L’America di Jean Gabin e il cavolo ripieno!

Mériel … un piccolo paese con una stazioncina  e i treni  che vanno verso Parigi, sulla riva del fiume Oise. Jean che odiava terribilmente la scuola,  passava intere ore a guardare i treni. Li vedeva arrivare, fermarsi e ripartire ed era assolutamente affascinato da quella figura in tuta col berretto sulla fronte e l’aspetto di una divinità che dominava dall’alto. Per lui non c’erano dubbi, da grande avrebbe fatto il macchinista sui treni.  In effetti ci riuscì,  ma quando accadde aveva già 34 anni e fu per una sola volta… Perché la sua storia stava pendendo tutt’altra direzione. Il padre lavorava nel “Music Hall” e aveva l’abitudine  di portarsi  appresso quel ragazzino un po’ riottoso… e un po’ annoiato, con la speranza  che si appassionasse al  teatro. Ma a quel ragazzino, che proprio allora stava diventando un’adolescente,  furono le ballerine, belle e vivaci, sorridenti e poco vestite,  a fargli cambiare  idea e  trascinarlo in palcoscenico.

Una bella voce e una dizione chiara in teatro  sono la base, ma quel ragazzo era anche un danzatore formidabile ed era sempre  scrupolosamente puntuale… di sicuro i miti della ferrovia se li portava  nel cuore. Fu così che da “Le Folies Bergére” passò al “Vaudeville” e poi all’Operetta dove di volta in volta faceva la  guardia Egizia,  il pirata o il  controllore,… Al Moulin Rouge ci arrivò dopo aver fatto il servizio militare, improvvisando una splendida imitazione di Maurice Chevalier. Fra  gli addetti ai  lavori, per la selezione c’era anche Mistinguett… la prima delle sue donne famose! Molto tempo dopo disse:” Meglio entrare sempre dalla porta principale… E per me, Mistinguett  fu quella porta”

Personalità comica…tranquilla comunicativa… il suo futuro è l’Operetta comica”… dicevano i giornali, dell’astro nascente del Teatro, Jean Gabin. E invece fu cinema. Lui ci credeva poco, perché a parte quegli occhi così particolarmente chiari aveva una gobba sul naso e un fisico non eccezionale… Nonostante tutto quel ballo! Cose che spesso il cinema non perdona. Invece furono circa 20  film ,in meno di cinque anni,  in ruoli uno  più  diverso dell’altro con un buon successo e parecchi soldi. All’inizio li metteva da parte perché voleva tornare presto al suo paese e comprare della buona terra… L’altra sua passione  dopo quella delle locomotive!

Poi invece cominciò ad appassionarsi…E fu allora, agli inizi del 1934 che incontrò Julien Duvivier e a seguire  Jean Renoir e Marcel Carné, tutti gli astri del cinema francese. ” Il Giglio Insanguinato”, “Zouzou” con l’incantevole Josephine Baker,” Golgotha” che divenne un classico della settimana di Pasqua e “Varietè,” sono i film “Prelude”  del massimo della sua fama,  di quelli che verranno a ragione soprannominati i “Gloriosi anni Gabin, fra il 1935 e il 1940. Nel “Realismo  Poetico” che arriva direttamente da Zola e i Miserabili, Gabin lascerà alcune interpretazioni così perfette nella loro essenzialità e nel loro realismo, dalle quali non si potrà più prescindere quando si parlerà di cinema.  Gabin è l'”eroe tragico”, il  fuorilegge, spesso suo malgrado, vinto, o destinato a essere sconfitto, dal fato prima ancora che da una società spietata. Pierre, il protagonista de “La Bandera” sfuggirà alla legge francese, ma morirà per mano di un ribelle, i compagni de L’Allegra brigata” fanno tutti una fine così triste che Duvivier fu costretto a girare una versione con il lieto fine. Solo “Les Bas-Fonds”  si conclude con un finale appena  rasserenato, dove il protagonista deve comunque farsi prima un po’ di anni di carcere … Pepé le Moko, il bandito   di Algeri che si suicida… mentre parte la nave che va a Parigi, la patria della sua nostalgia … giù giù fino al “Porto delle  Nebbie,”con  il basco  della Morgan, il nuovo amore di Gabin, in gara con lui per gli occhi più celesti, gli schiaffi  a Brasseur,  i paesaggi di vento, il mare livido e la brutale morte del disertore  Gabin, ammazzato come un  cane in mezzo alla strada. Improvvisamente Gabin ha 34 anni e in una bellissima soggettiva entra sul treno in corsa nella stazione di  Le Havre.  Ha gli occhialoni e il volto è sporco di fuliggine, ma è solo la gioia di un momento… Non l’aveva immaginata così la sua vita di macchinista…  Con il personaggio Lettier, vittima di una tara  che lo porterà a uccidere la sua amante e poi suicidarsi.  Alla fine della serie, forse il film capolavoro, in quell'”Alba Tragica,” dove l’operaio assassino si suicida  dopo una notte in flash back, dove è passata tutta la sua vita e il suo amore.

