All’ombra delle palme… Zenobia e la torta coi datteri!

A metà del terzo secolo, avrebbero riso in faccia a chiunque avesse provato a scommettere che quell’Impero, sarebbe stato in piedi altri 200 anni !  In Occidente c’erano le orde dei barbari  accalcati alle frontiere, in gara fra loro per chi le varcava prima  e più spesso. Goti, Alamanni, Franchi  sbucavano da tutte le parti e e non si sapeva più dove dirigere l’esercito. Anche perché i soldati su cui contare erano veramente  pochi! Gli altri erano  distribuiti su quella infinita linea di confine che dalle  Gallie e l’Europa del Nord cominciava  lentamente a scendere lungo la Pannonia   e la Dacia  per ripiegare più decisamente  verso Sud appena passata la Siria e l’Armenia, dove c’era da resistere al famelico regno dei  Parti, lo storico secolare nemico. E in quei lontani, spesso desolati avamposti, i soldati, nella loro ferma ventennale, si dimenticavano almeno un po’ di Roma, finivano per  prendersi le donne  del luogo e coltivavano l’orto a ridosso delle torri e dei bastioni di difesa.

Nelle  Gallie la situazione  andava a rotoli e visto che “i nostri” non ce la facevano ad arrivare, i Galli dovettero imparare con molta rapidità a difendersi da soli, coinvolgendo  tutti, cittadini e contadini... anche se non ne erano rimasti molti, perché la crisi mordeva da tempo e città e campagne  si stavano spopolando. Ma a  questo punto  Roma e il suo impero ai Galli non servivano più e se ne fecero uno tutto per conto loro. Era l’anno 258, nasceva l’ Imperum Galliarum e Postumo fu il primo imperatore.

 Ma questo era ancora ben piccola cosa in confronto a quello che successe in Oriente… Quando i Parti, in circostanze  per sempre oscure, con un  veloce, inaudito  blitz catturarono l’Imperatore stesso, notoriamente un Dio in terra! Non era mai successo  nella Storia di Roma e tutto l’Impero ne rimase  atterrito! Sembrava veramente la fine …  Shapur, il sadico sovrano dei Parti lo mise a lavorane come  operaio alla costruzione di una diga e lo fece sapere in giro. E dato che  era un mago della propaganda e della pubblicità fece  fare un grande rilievo rupestre, ben visibile a  tutti coloro che  capitavano da quelle parti, in cui erano ritratti lui  a cavallo e Valeriano prostrato e sottomesso. Così  anche chi,  da quelle parti  non c’era mai  andato, lo veniva a a sapere da chi c’era passato.

Roma si spese l’ultima carta che gli era rimasta… Il principe Odenato di Palmira,  valoroso soldato e Vir Consularis dell’impero. Lui del resto aveva tutto l’interesse ad allontanare i Parti che premevano su quell’ultimo lembo di Provincia Romana,  così aveva cominciato a inseguirli subito, mentre si ritiravano dopo aver catturato l’imperatore. Valeriano non lo ritrovò più nessuno, ma Odenato riuscì a colpire  quasi a morte l’esercito in fuga. Gallieno, il nuovo imperatore, che come  soluzione  aveva solo questo principe, ancora un po’ barbaro, lo riempì di titoli onorifici fra cui quello di dux romanorum, carica in sé pericolosa e conflittuale  che poteva spiazzare  il Governatore Romano perché in pratica riconosceva l’autorità regale del principe di Palmira su tutta l’area della provincia di Siria. Ma Odenato era un gran signore e le cose andarono benissimo. Rimise rudemente i Parti al loro posto, andandoli a insidiare direttamente dentro il loro  regno, restituì una boccata d’ossigeno al compromesso prestigio  dell’impero e  perfino un po’ di pax romana, di cui c’era veramente bisogno. Soltanto però fino al 267… Perché in quell’anno l’ ammazzarono… assieme al figlio maggiore.

