino al 267… Perché in quell’anno l’ ammazzarono… assieme al figlio maggiore.

L’altro figlio, Vaballato, era solo un ragazzino e fu necessario nominare un reggente. Naturalmente Zenobia, sua madre, l’adorata sposa di Odenato, bella, che dire bella era troppo poco, donna guerriera che era lo sgomento dei nemici… La Historia Augusta, una delle fonti  più note dell’antichità, racconta che  era ancora più coraggiosa di suo marito, che  aveva preso parte alle campagne militari, che guidava in battaglia i generali e poi beveva con loro… Sapeva anche governare, ma non aveva nessuna intenzione di farlo in nome e per conto dei Romani. Deboli come erano in quel momento, con tutte le forze impegnate contro i barbari, non ci mise molto a occupare tutte le province attorno alla Siria, la  Mesopotamia a est, la Bitinia sino al Mar Nero e l’Egitto a Sud. All’inizio recitò ancora la parte dell’alleata, ma quando tolse dalle monete di Alessandria, l’immagine dell’Imperatore, finalmente si capì che l’Impero Romano  era spaccato in tre… con le Gallie e il Regno di Palmira, ai lati ostili di un entità avvolta nel Caos.”La crisi del 3° secolo”, “I tre tronchi dell’Impero” così  dicono gli storici… Gallieno non fece in tempo nemmeno a mandare un esercito contro Zenobia perchè l’anno dopo che uccisero Odenato,uccisero anche lui…Mentre cercava di sconfiggere  Aureolo, l’ultimo ribelle di  quel tempo senza pace. Il suo successore Claudio il  Gotico non si sa di preciso  cosa fece, tanto era impegnato a combattere contro i Goti…  forse  mandò l’Ammiraglio Probo e in ogni caso… Zenobia lo  sconfisse.

 All’improvviso, quando tutto sembrava un buio senza fine, ci fu la schiarita… già, perchè Aureliano arrivò con  il suo culto solare … e il Dio Mitra ricominciò a proteggere le legioni romane.  Zenobia forse non ci fece nemmeno caso. Aureliano era alle prese coi Vandali, che cercava di intercettare in Pannonia e poi con gli Alamanni che erano sciaguratamente  già entrati in Italia.  Ma ci mise un solo anno e poi  mentre ordinava le mura  per difendere Roma partì  veloce per l’Oriente. Forse nessuno aveva capito quanto era freddo, determinato e capace. Zenobia gli mandò contro i  suoi terribili cavalieri  climbanarii che mettevano paura  già da lontano  completamente ricoperti  assieme al cavallo di metallo a scaglie. Aureliano non ci provò nemmeno ad affrontarli… Ordinò all’esercito di ritirarsi e si fece inseguire… Per ore andò avanti la fuga… finché i cavalieri di Zenobia non ce la fecero più… Era troppo pesante tutto quel ferro addosso…Mentre i Romani correvano leggeri.  Alla fine la vittoria fu facile.  Zenobia si ritirò prima ad Antiochia e poi a Palmira mentre Aureliano cercò  in tutti i modi di darle  qualche via di scampo. Perché adesso lui, rude guerriero, aveva un grosso problema… Temeva che il mondo intero si sarebbe messo a ridere del’Imperatore romano che combatteva contro una donna. Le propose di tutto, oltre la vita. Gioielli, denaro, cammelli, un luogo tranquillo dove vivere. Lui si sentiva palesemente ridicolo, ma a chi lo poteva raccontare… La cosa stava assumendo i contorni dell’Operetta ante litteram e  e Aureliano esitava a dare la stoccata finale.  Lui in fondo non era freddo e glaciale come Augusto che non si era fatto nessuno scrupolo ad affrontare Cleopatra… di cui Zenobia diceva di essere l’erede spirituale nella sua lotta di indipendenza dal dominio romano! Alla fine  la regina fece l’ultimo errore…Fu catturata di notte mentre scappava…  Un ultimo addio alla città e poi fu portata a Roma a seguire in catene il carro trionfale di Aureliano… Che però ebbe per lei un ultimo atto di gentilezza. Volle che le catene di Zenobia fossero d’oro….   Quello che successe poi è  molto incerto… Mentre non  si ebbero più notizie di suo figlio Vaballato, sembra che lei a Roma conobbe un generale romano che la volle sposare e Aureliano come dono di nozze regalò  una villa a Tivoli… La sorte di Palmira invece fu sicuramente tragica… Un anno dopo che Zenobia era stata portata via, la città  si ribellò ai Romani… Ormai aveva provato la libertà! E la reazione dei Romani, come sempre fu durissima, adesso poi che avevano risolto i problemi più gravi e stavano riunificando l’impero… erano ancora più spietati. Così distrussero le mura di Palmira e obbligarono gli abitanti ad andarsene. Ma Palmira  non ce la fecero a distruggerla completamente  e  molto della sua antica bellezza è ancora lì da vedere, come il colonnato lungo più di un chilometro che portava  al tempio di Baal, il teatro ellenistico con quelle linee spezzate  che si rompono l’una nell’altra, l’arco di Settimio Severo… La  sorgente di acqua sulfurea che aveva dato vita all’oasi e alle  famose palme che avevano poi dato il nome alla città non c’è più. Però c’è un sistema di irrigazioni  e i Palmireni, che vivono nel vicino paese, possono guardare anche tutti i giorni  quelle antiche colonne,  memoria ancora viva  della città carovaniera da cui  partivano le  spedizioni verso il grande  e misterioso Oriente.

