Rodgrod alla panna, un dolce della sua terra per Lars von Trier!

I genitori ne volevano fare uno spirito libero  ed è diventato un cacciatore di regole… Non volevano imporgli nessuna disciplina e lui si è flagellato con l’auto disciplina… Si batteva  per un cinema “puro e duro” … Essenziale e  molti suoi film  sono  ridondanti melo… Molti non lo capiscono, qualcuno si spaventa,  altri ridono  durante le proiezioni… Ma poi, soprattutto a Cannes, dove arriva il cinema più nuovo e d’avanguardia, l’hanno sempre riempito di premi … E’ Lars von Trier,  il regista che  dalla metà degli anni ’80 ha rivoluzionato  il modo di fare cinema…  Che può essere antipatico, saccente, irrispettoso,  ma è  completamente pieno di talento. Dopo Dreyer, dicono,  nel cinema danese c’è stato solo lui…   Un personaggio strano, pieno di contraddizioni.  Fa l’anarchico  e poi  si aggiunge quel prefisso nobiliare di “von”… Forse  accarezza il suo snobismo o forse serve a dargli  qualche sicurezza  di cui ha bisogno, in mezzo alle sue   angosce  e alle sue paure quotidiane…  In realtà  poi delle sue  paure  ne fa altrettanti  “trasfert”   sull”ignaro spettatore, che  coinvolge nelle sue allucinate trame,  al di là del bene e del male.

Come ha detto lui stesso, con  sfrontato sarcasmo, è “vittima di un’enorme auto-venerazione,” così, quando comincia a fare  lungometraggi, si presenta con una Trilogia.. che racconta strane storie  di un’Europa  malata…

“L’elemento del crimine” è un film che da fastidio…. C’è un detective, infatti, di nome Fisher  che deve  rintracciare un  serial killer e, per trovarlo,  va a mettersi nella testa del criminale … Vuole capire le sue mosse e i suoi comportamenti,  ma finirà invece per identificarsi con l’assassino e  comportarsi, lui stesso, come un serial killer… Una totale confusione dei ruoli, mentre il male  investe il bene ed elimina ogni separazione … E per mettere in ulteriore disagio lo spettatore,  Von Trier comincerà a sfoderare le sue regole noir  con un’assurda  atipica messa in scena, dove l’ambientazione è sempre notturna, i bagliori dell’acqua irreali e l’ uso sfrenato del colore giallo  serve per inquietare … Nè miglior sorte sarà riservata all’eroe del film successivo “Epidemic” il medico che,  mentre sta arginando  un’epidemia, si accorgerà con orrore di essere lui stesso a trasmetterla, mentre la parola “epidemic” rimarrà come un timbro a disturbare tutte  le scene ..Memoria  invadente del male da cui non si sfugge…   La sfrenata trilogia si chiuderà con Europa,  ambientato  nella  Germania distrutta dalla seconda guerra mondiale… Lì nella continua confusione dei ruoli  sarà difficile relegare il male ai soli ex  nazisti, spaventati e nascosti e dare la patente di buoni agli americani che, ottusamente,  mitragliano i partecipanti ad un funerale, solo  perché  c’era  il divieto di assembramento. Sono film duri, pesanti come macigni,  ma è un modo nuovo di fare cinema… Lars Von Trier è coraggioso, fuori dalle convenzioni e fa riflettere…

Dopo  quest’irruzione sulla scena  Lars von Trier comincerà   a prendersela  con le forme  e i modi di fare cinema…Soprattutto con lo sfarzoso e tecnologico cinema Hollywoodiano…   All’Odéon di Parigi, legge il manifesto di “Dogma 95″…  Vuole un ritorno purificato al cinema delle origini.. E con un’uscita plateale se ne va gettando in aria volantini rossi con le regole  del suo “Decalogo”   “Niente più scenografie, la scena sarà solo un palco nudo,  vietate le musiche, gli unici suoni saranno quelli reali,  la camera  da ripresa sarà solo a mano, al bando filtri e trucchi ottici, vietato il nome del regista perchè il film è un atto corale… e via di questo passo..”.  Dogma ’95 è una teologia, un reale ed effettivo dogma di fede con il suo carattere di indiscutibilità…   E non importa se rischia di distruggere il cinema.