L’altro figlio, Vaballato, era solo un ragazzino e fu necessario nominare un reggente. Naturalmente Zenobia, sua madre, l’adorata sposa di Odenato, bella, che dire bella era troppo poco, donna guerriera che era lo sgomento dei nemici… La Historia Augusta, una delle fonti  più note dell’antichità, racconta che  era ancora più coraggiosa di suo marito, che  aveva preso parte alle campagne militari, che guidava in battaglia i generali e poi beveva con loro… Sapeva anche governare, ma non aveva nessuna intenzione di farlo in nome e per conto dei Romani. Deboli come erano in quel momento, con tutte le forze impegnate contro i barbari, non ci mise molto a occupare tutte le province attorno alla Siria, la  Mesopotamia a est, la Bitinia sino al Mar Nero e l’Egitto a Sud. All’inizio recitò ancora la parte dell’alleata, ma quando tolse dalle monete di Alessandria, l’immagine dell’Imperatore, finalmente si capì che l’Impero Romano  era spaccato in tre… con le Gallie e il Regno di Palmira, ai lati ostili di un entità avvolta nel Caos.”La crisi del 3° secolo”, “I tre tronchi dell’Impero” così  dicono gli storici… Gallieno non fece in tempo nemmeno a mandare un esercito contro Zenobia perchè l’anno dopo che uccisero Odenato,uccisero anche lui…Mentre cercava di sconfiggere  Aureolo, l’ultimo ribelle di  quel tempo senza pace. Il suo successore Claudio il  Gotico non si sa di preciso  cosa fece, tanto era impegnato a combattere contro i Goti…  forse  mandò l’Ammiraglio Probo e in ogni caso… Zenobia lo  sconfisse.

 All’improvviso, quando tutto sembrava un buio senza fine, ci fu la schiarita… già, perchè Aureliano arrivò con  il suo culto solare … e il Dio Mitra ricominciò a proteggere le legioni romane.  Zenobia forse non ci fece nemmeno caso. Aureliano era alle prese coi Vandali, che cercava di intercettare in Pannonia e poi con gli Alamanni che erano sciaguratamente  già entrati in Italia.  Ma ci mise un solo anno e poi  mentre ordinava le mura  per difendere Roma partì  veloce per l’Oriente. Forse nessuno aveva capito quanto era freddo, determinato e capace. Zenobia gli mandò contro i  suoi terribili cavalieri  climbanarii che mettevano paura  già da lontano  completamente ricoperti  assieme al cavallo di metallo a scaglie. Aureliano non ci provò nemmeno ad affrontarli… Ordinò all’esercito di ritirarsi e si fece inseguire… Per ore andò avanti la fuga… finché i cavalieri di Zenobia non ce la fecero più… Era troppo pesante tutto quel ferro addosso…Mentre i Romani correvano leggeri.  Alla fine la vittoria fu facile.  Zenobia si ritirò prima ad Antiochia e poi a Palmira mentre Aureliano cercò  in tutti i modi di darle  qualche via di scampo. Perché adesso lui, rude guerriero, aveva un grosso problema… Temeva che il mondo intero si sarebbe messo a ridere del’Imperatore romano che combatteva contro una donna. Le propose di tutto, oltre la vita. Gioielli, denaro, cammelli, un luogo tranquillo dove vivere. Lui si sentiva palesemente ridicolo, ma a chi lo poteva raccontare… La cosa stava assumendo i contorni dell’Operetta ante litteram e  e Aureliano esitava a dare la stoccata finale.  Lui in fondo non era freddo e glaciale come Augusto che non si era fatto nessuno scrupolo ad affrontare Cleopatra… di cui Zenobia diceva di essere l’erede spirituale nella sua lotta di indipendenza dal dominio romano! Alla fine  la regina fece l’ultimo errore…Fu catturata di notte mentre scappava…  Un ultimo addio alla città e poi fu portata a Roma a seguire in catene il carro trionfale di Aureliano… Che però ebbe per lei un ultimo atto di gentilezza. Volle che le catene di Zenobia fossero d’oro….   Quello che successe poi è  molto incerto… Mentre non  si ebbero più notizie di suo figlio Vaballato, sembra che lei a Roma conobbe un generale romano che la volle sposare e Aureliano come dono di nozze regalò  una villa a Tivoli… La sorte di Palmira invece fu sicuramente tragica… Un anno dopo che Zenobia era stata portata via, la città  si ribellò ai Romani… Ormai aveva provato la libertà! E la reazione dei Romani, come sempre fu durissima, adesso poi che avevano risolto i problemi più gravi e stavano riunificando l’impero… erano ancora più spietati. Così distrussero le mura di Palmira e obbligarono gli abitanti ad andarsene. Ma Palmira  non ce la fecero a distruggerla completamente  e  molto della sua antica bellezza è ancora lì da vedere, come il colonnato lungo più di un chilometro che portava  al tempio di Baal, il teatro ellenistico con quelle linee spezzate  che si rompono l’una nell’altra, l’arco di Settimio Severo… La  sorgente di acqua sulfurea che aveva dato vita all’oasi e alle  famose palme che avevano poi dato il nome alla città non c’è più. Però c’è un sistema di irrigazioni  e i Palmireni, che vivono nel vicino paese, possono guardare anche tutti i giorni  quelle antiche colonne,  memoria ancora viva  della città carovaniera da cui  partivano le  spedizioni verso il grande  e misterioso Oriente.