Ma prima c’era stata “La Grande Illusione” un film diverso, che narra la storia di due prigionieri di guerra che alla fine riusciranno a evadere. Sembra un film a lieto fine, ma c’è quella parola “illusione” che fa tremare… Chissà qual’è la grande illusione? La fine della guerra, che non finisce mai, il desiderio di libertà degli evasi, troppe volte frustrato o la scelta dei due tedeschi che rinunciano a sparare, in una specie di pace separata?

In ogni caso  la vera illusione a quel tempo era la pace! E appena tornò la guerra Jean Gabin  se ne andò, scappò letteralmente, sotto l’incubo degli stivali. Quando arrivò in America aveva una fisarmonica e una bicicletta da corsa.  E in America c’era Marlene Dietrich, l’odio  comune contro il Nazismo e una passione d’amore che li consuma. ” Tutto quello che voglio darti è il mio amore. Se tu lo rifiuti, la mia vita è finita per sempre. Ricordati, però, che al di là della morte ti amerò ancora…». Abitano a Brentwood nella casa  affittata da Greta Garbo, dove lo scrittore Dos Passos dice che l’ attrice si comporta come una brava casalinga tedesca, dove  approdano tutti gli esuli francesi, primo fra tutti Jean Renoir,  che adora i cavoli ripieni e il bollito preparati da «Lola». Gabin spesso si calca un berretto in testa e canta “Viens, Fifine” con le lacrime che cadono sulla sua fisarmonica.

 Ma appena c’è aria di riscossa Gabin  non può mancare e alla fine del 1942  si arruola nella Forze libere francesi. E’ stato un fuciliere di marina, lo nominano subito nostromo. Partirà con il caccia francese Elorn per scortare  un convoglio. ll giorno della partenza vanno  lui e Marlene a Norfolk, un viaggio interminabile, tutto lacrime e baci… Ci vollero parecchi anni prima che si incontrassero di nuovo! Fu  nel ‘ 44,  quando lui era il comandante di un carro armato e  lei andò a cercarlo nei boschi. Era arruolata nell’ esercito americano e se i tedeschi l’ avessero presa, l’ avrebbero fucilata come traditrice. Ci mancò poco. Nel dopoguerra, dopo un film fiasco “Martin Roumagnac” la loro storia giunse alla fine.

Lui era precocemente invecchiato, aveva i capelli grigi e si era appesantito. Pensò di non aver più niente da fare nel cinema… Ma si sbagliava, Gabin era sempre Gabin  e trovò una nuova giovinezza  nel 1950! Dopo una felice parentesi teatrale, fu infatti il protagonista di La Marie du Port, un film tratto da un romanzo di Simenon e diretto da Marcel Carné.  Qui la storia è quasi ironica, un borghese arricchito molto sicuro di sé e del suo ristorante ben avviato, insieme a questa “Marie” che conquisterà sia lui che il suo locale. Gabin si presenta un po’ più grasso e molto cordiale per il congedo  finale dai poveri tormentati dei film precedenti. Ed è una grande prova  per l’accoppiata Gabin-Carné che dieci anni dopo  Alba tragica  si dimostra ancora validissima. Gli anni 1949-50 sono importanti nella vita di Jean  perché dopo due matrimoni falliti e alcune celebri amanti, conoscerà Dominique Fournier, una indossatrice della casa Lanvin. Questa volta non vi saranno dubbi, si sposeranno e saranno felici con tre figli  e come nelle migliori favole. La sua carriera prosegue incontrastata con  Touchez pas au grisbi, nella parte di un ladro un po’ stanco che vorrebbe andarsene in pensione accanto alla bella Jeanne Moreau,  e  con  L’air de Paris, un film sull’amicizia fra due pugili, uno anziano e l’altro molto più giovane  con la voce di Yves Montand che canta il motivo del titolo.  E poi i film cominceranno a non contarsi più. Di successo in successo e dopo tanti personaggi lontano dalla legge, alla fine Jean Gabin capitolerà e diventerà il mitico “Commissario Maigret”il più amato poliziotto della Francia, tutto deduzione, pipa e umanità.

