Totti e la Margherita… La sua pizza preferita!

Fosse per lui, il calciomercato avrebbe chiuso i battenti da un pezzo! Nemmeno Alex Del Piero con i suoi 19 campionati alla Juve, batte il record di Francesco Totti, trequartista, seconda o prima punta, comunque sempre all’attacco nella sua  vita con  la Roma. Aveva appena 19 anni quando, sul Corriere della Sera,  scrissero ” Questo ragazzo è un talento purissimo. » Non si erano sbagliati perché  nemmeno  dieci anni dopo era entrato  nella FIFA 100, la  lista dei 125 più grandi giocatori viventi.  Oggi le gare fatte, fra serie A,  partite in Nazionale,  gare  amichevoli, Coppe etc. sono 678, i gol fra tutti 397  e lui è il 6° tra i cannonieri italiani di tutti i tempi…  Senza contare  quanti palloni ha passato come  assist!

A Roma è una passione e una leggenda  e qui i  record  non si contano. E’  lui che ha giocato più partite e segnato più gol di tutti,  stretto nella sua  seconda pelle, la maglia giallorossa che indossa da 20 anni!  Quando la Roma nel 2001 vince lo scudetto,  per Totti viene dipinto un “murale” nel rione Monti, uno di quei posti  da tifo storico…. Dieci anni dopo una perfida bomboletta spray lo imbratterà, ma di fronte a tanto scempio, il Presidente di quartiere, pur incurante del resto della  Piazzetta, tutta in degrado “writers,” correrà prontamente a restaurare l’immagine di Francesco… Questo per dire…  Nel 2004  la Roma  perde per un soffio il primo posto in campionato  ma  Totti supera se stesso  con  20 reti.  E  a ottobre, appena si riaprono i campi da gioco, una punizione dai 30 metri e arriva  il  gol di Francesco numero 100… Il suo gol più bello è forse quello del 26 ottobre 2005 contro l’Inter,  con un cucchiaio dal limite dell’area. Se ne accorge anche Pelé  che due mesi dopo lo definisce i «il miglior giocatore del mondo”…

Per Russell Crowe invece Totti è l’ultimo Gladiatore, in versione moderna  e proprio a lui ha dedicato l’uscita del film in DVD nel 2010…  C’è stato un incontro d’eccezione, fra i due, che si è svolto –  e non poteva essere altrimenti – nell’Anfiteatro Flavio… Totti  ci si deve essere ritrovato nel lottatore dell’antica Roma,  anche perché, quando scopre il  suo braccio. ci si vede sopra, tatuato, un ardito gladiatore.

Ma  ormai, dopo tanti anni – sempre  troppo pochi comunque per i  tifosi –   l’epopea di Francesco Totti, il calciatore per sempre fedele alla sua squadra, sembra stia per finire. ..  Chi dice  il 2014 , chi il 2016… Ma intanto l’ultima stagione è stata grande per lui…  A dicembre 2012 contro la Fiorentina, segna la sua prima doppietta …  Il 17 marzo 2013, contro il Parma   su calcio di punizione arriva il gol  226. Per Francesco è il  secondo posto nella classifica dei marcatori della Serie A.   Si ritrova a distanza  di 48 goal da Silvio Piola, ma se lo fanno giocare sino al 2016, è quasi certo che lo raggiunge.

A Roma intanto  le cose  stanno cambiando… E’ arrivato un nuovo Sindaco e la prima cosa che ha fatto ha  reso pedonale l’area intorno al Colosseo… Un omaggio all’antica Roma, ma  anche una gioia  per Francesco, il suo gladiatore…  Oggi o domani, sarà più facile per lui prendere possesso del suo agone onorario…  E’ arrivato anche  un nuovo Papa, che si chiama proprio come lui  e  in poco tempo  ha fatto un’ audience strepitosa … Però quando hanno chiesto a Totti se pensava che Papa Francesco gli  potesse rubare il primato della popolarità, lui  di solito sempre umilissimo, questa volta è scoppiato a ridere e ha esclamato ” Io qui ci sto da trentasei anni, lui invece è appena arrivato!”  Non è un caso se, in una ricerca della International Federation of Football History & Statistics, nel 2012 Totti è risultato il calciatore più popolare d’Europa.

Ma è anche uno che si è dovuto prendere sempre cura di un fisico senz’altro eccezionale, ma sottoposto anche a tanti stress… Incidenti anche gravi, come quando si ruppe il crociato… O cambi continui di allenamento, a seconda di quello che volevano i tecnici… Verso la fine del secolo scorso, inoltre,  qualcosa cambiò nella filosofia del calcio e nel fisico del giocatore … Lo volevano più potente, più stabile…  Chissà se era giusto, ma anche Totti  con disciplina, si assoggettò a perdere un po’ di flessibilità e di  elasticità… A vederlo oggi, dopo tutti quegli sforzi per irrobustire i muscoli, ha un fisico asciutto e potente, e nonostante tutto  è riuscito a mantenere anche  molta scioltezza e agilità… Uno dei segreti indubbiamente è l’alimentazione equilibrata e variata… Lui l’ha presa molto sul serio, come del resto tutte le cose che fa ed è stato uno dei primi a prendere consapevolezza e a scagliarsi contro il cibo spazzatura…

Da sempre una delle sue passioni è la Pizza Margherita, ma sa che non può abusarne… Il formaggio va  consumato, visto che stiamo in cucina,  cum grano salis! Se ne approfitta un po’ in vacanza con la famiglia, i figli e la bellissima Ilary… Poi quando è in campionato solo una volta ogni tanto… magari per darsi un premio, quando fa un bel gol.

A  Francesco Totti e a tutti gli appassionati di pizza dedichiamo questa variante della più  antica pizza napoletana, che fu inventata e colorata, sempre a Napoli, per un’ occasione tutta particolare. Anche se qualcuno dice che già da tempo  esistesse qualcosa di molto analogo, la tradizione più accreditata vuole che, almeno  la sua consacrazione  ufficiale,  avvenisse  l’11 giugno del 1889 quando  Raffaele Esposito  uscì  dalla sua pizzeria di Sant’Anna di Palazzo, ai piedi dei Quartieri Spagnoli per andare a offrire la migliore pizza della città alla regina Margherita di Savoia, in quei giorni in visita a Napoli e tanto  incuriosita dalla pietanza così amata dal popolo. Tre furono le varietà preparate da  colui che aveva fama di essere allora il miglior pizzaiolo in città, una con olio, formaggio e basilico; una con i “cecenielli” (bianchetti) e una con mozzarella e pomodoro a cui la moglie Maria Giovanna Brandi aggiunse, con un guizzo d’ingegno dell’ultimo momento, una foglia di basilico, ispirata dal colore della bandiera italiana. Quando, l’indomani, il  gran capo dei Servizi da Tavola della Real Casa, si presentò da Raffaele “o’ pizzaiuolo” e gli chiese come si chiamava quella terza  pizza che la regina aveva tanto gustato, lui prontamente rispose “Margherita”.

PIZZA MARGHERITA

INGREDIENTI  per 1 pizza del diametro di circa 30 centimetri: acqua 100 ml, olio extra vergine di oliva 1,5 cucchiai, zucchero 1/4 di cucchiaino, sale fino 5 grammi, lievito di birra 6/7 grammi, farina 00 grammi 125 più q.b. per infarinare la spianatoia.