Per ricordare Zenobia e Palmira, la ricetta più bella c’è sembrata questa torta tutta medio orientale che, con i datteri,  ci ricorda  l’oasi incantata  nelle cui acque si specchiavano,  ricche e verdi le famose palme.

TORTA DI DATTERIpiatto-pronto_dettaglio_ricette_slider_grande3

INGREDIENTI: 180 grammi di datteri snocciolati, 200 grammi di farina,  lievito ,cognac, 3 uova, 100 grammi di burro, 100 grammi di zucchero di canna, 4 pere medie,  75 grammi di zollette di zucchero, mezza bustina di lievito in polvere, mezzo bicchiere di cognac.

PREPARAZIONE:  sbucciate  soltanto 2 delle 4 pere, tagliatele a dadi e mettetele in una terrina assieme ai datteri spezzati, bagnate il tutto con il cognac, coprite con un foglio di pellicola trasparente e lasciate che gli ingredienti si insaporiscano, almeno per un’ora, ricordandovi ogni tanto di rimescolarli. Intanto lavorate il burro con lo zucchero di canna fino a ridurre il composto a crema, poi incorporateci la  farina passata al setaccio, un poco alla volta, seguitando a mescolare per evitare grumi, aggiungete il lievito, i tuorli delle uova e la frutta che nel frattempo dovrebbe essersi macerata nel cognac.  Montate a neve  gli albumi delle uova e aggiungeteli al composto rimescolando delicatamente. Preparate del caramello con le zollette di zucchero e due cucchiai di acqua che porrete sul fuoco, finché sciogliendosi non raggiungano il colore dorato.  Foderate  immediatamente, mentre il caramello  è ancora liquido, il fondo di uno stampo  con chiusura a cerniera e le sue pareti. Versate il composto preparato e fate cuocere in forno già riscaldato a 180°C  per 45 minuti circa. Sfornate la torta, fatela raffreddare, aprite la cerniera, posatela sul piatto da portata e decoratela con le due pere rimaste, tagliate a fettine sottili,appena bagnate di limone per non farle annerire.

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Rotolini di Cinghiale selvatico all’uva bianca, serviti con puré, verza stufata e castagne

640px-Rubens-Death-of-SemeleUna vita davvero avventurosa quella di Dioniso… fin dalla nascita e, anzi, per essere precisi, anche un po’ prima! Suo padre Zeus, infatti, aveva combinato un bel pasticcio  quando, tutto  parato a festa, nel  suo pieno  fulgore di fulmini e saette, era  apparso a sua madre  Semele e senza volerlo, in un baleno, è proprio il caso di dirlo, l’aveva incenerita. La poverina era incinta di 6 mesi  e il  maldestro padre, pieno di rimorsi e pentimenti, cercò  almeno di  salvare il bambino. Così se lo fece cucire  dal vecchio Efesto all’interno di una coscia e lì lo tenne per tre mesi a fargli  da incubatrice. Ma poi, appena nato, fu subito costretto a mandarlo lontano, per sottrarlo alle ire della sua gelosissima moglie Era. Fu così che  il piccolo Dioniso finì  sul Monte Nisa, allevato amorevolmente dalle  numerose Ninfe che lì avevano preso  la loro residenza. Iniziò da quel momento il suo destino, che dioniso_michelangelolo volle poi, per il resto della sua vita umana e divina, sempre circondato da bellissime fanciulle. Lo ritroviamo, appena cresciuto, che era un po’ fuori di senno e ogni tanto si abbandonava a terribili sfuriate o perfide vendette. I più dicono che si trattasse  di una maledizione della sempre gelosa Era, ma si può anche ritenere che avesse già cominciato a bere vino e ogni tanto  alzasse un po’ il gomito.