Quando morirà la  Marina francese  volle rendere all’illustre figlio  di Francia gli onori che si era meritato in guerra. L’urna con le ceneri venne  portata a Brest  su una nave militare  per  compiere  ciò che lui desiderava intensamente. Fu  un finale anche troppo solenne, e forse a Jean non sarebbe piaciuto, ma era  il prezzo della fama mentre una parte della storia di Francia  se ne andava.

Gabin lo vogliamo ricordare nel suo esilio americano, quando  la donna più bella del mondo non gli era sufficiente per dimenticare la Francia e lei Marlene cercava di alleviare l’esilio suo e dei suoi amici cucinando  per loro il “cavolo ripieno”, per farli sentire un po’ meno soli e un po’ meno lontani.

CAVOLO RIPIENO

INGREDIENTI  per 4 persone: 1 cavolo verza di circa  1kg,250 grammi di carne bovina tritata,  150 grammi di salsiccia, mollica di pane 30 grammi, 1 bicchiere di latte, 2 uova, 4 cucchiai di parmigiano grattugiato, sale e pepe a piacere, noce moscata,i pizzico abbondante, 50 grammi di burro,  1 cipolla, 1 carota, olio extra vergine di oliva 3 cucchiai, brodo vegetale 300 ml, 1 foglia di alloro,

 PREPARAZIONE: togliete al cavolo le foglie esterne più dure, scottatelo per pochi minuti in acqua bollente salata, scolatelo e aprite delicatamente le foglie cominciando dal centro. Per preparare il ripieno unite alla carne tritata la salsiccia sminuzzata e la mollica di pane precedentemente bagnata nel latte e poi strizzata. Aggiungete le uova, il parmigiano, il sale, il pepe, la noce moscata e amalgamate tutti gli ingredienti. Mettete un po’ di ripieno al centro e dopo aver richiuso su se stesso il centro inserite altra carne fra gli altri strati di foglie premendoli dopo  leggermente fino a richiudere l’intero cavolo che  infine legherete con spago bianco da alimenti in modo che durante la cottura non fuoriesca il ripieno. Fate sciogliere burro e olio in una pentola, unite la cipolla e la carota a fettine,mettete nella pentola il cavolo spolverato di sale e pepe, coprite con il brodo e aggiungete la foglia di alloro, coprite e fate cuocere per circa 40 minuti. Servite il cavolo accompagnando con il fondo di cottura ristretto.

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Saint Honorè ai Lamponi… al Moulin Rouge!

carnevale-tropicale-parigi-2012All’inizio i mulini erano due e giravano al vento che soffiava forte sulla collina di Montmartre! Poi li mandarono in pensione ma durò poco, perché  in un precoce recupero archeologico lì, trovò posto, un ristorante che si trasferiva all’esterno nella bella stagione dove ballare e  divertirsi  era  un  dovere morale. Un gioioso disordine pieno di gaiezza e di vivacità che divenne presto meta dei pittori, forse per quei bagliori di luce calda che brillavano sulle facce dei ballerini e delle ragazze sedute sulle panchine. Mitico Moulin de la Galette, immortalato  da Renoir e tanti altri, che fu l’ispiratore del più famoso Moulin, quello Rouge, che come tutti i figli immemori e ambiziosi finì per soppiantare il padre. In quello Rouge, il Mulino ovviamente era falso e posticcio perché  alla base della collina non tirava nemmeno un alito di vento, ma questo non impedì al locale di navigare subito a vele spiegate. Il primo miracolo lo fece “La Goulue”, la ballerina rapita da Touluose – Lautrec al Moulin de la Galette, che poi, per compensarla la immortalò  nei suoi vorticosi manifesti! Fu lì che la Goulue  esasperò il Can Can in un ritmo indiavolato dove,  l’agilità e la grazia acrobatica delle ballerine, arrivavano al culmine dell’ossessione con la fatidica “Mossa” che, i buoni borghesi della  ricca Parigi  industriale,  aspettavano avidamente ai tavoli rotondi, col grosso sigaro piantato fra le labbra.