Per ricordare Zenobia e Palmira, la ricetta più bella c’è sembrata questa torta tutta medio orientale che, con i datteri,  ci ricorda  l’oasi incantata  nelle cui acque si specchiavano,  ricche e verdi le famose palme.

TORTA DI DATTERIpiatto-pronto_dettaglio_ricette_slider_grande3

INGREDIENTI: 180 grammi di datteri snocciolati, 200 grammi di farina,  lievito ,cognac, 3 uova, 100 grammi di burro, 100 grammi di zucchero di canna, 4 pere medie,  75 grammi di zollette di zucchero, mezza bustina di lievito in polvere, mezzo bicchiere di cognac.

PREPARAZIONE:  sbucciate  soltanto 2 delle 4 pere, tagliatele a dadi e mettetele in una terrina assieme ai datteri spezzati, bagnate il tutto con il cognac, coprite con un foglio di pellicola trasparente e lasciate che gli ingredienti si insaporiscano, almeno per un’ora, ricordandovi ogni tanto di rimescolarli. Intanto lavorate il burro con lo zucchero di canna fino a ridurre il composto a crema, poi incorporateci la  farina passata al setaccio, un poco alla volta, seguitando a mescolare per evitare grumi, aggiungete il lievito, i tuorli delle uova e la frutta che nel frattempo dovrebbe essersi macerata nel cognac.  Montate a neve  gli albumi delle uova e aggiungeteli al composto rimescolando delicatamente. Preparate del caramello con le zollette di zucchero e due cucchiai di acqua che porrete sul fuoco, finché sciogliendosi non raggiungano il colore dorato.  Foderate  immediatamente, mentre il caramello  è ancora liquido, il fondo di uno stampo  con chiusura a cerniera e le sue pareti. Versate il composto preparato e fate cuocere in forno già riscaldato a 180°C  per 45 minuti circa. Sfornate la torta, fatela raffreddare, aprite la cerniera, posatela sul piatto da portata e decoratela con le due pere rimaste, tagliate a fettine sottili,appena bagnate di limone per non farle annerire.

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A Michael Moore… con tante Rose del Deserto!

Roger & Me …  Fa venire in mente  un incontro, un’amicizia, un rapporto qualsiasi fra due persone. Ma quando Roger si chiama anche B. Smith ed è il Ceo della General  Motors, a qualunque “Me” che non abbia qualche titolatura o un santo in paradiso… L’incontro diventa difficile. Impossibile addirittura se  “Me” si chiama  Michael Moore… ed è un giornalista, un  noto  seccatore e sicuro portatore di guai. Figuriamoci, Moore  aveva addirittura la pretesa di prendere Smith per mano e portarlo a Flint a vedere com si era ridotta, dopo che 35000 lavoratori erano stati licenziati  dalla General Motors. Ma pensava davvero che Smith si sarebbe commosso o avrebbe fatto mea culpa? Troppo intelligente Moore… per lo meno smise di crederci quasi subito. Allora nacque il bizzarro documentario sull’incontro  che non ci fu dove More inseguiva, Smith si sottraeva e  venivano fuori gli interessi spietati della General Motors. Era il primo documentario di Moore  sulla lunga crisi americana che iniziò proprio con le città che si spopolavano…Stava succedento a Detroit a Saint Louis e a Flint … Si chiamava con una brutta parola delocalizzazione. Più  banalmente  significava che la produzione andava all’estero dove la mano d’opera costava di meno e i profitti aumentavano.

Peccato che c’era quel ragazzone rompiscatole, figlio e nipote degli operai di Flint che per poco non era andato anche lui alla General Motors…  Con quell’ironia cattiva e disarmante  svelò  in quell’anno 1989, che di grazia di certo non era, l’America dolente e segreta che quasi nessuno conosceva… E conquistò il pubblico.

Flint era stata solo l’inizio della denuncia…E poi non riuscirono più a toglierselo di torno. Moore diventerà il  mentore sarcastico, beffardo e ironico di questa America  che  perde se stessa, la sua  identità e la sua  vocazione appresso a un capitalismo deviato, becero e sempre più avido. Nel 1996 girava per gli Stati  presentando un libro sullo stesso tema “Giù le mani! L’altra America sfida i potenti e i prepotenti”… Perché il fenomeno si era esteso…   Allora fra librerie, università e teatri, si tirò appresso una piccola troupe e di città in città mise i pezzi in più al suo triste  puzzle … Le compagnie e gli imprenditori si lamentano delle perdite, parlano di  necessari tagli, di mercati che si chiudono. Moore accumula tutte prove contrarie che gli sbatte in faccia… Cioè, li mette nel suo flim, “The big One” perchè con loro direttamente non riesce a parlare. I  guadagni, negli Stati Uniti sono stati alti, ma l’avidità delle Corporations lo è ancora di più….  “Terroristi economici”… li chiama Moore … Spaventano i cittadini per coprire i loro affari sporchi… a Cincinnati  denuncia la Procter & Gamble che licenzia migliaia di persone a fronte di 6 miliardi di profitto, lo stesso fa a San Francisco con la Kaiser Permanente e a Minneapolis dove  la Pillsbury Company  spreca 11 milioni di sovvenzioni per la sua mascotte… Dopo 47 città arriva a Portland e quasi per miracolo riesce a parlare  con un amministratore delegato…  Gli sbatte in faccia la notizia che farà il giro del mondo… In Indonesia fanno lavorare i bambini nella fabbrica della Nike… Phil Knight balbetta e ammette qualcosa… Moore rilancia… Ci sono gli operai disoccupati di Flint… Sono disponibili… Perché umiliare l’America a produrre scarpe in mezzo a un regime  militare? Knight   sorvola e a Flint fa una piccola donazione…cioè un po’ di elemosina…