Comunque, in quel periodo, viaggiava molto col suo tutore Sileno e un gruppo di giovani donne, il suo corteo di Menadi che di giorno lo seguivano danzando attorno al suo carro e la sera bevevano e cantavano in coro. Ma  nulla di più sbagliato pensare  che il suo  andare per il mondo rientrasse nei viaggi turistici, organizzati per i gruppi, perché già nella sua prima tappa, sembra  in Egitto, dovette combattere contro i Titani, per fare un favore al Dio Ammon  a cui, quei perfidi, avevano rubato lo scettro. Poi si diresse verso l’India sconfiggendo  tutti i re che incontrava sul cammino, compreso la sventurato re di Damasco che fu  scorticato da Dioniso in persona. Solo dopo aver sottomesso tutta l’India, come benemerenza, lo resero immortale. Ma sconfiggere i nemici non doveva essere stato nemmeno l’obiettivo principale degli dei che lo avevano mandato, per così tanto tempo, in missione all’estero, perché, in realtà, in tutto il suo pellegrinare, il compito principale di Dioniso era stato quello di insegnare agli uomini a coltivare la vite  e a farne vino, perché, se pure in qualche paese, la vite già esisteva, fino a quel momento non era stata altro che una bella pianta ornamentale.

Più in là dell’India in quei lontani tempi, non era tanto facile andare e così Dioniso iniziò il suo viaggio di ritorno. Si hanno precise notizie che sia stato in Tracia, in Beozia e nelle isole dell’Egeo perché tutti questi posti rivendicano per  sé la prima coltivazione della vite, anche se si può ragionevolmente supporre che la prima tappa Dioniso l’abbia fatta anziché in Egitto, nel Caucaso, fra il Mar Caspio e il Mar Nero, dove sono state ritrovate  tracce di vino in grossi contenitori che risalgono a 9.000 anni a.C.

381px-Illustration_Vitis_vinifera0Comunque Dioniso, dopo essere stato a Creta, prese in affitto una nave per recarsi all’isola di Nasso, ma fu davvero sfortunato perché l’equipaggio era composto tutto di pirati. Fortuna che se ne accorse in tempo, così riuscì a catturarli, gettarli fuori bordo  e a trasformali in delfini, che, da allora, sono rimasti sempre lì, pronti a salvare i naufraghi, quando sull’Egeo soffiano i venti e si agitano le tempeste. Dioniso  invece in qualche modo arrivò a Nasso, ma lì non ebbe assolutamente tempo di occuparsi della vite perché all’improvviso si imbatté in una disperata fanciulla che piangeva tutta sola su uno scoglio. Chiedi e richiedi alla fine viene fuori che era  Arianna, la figlia del re di Creta, che aveva aiutato Teseo a uccidere il Minotauro nel labirinto, dandogli un grosso rotolo di filo, il cosiddetto filo di Arianna, con cui Teseo aveva ritrovato l’uscita dal labirinto  dato che, all’andata, a mano a mano che avanzava, aveva seguitato  a sciogliere il gomitolo. Chiunque altro sarebbe stato assai grato alla bella Arianna, ma non Teseo che, dopo essere scappato con lei da Creta, poi era fuggito da  Nasso nottetempo, lasciando Arianna sedotta e abbandonata. Dioniso di donne ne aveva conosciute tante, anzi ci viveva proprio in mezzo, ma Arianna fu l’unica di cui si innamorò follemente e per sempre. Forse aveva ragione Marilyn Monroe quando diceva [immagini.4ever.eu] marilyn monroe 152102n“Non correre mai dietro un autobus o dietro a un uomo, tanto dopo un po’ ne passa sempre un altro”. Così fu anche per Arianna che si sposò con Dioniso ed ebbe tre figli, che  per mantenere alte le tradizioni di famiglia si chiamarono, Enopio, “il Vinaio”, Euante,” il Fiorito” e  Stafilo, “il Grappolo d’Uva”.