INGREDIENTI per il condimento:  pomodoro fresco San Marzano 180 grammi, 1 mozzarella di bufala da 150 grammi, formaggio pecorino 20 grammi, sale q.b., olio extra vergine di oliva, 4 foglie di basilico.

PREPARAZIONE:  Intiepidite l’ acqua e scioglieteci il lievito. Versate in una ciotola e ggiungete 1 pizzico di sale. Versate la farina sulla spianatoia aggiungete  l’olio e l’acqua con il lievito disciolto. Se l’impasto risultasse troppo secco aggiungete ancora un po’ d’acqua.  Impastate fino ad ottenere un composto omogeneo ed elastico e formate una palla. Coprite con un panno e lasciate lievitare per almeno 2 ore.
Stendete la pasta col matterello sul piano di lavoro infarinato.
Ungete una teglia d’olio. Disponeteci la base per la pizza e  coprite il disco con i  pomodori tagliati a filetti sottili, lasciando vuoto un bordo di circa due centimetri all’esterno, aggiungete la mozzarella tagliata  a  fette,  ponendo la fetta più grande  al centro e  distribuite a raggiera le altre fette, a una certa distanza fra di loro in modo da assumere la forma  di un fiore, la margherita appunto.  Salate, spargete il pecorino grattato,  2 foglie di basilico tritate e irroratela con un filo di olio. Infornate a forno già scaldato a 200°C per 15 minuti. Estraete dal forno e servitela calda, spargendo sopra il restante basilico

 

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Mina, Cremona e le frittelle di zucchine!

Successo era  il suo destino… A 13 anni il padre la iscrive a un circolo di nuoto della Cremona bene e la ragazza, solo per divertirsi, arriva subito seconda in una gara regionale! Chissà che carriera avrebbe fatto  se non ci  fosse stata in mezzo  nonna Amelia che da giovane era cantante lirica… Si sa come vanno  queste cose… spesso  si fa proiezione su figli e nipoti delle passioni  incompiute… E fu così che Mina cominciò a suonare il pianoforte…  Ma i quieti, solitari esercizi non erano per questa ragazza, troppo alta, sempre un po’ a disagio e timidissima, ma anche scatenata e coraggiosa…  La sua via alla  musica  è  voglia di cantare, di muoversi,  di tirar fuori  il ritmo e l’agitazione che  le esplodono dentro… In fondo le bastava cantare alle feste dei compagni di scuola… Ma il successo era ben registrato nel suo DNA.

Una notte dell’estate del 1958, in vacanza,  gli amici scherzando la sfidano a salire sul palco della Bussola, il mitico locale di Marina di Pietrasanta,  E’ appena terminato lo spettacolo … E lei, meravigliandosi da sola, chiede  senza alcun imbarazzo il microfono a Don Marito Barreto il cantante – night che allora andava per la maggiore in tutta Italia. Impazziscono subito per questa giovanissima cantante inesperta… In realtà erano anni che si nutriva  di “mostri sacri” americani  Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Elvis Presley. La gestualità stravagante  del corpo e delle lunghe braccia quasi allo sbando, con  cui  accompagna  il ritmo, erano invece  istintivi  e tutti suoi…

Ed è  presto balera, un’estate in giro  fra il popolo delle vacanze, con il pubblico  in delirio che chiede a lei i bis  riservati ai big della canzone melodica. Così si ricorda  Mina   ” Cinquant’anni spaccati fa, una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone, il titolo? no, è troppo, si arrabbiò perché la gente applaudiva… Io canto per me, cosa c’entrano loro?” E poi di corsa a casa  a riporre nell’armadio il vestito, perchè non si accorgessero che era uscita di sera…  Quelli non erano ancora tempi!421px-mina_le_mille_bolle_blu_bis

Ma erano i tempi   in cui si affermano  giovani   come Adriano Celentano, Tony Dallara, Giorgio Gaber, Joe Sentieri, Little Tony  … Il loro è un canto di rivolta contro lo sdolcinato mondo di Sanremo e dintorni d’Italia.  Si chiama Rock and roll, ma all’inizio il termine è ancora ostico e  li chiameranno “urlatori”…  Mina è una di loro e la sua  più ironica e beffarda rivoluzione inizio carriera si chiama “Nessuno”. Una nostalgica, supplice canzone reduce dal grande ” Festival” che Mina farà diventare un canto aggressivo, sincopato e disperato… E il successo  stavolta  arriva sfolgorante.

Difficile definire Mina …  Si fa  presto a  dire  soprano drammatico d’agilità,… voce  con un timbro caldo e personalissimo, ampio, esteso agile…  Senza  però l’impostazione accademica del soprano classico…. Ma quando si è detto questo non si è ancora detto nulla…   Mina  non  è mai andata a scuola, ma  è stata un vero animale da palcoscenico…  Una showgier istintiva, magnetica eclettica  … E  tale rese la sua voce, tanto da farne un unicum… Altri potevano avere la sua stessa potenza vocale… Nessuno la sua duttilità..  Capace di affrontare   generi musicali  più diversi e dissonanti fra di loro, probabilmente unica nel panorama musicale mondiale. E così si rivelò all’improvviso, quando dopo il successo di urlatrice si impossessò de “Il cielo in una stanza”  appena inventata da Gino Paoli e ne fece un cantico di raffinata emozione interiore…

Per Sanremo era troppo moderna… non l’accettarono e la relegarono, ma inevitabile fu l’arrivo e l’ irresistibile  ascesa in televisione, ospite, cantante, conduttrice, ballerina…  Chi in Italia  era qualcuno andava ai suoi spettacoli … Da Sordi a Celentano a Totò …  Finchè  un giorno lei convocò una conferenza stampa… Era incinta, disse  e quel giovine e biondo attore al suo fianco era il suo compagno, il padre del suo bambino… Ma lui era già sposato e nell’Italia del 1963 il divorzio era di là da venire…  La Chiesa Cattolica e  la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza, controllavano discretamente e nemmeno troppo la Tv,  tutta di Stato, dove le famiglie cui era dedicata,  non dovevano  essere turbate  da costumi e comportamenti immorali.  Fu allora ostracismo, cancellazione, ira  e Mina a 23 anni provò anche la fine totale del successo, la solitudine, l’amarezza… “Il massimo- ricorderà anni dopo –  è stata una foto su “Epoca” dove io ridevo con Corrado con il mio pancione, tranquilla, e sotto scritto “Cosa avrà da ridere?”, guarda che è il massimo, me la ricorderò tutta la vita  una cosa del genere. Per cui capisci tu l’atteggiamento della stampa: me ne hanno tirato addosso delle badilate »

Il pubblico e la Bussola non l’abbandonarono, ma ci  volle tempo prima che la richiamassero in TV e lei tornò più bella e brillante di prima…  Non era più la ragazzina dal viso spiritoso, a volte clownesco. Ora aveva  un aspetto alieno ed  enormi occhi dal trucco nero su un viso diafano, quasi trasparente …  Andò di successo in  successo, ma qualche molla si doveva essere rotta dentro…   Suo fratello morì in un incidente d’auto, il giornalista che aveva sposato, quando finì il rapporto con Corrado Pani, morì in un incidente d’auto…  Forse le era venuta  paura per i figli… Era  quella un’ epoca  in cui  sequestravano  politici  e celebrità, in un’ Italia dove rapina e terrorismo  si confondevano…

Era l’anno 1978 quando Mina scomparve… Aveva 38 anni ed era al massimo del suo fascino e del suo successo.  Andò in Svizzera in una villa  molto protetta…  Con un nuovo compagno, un medico… che non riuscì a impedirle di diventare, in pochissimo tempo una robusta  signora  quasi di mezz’età, dove  nel viso si riconoscevano solo quegli immensi strani occhi… Ci furono solo poche immagini strappate con il  teleobiettivo e non ci vuole la psicanalisi  per capire il perché del cambiamento…   Il suo fisico disfatto  era l’arma più potente  per stare lontano dai riflettori e non cedere a tentazioni di ritorno….  Di lei volle che restasse solo la voce.  Quasi tutti gli anni  usci un nuovo album che  fu sempre successo  mentre lei diventava  un mito… così vicino, così lontano. Ci vollero oltre 20 anni perché tornasse a farsi vedere… in una sala di incisione… Aveva più di 60 anni ed era  di nuovo bella e  magra  come una nordica Walkiria  dalla lunga treccia bionda sulle spalle….