Cafe Chantant, Teatro, Ristorante, era cominciato  tutto con il Can Can  e poi non ci fu più tregua al Moulin Rouge, almeno sino agli anni ’30 L’Operetta avrà lì uno dei suoi ultimi templi con le musiche di Offenbach, gli incantesimi della leggerezza e del buon umore, mentre si avvicinava il ciclone Mistinguett e la sua danza acrobatica,  “la Valse Chalouppe” . Il Moulin Rouge divenne una sola enorme, ricchissima scenografia  al centro della quale appariva  Mistinguette  con un’ acconciatura di piume più alta di lei e una verve così inesauribile  che fini per dettare, dal palcoscenico, uno stile di vita che, assieme alle favolose gambe, divennero un simbolo della storia di Francia.

Appena dopo, arrivò Josephine Baker e Parigi andò in visibilio. Aveva solo un  gonnellino di banane, il ritmo tutto nuovo del Charleston e le sue canzoni piccanti …  Di fronte alla scatenata ragazza  americana finì un attimo, nell’ombra, persino Mistinguett!

Poi  alla fine degli anni 30 l’Europa e Parigi non furono più le stesse e una cappa di solitudine e di dimenticanza cominciò a intristire il Music Hall. Ci vollero anni dopo la fine della guerra perché  si riacquistasse un po’ di buonumore e soprattutto di leggerezza. Al Moulin Rouge  il miracolo lo fece un coraggioso personaggio George France soprannominato Jo France, che riusci a restituirgli il  vecchio fascino e le indimenticabili serate… così ineguagliabilmente parigine. Si aggrappò a tutto e si seppe muovere con estrema disinvoltura fra serate danzanti, gala e feste di beneficenza e fu addirittura epocale  il “Bal de petits  lits blancs” del 1953, per il quale arrivarono 1.200 vedettes e artisti da tutte le parti del mondo.

Piaceva anche a Edith Piaf cantare al Moulin Rouge… Perchè era un luogo di gioia e in quel posto magico lei, la cantante dalla vita difficile, con la  voce dai toni ora aspri e ora dolcissimi, riusciva a trasmettere all’immenso pubblico, la sua inguaribile gioia di vivere.

Dopo arrivarono tutti, l’astro nascente Yves Montand, Charles Trenet, Charles Aznavour, Bourville… Elvis Presley, quand’era aParigi, non mancava mai di passare al Moulin Rouge.

E oggi ? Oggi Parigi è più Moulin Rouge che mai! Non c’è un attimo di sosta e ora che  in città è tornato il Carnevale, per poter mettere piede  al Moulin Rouge, nel grande  mese di febbraio, occorrono mesi di anticipo di prenotazioni.

E’ finalmente tornata la grande rivista, quella della tradizione, dove l’indimenticabile Can Can la fa  ancora da padrone. La danza col tempo è diventata sicuramente più raffinata e meno popolaresca, ma è sempre inconfondibile, con le coreografie sempre più raffinate e osè  che  però non hanno mai perso quella caratteristica acrobatica che ha fatto grande il ballo. La rivista attuale è un grande Musical  che si chiama Féerie e si compone di 4 scene principali accompagnate da 69 brani musicali con cento artisti fra ballerini, acrobati, maghi, e le Doriss Girls, che riprendono lo stile dei  balli di  di Las Vegas. Nella migliore  tradizione del tempo d’antan, al Moulin Rouge si mangia e si beve  mentre si vede lo spettacolo.  E, proprio come una volta, ci sono lo Champagne e menu di gran classe. In uno di questi, esclusivamente  dedicato al Carnevale 2013, abbiamo   trovato la “Torta Saint Honore ai lamponi” che, nel suo armonioso gioco di colori e nella sua elegante presentazione, vi presentiamo fra le nostre ricette.