Doveva succedere… Dopo tutti i nemici del popolo e dopo Bowling a Colombine con l’attacco ai fabbricanti di armi e alla proliferazione del male, ormai  Moore è  pronto ad affrontare il Diavolo in persona …  Si chiama Bush e  fa il presidente degli Stati Uniti.  Il film  che gli dedica si chiama Farenheit 9/11, la temperatura a cui brucia la  libertà. Nel Vangelo secondo Moore, si parla di Bush che dichiara guerra  all’Afghanistan e all’Iraq  alleati di Bin Laden, il mostro ideatore dell’attentato dell’9/11, ma poi si scopre che in realtàe é  proprio lui, il Presidente degli Stati Uniti a essere in affari e molto stretti con Bin Laden… Perché sono consociati entrambi nel Gruppo Carlyle… E vendono, guarda caso, veicoli militari e oleodotti interi  all’America che li acquista, guarda caso, per fare guerra  all’Iraq. Prove su prove e misteriosi viaggi  di Sauditi, parenti di Bin Laden e della casa reale che tornano in patria dall’America nei giorni  subito dopo l’attentato. Naturalmente quel film non lo volevano fare uscire. La Disney che l’aveva prodotto ommai sembrava una Maddalena pentita… Per fortuna che un po’ per affari e un po’ per patriottismo un gruppo di volenterosi fra cui Miramax, Ifc films e Lion Gate si coalizzarono e riuscirono a distribuirlo… E’ l’anno 2004,  il botteghino crolla sotto gli incassi, ma gli americani  al voto scelgono di nuovo Bush…

Misteri della mente umana… L’attentato alle Due Torri aveva scatenato insicurezze e gli americani avevano paura a cambiare. Per fortuna Michael  Moore non si arrende  mai, comunque vadano le cose.  Così rilancia con Sicko nel 2007… Le lacune e la speculazione del sistema sanitario americano stavolta troveranno nel Presidente Obama qualcuno pronto a raccogliere le sue denunce. Adesso, dopo “Capitalism: a Love Story “tutto incentrato  sui giochi della finanza  e i premi subprime, che hanno finito di deprimere l’economia, stiamo di nuovo in attesa della voce di Michael Moore…C’è sempre bisogno di un po’ di democrazia in più!

A questo indistruttibile, coraggioso Moore, che ci ha avvicinato con ironia e saggezza  ai problemi del mondo vogliamo dedicare una ricetta legata al Michigan, il Michigan delle tante battaglie… dove c’è la Kellog’s…  Si chiama “Le Rose del deserto”  e sono dolcetti a base dei  mitici semi di mais. Somigliano tanto  alle formazioni minerali  di cristalli di gesso che si formano bellissime e di color giallo ocra nelle terre del deserto.

ROSE DEL DESERTO

INGREDIENTI per 25 rosette: 70 grammi di farina 00, 70 grammi di farina di mandorle, 50 grammi di mais in fiocchi (corn flakes),  1 uovo,  90 grammi di burro,  1/2 bustina di vanillina, 1/2 bustina di lievito in polvere 1 pizzico di sale, 80 grammi di zucchero, mais in fiocchi ( corn flakes) per copertura delle rosette in quantità a piacere.

PREPARAZIONE: tagliate il burro a cubetti e ammorbiditelo a temperatura ambiente,poi sbattetelo sino a ridurlo una crema unendovi zucchero, sale e vanillina, quindi seguitando a sbatterlo unite l’uovo e quando il composto è omogeneo, la farina di mandorl e la farina oo setacciata e assieme al lievito. Mescolate  con un  cucchiaio di legno e unite i corn flakes.Prendete ora una cucchiaiata del composto e fatela  rotolare nei corn flakes dedicati alla copertura e proseguite per tutto l’impasto allo stesso modo premendo un po’ con le mani i corn flakes all’impasto stesso. Al termine adagiate le rosette su una teglia foderata con carta da forno,distanziando le rosette perché il cottura si espanderanno. Inseriteli nel forno gia scaldato a 180°C per 10 – 15 minuti poi poneteli a raffreddare su una gratella.Spolverizzate con zucchero a velo e servite. Come tutti i biscotti possono essere conservati in una scatola a chiusura ermetica.

NEW HAVEN…PEPE’S STYLE WHITE CLAM PIZZA!

mystic4La baia davanti al mare  non solo era bellissima ma aveva il valore aggiunto del porto naturale che avrebbe permesso grandi commerci con le città d’Europa che a metà del 17° secolo erano ancora avide di tutto ciò che si produceva nel Nuovo Mondo. Così quel gruppo di Puritani  in fuga, prima dall’Inghilterra e poi dal Massachussets, nel 1638  finì per fermarsi  nella terra dei Quinnipiack. Erano molto religiosi, ma avevano senso pratico. Si fecero subito consegnare  il territorio dai nativi e pianificarono la loro città  250px-Patent_for_Cotton_Gin_(1794)_-_hi_rescon una rigida griglia rettangolare, che fece di New Haven la prima città di tutta l’America del Nord, concepita con criteri moderni. Da allora e per tutto il periodo coloniale  New Haven si è più volte distinta per la sua opposizione  sempre piuttosto evidente agli Inglesi. La cosa era risaputa anche in Inghilterra perché dopo la restaurazione monarchica nel 1661, i giudici che avevano condannato a morte il Re Carlo I, per sfuggire alle persecuzioni del nuovo re, si andarono a rifugiare a New Haven e per non farli trovare dalle guardie regie il Sindaco mise a loro disposizione un’ampia grotta nelle colline di West Rock, che è ancora li da vedere con tanto di targa ricordo. Durante la rivoluzione  americana tale fu la furia della città contro gli inglesi che rischiò seriamente di essere rasa al suolo.h2_1995.336