Però subito dopo aver dettato le regole von Trier avrà un sussulto anarchico, e con l’altra parte di se stesso  si  dimenticherà di applicarle…”Le onde del destino”  è tutta un’altra cosa… Una storia d’amore visionaria e assurda dove l’ingenua  Bess  per comandamento divino si prostituirà  per salvare la vita all’adorato marito… Un’insolita morale e una  pellicola  emozionante…Il pubblico piangerà a lungo… A Cannes prenderà due premi.

E neanche il film che verrà  dopoDancer in the Dark,” con la pop star islandese Björk,  si preoccuperà di rispettare le regole… Lui che voleva abolire le musiche nei film  stavolta farà un musical, nero… Ma musical! E’ un melo “strappalacrime,”  che non risparmia nessuna scena madre! La storia di un’operaia che arriva in America dalla Cecoslovacchia e scopre di essere affetta da una cecità progressiva che si potrebbe estendere   al figlio… Tragico e agghiacciante, il film è una  provocazione  e una dura condanna  alla vita in stile America…

“Dogville”, film cult ha molto Dogma dentro di sè … Un’assenza quasi totale di scenografia… Con le case della cittadina solo disegnate per terra…   Grande uso della parola e dei gesti, ma niente piu’ camera a mano o sfocature estemporanee  e una  donna che, al contrario di Bess e dell’operaia cecoslovacca, stavolta reagirà contro l’ipocrisia e la cattiveria di un  intero paese … Cinema sempre un po’ difficile da capire, ma il  bene stavolta ha la sua eroina chiara e forte.

Ma non c’è da illudersi …Lars von Trier non potrà mai diventare buono… Difatti nell'”Antichrist,”  uno degli ultimi discussi film,  narra la tribolata storia di una coppia  cui muore il figlio in un incidente.. Loro non non se ne  accorgono  perché stanno facendo  l’amore… E il rimorso della coppia diventerà  la punizione vendicativa  di Lars von Trier…

Poi quando arriva  all’ultimo film supera persino se stesso…  Stavolta ha trovato una nuova forma di cattiveria… Da fantascienza. Infatti distrugge  il mondo facendolo scontrare con il perfido pianeta   Melancholia… Che altro ci vuole riserbare,  nel  suo ghigno da Angelo sterminatore,  Lars von Trier?

Non ci sono molte speranze, ma noi comunque ci vogliamo provare e, nel tentativo  di renderlo un po’ più buono, abbiamo scelto per Lars von Trier, questa morbida ricetta di un dolce danese…

RODGROD ALLA PANNA

INGREDIENTI  per 6 persone: 350 grammi di ribes rossi, 340 grammi di lamponi, 170 grammi di acqua + 110 grammi di acqua da mischiare alla fecola di mais, 170 grammi di vino bianco, 140 grammi di zucchero, 45 grammi di fecola di mais, 1 pizzico di sale, 50 grammi di mandorle sbucciate e  tagliate a lamelle, panna in abbondanza e a piacere…

PREPARAZIONE: Far bollire a fuoco basso la frutta con 170 grammi di acqua e 170 grammi di vino, e dopo 10 minuti passare il composto al mixer e poi al setaccio. Pesate  la purea filtrata e se è inferiore ai 560 grammi aggiungete altra acqua, senza intaccare quella che occorre per l a fecola  di mais, poi inserite zucchero e sale. Mischiate la fecola di mais con i 110 grammi di acqua e mescolare bene per evitare grumi, poi versatelo nella purea di frutta e mescolate bene. Portate a bollore lentamente e fate sobbollire per 3 minuti, mescolando in continuazione. Versate la composta di frutta sul piatto da portata,decoratela con le mandorle  e accompagnatela con la panna.

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Giuseppe Verdi… e la “Spalla Cotta di San Secondo”!

 Il giorno prima a Le Roncole di Busseto c’era stata la festa del Santo Patrono e il  gruppo di attori girovaghi si era attardato ancora un giorno nella piccola frazione della bassa Parmense. Adesso da un po’ erano seduti all’osteria e già alticci suonavano e cantavano a squarcia gola. Senza volerlo fu la più bella e la più indovinata delle accoglienze  per il bambino che stava nascendo al piano superiore di quella modesta casa di  campagna. Pur italianissimo, all’anagrafe lo registrarono in francese come Joseph Fortunin François  perché allora c’era il dominio Napoleonico e prima che il ducato di Parma e Piacenza rientrasse nell’unità d’Italia dovettero passare  quasi 50 anni. Una parte del merito fu anche di quel bambino nato nell’ottobre del 1813  che non andò mai a combattere, ma compose delle musiche talmente belle  che risvegliò violentemente all’amor di patria gli animi di quel popolo  ripiegato, povero e ignorante. C’è da dire però che la musica, quella popolare e l’0pera lirica, da quelle parti ce l’avevano nel sangue e  senza alcun bisogno di andare a scuola non c’era contadino o paesano che non suonasse qualche strumento nella banda del paese,  non cantasse un  inno sacro alla messa della domenica o qualche canzonaccia sopra le righe la sera del giorno di festa.