TORTA SAINT – HONORE’ AI LAMPONI (per 6 persone)

INGREDIENTI  per la pasta sfoglia e  la pasta dei bignè: burro grammi 200, farina grammi 225, acqua grammi 125, sale 1 pizzico, 2 uova, zucchero 100 grammi, glucosio 1 cucchiaino.

INGREDIENTI per la crema pasticcera: 5 tuorli d’uovo, 150 grammi di zucchero, 100 grammi di farina, 1 litro di latte,  1 punta di vanillina, 2 fogli piccoli di colla di pesce, 1 cucchiaio di cognac e  1 cucchiaio di marsala.

INGREDIENTI per la decorazione: 300 grammi di lamponi

PREPARAZIONE: con 150 grammi di burro e 150 grammi di farina preparate la pasta sfoglia, poi  spolverizzate  di farina il tavolo e stendete la pasta all’altezza di circa un centimetro, in forma tonda.

Appoggiate un coperchio del diametro di 25 cm sulla pasta e togliete attorno la pasta eccedente lasciando tuttavia un centimetro di pasta superiore alla circonferenza del coperchio stesso. Stendete la pasta su una placca da forno leggermente unta di burro e punzecchiatela qua e là con una forchetta. Cuocete la pasta in forno a 180°C per  circa 15 minuti e poi lasciatela raffreddare. Appoggiate nuovamente il coperchio sulla pasta cotta e  togliete,questa volta completamente, la pasta eccedente.

Cominciate a preparare la pasta per i bignè con il resto del burro e della farina, 1 pizzico di sale e e le uova e quando è ben amalgamata mettetela in una tasca di tela con bocchetta rotonda liscia e di un centimetro di apertura. Ungete leggermente di burro la placca da forno e facendo pressione sulla tasca fate uscire l’impasto a formare delle pallottoline della grandezza di una noce ciascuna, da sistemare sulla placca a debita distanza l’una dalle altre.

Fatele cuocere a forno caldo di 180°C per circa 15 minuti, assicurandovi  che siano ben cotte prima di toglierle dal forno, perché altrimenti si sgonfiano. Quando saranno fredde con delle piccole forbici praticate sù di esse una piccola incisione per poi introdurvi la crema.

Per preparare la crema mettete in una casseruola lo zucchero e i tuorli di uovo, mescolate e aggiungete la farina e la punta di vanillina. Mettete sul fuoco il latte e quando sarà quasi bollente versatelo un po’ per volta sull’impasto con una frusta. Mettete il tutto sul fuoco e, mentre la crema si addensa gradatamente, portatela a bollore e lasciatela cuocere ancora 5 minuti. Mentre si fredda mescolatela di tanto in tanto per evitare che si formi la pellicina.

Mettete la crema in una tasca di tela con apertura di un centimetro e versatene un po’ in ciascun bignè. Mettete ora in una casseruolina lo zucchero, bagnatelo con 2 cucchiai di acqua, uniteci il glucosio e fatelo caramellare. Toglietelo dal fuoco e immergetevi uno alla volta con le dita  e solo in parte i bignè, poi  sistemateli in tondo sul disco di pasta sfoglia, con la parte non coperta da caramello in basso. Al centro ponete tutta la crema rimasta e adagiatevi i lamponi sopra. A piacere potete decorare ciascun bignè con un pezzo di lampone.

Rigo Jancsi a Budapest… Dolce come l’amore!

Arch Bridge Across the DanubeSuo padre Eber Brock Ward  era diventato ricco assieme a Detroit, fra l’acciaio, i battelli a vapore e  la rete dei  trasporti sui Grandi Laghi. Poichè era l’uomo più ricco di tutto il Midwest, quando  Detroit divenne la Parigi dell’Ovest, lui fu il primo milionario in Clara_Ward2città. Invece non fu  altrettanto fortunato con i figli. Quelli del primo matrimonio avevano grossi problemi psicologici … Gli ultimi due Clara e Thomas, non fece in tempo a vederli crescere… e forse fu un bene  perché erano così scapestrati ed eccentrici che ne avrebbe sofferto parecchio. Clara era bellissima e a 17 anni aveva già trovato marito… un principe belga in visita a Detroit.  Joseph Caraman – Chimay,  amava la musica, tirava di scherma ed era membro della Camera dei deputati del Belgio. Aveva  15 anni più di Clara ed era bruttino, ma sul momento nessuno ci fece caso. Era troppo  gossip e appassionante quel  matrimonio, simbolo del secolo, dove  la ricchezza del Nuovo Mondo trovava la sua giusta collocazione fra la nobiltà più illustre d’Europa.