Mina ormi da anni è cittadina svizzera, anche se non ha mai rinunciato a  essere  italiana…. E Cremona dove è  cresciuta le è rimasta nel cuore … Una città bellissima famosa per  il Torrazzo, il Torrone e gli Stradivari, con molte industrie alimentari, ma ancora con una  grande  agricoltura che  è stata all’origine del benessere della città.

In onore di  Mina una delle  più illustri cittadine di Cremona, capace di apprezzare i prodotti genuini della terra,  abbiamo scelto questo piatto semplice e allegro.

FRITTELLE DI ZUCCHINE DI CREMONA

INGREDIENTI per 4 persone: 600 grammi di zucchine, 4 uova ,100 g di grana grattugiato 50 g di farina 1/2 bicchiere di latte, sale , olio extra vergine di oliva.

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Si tratta di un piatto primaverile ed estivo, da preparare in coincidenza con l’apparire in pianta delle zucchine. Da evitare  le zucchine surgelate che  hanno pochissimo sapore e da preferire,  fra quelle fresche, le zucchine cosiddette “romanesche”, dalle coste più in evidenza,  il colore più chiaro, le striature bianche  accentuate, la polpa bianchissima, che contengono meno acqua delle altre specie. Per verificarne la freschezza è meglio acquistarle con il fiore ancora attaccato, che fa da spia… La zucchina è una verdura molto delicata e se non è fresca diventa amara  e può rovinare il sapore degli altri cibi.  Fin dall’antichità venivano utilizzare per favorire il sonno e  rilassare la mente ed è inoltre provato che l’azione delle zucchine sulla  pelle è molto benefica  perché favorisce l’abbronzatura ( data la presenza di  vitamina A) e ne combatte l’invecchiamento. Nella preparazione dunque di questo  semplice, ma delizioso piatto,  iniziate con lo staccare il fiore a un’estremità  ( se ve le hanno vendute con il fiore attaccato) e la parte dura all’altra estremità. Aprite i fiori e staccatene gambo e pistillo. Poi lavate e asciugate zucchine e fiori,  tagliatele a piccolissimi pezzi e frullatele. In una ciotola sbattete le uova con il latte, la farina e il grana. Unite il composto di zucchine, salate e pepate. Portate ad alta  temperatura l’olio e friggete il composto a cucchiaiate. Fate dorare bene le frittelle da ogni lato, salatele e quindi mettete a scolare l’unto in eccesso su un foglio di carta assorbente prima di servirle ancora calde. Per l’olio si consiglia, come sempre, quello extra vergine di oliva, che anche a temperature elevate non sviluppa elementi cancerogeni. D’altro canto poiché l’olio si prepara in autunno e il piatto della ricetta è prevalentemente estivo, ci sono stati diversi mesi per perdere il sapore più accentuato, che è tipico dell’olio  appena uscito dal frantoio,  ma che nel fritto potrebbe  disturbare .

 

Empanadas de Tango!

Tango Argentino… In realtà è platense perchè attorno al 1880 lo ballavano a Buenos Aires e a Montevideo, su tutte e due le sponde  del grande fiume, il Rio de la Plata… Il popolo di migranti  era lo stesso…  Le speranze perdute, una vita dura e la nostalgia della patria. Erano venuti da mezza Europa in quella terra spopolata  perché la fortuna sembrava facile… Ma per loro c’erano stati solo i lavori  umili, la difficoltà di comunicare… E quei quartieri desolati, “le orillas” venuti su dal niente e solo per loro. Strani migranti quasi tutti uomini… le donne erano rimaste  a casa aspettando il colpo di fortuna che non arrivava.

Ma i giorni di festa, nonostante tutto si ballava! Erano Polke, Mazurche, Valzer, Habanera portati da casa, che si mischiavano con il  Candombe,  danza dove la coppia non si toccava… E più che melodia erano percussioni. Quello lo ballavano i neri, da tanto sul territorio, ma soli come loro … e da secoli! Quando diventò Tango, di preciso non lo sa nessuno…   forse non si accorsero neanche loro, bianchi e neri,  che stavano creando il Tango, un universo nuovo.  Un ballo che si ballava solo fra gli uomini…Perché all’inizio di donne ce ne erano poche e in ogni caso era  immorale ballarlo con una donna… troppa, sfacciata l’allusione all’atto sessuale… Le donne  le trovavi solo se andavi nei bordelli di Buenos Aires  “a 10 centesimi il giro, compresa la dama” come racconta Borges… Dopo un po’ che la ballavano, quella strana  ibrida musica si riempì di canzoni. Molte si persero perchè nessuno sapeva scrivere la musica ma quelle che si salvarono come “El Choclo” erano allusive o direttamente oscene.. Per fortuna che spesso nemmeno le capivano perchè il linguaggio  era il Lunfardo, quell’idioma meticcio infarcito di tutte le lingue degli emigranti…

Anche tutto il resto tardarono un po’ a capirlo. Anche quando nei locali malfamati e nei bordelli il tango si aprì alle donne. C’era dentro tutto quello che non si può dire, c’era la nostalgia struggente e la tristezza…e la felicità, però più effimera  e illusoria…Soprattutto se era  felicità d’amore. E il Bandoneon lo strumento a mantice  che dopo un po’ arrivò col piano e il violino, aveva un suono denso  e frammentato  che sembrava fatto apposta per aumentare il disagio. Ma non c’era solo questo… Il tango sapeva di fantasia e di miracolo… Era l’improvvisazione. Bastava il passo base, la camminata … E poi i ballerini si scatenavano in tutte le figure possibili… l’uomo guidava e la sensibilità fisica e corporea di tutti e due costruiva quell’immediato fluido dialogo, fatto d’intesa, di movenze e di sesso … Ogni volta diverse …Perché non c’era limite… Il tango era libertà e liberazione. Quando i ricchi e i borghesi di  Buenos Aires cominciarono a  conoscerlo durante le loro incursioni  nei quartieri malfamati… Il tango se ne andò dall’Argentina.