E dovendo preparare, sempre nel rispetto della tradizione, una pietanza d’eccezione per il Capodanno è a Stafilo che ci siamo rivolti e con lui abbiamo ideato:”I Rotolini di Cinghiale Selvatico Brasati all’Uva Bianca con Puré, Verza stufata e castagne”

INGREDIENTI per 4 persone:

Per i Rotolini di cinghiale: 600 grammi di polpa di cinghiale, 200 grammi di lardo di Colonnata, 8 coste di sedano utilizzando solo la parte bianca più tenera, 4 cipolle, 4 carote, 4 foglie di alloro, 2 cucchiaini di  Timo, 8 bacche di ginepro, 2 rametti di rosmarino, 8 foglie di salvia, 40 chicchi di uva bianca,  vino rosso 3/4 di litro, brodo di carne 1 litro, , olio extra vergine di oliva, sale fino.

Per la verza stufata: 1 verza, 2 spicchi d’aglio, brodo vegetale, maggiorana, olio extra vergine di oliva.

Per il puré di patate: 100 grammi di patate, 2 decilitri di latte, 1 noce di burro.

Per  le castagne: 300 grammi di castagne.

PREPARAZIONE

Si fa marinare la polpa del cinghiale per 12 ore, immersa nel vino rosso, unitamente a : 4 coste di sedano, due carote, due cipolle  il tutto tagliato a minuscoli dadini non superiori e 3 mm di lato, aggiungendo 2 foglie di alloro sminuzzate, 1 cucchiaino di timo, 4 bacche di ginepro, tutti gli aghi staccati da 1 rametto di rosmarino, 4 foglie di salvia sminuzzate.

Tagliare a fette la polpa di cinghiale marinata, poggiare su ciascuna di esse una fetta di lardo di Colonnata e arrotolarle su se stesse. Fissare gli involtini con uno stuzzicadenti.

In una padella versare abbondante olio extra vergine d’oliva, le restanti 2  cipolle, le 2  carote e  le 4 coste di sedano tagliate grossolanamente  unitamente  alle restanti 2 foglie di alloro  intere, l’ultimo cucchiaino di timo, il rametto di rosmarino al  quale non vanno staccati gli aghi, le 4 bacche di ginepro e le 2 foglie di salvia. Non  usare assolutamente le verdure e le erbe utilizzate per la marinata, perché il loro sapore e la loro consistenza sono stati alterati nella lunga macerazione.

p66376nFate appena scaldare le verdure e le erbe e poi mettete in padella i Rotolini di cinghiale che verranno prima fatti rosolare uniformemente su tutta la superficie, poi sfumati con vino rosso e infine fatti cuocere coperti di brodo. Prima di togliere dal fuoco fate insaporire assieme ai rotolini per circa 2 minuti i 40 chicchi di uva bianca.

Per cuocere la verza fate scaldare in una padella un pò di olio extra vergine di oliva in cui fare appena imbiondire  2 spicchi d’agli. Subito dopo aggiungete la verza tagliata a julienne, salate, pepate, aggiungete un pizzico di maggiorana e coprite con il brodo vegetele sino a cottura ultimata che richiederà circa 40 minuti.

A parte cuocete in acqua bollente le castagne e a cottura ultimata togliete loro la buccia esterna e la pellicola interna. Al termine mescolare con la verza stufata.

Per il puré si lessano le patate in acqua bollente e a fine cottura si estraggono dalla pentola,togliendo la buccia, tagliandole a dadini e successivamente  mettendole nel passaverdura dove saranno ridotte in polpa. Si rimetteranno sul fuoco unendo la noce di burro, il sale e il latte  a piccole dosi sino a completo  assorbimento.

Servire in tavola i Rotolini di Cinghiale, dopo aver estratto gli stuzzicadenti, sopra il puré e contornati dalla verza mescolata alle castagne.

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Il Panettone

IMG_9732“Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me”   Per Gesù  erano già iniziate le ore più drammatiche della sua vita, ma non volle  manifestare la sua angoscia, anzi, cercò di passare in letizia quel tempo  che ancora gli restava, con le persone a lui care, invitandole tutte a un grande banchetto conviviale, che sarebbe stato l’ultimo, anche se gli altri ancora non lo sapevano. Forse c’erano più pani  su quella tavola, ma Gesù preferì che tutti mangiassero dallo stesso, per dare ad essi il senso della  fratellanza e dell’amicizia, nella totale “condivisione” di un bene comune.