Per fortuna che ciò non avvenne perchè così la città riuscì a salvare il suo impianto coloniale e la sua nascente industria che  verso la fine del 18° secolo diventèrà una delle più particolari aree di sviluppo degli States, grazie alle invenzioni e alle fabbriche impiantate da Heli Whitney. Strana e beffarda vita, quella di Whitney. Come inventore  è passato alla storia per la famosa “sgranatrice” una macchina industriale che separava la fibra dai semi di cotone, ma che in realtà non aveva inventato lui, ma una sua amica che, essendo donna, non aveva la possibilità giuridica di  brevettare l’invenzione. Come  imprenditore è da tutti ricordato per la sua fabbrica d’armi che però acquistò fama mondiale  solo in seguito e per merito di  Samuel Colt che vi siluppò la famosa pistola automatica che da lui prese il nome.

Eppure l’industria non era il vero destino di New Haven  perché  nella seconda  metà del XX secolo, la città è entrata in crisi economica e ha spopolato il suo centro soprattutto a causa dei conflitti sociali e dell’eterogeneità delle sue etnie.

Per fortuna che New Haven ha avuto sempre il suo asso nella manica e seppure il  modello cittadino  e la vocazione industriale sono entrate in crisi ha  finito per diventare il Centro Servizi  di una delle più prestigiose università del Mondo.  Yale, che porta il nome del suo principale benefattore, non potè nemmeno usufrire  del patrimonio che  Elihu Yale gli aveva lasciato per testamento. Successe infatti che, per una spaventosa commedia degli equivoci, il Sig. Yale lasciò i suoi averi al Collegiate College, morendo prima di sapere  che il Collegiate non esisteva più, avendo cambiato il  suo nome in  Yale College. Ma ciò nonostante, oggi Yale ha beni per 22,5 miliardi di dollari, 12,5 milioni di libri distribuiti su 12 biblioteche, più di 3000 docenti e 11.000 studenti fra laureati e laureandi. E c’è di yalepiù! Se  qualcuno  sta programmando di diventare presidente degli Stati Uniti, o giù di lì, la cosa migliore che possa fare è quella di andare a studiare a Yale. Già una decina di anni fa un’autorevole rivista  ha scritto in proposito ” Se c’è una scuola che può proclamare di educare i miglior leader della nazione, dai tre decenni passati, quella scuola è Yale” E come contraddirla se da Yale  sono usciti i due Presidenti Bush, Gerald Ford e Bill Clinton  e a scendere, ma nemmeno tanto, John Kerry, Gary Hart e Hillary Clinton?

Intanto da una decina di anni  la città si sta veramente riqualificando, forse anche per non sfigurare di fronte a tutti i futuri presidenti che oggi sono solo  studenti… Vita notturna, librerie, centri informatici, nuovi condomini, nuove linee ferroviarie e un incoraggiante ritorno della popolazione nel centro storico.

Ma dove la vita non è mai mancata, anche nei momenti più bui dell’ultima storia di New Haven è nei servizi di ristorazione. Se è vero che più di 120 ristoranti si trovano nelle zone centrali, è anche vero che tutta la città è  pepesoutside3old300la massima espressione dei ristoranti etnici che includono le cucine più  svariate del mondo, la malese, l’etiope, la messicana, la thailandese, la vietnamita e naturalmente l’italiana. Perché New Haven è stato  fra la fine del 19° secolo e i primi decenni del 20° uno dei poli di maggior attrazione dell’emigrazione dall’Italia meridionale e  oggi si calcola che nei quartieri di East Haven, West Haven e  Hamden, la percentuale di quelli che ormai sono italo – americani arriva al 50%. E qui gli italiani  hanno dato o ridato vita a quello che pur essendo uno dei piatti più noti e sfruttati della cucina italiana, qui rivisitato in veste mix, è diventato un  cult : “Sua maestà la Pizza” anzi come tutti qui dicono “Apizza”. Il suo debutto? L’anno 1925 da Frank Pepe Pizzeria Napoletana. La sua cottura? In un  forno di mattoni, una volta a carbone, oggi a legna. I suoi colori? Rossa pomodoro o bianca, ottenuta con solo aglio, olio d’oliva e scamorza o pecorino. Chi vuole la mozzarella la deve chiedere! La sua base di pasta? un po’ bruciata in cottura! Una ricetta particolare? Quella con le vongole che si può mangiare da Pepe a da Sally Apizza. Ma se andate a New Haven non vi dimenticate nemmeno di  Modern Apizza. E’ li dal 1934!

La storia di Pepe, colui che per primo ha portato la pizza a New Haven è emblematica dell’emigrazione italiana. Viene da Maiori, un piccolo paese della costa amalfitana, e quindi di pizza se ne doveva già intendere, ma quando arriva  a New Haven  va per diversi anni a preparare gli spaghetti nei ristoranti degli altri. Solo nel 1925 ha il coraggio di mettersi in proprio e apre un panificio che ovviamente diventa l’anticamera della Pizza. Riunisce la famiglia e 10 anni dopo è già famoso e apre un nuovo locale, andando ad abitare al piano sopra la Pizzeria. Le sue pizze sono bianche e rosse, tonde e grandi, con alcune caratteristiche anche un po’ strane come quell’impasto  più simile al pane e un pò bruciato in cottura, il cui  sapore un po’ forte si andava a smorzare col pomodoro o col formaggio!