Emigrò a Parigi portato da un talento  eclettico, Angel Villoldo. Parigi era all’epoca moda, glamour, allegria e  audacia. La cultura aveva accettato già tutto, cubismo e astrattismo genio e sregolatezza. E fra tutto questo adoravano il ballo… Lì la vita del tango fu più facile… Un terreno fertile fra curiosità e passione  che prese  l’Europa. Quando tornò in Argentina, appena un po’ depurato delle figure troppo  sensuali c’era ad aspettarlo un mito… Si chiamava  Carlos Gardel ed era nato… forse da quelle parti, ma in una data imprecisata.  Probabilmente non lo iscrissero mai in nessun registro comunale. Durante l’infanzia e l’adolescenza  stava a  Buenos Aires in mezzo alle bande  dei giovani di strada… Lo chiamavanio “El Morocho”  e fu anche arrestato dalla polizia, però all’epoca imparò il Lunfardo… e cantava per la strada. Gli studi  li interrompe, ma in teatro ci arriva presto, magari dietro le quinte a fare il macchinista, ma fra una cosa e l’altra impara a suonare la chitarra. Solo notizie  a frammenti… Gardel  arrivato al top   capì che non era il caso i dare in pasto al pubblico la storia della sua giovinezza esclusa… Dal 1912  si comincia a sapere di più …E’ in un trio …Canta con Josè Razzano e  Francisco Matino suona la chitarra.  Nel 1913 canta in un locale esclusivo di Buenos Aires l’Armenoville dove l’avevano invitato dopo averlo sentito cantare in un bordello. Comincia a incidere dischi  e sono milongas, cifras e tonado… Il tango è ancora lontano… e la sua vita ha ancora lati oscuri….Lo feriscono in una rissa e un proiettile gli rimarrà in un polmone…

Ma arriva il 1917 e al Teatro Empire di Buenos Aires stavolta è tango! “Mi noche triste” con i versi in lunfardo  è l’inizio.. .Dopo vorranno in tutto il mondo la sua voce incredibile di baritono, estensibile sino ai registri di tenore e di basso. Lui è il protagonista del primo film argentino “Flor de Durazno”, nonostante il cinema sia  ancora muto… Suppliranno con il cantante e  l’orchestra in sala e fingeranno che sia lui a cantare dallo schermo. Intanto comincia a incidere dischi e saranno  900  alla fine. A Madrid è al Teatro Apollo, a Barcellona al Goya e a Parigi si esibisce con Josephine Baker. Quando arriva il sonoro,il cinema lo porta in trionfo perchè ormai il mondo intero canta e balla il Tango e Gardel è il suo  Profeta più schietto, appassionato e nostalgico. Morirà in un disastro aereo sulla pista di Medellin nel 1935… Un incidente misterioso qualcuno disse che a bordo di uno dei due aerei ci fu uno sparo prima che si scontrassero. Quell’aura di mistero, di  oscuro che l’aveva accompagnato per buona parte della sua vita riapparve al momento della sua morte… Quasi un destino che andò ad a alimentare il suo mito  e il  legame  con il tango… entrambi  usciti dai bassifondi per conquistare il mondo. Molti anni dopo l’Unesco dichiarerà la sua  unica ineguagliabile voce, Patrimonio dell’umanità.

Morì appena in tempo per non accorgersi che il Tango stava passando di moda… Ci vorranno molti anni e un musicista di eccezione per  riportarlo ai livelli di Gardel… E sarà un tango nuovo… Nonostante in Argentina si dicesse che tutto poteva cambiare meno il Tango. E all’inizio suonerà  come un delitto perchè il tango ormai è un classico. Ma Astor Piazzolla infrange la tradizione e mischia  senza paura il tango con il Jazz… usa le dissonanze e introduce altri strumenti  l’organo Hammond, il flauto, la marimba il basso elettrico… Tutto quello che sembrava proibito… E compone con un estro e una fantasia senza fine opere come il “Concerto para Bandoneon, orquesta, cuerdas y percusion” e” Adios Nonino”  solo per citarne qualcuna, perché hanno calcolato che in tutto abbia scritto 3000 brani…  Adesso anche lui è un mito… E il tango è in tutto il mondo più nuovo e più amato di prima….Carlos Gardel era stato il cantore della prima metà del secolo, Astor Piazzolla della seconda metà.Tutto insieme è stato il secolo del tango.

Qualche anno fa hanno intitolato ad Astor Piazzolla l’Aeroporto di Buenos Aires e il Papa argentino appena eletto  ha subito manifestato la sua passione per il tango… Almeno finora, è sempre stato un assiduo a tutti gli spettacoli… Ne ha fatta di strada la musica triste degli emigranti.

All’Argentina e al suo mitico Tango dedichiamo un piatto di grande tradizioni “Las Empanadas” che venivano un tempo preparate dalle donne per festeggiare il ritorno degli uomini dalle Pampas.

20081116122346EMPANADAS ARGENTINAS

INGREDIENTI  per 10 empanadas del diametro di circa 10 – 12 centimetri: farina 250 grammi, olio extra vergine di oliva 4 cucchiai  di olio extra vergine di oliva più abbondante olio extra vergine di oliva per friggere, sale q.b., acqua tiepida 120 ml,  olive verdi o nere 5, carne bovina tritata 250  grammi, 2 uova, 250 grammi di cipolle, grammi 30 di uvetta, peperoncino piccante in polvere 1 cucchiaino, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato,  1 cucchiaio di maggiorana fresca.

PREPARAZIONE: Mettete in una ciotola 2 cucchiai di olio e la farina. Sciogliete il sale nell’acqua tiepida e versate nella ciotola, mescolatelo e poi lavorate il composto sulla spianatore sino a quando diventa liscio e omogeneo: Avvolgetelo nella  pellicola trasparente e fate riposare in luogo fresco per un’ora. Nel frattempo preparate il ripieno mettendo in ammollo l’uvetta in acqua calda per circa 10 minuti  e comunque sino a quando diventi morbida e allora strizzatela. Tritate la cipolla e fatela soffriggere a fuoco basso nell’olio di oliva per circa 10 minuti. Attenzione a non farla bruciare! Unite alla cipolla la carne di manzo e fate cuocere a fuoco medio per 10 minuti, aggiungete il peperoncino e mescolate il tutto. Spegnete il fuoco e aggiungete l’uvetta, il prezzemolo, la maggiorana e il sale.Trasferite la carne in una ciotola e fatela freddare. Fare rassodare due uova, sbucciatele e tagliatele a fettine. Dividete in due ciascuna oliva. Togliete la pellicola alla pasta e stendetela sulla spianatora sino ad uno spessore di 2 millimetri, quindi ricavate dei cerchi del diametro di 10 – 12 centimetri servendovi di una coppetta appoggiata sopra la sfoglia e della rotella tagliapasta. Ponete su ogni cerchio un cucchiaio di impasto quindi aggiungete mezza oliva e una fettina di uovo. Spennellate con acqua i bordi di ciascun cerchio e richiudeteli su se stessi, formando intorno un cordoncino. Friggete le impanadas in abbondante olio e scolatele su carta assorbente prima di servirle.

A Teresa Mattei con un omaggio tutto particolare … Gli spaghetti al tonno!