“Fate questo in memoria di me” era la seconda parte del messaggio  e… dopo fu tutto più chiaro. Si sa, il banchetto serve per rafforzare i vincoli, rinnovare l’amicizia, trasmettere gioia e, nelle prime comunità cristiane,  fu proprio questo lo strumento che tenne  legate insieme  persone  spesso divise dalla razza, dalla  lingua o dal ceto sociale e così “Agape” chiamarono il loro banchetto per indicare l’amore reciproco che erano tenute a darsi. Fra i primi cristiani, oltre gli schiavi in cerca di riscatto c’erano molti patrizi e nobili matrone  in cerca di nuove esperienze e presto, i più ricchi, presero l’abitudine di portare piccoli doni per i più poveri. Ma il momento più solenne e unificante rimaneva sempre la “fractio panis,”  di cui abbiamo immagini fin dai primi secoli, in tutto l’Impero romano, dalle catacombe di Priscilla a Roma  alla tomba  di Costanza sul Mar Nero.

I cristiani allora non lo sapevano, ma avevano già messo insieme tutti gli elementi per  fare un “Buon Natale”

Ce lo conferma molti secoli dopo, Pietro Verri, l’illuminista che fu fra i fondatori del giornalismo italiano con la rivista “Il Caffè”. Lui, che di cronache se ne doveva intendere, ci racconta, nella sua “Storia di Milano”, di una tradizione già molto  vecchia nel 9° secolo: “A Natale, la famiglia intera si riuniva attorno al focolare attendendo che il Pater Familias spezzasse un “pane grande” e ne porgesse un pezzo a tutti i presenti in segno di comunione…” I milanesi, dovevano già avere, a quell’epoca il loro Panettone, un “pane grande” appunto, anche se non se ne erano ancora resi conto.

Risalgono, infatti al Rinascimento le storie e le leggende che codificano la nascita e la ricetta di questo dolce, simbolo di Milano e del Natale insieme. Pare che fosse il “Pan de Ton”,  cioè il pane riservato ai ricchi, che, tuttavia, una volta l’anno, nel giorno di Natale, i fornai distribuivano gratis anche ai poveri. Qualcun altro lo lega invece alla storia d’amore di un nobile giovane della Milano “da bere” del XV secolo. Ughetto degli Atellani faceva parte della cerchia del granduca Ludovico il Moro, di cui era il falconiere, ma di nascosto, poiché il rango non glielo consentiva, andava a trovare Algisa, la figlia di  fornaio di cui si era follemente innamorato. Ora, poichè gli affari della panetteria andavano proprio male, Ughetto, per dare una mano, prima si fece assumere come garzone e poi si andò a vendere i preziosissimi falconi del Granduca per comprare burro, miele e uva sultanina con cui, a Natale, preparò un “pane – novità” per sbaragliare la concorrenza. Inutile dirlo, il successo fu grande, il Granduca assaggiò il Panettone e gli perdonò il furto dei falconi, così Ughetto e Algisa vissero, come in tutte le favole che si rispettano, felici e contenti.

Un’altra storia ancora  fa nascere il Panettone sempre alla corte di Ludovico il Moro, ma come soluzione disperata, dopo che il dolce di ludovico_il_morogran gala, preparato dallo Chef di corte, fra una portata e l’altra del banchetto, s’era bruciato nel forno, dimenticato da tutti. Fu allora che lo sguattero di cucina offrì al cuoco un rustico dolce che aveva preparato per portarselo a casa sua.   Nonostante fosse poco più di un grosso pane, farcito con l’ ultima manciata di canditi e zibibbo avanzati dal sontuoso banchetto di corte, il nuovo dolce piacque assai agli invitati di Ludovico e poiché il giovane sguattero si chiamava Toni,  il dolce si chiamò “El Pan del Toni”.

Comunque fossero andate  in origine le cose, il Panettone è entrato  nella memoria collettiva, ormai da tantissimo tempo e non si contano più gli onori che gli hanno decretato. Nel 1800, quando  il Lombardo Veneto era ancora dominio austriaco, il Governatore di Milano lo andava a offrire di persona al Principe di Metternich, uno dei più autorevoli personaggi della corte austriaca e, subito dopo la seconda guerra mondiale, quando Milano guidava la rinascita economica e sociale della nuova Italia, era tradizione farne dono alle più alte cariche dello Stato.