Poi nel 1960 l’ultima invenzione, la pizza con le vongole. Le guardava sempre al banco  del bar dove le servivano con gli aperitivi, tanto che una sera se le portò in cucina e le rovesciò sopra la pizza.

frank-pepe-pizzeria-napoletanaEra nata la PEPE’S STYLE WHITE CLAM PIZZA

INGREDIENTI (per una pizza da circa 35 centimetri): Per l’impasto: 3 cucchiai di farina, 2 cucchiai di farina di mais, 1/2 bustina di lievito istantaneo, 1 tazza  di acqua calda,1/2 cucchiaino di sale, 4 cucchiai di olio extra vergine di oliva. Per il top della pizza: 36 vongole, 1/2 tazza (circa 100 grammi) di pecorino romano grattugiato,2 spicchi di aglio tritati, 4 cucchiai di olio extra vergine di oliva, 2 cucchiai di origano secco.

PREPARAZIONE : Far aprire le vongole fresche mettendole sul fuoco in una padella con l’aggiunta di qualche cucchiaio di acqua. Non appena si saranno aperte sgusciarle e metterle da parte.  Nel frattempo pre – riscaldare il forno a circa 250°C.

Preparare l’impasto della pizza con tutti i suoi ingredienti e stenderlo su una superficie liscia dandogli un altezza di circa 1/2 centimetro. Spolverizzare la teglia con un po’ di farina di mais e poggiarvi sopra l’impasto. Distribuire le vongole sull’impasto in modo uniforme lasciando circa un centimetro di bordo vuoto, poi cospargere di aglio, formaggio, origano e infine versare sopra l’olio. Cuocere in forno per 30 minuti.La crosta, nel migliore stile Pepe, deve essere ben dorata, ma non bruciata. Servire calda accompagnata  con la tipica bevanda  Foxon Park o in alternativa con una  birra  ghiacciata o un vino Sauvignon Blanc.

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Chicago style deep dish pizza!

patriotic_michigan_002“Lo stile è l’uomo” sintetizzava l’illuminista del 1700, riferendosi a quell’insieme di  modi di essere e di apparire  che danno a ciascuno la propria identità. Difficilmente, però, lo stile esiste a priori. Piuttosto è frutto di ricerca, di conquista e di scelte. E lo stile non è solo degli umani, perché spesso penetra negli oggetti, di cui ognuno si circonda o nei luoghi in cui si vive, fino al punto di rottura, quando può succedere che le cose  acquistano indipendenza, come le macchine che diventano intelligenti  o le città che prendono anima. Da quel momento sono loro a caratterizzarsi e a imporsi con quello che sono e per quello che hanno da offrire… Roma, si sa,è eterna, Parigi romantica e New York multi- etnica.

Chicago, invece, è sempre al bivio fra inventiva, coraggio e innovazione o forse tutte  le cose insieme! C’è voluto coraggio a costruire una città su un grande acquitrino, da cui  oltretutto emanava  anche uno sgradevole odore di porri. Ma c’erano i Grandi Laghi … Un posto strategico per il commercio delle merci in transito!  Chicago cominciò con le pellicce, all’inizio del 1800, quando in zona c’era solo un Forte, ma negli anni ’40 era già  il più grande porto del Mondo per il commercio dei cereali. Come c’era riuscita? Con un progetto audace e innovativo, la costruzione di un canale  di 150 km che la collegava al fiume Mississipi, in un epoca in cui non c’erano ancora le Ferrovie. Una volta che il grano, dalle fertili zone del sud, arrivava sulle grandi chiatte a Chicago, prendeva la via dei Grandi Laghi e arrivava direttamente  sull’Oceano. E davanti all’Oceano c’erano tutte le vie del mondo.  Quello che non partiva subito finiva negli alti Silos. A metà dell’800 ce ne erano già 20 che caratterizzavano lo skyline della città…quasi un presagio dei grattacieli a venire. ! Poi fu la volta dell’acciaio e delle carni e con la macellazione delle carni si inventarono la catena di montaggio. Una rivoluzione nei metodi di lavoro in cui, a muoversi erano solo i blocchi di carne, che  ad ogni  sosta trovavano  un addetto che compiva un’operazione, prima che  la carne si dirigesse verso la stazione successiva.  Molti anni  dopo Henry Ford  venne a  qui a studiare  la linea di produzione, per produrre le sue auto.2

Con quelle premesse Chicago non  ci mise molto a diventare anche  il primo esempio di industria globale  con  l’uso  immediato del telegrafo, attraverso cui comprava e vendeva i titoli, sia delle merci già disponibili, come anche  di quelle che sarebbero arrivate in un futuro più o meno prossimo. Si inventò, come dire  quelli che oggi sono i mercati dei “Futures” e delle “materie prime” .

Ma nel 1871 la catastrofe fu proprio vicina! L’intera cittàprese fuoco. Fin troppo facile in un città soprannominata Windy e all’epoca tutta di legno. Per un’altro posto poteva essere la fine. Gli Stati Uniti sono piene di città fantasma abbandonate per un motivo o l’altro fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900! Ma per Chicago  invece fu un’occasione. Per ricostruire la città nacque un  Movimento e una prestigiosa Scuola di architettura che aprì la strada all’architettura del XX secolo. Una nuova tecnologia con le strutture in acciaio e home_insurance_building_credit-wikipediauna nuova  estetica tutta affidata alla linea e allo sviluppo modulare, con la sottrazione di ogni orpello decorativo.  A Chicago si costruisce il primo grattacielo del mondo l’Home Insurance Building del 1885, (demolito poi da un eccesso di furore innovativo –  qualche volta capita – nel 1931), a Chicago lasciano il segno i grandi maestri del’ 900 Frank Lloyd Right e  Mies Van der Rohe, quest’ultimo in fuga da Hitler e che solo in America poté sviluppare gli ideali della Bauhaus.