Ma se ne accorse il padre che quel bambino aveva  qualche  marcia in più così quando aveva 6 anni lo mandò a studiar musica dall’organista del paese e gli regalò una spinetta di seconda mano. Era anche un po’ stonata, ma per il momento non aveva potuto fare di più. Più tardi quando aveva 10 anni lo mandò a Busseto, alla scuola municipale di musica e lì Giuseppe Verdi incontrò l’uomo che gli aprì la strada e gli rimase vicino per tutta la vita. Antonio Barezzi, mercante di coloniali, come  si diceva allora, in sostanza faceva il droghiere, ma sapeva suonare ben sei strumenti musicali e con i soldi guadagnati aveva messo su una filarmonica. Accolse il ragazzino a braccia aperte  e lo fece ben presto suonare nel salone della sua casa dove, oggi museo, è ancora lì da vedere il forte piano viennese che  utilizzo’ il giovane Verdi durante la sua prima esibizione in pubblico. Fu in quello stesso salone che fece la sua dichiarazione d’amore a Margherita  Barezzi, la figlia di Antonio, ma poi partì subito per Milano per costruirsi un futuro e sposare Margherita.

 Era un genio, ma al Conservatorio che ne potevano sapere? Aveva 19 anni e dissero che era troppo grande per iniziare. Aveva un modo tutto suo di impugnare  la bacchetta e dissero che aveva scarse attitudini musicali. Così lo respinsero. Del resto non c’è da meravigliarsi. Circa 60 anni dopo respinsero Einstein al Politecnico di Zurigo per scarsa conoscenza della materie letterarie.

Verdi  rimase però a studiare a Milano con una borsa si studio e l’aiuto di Barezzi e quando tornò a Busseto aveva un contratto in mano per  la sua prima opera  “Oberto, conte di San Bonifacio”. Così sposò Margherita, nel famoso Salone di Casa Barezzi  ed ebbero due figli. Sembrava che tutto  andasse per il meglio quando si abbatté totale la tragedia. Margherita e i bambini si ammalarono a breve distanza l’uno dall’altro e  fra il 1838 e il 1840 morirono tutti e tre. A 27 anni Verdi era un uomo finito con l’opera buffa “Un Giorno di Regno”, che fu  totale insuccesso e nessuna voglia di  andare avanti.

Ma l’impresario Merelli lo obbligò a comporre Nabucco e quando nel 1842 arrivò alla Scala, il successo fu incredibile.  A Milano dove più vivo era il sentimento liberale e più forte la voglia di riscatto, la storia dell’oppresso popolo di Israele era logico che venisse interpretata come una metafora delle condizioni attuali dell’intero popolo italiano. Poteva ancora essere considerata una di quelle operazioni culturali di più o meno velata opposizione al dominio Austro Ungarico, che si facevano in quegli anni. Ma c’era una componente in più che nessuno aveva potuto immaginare e prevedere, la musica travolgente, accesa, disperata e infiammata che il giovane Verdi seppe imporre alla storia. Suscitò un sentimento patriottico così totale e profondo che  nel centenario della morte del compositore, Ciampi, il Presidente della Repubblica ricordò “Se l’Italia divenne una sola Nazione lo si deve anche a lui e alla forza del suo linguaggio musicale.”

Da allora Verdi, come un fiume in piena non si fermò più e seguitò a incitare e sostenere  gli italiani in quel difficile movimento di liberazione che si concluse, almeno in parte, 20 anni dopo.

L’opera seguente “I Lombardi alla prima Crociata” aveva una struttura musicale simile al Nabucco  ma un fuoco  ancor più accresciuto perché  in Nabucco il popolo era oppresso e avvilito, nei Lombardi il popolo è invece in armi e il messaggio politico è fin troppo chiaro. Messaggio che poi replicherà nella “Battaglia di Legnano”, dove la rivolta dei Comuni Lombardi contro il Barbarossa era così  chiaramente riferita all’Imperatore Austro Ungarico che l’opera fini per essere proibita per decenni.