La ragazza era fuori il portone dell’Accademia, un po’ in disparte e chiacchierava con due amici. Anche se era un po’ di tempo che non la vedeva, il Professore la riconobbe subito… Era stata sua allieva alla facoltà teresamattei-465x648di filosofia… una  ragazza intelligente, brava… chissà  se in quel momento si ricordò  anche che si chiamava Teresa… come sua figlia. Comunque fu lui a salutare per primo e la ragazza apparve un po’ imbarazzata… Forse intimidita… Del resto lui era Giovanni Gentile, uno dei più grandi filosofi  del ‘9oo, già Ministro del Regno d’Italia, autore di una grande riforma scolastica  ed ora Presidente dell’Accademia d’Italia, su incarico del Governo della Repubblica Sociale… Lo  confermò la stessa ragazza, molti anni dopo, che in quel momento si era sentita un po’ in imbarazzo… ma per altri motivi! Lei era lì perché il Professore doveva morire…  Stavano studiando le sue abitudini, i suoi percorsi e lei che lo conosceva, lo stava in quel momento segnalando agli altri due… quelli che più tardi materialmente l’avrebbero ucciso… Assolutamente niente di personale, Teresa era una persona mite e dolcissima come dimostrerà  in seguito e in tantissime occasioni… Ma c’era la guerra e non c’era spazio per i sentimenti… Anche suo fratello era morto…nemmeno due mesi prima. Si era impiccato in carcere con la cinghia dei pantaloni. L’avevano già torturato e non aveva parlato… Ma non sapeva se ne  avrebbe resistito   un’altra volta…Pochi giorni prima a Firenze 5 ragazzi erano stati fucilati, perchè si erano rifiutati di entrare nell’esercito della Repubblica di Salò… Di questo i Partigiani davano ampia colpa a Gentile, “ideologo al servizio di un esercito di invasori”… E così si era giunti alla decisione di eliminarlo…

In seguito la lotta dei partigiani di Firenze fu raccontata da Rossellini in uno dei suoi più bei film “Paisà” e quando tutto finì Teresa Mattei era Comandante di Compagnia… Ma in mezzo a tutti gli orrori della guerra c’era stato anche quel casolare vicino Perugia, quando 5 nazisti l’avevano violentata per una notte intera… Forse nacque da lì  il rinnovato impegno di tutta la sua vita, in favore delle donne.

Adesso si trattava di rifare lo Stato e nel 1946 fu eletta nell’Assemblea Costituente. Aveva 25 anni, era la più giovane e sembrava ancora più giovane, così quando entrava a Montecitorio, i commessi la fermavano… Sembrava impossibile  che fosse un’addetta ai lavori… Una delle future madri della Costituzione. In tutto erano 21 donne e su di loro si addensava invadente la voglia di gossip… “Tutti a Montecitorio aspettano il giorno in cui le deputatesse dei vari settori si scontreranno su un argomento qualunque” scriveva ironica “La Tribuna Illustrata” … Invece  c’era senso di responsabilità e una tacita alleanza così quando ci si preparava a votare  l’articolo 11 della Costituzione, con cui l’Italia avrebbe”ripudiato  la guerra,” all’improvviso  le 21 donne si alzarono dai loro scranni, scesero  al centro dell’emiciclo e formarono una catena stringendosi per mano…

Teresa Mattei era una donna colta, era una donna pratica, era una persona diretta. Quando fu in discussione l’art 3, sulla “pari dignità sociale di tutti i cittadini”, prima riconobbe valida la dichiarazione di intenti e poi pretese che si venisse “ai fatti”…  Al comma 2 dell’articolo, fece aggiungere proprio quelle due parole ” di fatto” che sembravano un inciso  e invece  stavano a significare, a riconoscere, a prendere atto che pari dignità non c’era e che la strada era tutta in salita…

La mimosa alle donne per l’8 marzo la dobbiamo a Lei… Luigi Longo voleva un fiore simbolo come il garofano rosso lo era per i lavoratori e Teresa Mattei propose la mimosa. A marzo era di stagione, costava poco e si trovava nei campi.

Ma era troppo leale per sottostare agli infiniti compromessi della politica… Non si ripresentò come candidata e nel 1955  fu espulsa dal partito comunista. Dopo   Stalin molti volevano una linea più distante dall’Unione Sovietica… forse un’apertura socialdemocratica… un revisionismo. Ma i tempi non erano maturi… Vinse l’intransigenza di Togliatti  e Teresa fu cacciata. Per il partito ormai era un’eretica e fece del tutto per dimenticarla e farla dimenticare. Solo nel 1995 si ricordò di lei  il Presidente della  Repubblica Scalfaro, che era un democristiano, con la prima delle due onorificenze,  “Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.” Anche l’altra onorificenza nel 2005 gliela consegnò un Presidente che comunista non era mai stato, Carlo Azelio Ciampi.

Dopo che fu cacciata non pensò nemmeno per un momento di stare con le mani in mano…  Già nel 1943  si era iscritta all’UDI “l’Unione Donne Italiane” e ne era stata dirigente. Nel 1947 fonda “l’Ente per la tutela morale del bambino”, nel 1960 un Centro Studi a Milano per la progettazione di nuovi servizi per i bambini.

E quando il cinema diventò la sua grande passione  fondò  la Cooperativa di Monte Olimpico dove assieme a Bruno Munari insegnarono ai bambini delle scuole elementari e a quelli handicappati a usare la macchina da presa e imparare a esprimersi con le immagini. Di conseguenza in Toscana dette vita alla  “Lega per il diritto dei bambini alla comunicazione” e poi chiese la modifica dell’articolo 3 della Costituzione, quello che era stato il suo cavallo di battaglia  perché la “pari dignità” venisse esplicitamente  estesa anche ai bambini.

Adesso se ne è andata… ma solo dopo aver festeggiato per l’ultima volta l’8 marzo e le donne.  Uno dei suoi ultimi messaggi è stato per i giovani e per i bambini ai quali disse con forza e con fede al termine di una delle sue ultime apparizioni in pubblico “Voi sarete meglio di noi!”

Da Bruno Sanguinetti aveva avuto un figlio… un ‘odissea… si poterono sposare solo in Ungheria perché  lui aveva un precedente matrimonio alle spalle e in Italia non c’era il divorzio… Per l’Italia lei poteva apparire una ragazza madre e fu il partito a farle tenere nascosta la sua gravidanza. Dopo alcuni anni che Bruno Sanguinetti morì e lei era ancora una donna molto giovane, si risposò ed ebbe 4 figli … Questo grande amore per le donne  e i bambini fu  anche per le sue vicende personali… Di sicuro ne aumentò la sensibilità…

Bruno era stato veramente il suo grande  giovane amore… Si erano conosciuti durante la guerra partigiana poco prima  dell’uccisione di  Giovanni Gentile…Lui morto giovane è diventato un mito… Era figlio di uno dei piu ricchi e potenti industiali italiani quelli dell”Arrigoni” l’industria dei cibi in scatola, ma quando morì il padre, Bruno, colto, stravagante  amico di poeti  e marxista  d.o.c., regalò gran parte del suo denaro agli operai se se andò a fare la guerra partigiana. Anche lì diventò un mito… di coraggio, di allegria, di umorismo. Ad un certo punto fu catturato dai fascisti che ignoravano che era partigiano… Pensavano solo che si trattasse del ricco industriale renitente alla leva di Salò e pensarono bene di ricattarlo. Lui se la cavò facendogli arrivare un intero vagone di prodotti alimentari e fu lasciato libero… Soltanto – e rideva felice quando lo raccontava – gli fece consegnare un vagone di merce avariata, in transito per andare al macero…

Abbiamo voluto chiudere la storia di Teresa con un ricordo  divertente anche se non del tutto allegro, sicuri che a lei avrebbe fatto piacere… In ricordo di Bruno Sanguinitti, del  tonno in scatola che era uno dei prodotti di punta  della sua azienda… e delle risate che Teresa e  Bruno si fecero su  quel famoso vagone  proponiamo:

SPAGHETTI CON IL TONNO

INGREDIENTI per 4 persone: spaghetti 350 grammi, prezzemolo tritato 1 cucchiaio e 1/2, tonno in scatola 200 grammi, 2 spicchi di aglio, 1 pizzico di peperoncino piccante in polvere, olio extra vergine di oliva, 5 o 6 capperi sotto sale, 6 olive greche  kalamata, 1 pizzico di origano, due dita di vino bianco secco, sale, pomodoro a pezzi 400 grammi.