Oggi, grazie soprattutto alla produzione industriale,- a cui, a cominciare dagli anni ’20 del XX Secolo, dette grande impulso Angelo Motta che ne salvò  comunque la genuinità e ne rafforzò il gusto,- il Panettone lo conoscono in tutto il mondo e ha ben poco bisogno di presentazioni, Questo “pane comune”, che a fine pasto ancora si posa in centro tavola, durante il ciclo delle feste natalizie, è rimasto di grande qualità e, anzi, un po’ per volta si è conquistato un pubblico sempre più vasto, costruendosi le sue  numerose varianti con le farciture di crema  o le coperture di cioccolato.

Ma per chi se lo volesse confezionare in casa e la cosa è possibile, offriamo una ricetta autentica che richiede solo  un pizzico di abilità e tanta pazienza.

Ingredienti e dosi per un panettone da 6/8 persone 30 grammi di lievito secco o compresso, 4 cucchiai di zucchero, 6 cucchiai di acqua, 6 tuorli d’uovo, 1/2 cucchiaino di sale, 300 grammi circa di farina, 200 grammi di burro, 6 cucchiai di scorsa di cedro candita, 6 cucchiai di uva sultanina.

panettone_classico_2_bigMescolate in una ciotola 6 cucchiai di acqua tiepida con 1 cucchiaino di zucchero e il lievito. Particolarmente importante è la temperatura dell’acqua che deve essere regolata fra i 40°e i 45°.

Lasciar riposare il composto per 2 o 3 minuti, poi rimestarlo per amalgamarlo uniformemente. Riporre la ciotola in un luogo tiepido e riparato, per esempio dentro il forno spento, ma chiuso e lasciarvela riposare per 3 -5 minuti per consentire all’impasto di aumentare il suo volume.  Se questo non avviene gettare via la ciotola e ripetere l’operazione con nuovi ingredienti.

Quando il lievito ha fermentato, travasarlo in un’ampia ciotola unendovi i 6 tuorli, d’uovo, il sale e il resto dello zucchero. Si aggiungono anche 180 grammi di farina divi- dendola  in tre volte e mescolando  con grande delicatezza gli ingredienti, con la mano, affinché l’impasto diventi morbido e appiccicoso, ma abbastanza consistente da formare una palla. Se dovesse presentarsi troppo morbido aggiungere un po’ di farina.

Ammorbidite ora 120 grammi di burro divisi in tre parti, che si uniranno una alla volta lentamente all’impasto, che a questo punto dovrebbe essere diventato pesante e filaccioso. Unire adesso all’impasto stesso altra farina fra i 50 e i 100 grammi  mescolandola con le mani finché esso non sia tornato compatto e omogeneo. Lavorarlo ora su una spianatoia infarinata per circa 10 minuti: deve diventare liscio e lucente e fare delle bollicine in superficie. Raccoglierlo nuovamente a palla e metterlo in una ciotola con un po’ di farina. Coprite con un piatto e riparatelo in un luogo tiepido (forno spento). Dopo 30 o 40 minuti, l’impasto dovrebbe aver raddoppiato il suo volume.

Appiatite la pasta con un pugno e incorporatevi delicatamente il cedro candito e l’uvetta sultanina ammorbidita in acqua tiepida e dopo, cercando di maneggiare l’impasto solo per lo stretto tempo necessario,perchè c’è il rischio che scurisca, rifate una palla da porre su una placca imburrata e fare un’incisione a forma di croce sulla parte superiore.

Imburrare abbondantemente un solo lato di una striscia di carta da pacchi pesante delle dimensioni di 62×12 cm e avvolgerla lentamente attorno alla base della pasta, con il lato imburrato all’interno in modo da calzarla perfettamente, creandole un diametro di 15 – 20 cm. Fissate l’estremità della carta con uno spillo o con una grappetta e mettetela nuovamente a lievitare. Dopo circa 15 minuti il volume della pasta dovrebbe essere quasi raddoppiato.

Spennellate la superficie con un po’ di burro fuso e cuocete nel ripiano centrale del forno per 10 minuti. Riducete il calore a 175°, spennellate la superficie del panettone con altro burro fuso e cuocete ancora per 30 o 40 minuti. Dopo circa 20 minuti che è in forno spennellate nuovamente con burro fuso. A cottura ultimata la parte superiore deve risultare croccante e molto dorata. Far freddare il panettone su una griglia e togliere la carta.

E’ pronto per essere portato in tavola.   2873228688_246d4a4b75_z