Ma, nonostante i due figli, già nei primi anni di matrimonio Clara si doveva annoiare parecchio in quel piccolo paese feudo di Chimay… Appena un po’ divagata dalla corte che le faceva il cugino di suo marito, il re Leopoldo II del Belgio. Solo in vacanza a  Parigi si  sentiva bene, con l’alta società ai suoi piedi, i locali alla moda e i ristoranti di classe dove Escoffier, il principe dei cuochi, le dedicava  le “Oeufs a la Chimay e il “Poulard Chimay.”BeFunky_clara

Poi una sera, tutto quel castello che, più che principesco, era di carta, crollò all’improvviso, in uno di quei ristoranti a la page, dove la live – music si faceva a colpi di violino tzigano! Lui aveva tutto intero “le phisique du role” occhi neri di fuoco e camicia bianca da zingaro, violino solista e una  vita avventurosa  nei migliori locali  d’Europa. Clara ci mise pochi minuti a innamorarsene perdutamente e alla fine della canzone, si sfilò dal dito il suo prezioso anello di fidanzamento e  lo regalò a Rigo Jancsi sotto gli occhi allibiti del  principe. Anche perché, in fin dei conti, quell’anello a Clara glielo aveva regalato lui.

A seguire, come obbligo delle relazioni extra coniugali  parecchi incontri segreti e a coronamento… La fuga! Lo scandalo fu grande e i giornali dell’epoca si buttarono famelici sulla notizia che non risparmiò nemmeno l’America dove il Record Ludington nel Michigan iniziò i servizi con la xilografia di Clara e il titolo “Via con lo zingaro!” Poi nei numeri successivi  la curiosità e lo scandalo furono mantenuti a lungo vivi con il resoconto dei posti dove si spostava la coppia in fuga attraverso mezza Europa. Mentre l’alta società era sbigottita e scandalizzata, per il popolo ungherese Jancsi e Clara divennero due eroi. Li doveva proteggere la polizia ogni volta che apparivano in pubblico fra due ali di folla 20071113164455_Clara_Ward,_Cabinet_Card1impazzita.

Clara, con l’amore per Jancsi era entrata ormai in un altra dimensione, quella dello spettacolo, sicuramente più vivace di tutta la sua vita passata. Così regalò a Jancsi un violino da favola e poi si fece accompagnare  dalla sua musica la prima volta che cantò in pubblico a Budapest. E fu proprio a Budapest  che avvenne, fra tante amarezze e incomprensioni, la cosa forse più dolce di tutta la storia tl_230d’amore. A Budapest i due innamorati alloggiavano nell’Hotel Nemzeti Szallo che è ancora lì da vedere nella sua  esplosiva miscela  eclettica  di Art Nouveau e  arredo contemporaneo e sembra che sia proprio qui, che Jancsi, in onore alla sua bella, si sia inventato, con l’aiuto di un amico pasticciere  quel sogno al cioccolato che è considerata “la Regina” della pasticceria ungherese, il “Rigò Jancsi”… Due fette di Pan di Spagna al cioccolato fra i quali mollemente si adagia un  morbido strato di cioccolato e  panna.