Arrivò il ’48, la rivolta delle 5 giornate di Milano e un osservatore straniero Alexander Von Hubner scriveva”In mezzo a questo caos di barricate si pigiava una folla variopinta. Preti col cappello a larghe tese, fregiato dalla coccarda tricolore…. borghesi portanti il cappello  alla Calabrese o in onore a Verdi il capello dell’Ernani”. Quello stesso cioè del nobile divenuto bandito che  nell’opera di Verdi voleva vendicare tutti i soprusi.

Dopo l’unità d’Italia Verdi divenne deputato nella prima legislatura dal 1861 al 1865. Ma era chiaro che era deluso, avrebbe voluto un Italia Repubblicana e così si ritirò presto dalla vita politica e se ne tornò a  Sant’Agata nella casa di campagna con la nuova compagna Giuseppina Strepponi. Lì lavorava in pace a un ritmo pazzesco lasciando fra le sue 28 opere capolavori musicali e storie  dai soggetti nuovi e stimolanti, talvolta addirittura rivoluzionari, come Rigoletto o Traviata.  E alla fine curava anche gli allestimenti scenici.

A  Sant’Agata era contento perché tornava a fare il contadino che  non aveva mai dimenticato di essere, investiva in terreni tutti i soldi che guadagnava ed era felice di amministrarseli. Difficilmente in un’epoca in cui l’industrializzazione stava arrivando anche in Italia, e lui a Milano, nella capitale dell’industria era di casa, avrebbe investito qualcosa in una fabbrica.

Amava la cucina e il buon vino e andava fiero delle specialità della sua terra. Su di esse intratteneva anche lunghe conversazioni attraverso le lettere  e i doni che era solito inviare agli amici. Famosa la lettera che scrisse al conte Arrivabene inviandogli una “Spalla di San Secondo”. Si tratta della famosa spalla di maiale di cui la Rocca di San Secondo va ancora oggi fiera e ne rivendica le origini. Pare che Verdi si fosse addirittura messo in testa di comprare quelle terre e  poi non se ne fece nulla. Ma la passione per la spalla gli rimase forte. La spalla si sa è una parte del maiale che difficilmente si presta alla stagionatura. (Quando ciò avviene arriva a risultati sublimi, ma è raro) Per questo motivo per lo più si mangia cotta e prima che venga la stagione calda perché poi  perde di morbidezza e di sapore.

In ricordo della passione del maestro vi proponiamo la ricetta che così rivisitata e aggiornata potete preparare in casa.

SPALLA DI MAIALE COTTA

INGREDIENTI: 2 Kg di spalla di maialino, rosmarino, aglio fresco, salvia,  olio d’oliva extra vergine di oliva, sale e pepe.

PREPARAZIONE: accendete il forno e portate la temperatura a 200 °C. Disossate la spalla tenendo solo l’osso dello stinco e raschiate accuratamente la cotenna per eliminare eventuali setole rimaste.Negli spazi vuoti lasciati dalle due ossa introducete in ognuno due piccole foglie di salvia.gli aghi di  mezzo rametto di rosmarino e 1 grosso spicchio di aglio a fettine. Legate strettamente la spalla,salatela,pepatela e mettetela in una teglia,bagnatela con abbondante olio. Copritela con carta metallizzata e fatela cuocere nel forno già caldo per 2 ore e 1/2. Durante la cottura spennellate la spalla di sovente con il grasso che si forma sul fondo della teglia, senza però rigirare la spalla. A cottura avvenuta estraetela dal forno, tagliate lo spago ed eliminatelo, presentate in tavola con le prime fette già tagliate. Accompagnate con purea di patate.