PREPARAZIONE: Fate soffriggere l’aglio intero in un tegame, toglietelo dal fuoco appena avrà raggiunto un tono madreperlaceo, versate nel tegame il tonno scolato del suo olio, rimettete sul fuoco e dopo pochi minuti sfumate con il vino. Subito dopo aggiungete il pomodoro, il sale e  il resto degli ingredienti lasciando da parte  metà del prezzemolo. Portate a bollore una pentola d’acqua, salate e versate gli spaghetti che farete cuocere molto al dente. Scolateli e versateli in una padella dove li condirete con il sugo e li “ripasserete” pochi minuti a fuoco caldo. Al termine versateli nel piatto da portata a cospargeteli con il resto del prezzemolo. Si possono mangiare  molto caldi o aspettare qualche minuto perché tutte le paste condite con il pesce prendono in questo modo più sapore. In quest’ultimo caso attenzione alla cottura! Devono essere ancora al dente al momento di portarli in tavola.

Riso al barolo… per Silvana Mangano.

Un grande affresco neorealista sulla vita delle mondine, su un mestiere infame, uno dei più infami … con le donne a testa china, le gambe in acqua otto ore al giorno a prender su riso nella palude, in  mezzo alle zanzare..  Ma era anche un melo … eccessivo, sopra le righe, pieno di stereotipi, che tenta, senza riuscire convincente, la via del noir,  fra colei che si perde, colei che si ritrova, il cinico seduttore, il bravo ragazzo. Poteva essere uno di quei film di serie B degli anni ’50, che non superarono mai le frontiere nazionali… Invece  era “Riso Amaro” e ne nacque un’icona a se stante, che valicò i destini del film e rimase simbolo di bellezza, di sesso e di femminilità per più di un decennio. Anche la storia della location, è quanto meno insolita. Il filn fu in buona parte girato a Venaria, nella tenuta di Gianni Agnelli che fu felicissimo di prestarla per un film di protesta sociale a quel rigido comunista che era il regista Giuseppe De Santis.

Quando Silvana Mangano si presentò ai provini, Giuseppe de Santis la scartò… Troppo truccata, troppo costruita per la parte di una contadina… poi la incontrò per caso in un giorno di pioggia e quella ragazza dai capelli bagnati e senza un filo di trucco ottenne immediatamente la parte.

Con quel film dunque la nuovissima attrice diventa un fenomeno  esplosivo… E impone  il successo internazionale del film …   Qualche anno dopo i critici cinematografici ancora cercavano  di spiegarselo “E’ un fatto fuori dal normale la consacrazione di un mito con un solo film…  Fu un imporsi di colpo e la ragione fu  il legame al personaggio, misteriosamente suo…Complici  le risaie dove gli inediti corpi delle mondine potevano spiccare in tutta la loro sensualità”

Erano tempi di maggiorate fisiche e l’Italia imponeva le sue migliori, Sofia Loren, Gina Lollobrigida… anche Silvana Mangano sembrava una di loro… Invece il suo fu un percorso tutto alla rovescia.

Il produttore di “Riso amaro” si chiamava Dino de Laurentis e quando si sposarono tutti pensarono che  lei l’avesse fatto per la carriera… solo dopo, molto dopo si capì che con quel matrimonio si voleva mettere al sicuro, uscire di scena. Invece non le fu possibile… Incredibilmente e per diverso tempo furono proprio i suoi film a dare forza a denaro alla produzione di suo marito. I melo seguitavano ad andare di moda e lei diventò “Anna”, la ballerina ceduta alla vita monastica in un film tutto strappalacrime, ma di grande successo finanziario…  L’unica cosa bella del film è Silvana Mangano che balla il Mambo in un mix incredibile di tecnica, innocenza e consapevolezza… come del resto seguiterà a fare anche in “Mambo…

All’apparenza sembrava che tutto andasse bene… in pochi anni lei  avrà quattro figli e un affetto immenso da parte del marito che la vizia e la coccola. In realtà   non voleva più recitare… Chissà quando e perché, ma in lei si era rotto qualcosa … Un dramma che non le darà più pace… Si sentiva inadatta e seguitava a negarsi attrice “Non ho mai avuto nessuna scuola alle spalle… Io improvviso ”  Ma c’erano gli interessi di famiglia e lei  doveva seguitare a lavorare. Su questo la produzione … e il marito,  erano inflessibili.

C’è da chiedersi come abbia fatto con tutta la sua insicurezza e la sua paura a interpretare per anni e così bene i ruoli più diversi. A parte i film  “Peplum,” come Ulisse, di cui anche lei fu vittima, nei ruoli inespressivi di Circe e Penelope, c’è per esempio l’umanissimo ritratto della prostituta Costantina de “La Grande Guerra” dove lei  è spigliata,  un po’ aggressiva, a tratti comica e non lascia assolutamente sospettare  l’insofferenza e il disagio  di cui era vittima. Anche in un film dolente come “La diga sul Pacifico” è di nuovo una scatenata e disinibita ballerina  al fianco di Anthony Perkins  e tutta la Francia si infiamma per lei…  C’era solo un fatto che poteva far capire  la nevrosi che l’agitava, ma all’epoca non c’erano i dati per interpretarlo. Era il suo fisico in  metamorfosi… Qualcosa che cominciò quasi in sordina e ad un certo punto nei primi anni ’60 divenne evidentissimo… In lei non c’era più niente della ragazza dal fisico esuberante, che l’aveva  lanciata in Riso Amaro”. Quel fisico lei aveva imparato a disprezzarlo e odiarlo come qualcosa di volgare, di contaminato.. e un po’ per volta divenne una signora diafana, estremamente  magra, quasi esile e senza più nessuna delle sue curve leggendarie… Era bellissima, ma non era più lei…  Ormai la chiamavano l’antidiva per quel suo modo di sottrarsi, di non apparire, di vivere sempre più appartata. Ma anche questo non era possibile…La volevano i più importanti registi e non perché era la moglie del produttore, ma solo perchè era Silvana Mangano, anche se lei faceva fatica a capirlo. Però quando saliva sul set  si trasformava, si identificava, si dava completamente al personaggio. Spesso  è strepitosa, anche in un dubbioso film di Pasolini come “Teorema”. Sono tanti i personaggi che affollano  la trama, ma è solo lei che dà credibilità alla storia, in un ruolo difficile… Quello della signora borghese che si abbandona a tante esperienze sessuali in cerca di un’improbabile salvezza. E’ felice anche la collaborazione con Visconti …  Sorprende la verve con cui si cala, lei così timida e introversa, nell’ esuberante, eccessiva affittuaria che sconvolge la quiete del solitario professore in “Gruppo di famiglia in un interno”…  E già prima Visconti doveva averla amata alla follia quando  interpretò la madre del giovane Tazio in “Morte a Venezia”. Per capire tutto Visconti basterebbe solo guardare lei, eterea, distante, splendidamente seduta al caffè fra i suoi veli e i grandi cappelli… in quella magica e torbida atmosfera di Venezia.