Clara e Jancsi si sposarono nel 1898 e lei si esibì  senza più remore in spettacoli veramente audaci per quei tempi. Alle Folies Bergeres  e forse anche al Moulin Rouge appariva spesso in scena in calzamaglia rosa carne…  E non ancora contenta si inventò una sua forma d’arte che definì “Poses Plastiques” in cui, in una serie di fotografie e cartoline,  appariva in pose statuarie o insolite e spesso in abiti succinti. Il Kaiser Guglielmo II vide le cartoline e… si turbò! ” E’ una bellezza inquietante,”disturbing”” disse e ne vietò l’ingresso in Germania. Toulouse Lautrec, invece, che probabilmente la vide al Moulin Rouge, dove lui era di casa tutte le sere, rimase affascinato dalla bella e scatenata  Clara e, senza alcuna moralistica pruderie, volle dedicare a lei e a Jancsi una vivacissima sintetica litografia,”Idille Princére”

Poi come tutte le cose belle anche l’amore fra Clara e Jancsi finì…Di lui non si seppe più nulla, lei ebbe altri amori e se ne andò via presto, proprio mentre finiva anche quel pazzo tempo della” Belle Epoque” che in lei ha avuto una delle  più insolite e originali interpreti.

Ma la torta è rimasta. Calda, colorata ricca, anche lei mirabile interprete del tempo felice e spensierato della Belle Epoque! Un successo che non ha mai conosciuto crisi e anche quando non  ci fu più l’Impero Austro – Ungarico  Rigò Jancsi seguitò ad avere cittadinanza  piena in tutta Europa.

RIGO’ JANCSI (per una mattonalla da cm 20 x 20)

INGREDIENTI  per il pan di Spagna: burro gr. 100, zucchero a velo gr.80, uova 4, cacao 20 gr., cremor tartaro 1/2 cucchiaino.

INGREDIENTI per la farcitura:  cioccolato fondente (70%) 100 gr., panna fresca 600 ml, zucchero a velo 50 gr.100_1017

INGREDIENTI per la copertura: gelatina di albicocche,cioccolato fondente (70%) 150 gr.

PREPARAZIONE:  per realizzare il Pan di Spagna,cominciate a separare le uova dividendo i tuorli dagli albumi poi montate il burro con una frusta e metà dello zucchero sino a renderlo una spuma bianca e soffice e incorporatevi i tuorli uno per volta. Aggiungetevi gli albumi già montati a neve con l’altra metà dello zucchero e il cremor tartaro e incorporate al composto la farina e il cacao ben setacciati allo scopo di evitare grumi. Su una teglia di cm 40 x 20 cm, coperta da carta da forno stendete e livellate il composto e cuocete in forno preriscaldato a 180°C  per 20 minuti circa.

Al termine della cottura sfornate e, prendendo due angoli della carta da forno, rovesciate rapidamente il tutto su un altro foglio steso sul piano. Partendo da un angolo staccate  ora la carta da forno di cottura e rovesciate nuovamente il Pan di Spagna su una griglia dove si raffredderà perdendo l’umidità. Quando si sarà raffreddato tagliare la pasta in due parti uguali delle dimensioni di 20 cm x 20 cm.

Cominciate ora a preparare la farcitura: fondete il cioccolato, lasciatelo raffreddare un po’ ed aggiungetevi un po’ per volta 50 ml di panna intiepidita usando una spatola (L’ideale sarebbe avere cioccolato e panna alla stessa temperatura). Montate il resto della panna con lo zucchero a velo e poi con una frusta incorporateci il mix di cioccolato e panna già preparato. Trasferite il composto in un “sac a poche” con bocchetta liscia di misura grande e distribuitela uniformemente su uno dei due pezzi di Pan di Spagna. Coprite con molta delicatezza con l’altro pezzo di Pan di Spagna mantenendo un’altezza uniforme su tutta la superficie e con un raschietto corto di plastica lisciate tutti i laterali della torta.Con poca gelatina di albicocclucidate la superficie della torta e spostatela nel vassoio da portata.Mettete in frigo mentre preparate la decorazione.

Per la decorazione ritagliate delle strisce di acetato per uso alimentare sulle  quale stenderete il cioccolato fondente stemperato al calore. Quando il cioccolato si sarà solidificato,ma non del tutto indurito, con una lama lunga e sottile tagliate tanti quadrati uguali quanti sono necessari per coprire la torta. Lasciate raffreddare i quadrati,distaccateli dall’acetato e poggiateli sulla superficie della torta ricoperta di gelatina lasciando uno spazio sottile fra un quadrato e l’altro,per i tagli a porzione,che avverranno quando la torta sarà ben fredda.

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