Villanova Arda - Villa Verdi S Agata

Il King Cake al Carnevale di New Orleans

135FrenchQuarterNewOrleansLABohémien e  aristocratica, decadente e smagliante, raffinata e degradata, il suo fascino non l’ha mai perso! E dire che di drammi  e offese ne ha subite nei suoi tre secoli di vita! Sorta in una posizione strategica per i commerci, alla foce del Mississipi, in una terra dedicata a un Re, con il nome altisonante di Nouvelle Orleans  in onore della famiglia più nobile di Francia, sembrava che avesse davanti a sé un luminoso e rispettabile avvenire. Passarono  invece poco più di 40 anni e cominciarono a passarsela di mano, peggio di uno di quegli schiavi neri che i francesi avevano presto portato in città dal Senegal. Gli Spagnoli arrivarono nel 1763, dopo la guerra dei sette anni, in quel convulso gioco degli scacchi che ridisegnò  la proprietà Europea delle colonie Book Storyville New Orleansamericane. E fu la terza etnia che andò a comporre lo straordinario mosaico demografico  di New Orleans. Gli altri arrivarono verso la fine del secolo e furono Anglo – Americani, fuggiti dalla Rivoluzione  Americana, Francesi, fuggiti dalla … Rivoluzione Francese e Haitiani, bianchi e neri, fuggiti dalle rivolte di Haiti. La strana unione in Europa avrebbe dato sicuramente luogo a chissà quali tensioni e conflitti razziali, qui invece dette vita a una nuova e originale cultura quella Creola, ricca di tradizioni e stili di vita propria con una lingua e una cucina  ricca di influssi africani, europei e coloniali. Tutto questo mentre la Spagna la cedeva  nuovamente alla vittoriosa Francia di Napoleone  che soli tre anni dopo la vendette ai nuovi Stati Uniti d’America. Ma la città, che aveva accolto  le più disparate etnie nel  French Quartier (che fra l’altro è più spagnolo che francese), tutti gli avventurieri nel grande porto e le prostitute  a Storyville, gli americani del Nord, protestanti, operosi e integerrimi, li ha sempre sopportati poco, tanto è vero che li ha relegati in un bellissimo quartiere, Garden District, che ha solo un piccolo difetto, quello di essere praticamente fuori città. Gli States da parte loro hanno sempre guardato con notevole diffidenza questo  spicchio di Sud  così irriverente eterogeneo border line, sfruttandolo per  quello che poteva dare, commerci e petrolio e abbandonandolo quando era più disperato… Dopo Katrina la Big Easy dove tutto è stato sempre difficile ha fatto fatica a tirarsi in piedi, ma forse ce l’ha quasi fatta grazie a quella gioia di vivere che nonostante tutto riesce a diffondere nelle sue più grandi istituzioni, la cucina e il Carnevale. Neppure una volta dopo Katrina ha  voluto rinunciare ai carri, alle feste dell’arrivo di primavera e ai suoi  dolcissimi gamberetti che protetti dagli argini hanno respinto le torbide acque dell’alluvione più terribile del secolo. Anzi, dopo, tutto è  stato più importante, diventando non solo un’occasione  di aggregazione, ma anche un momento  liberatorio, un’ancora di salvezza per una popolazione ridotta allo stremo non solo dalla forza della natura  ma ancor più dalla pruricentenaria indifferenza dello Stato centrale.

Il Carnevale… tutto era cominciato con i francesi che  avevano portato a New Orleans i canti e i balli con cui celebravano la “grande  bouffe” prima di cominciare a battersi il petto nella penitenza della quaresima.  Il nicholas_portraitCarnevale francese ben presto però si fuse con  le tradizioni degli schiavi africani e delle popolazioni caraibiche che continuavano a celebrare le loro feste con musiche, maschere ed elaborati costumi sviluppati già nei posti di origine. Poi dopo la guerra di secessione  ci fu un altra e significativa svolta nei contenuti e nel significato delle sfilate perché i cittadini di New Orleans cominciarono ad adoperare il concetto di “Crewe” –  che all’inizio indicava soltanto i gruppi  che organizzavano segretamente il Carnevale, –  per  fare la fronda  agli invasori Nordisti che avevano vinto la guerra. E così cominciarono a costruire carri allegorici in cui evidentissimo era  l’intento polemico di deridere e  mettere alla berlina  i personaggi politici e i prepotenti imprenditori del  Nord che stavano mandando a rotoli l’economia degli Stati del Sud.

Un’ulteriore, determinante svolta ci fu nel 1872. A quel tempo un giovane, titolatissimo principe, Alexei Romanoff Alexandrovich, figlio addirittura dello Zar di tutte le Russie, tutto impegnato  nel suo “Gran tour” Rex_Parade_1872americano,  fra una battuta e l’altra di caccia al bisonte, si impegnò ad arrivare a New Orleans per il Carnevale. In occasione di questo inconsueto arrivo ( era da parecchio tempo ormai che a New Orleans si erano perse le tracce delle teste coronate), i notabili della città organizzarono una specialissima Crewe, con il compito di allestire, in onore dell’illustre ospite, quella che è passata alla storia come “Parata Reale”. Fu in questa occasione che venne anche eletto il primo re, il Re di Carnevale  che in seguito sarebbe diventata una delle figure più ricorrenti di tutti i carnevali a venire.