L’esperienza di Chicago conferma, se ce ne fosse bisogno, che dove c’è industria c’è cultura. Cinema, letteratura, Musei e Università, ma il campo in cui  la città ha dato il meglio di sé è  forse la musica. A parte le esperienze più recenti della  House  Music  che aprì la strada alla musica elettronica degli anni ’90, a Chicago, ed è ormai leggenda, arrivarono all’inizio del ‘900 i musicisti afro – americani in fuga dal Sud che, nel blues e nel jazz, crearono, attraverso gli anni e nei “rent – party,”  le  nuove forme musicali che  finirono per coinvolgere coralmente anche la popolazione bianca. Come si diceva prima, le città che hanno un’anima, si creano il proprio stile e a Chicago  la musica  è “Chicago Style.”

Poi infine, per gli appassionati  di cibo e gli esperti  di cultura gastronomica,  questa città senza pregiudizi  si è lanciata anche nell’innovazione della pizza. E lì si che c’è voluto coraggio, perché sembrava che, in materia, tutto fosse già stato detto. Ma ci pensò nel 1943, Ike Sewell, un  ex campione di football, che veniva dal Texas ma che aveva tutto lo spirito innovativo della gente di Chicago. La sua “Deep – dish pizza” è molto diversa dalle altre pizze, perché, come del resto si capisce dal nome, ha uno strato di pasta e condimenti molto più alti e perciò somiglia più a una pizza rustica  piuttosto che alla sottile pizza tradizionale, inventata in Italia. L’iniziativa di Ike Sewell ebbe un successo strepitoso, nel suo locale chiamato a  “Pizzeria 1”, tanto che, alcuni anni dopo, nella stessa via, si rese indispensabile  aprire la “Pizzeria 2”. Ma nemmeno questo fu sufficiente perché il successo era così diffuso in tutti gli Stati Uniti  che le due pizzerie iniziarono le spedizioni  anche fuori Chicago, una volta messe a punto le tecniche di  surgelamento. Anche stavolta  lo stile di Chicago aveva colpito nel segno e non è un caso che la pizza  di cui diamo la ricetta si chiami:

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INGREDIENTI dei condimenti: 3 cucchiai di olio di oliva extra vergine, 1 cucchiaio di aglio tritato, un cucchiaio di basilico tritato, un cucchiaino di origano tritato, 1/4 di cucchiaino di semi di finocchio, 1/2 cucchiaino di sale, 1/4 di cucchiaino di pepe macinato fresco, 1/4 di cucchiaino di pepe rosso, 900 grammi circa di pomodori pelati tritati,1 cucchiaio di vino rosso secco, 1 cucchiaio di zucchero, una mozzarella di circa 450 grammi  tagliata a fette, 250 grammi di peperoni tagliati a fette, 250 grammi di funghi champignon, 1 peperone di piccole dimensioni tagliato a rondelle, 1 cipolla gialla  a fette,1 tazza di olive nere tagliate a fette sottili, 450  grammi di salsiccia sbriciolata, 1 tazza di parmigiano grattugiato. (Attenzione: in genere 1 tazza corrisponde a circa 200 grammi)

INGREDIENTI della pasta: 1 tazza e 1/2 di acqua tiepida a circa 40° C, 7 grammi e 1/2 di lievito secco attivo, 1 cucchiaino di zucchero, 3 tazze e 1/2 di farina, 1/2 tazza di farina di semola, 1/2 tazza di olio di semi  e 2  cucchiaini per ingrassare la padella di acciaio in cui verrà cotta la pizza, 1 cucchiaino di sale.( Attenzione: in genere 1 tazza corrispode a circa 200 grammi)

yNMNxPREPARAZIONE dei condimenti: mentre si lievita la pasta (v. preparazione pasta ), scaldare in una casseruola l’olio  extra vergine di oliva a fuoco medio – alto. Aggiungere l’aglio e far cuocere mescolando,  finché l’aglio prenda appena il colore madreperlato, senza farlo bruciare. Aggiungere le erbe, i semi, sale e pepe rosso e nero, cuocere ancora per 30 secondi. Aggiungere il pomodoro, il vino, lo zucchero e portare a ebollizione. Abbassare la fiamma e cuocere a fuoco lento mescolando per circa 30 minuti. Far raffreddare prima dell’utilizzo..