Poi ci fu la terribile disgrazia del figlio e lei non voleva più saperne di cinema e di nessuno. Ancora una volta fu il marito, quasi a costringerla, perché accettasse un ruolo in Dune, il film  di fantascienza che produceva con la figlia Raffaella… Stavolta Dino non la voleva usare, come lei troppe volte,  forse a torto aveva pensato…  La voleva solo aiutare, ma forse lei nemmeno lo capì.

L’ultima interpretazione “Oci Ciornie” con Mastroianni  invece fu quasi un dono…  Per lei che non aveva avuto quasi mai voglia di recitare… Adesso invece ne era felice. Si ritrovava, ora che il suo ciclo stava per finire e lei lo sapeva, proprio con Marcello, l’amore della sua prima giovinezza, il ragazzo che la baciava su una panchina dei giardinetti di  San Giovanni solo di pomeriggio, perché il padre siciliano  non voleva che la figlia uscisse di sera… E’ bello  sapere che alla fine, almeno in parte si è riconciliata con se stessa e forse ha capito, lei che non ci voleva credere, quante persone l’hanno ammirata e le hanno voluto bene.

Sarà ovvio ma è anche giusto dedicare a Silvana una ricetta a base di riso, quel riso che lei ha reso tanto famoso in  “Riso Amaro” e “La diga sul Pacifico.” E’ solo un piccolo omaggio ma lo facciamo tutti di cuore.

RISOTTO AL BAROLO

INGREDIENTI per 4 persone: 350 grammi di riso, 1 cipolla, 1 sedano, 500 ml di brodo vegetale, 70 grammi di burro, 2 bicchieri di vino barolo, 1 carota, parmigiano reggiano a piacere, olio extra vergine di oliva,sale e pepe q.b.

PREPARAZIONE: tritate la cipolla, il sedano e la carota e fate appassire in un tegame con olio e  circa 20 grammi di burro a fuoco molto basso. Quando le cipolle sono appassite, aggiungete tutto il vino Barolo e fate evaporare. Versate quindi il riso e portatelo a cottura aggiungendo poco alla volta il brodo vegetale caldo. Mescolate spesso per non farlo attaccare e aggiustate di sale solo verso la fine della cottura. Quando il riso sarà cotto aggiungete il burro, il parmigiano e una spolverata di pepe.

Spaghetti con le polpettine… Un ricordo quasi western per Sergio Leone!

“Ecco, – ragionava fra sé e sé – il Puparo… Lui deve muovere i fili dei “pupi” e farli parlare… Sono tutte storie vere quelle che racconta e  il re e i paladini sono sempre  gli stessi… Carlo Magno, Ruggero,Orlando. Ma non può raccontare sempre  la stessa storia.. Quando cambia paese, deve adattare i suoi personaggi alla realtà dei luoghi, al modo di parlare, alle tradizioni del posto… Altrimenti non lo capirebbero…”

E questa fu di sicuro la più importante e la più originale delle intuizioni  di Sergio Leone, quando cominciò a girare il suo primo film western. La storia invece non era affatto originale e lui non ne fece mai mistero tanto che fini per accorgersene anche Akira  Kurosawa che lo accusò di avergli saccheggiato a piene mani “La Sfida del Samurai”… “E’ plagio” – disse – e pretese un mucchio di soldi… Probabilmente a Leone non rimase nemmeno … Un pugno di dollari.

A Kurosawa dunque  rubò la storia, agli americani il genere, eppure ne usci fuori qualcosa di assolutamente nuovo.  Il western per la verità, dopo anni di assoluto dominio, aveva cominciato a tirare un po’ le cuoia, ma, di questo, se ne erano resi conto in pochi e i produttori italiani  proprio allora si erano invece messi in testa di rifarlo in casa e a basso costo. Fortunatamente né Leone, né lo sparuto drappello di quelli che avevano cominciato appena prima di lui, avevano preso troppo sul serio i miti e i personaggi del grande Western, con le figure a tutto tondo e il bene e il male così nettamente assegnati e divisi…Se, per gli americani, il West era epopea, storia, leggenda… gli italiani  poco ci credevano… e quei personaggi che si inventò Sergio Leone, dai vestiti stazzonati e la barba incolta, meglio si adattavano ai posti desolati e selvaggi della frontiera. D’altro canto non sono neanche eroi e qualche trasandatezza gli è più facilmente consentita… Si può forse parlare di antieroi  un pò cinici, pessimisti e con una morale più orientata ai soldi che agli ideali… Parlano anche poco e e quando lo fanno il loro linguaggio è aspro e, quando vogliono essere ironici, il loro humor è profondamente nero ” Niente vecchio, non mi tornavano i conti” dice Clint Easwood per spiegare l’uccisione  dell’ultimo nemico, che si era nascosto ferito..

Ma dove Leone finì per lasciare un segno indelebile, che ancora  lascia stupiti e ammirati, fu nelle tecniche di ripresa. Quando Tarantino dice oggi al suo operatore “Dammi un Leone” intende il “mascherino” rettangolare da 1 x 2,30 che va a contrastare  tutte le classiche inquadrature, articolate sullo standard quasi quadrato di 1 x 1,33.  Ma questo consentì a Sergio Leone di fare primi piani dove a essere inquadrati sono solo gli occhi e un lembo di cappello, con quelle tese importanti  e quasi rigide… Arriva a tenere l’inquadratura anche 28 secondi  quando vuole il carico massimo sulla suspense o l’attesa del peggio! Poi con una cura quasi da collezionista maniaco va a riprendere tutti gli oggetti cult del west, speroni, pistole, ruote dei carri, fino alle facciate shingle e allineate delle case dei pionieri. Un atto d’amore calligrafico, un’enfasi ironica, l’anticipazione del Museo che verrà…  Con quella musica quasi preda di un sortilegio a volte onirica a volte rauca e dissonante… Ennio Morricone l’accompagnerà in tutto il percorso…

Nel western a un certo punto arriva la sparatoria, il duello a volte è solo finale a volte ripetuto a cadenze ritmiche, ma è sempre stato un momento clou a effetto sicuro. Sergio Leone ne fa un rito complesso e del tutto nuovo avvalendosi, di un attore come Clint Eastwood, dalle movenze come quelle dei gatti, ora pigre e lente, ora scattanti e fulminee. Fece del duello uno spettacolo nello spettacolo, ambiguamente giocato fra accelerazioni e ralenti…  Momenti esasperati in cui la mano sembra non arrivare mai alla pistola o la distanza fra i duellanti non diminuire…  Sino alla drammatica repentina traiettoria dello sparo e la successiva ripresa del ralenti negli spasimi iperrealistici dell’agonizzante, che sembra non toccare più terra…  Clint Eastwood ha raccontato che Leone non conosceva il Codice Hais, quello che regolava la pudica morale del cinema hollywoodiano e vietava fra l’altro la rappresentazione troppo esplicita degli omicidi, per cui  lo violava allegramente e riprendeva nello stesso fotogramma, la pallottola che parte, la pistola che fa fuoco e la persona che cade. E questo non era mai successo prima.