Il principe  arrivò davvero a New Orleans attratto, dissero i maligni, oltre che dal Carnevale da una bella attrice ,Lydia Thompson, che in quegli stessi giorni ballava e cantava in un’opera di burlesque che si teneva all’Academy of Music. Un altro gruppo di maligni  mise in giro la chiacchiera secondo cui le attenzioni del principe  erano invece rivolte a un’ altra graziosa attrice Lotta Crabtree, alla quale prima di ripartire regalò, si disse,un bellissimo braccialetto di diamanti.

Le storie  delle avventure femminili del principe, nonostante il gran parlare di quei giorni, sono rimaste avvolte nel mistero. Quello che è certo invece è che Sua Altezza poté gustare quello che, con il suo nome altisonante  era il dolce più adatto per essere servito  alla sua  tavola principesca, il King Cake, che  proprio allora, da torta della famiglia, si stava trasformando in pubblica attrazione di Carnevale.

Si tratta di un dolce nato in Spagna come Roscon de Reyes e poi trasferito in Francia e nelle Colonie, per festeggiare i Re Magi che portavano doni al bambino Gesù. Infatti, chi ha avuto occasione di mangiare  questo dolce ha potuto notare che al centro si trova sempre, come infilato nella culla, un bambinello, oggi più modestamente di plastica dorata, ma una volta anche di avorio o oro. Poichè si tratta di un dolce dedicato al giorno dell’Epfania, ci si si può lecitamente chiedere che c’ entra  con la festa di Carnevale che si svolge fra i mesi di febbraio e marzo. Ma se uno si pone questa domanda significa che non conosce fino in fondo lo spirito  allegro e festoso dei  cittadini di New Orleans che hanno retrodatato l’inizio del Carnevale al 6 di gennaio senza alcuna soluzione di continuità fra una festa e l’altra.

Il dolce, rivisitato “in fieri” e “in loco” è bellissimo, di varie forme rotondeggianti e avvolto nei favolosi colori  viola verde e oro che simboleggiano la giustizia, la fede e il potere e diventano i colori cult della città nei giorni di Carnevale

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INGREDIENTI  per  la ciambella (per 6 persone): 1Kg di farina, 1 e 1/2 cubetti di lievito di birra, 1/2 bicchiere di acqua tiepida, 125 gr. di latte tiepido, 5 tuorli di uovo, 160 gr, di burro ammorbidito, 150 gr. di zucchero, 1 cucchiaino di sale, un uovo sbattuto, la buccia grattugiata di 1/2 limone, 1 cucchiaino di cannella, 1 pizzico di noce moscata

INGREDIENTI per la glassa: 400 grammi di zucchero a velo, 2 albumi, due cucchiaini di succo di limone. tre bustine di colori alimentari verde viola e giallo e 3 cucchiai di zucchero semolato.

PREPARAZIONE: mettete la farina nell’impastatrice unitamente al lievito sciolto nell’acqua tiepida, le uova, lo zucchero, il burro, il sale, la noce moscata e la buccia di limone grattugiata. Attivate l’impastatrice e aggiungete poco alla volta il latte tiepido, lasciandone due cucchiaiate da parte.

Quando l’impasto è diventato omogeneo, morbido e si stacca senza difficoltà dalle pareti dell’impastatrice, dategli una forma sferica,mettetela in una ciotola unta di burro, sigillatelo con pellicola trasparente,mettetelo in un ambiente asciutto e privo di corrente d’aria e fatelo lievitare fin quando non ha raddoppiato il suo volume.

Mettete la pasta su una superficie levigata,spolverizzatela con la cannella e lavoratela per qualche minuto. Dividete l’impasto in due parti dando ad ognuna di esse una forma cilindrica.Intrecciatele fra di loro, unite le due estremità e deponete  questa corona su una placca unta di olio e ricoperta con placca da forno.

Fatela nuovamente lievitare e quando avrà raddoppiato il suo volume spennellate la superficie con l’uovo sbattuto  e le due cucchiaiate di latte messe da parte.

Fate cuocere nel forno preriscaldato a 180° C per 30 – 40 minuti fin quando non abbia assunto un bel colore dorato. Fate raffreddare su una grata.

Preparate la glassa sbattendo con una frusta lo zucchero,gli albumi e il succo di limone.Dividete i tre cucchiai di zucchero semolato cospargendoli ognuno con una bustina di colorante diverso Rivestite la torta con la glassa e cospargetela ancora umida col lo zucchero semolato colorato,senza mischiare fra di loro  vari colori.

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