PREPARAZIONE  della pasta: unire in un’ampia ciotola l’acqua , il lievito e lo zucchero, mescolare e poi lasciar riposare per circa 5 minuti. Aggiungere 1 tazza e 1/2 di farina, la semola, 1/2 tazza di olio e il sale, mescolando con le mani fino a  quando la miscela non sia ben amalgamata. Continuare ad aggiungere farina, 1/4  di tazza per volta lavorando la pasta dopo ogni aggiunta. La pasta deve risultare leggermente appiccicosa. Lavorare la pasta su una superficie infarinata dai 3 ai 5 minuti sino ad attenere un composto liscio, ma ancora leggermente umido. Ungere  con  due cucchiaini di olio una grande padella di acciaio dai bordi rialzati e mettere l’impasto nella ciotola   e  ricoprite la ciotola  stessa  di pellicola trasparente, poi mettetela in un ambiente caldo a  lievitare per circa  1 ora e 1/2

PREPARAZIONE finale: preriscaldare il forno a  250° C. Ungete con  metà dell’olio la base e le pareti della padella di acciaio, foderare  sia la base che le pareti della padella sino all’altezza di circa 4 centimetri con la metà della pasta ben pressata, lasciare riposare per 5 minuti. Poi disporre sopra uno strato con la metà della  mozzarella e sopra  disporre la metà di tutti gli ingredienti, peperoni tagliati a strisce, a seguire i funghi, il pepe, la cipolla, le olive nere e la salsiccia. Ricoprire il tutto con metà della salsa di pomodoro e spargervi sopra la metà del  parmigiano. Mettere in forno per circa 30 minuti, finché non si formi una crosta dorata. Servire calda.

Ripetere l’operazione con i restanti ingredienti per preparare, allo stesso modo, la seconda pizza.

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Muffins alla Feta

myth_uranusSarà anche una grande istituzione la famiglia, ma quando non funziona…  sono guai seri. Anche nell’antichità le cose, spesso, non andavano meglio di oggi e se c’è stata una brutta famiglia, sicuramente è quella che vide, in successione, il nonno Urano, il figlio Kronos e il nipotino Zeus. La causa scatenante fu sicuramente la lotta per il potere, ma questo non giustifica il fatto che Urano sprofondasse i suoi figli, i Titani, nel Tartaro, cioè al centro della Terra, senza possibilità alcuna di risalita. Gea, cuore di mamma,  ci soffrì moltissimo e appena Kronos, figlio risparmiato dal padre, perchè sembrava poco pericoloso, diventò grande, ricevette in dono dalla mamma una  grande falce. Urano, a parte i suoi difetti di padre, era uno che  durante il giorno lavorava sodo per  far girare nel verso giusto e senza farli scontrare, fra di loro, tutte le stelle e i pianeti di quell’immensa volta celeste. Così la sera, accadeva spesso, che  cercasse, vicino a Gea, la ricompensa d’amore per il  gran lavoro svolto. Fu proprio in uno di quei frangenti, mentre, per logica di cose, era più esposto e indifeso, che Kronos d’accordo con la mamma, lo evirò. Poi liberò i Titani e rubò il trono a Urano. Ma anche  Kronos tremava all’idea che qualcuno glielo potesse portar via e così, dopo aver sposato Rea, prese la pessima abitudine di mangiarsi tutti i figli che la moglie partoriva. La povera Rea riuscì a salvare l’ultimo nato andando a partorire di corsa sul Monte Ida e affidando il bambino alle Ninfe. A Kronos, in sostituzione, fece mangiare una pietra ricoperta di stracci.

Sul Monte Ida, Zeus si trovò benissimo, coccolato da tutte le Ninfe e allevato in modo speciale da Amaltea, un po’ Ninfa e Zeus_Amalteaun po’ Capra, che lo allattò con quel suo latte, doc per eccellenza, che gli permise di diventare un grande Dio.

Quando fu appena un p0′ cresciuto la, mamma, che soffriva di nostalgia, se lo andò a riprendere e lo fece assumere come coppiere da Kronos, per tenerlo vicino. Fu così che una sera fecero bere a Kronos, che cominciava a essere un po’ rimbambito per l’età, una bevanda piena di sale che funzionò da emetico e fece vomitare  al padre tutti e 5 i figli che si era ingoiato, quelli che poi sarebbero diventati i grandi Dei dell’Olimpo che tutti conosciamo, Era, Poseidone, Demetra, Ade ed Estia. Kronos, da tutta quella gioventù in rivolta, fu cacciato e spedito su un’isola molto lontana, sembra in Bretagna, ed è là dove dovrebbe ancora essere, tutto solo e mezzo morto di freddo.

Anche la Capra Amaltea ebbe un po’ di problemi perchè un giorno andò a sbattere contro un albero, sembra per sfuggire a Kronos che la voleva punire per aver allevato Zeus. Fu lì che perdette uno dei suoi bellissimi corni ricurvi che erano oggetto di meraviglia e invidia di tutte le altre capre. Per consolarla Zeus  in suo onore fece, di quel corno pieno di fiori e frutta, “la Cornucopia,” il dono  tutto speciale che ricopre la terra di fertilità e abbondanza. Poi visto che Amaltea, comunque non riusciva a  riprendersi, se la portò in cielo e le regalò un’intera Costellazione, il Capricorno.

capricorno3Ma sulla Terra era rimasto il suo latte, che i Greci utilizzano sapendo che è il migliore del mondo e, a volte lo bevono da solo, a volte lievita come yogurt, a volte si trasforma in formaggio. Anche il più famoso dei formaggi greci, quello che ha fatto il giro del mondo, ha una parte di latte di capra o è fatto esclusivamente con latte di capra: è la “Feta”, un formaggio magro, appena un p0′ acido e di un color bianco quasi abbagliante, che ricorda subito, appena lo si guarda, il candido latte di Amaltea. Pare che sia proprio lo stesso formaggio che Ulisse e i suoi compagni trovarono nella grotta di Polifemo.

Inutile provare a copiarlo. Occorre il latte delle agili capre greche, che balzano fra i monti scoscesi, in cerca di quelle magiche erbette che  solo da quelle parti, oggi, escono ancora dalla Cornucopia di Zeus.

A parte l’Insalata Greca, ormai celebrata in tutto il mondo, un modo originale per adoperare la Feta è quello di prepararci dei deliziosi Muffins salati.

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INGREDIENTI: Burro 90 grammi, Farina 300 grammi, Feta 150 grammi, Latte 200 ml, Lievito in polvere una bustina, Panna fresca 100 ml, 1 Porro, Salmone affumicato 100 grammi, 2 Uova,  Yogurt greco 100 grammi.

ESECUZIONE: Si affetta il porro a velo, si tagliano la Feta e il Salmone  in piccoli pezzi, si fonde il burro in un pentolino a fiamma bassa e si fa intiepidire.

Si rompono le uova in una ciotola dove si versa anche il latte, la panna e lo yogurt e si sbatte con la frusta per amalgamare gli ingredienti.

In un altra ciotola si versa la farina, passata al setaccio per evitare i grumi, il lievito, il porro, la feta e il salmone mescolando a lungo.Si aggiunge infine il burro fuso e il composto di latte e uova, regolando di sale e pepe.

Si prende ora uno stampo di silicone o di acciaio con le  apposite “conche” per inserire i pirottini, al cui interno verrà versata una cucchiaiata dell’impasto.

Si fanno cuocere in forno a 180° per 25 – 30 minuti finché non siano dorati. Alla prova dello stecchino, questo si deve estrarre asciutto dallo stampo .

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Roscon de Reyes

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Sono ancora in marcia! Sotto quel cielo di una terra esotica, seguendo un astro, portano doni al futuro Salvatore. Loro sono i Re Magi, gli sciamani delle terre orientali che fanno da anello di congiunzione tra il paganesimo e il cristianesimo.

saturnaliMa il Roscon de Reyes ha origini più lontane. Bisogna tornare ai Saturnali, quelle feste che si svolgevano durante il solstizio d’inverno ed erano  in onore di Saturno, dio protettore della semina. Toghe in marcia, una lunga processione, fino al Tempio di Saturno dava inizio alla festa. Sull’Ara si facevano sacrifici; si accendevano le candele e vi era un grande banchetto al quale tutti erano invitati. Il tutto a spese dello Stato.  Si giocava a Tombola e si prediceva il futuro secondo i numeri che uscivano. Ci si scambiava in dono lauro, mirto ed edera che erano i simboli di Saturno. Ma ad aspettare con ansia questa festa erano soprattutto gli schiavi. Finalmente liberi! Sì, per la durata delle feste veniva concesso a tutti di essere uomini liberi e uno schiavo, estratto a sorte, diventava princeps. Un re burlone che scimmiottava la classe nobile. Di solito vestito di rosso, colore degli dei, e con una maschera sul viso si trasformava in una sorta di divinità mefistofelica. Questa sovversione dell’ordine sociale sfogava in una festa sfrenata che serviva da rito catartico per le classi più povere, relegate tutto l’anno nel duro lavoro dei campi o nella schiavitù.

Ma come veniva estratto il Re? Si preparava una torta con fichi, datteri e miele che poi veniva distribuita al popolo e agli schiavi. Tra le varie fette si nascondeva una fava ed il fortunato che casualmente lo trovava era nominato re.  Questa tradizione arrivò prima in Francia e successivamente in Spagna, quando il re Filippo V decise di introdurla durante le festività natalizie.

Ed eccolo qui il re della festa! Attraversa i secoli  e torna prepotentemente nel tipico dolce spagnolo del 6 gennaio, arricchendosi della tradizione biblica dei Re Magi.  Ma cos’è il Rascon de Reyes? Una ciambella, decorata con frutta candida che, secondo la tradizione, dovrebbe ricordare i gioielli dei Re Magi. Sotto il vassoio della ciambella si trova una corona di carta, che andrà sulla testa del Re della Festa.

Ma per scoprire i segreti del dolce bisogna assaggiare il Roscón. E’ infatti all’interno che si celano due sorprese: la figurita e la haba. Una volta tagliata a fette la ciambella ogni commensale andrà alla ricerca della figurita, una piccola statuetta o giochino,  e chi la troverà diventerà il Re. Chi, invece, troverà la haba dovrà pagare l’intero dolce o farne un altro!

Non ci resta quindi che iniziare con la preparazione, nel caso abbiate trovato la haba! IMG_0891

Ingredienti: 300 g. di farina 00, 250 g, di farina Manitoba, 100 g. di margarina, 100 g. di zucchero, 250 ml di latte, 3 uova, una bustina di lievito di birra liofilizzato, 100 g. di frutta candida a scelta, 30 g. di mandorle a scaglie, la scorza di un limone non trattato.

Preparazione

Per prima cosa mescolate la farina 00 e la fatina Manitoba, dopodiché fate intiepidire 125 ml di latte, unite il lievito e 100 grammi di farina e lasciate lievitare per circa un’ora. Nel frattempo mettete la margarina fuori dal frigo per farla diventare a temperatura ambiente. Una volta che il composto è lievitato, unire la margarina, la farina rimasta, lo zucchero, la scorza di limone, il latte e le uova.

Unite a questo nuovo composto quello fatto lievitare in precedenza, mescolate e sistemate il tutto sopra ad una spianatoia infarinata. Impastate per circa cinque minuti, cercando di renderlo il più possibile omogeneo ed elastico; se necessario aggiungete altra farina, ma senza esagerare. Una volta che l’impasto risulterà pronto, trasferitelo in una ciotola unta con la margarina, incidetelo a croce, copritelo e lasciatelo riposare e lievitare per altre due ore.

E FATE ATTENZIONE AI DENTI LA FIRURITA E’ DURA!!!

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