Il poncho di Clint Eastwood… Quando mai il protagonista yankee avrebbe portato un abbigliamento tipico solo dei personaggi  secondari di lingua spagnola e solo nei western ambientati alla frontiera messicana? E dove sono finiti gli indiani? Nei film di Leone non c’è più traccia … Forse fu anche per questo che l’arrivo negli Stati Uniti dei film suonò all’inizio come un anatema, riassunto in quella frase di disprezzo che fu “Spaghetti Western”…Ma dopo l’iniziale diffidenza e l’accoglienza sempre più favorevole del pubblico, la critica cominciò a riflettere e i produttori di Hollywood anche. I western americani non furono più gli stessi a partire dagli anni ’70… I nativi finalmente furono riconosciuti vittime e non selvaggi violenti, il buono e il cattivo si sfumarono fra di loro e la legge del più forte entrò in discussione… L’America fini per guadagnarci “Il  mucchio Selvaggio” di Sam Peckimpah o “Il Piccolo Grande Uomo” di Arthur Penn … E salvò il suo western per ancora molti anni a venire.

Sergio Leone aveva paura a proseguire, l’inaspettato successo l’aveva spaventato.. E invece anche il secondo film  “Per qualche dollaro in più”  agì da moltiplicatore con il disincantato personaggio che va in cerca dei criminali, solo per soldi, “Il cacciatore di taglie” appunto, dove Clint Eastwood è di nuovo lì con le sua beffarda caratterizzazione dell’uomo che non adopera mai la mano destra… perchè gli serve solo per sparare mentre il nuovo comprimario Lee Van Cleef, scelto perché somigliava con quegli ambigui. sottili  occhi a un’immagine di Van Gogh,  riesce a dare un’ immagine fredda e razionale del sorprendente e astuto cacciatore di taglie anziano…Un film ricco di tragedie e vendette di sapore shakespeariano. Il terzo film. “Il buono, il brutto, il cattivo” forse è il più bello di tutti e tre, con una regia sempre più ricca di simboli ormai saccheggiati senza paura alla storia americana.

Ma l’ultimo film della trilogia è paradossalmente  il quarto, “C’era una volta il West,” quello in cui Leone  vuole chiudere  la sua epopea, la sua incursione insolita nella storia americana, con un film che celebra la fine della  frontiera, l’avvento  della ferrovia, in una lunga violenta e visionaria riflessione sul mito del West…  Che darà poi inizio  all’America protagonista tecnologica dello scenario mondiale … Nasce l’ultimo capolavoro con Henry Fonda e Claudia Cardinale, poco capito proprio in America…E sembrava l’ultimo regalo al Mondo Nuovo di un autore apparentemente estraneo, che però quel paese l’aveva capito, come pochi altri, nei suoi aspetti forse più crudi ma anche più veri…

Dopo, altri film che l’avevano estraniato dall’America e portato in tante altre direzione… Come se si volesse dimenticare degli “Spaghetti Western. Ma l’ultimo film “C’era una volta  in America,”  quasi per un destino e come un simbolo della sua vita, lo riporta  in un’altro pezzo di storia Americana… Ma  comunque  “C’era una volta in America” è tutta un’altra cosa…

Per dimenticare un attimo di tristezza e le incomprensioni degli ultimi film “americani” di Sergio Leone, forse l’unico modo è festeggiarlo con una ricetta che  ci fa immediatamente riassaporare gli anni dei suoi migliori successi, con il suo titolo così allusivo proprio all’epopea degli “Spaghetti Western”:

SPAGHETTI CON LE POLPETTINE

INGREDIENTI per 4 persone: Spaghetti 320 grammi, passata di pomodori 750 ml, mezza cipolla, 1 spicchio di aglio, 100 grammi di salsiccia di suino, 50 grammi di mortadella, carne di suino tritata 100 grammi, mollica di pane raffermo 30 grammi, i bicchiere di latte, 50 grammi di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 1/2 di cucchiaino di noce moscata, pepe e sale a piacere,olio extra vergine di oliva 3 cucchiai, 1 uovo.

Cominciate la ricetta preparando le polpettine. Mettete in una ciotola la carne trita, la salsiccia privata della pelle, la mortadella tagliata a pezzetti e procedete con il mixer, quindi una volta ben amalgamati impastateli anche con le mani e aggiungete la mollica di pane raffermo precedentemente immersa nel latte e strizzata, il parmigiano, il prezzemolo, l’uovo, il sale, il pepe e la noce moscata. Impastate nuovamente gli ingredienti e lasciate riposare per circa 15 minuti. Nel frattempo tritate aglio e cipolla e fateli dorare nell’olio a fiamma dolce poi aggiungete il pomodoro e portate a bollole. Formate con l’impasto delle polpettine di circa 10 grammi l’una e non appena il sugo è leggermente ristretto immergetele e fate cuocere per circa 40 minuti a fiamma bassa. Mettete a bollire una pentola con acqua che salerete appena raggiunto il bollore e lessateci gli spaghetti da scolare al dente. Conditeli con le polpette e il sugo e portate in tavola caldi.

Le polpette de “Il Padrino” per Marlon Brando

“Fronte del Porto” gli dette la celebrità a livello mondiale… Un modo di recitare nuovo e quel ragazzo aspro, ombroso con rari momenti di infinita dolcezza, finì per creare il mito del bello e dannato,del ribelle, dell’anticonformista. Scaldò il cuore di tutti i giovani che in quel lontano 1954 avevano una gran voglia di ribellarsi… ma non sapevano esattamente contro chi e contro cosa… il 1968 era ancora lontano e i giovani “on the road” erano allora pochi e sconosciuti. Eppure qualche anno dopo, quel film, Marlon Brando di sicuro non lo avrebbe mai girato. Ma allora  come avrebbe potuto capire quello che stava succedendo a Elia Kazan…  Il regista, autore di film  progressisti, come “Pinky, la negra bianca” sui problemi razziali e “Viva Zapata” che esaltava la rivoluzione, era in quel momento in pieno ricatto da parte della Commissione McCarthy che indagava sulle attività antiamericane…  E in epoca di guerra fredda la Commissione era in sostanza  il braccio operativo di una spietata caccia alle streghe… Il quasi  inesistente “comunismo americano”… Kazan, è chiaro, per salvare se non la pelle, di sicuro la carriera, non si fece scrupolo di denunciare 11 persone  della gente di Hollywood… Ma in realtà il suo capolavoro mediatico di propaganda anticomunista fu “Fronte del Porto.” Chiaro che qualunque sindacato forte come quello dei portuali di New York agli occhi della Commissione Mc Carthy, poteva avere connotazioni di sinistra  se non essere addirittura un covo di comunisti.. E  dato che lo strumento più classico per distruggere é la diffamazione, si buttò sul sindacato tutto  il fango possibile… E divenne un covo di  delinquenti che gestivano il porto e i lavoratori con criteri mafiosi e omicidi…   Solo il truce sindacato e mai nessun padrone in Fronte del Porto… Se c’è dunque un film aggrappato al potere più reazionario  fu  questo film ma Marlon Brando il ribelle  lo capì dopo… e in seguito si rifiutò di lavorare di nuovo con Elia Kazan.

Con l’istinto del ribelle  a dell’anticonformismo Marlon Brando ci doveva essere  quasi nato perché già con i genitori aveva avuto seri problemi…  E non aveva neanche tutti i torti con un padre prepotente e una madre alcolizzata. Ma dalla scuola militare dove lo avevano spedito sperando che almeno imparasse un po’ di buone materie si fece cacciar via e finalmente a diciassette anni approdò a New York, senza arte ne parte. Ma sapeva recitare  e lo voleva fortemente. Saranno Shakespeare  e il teatro  a liberarlo dalla dislessia e dall’incapacità di dialogo della sua giovinezza solitaria… Quando arriva a Hollywood è già qualcuno… Ci aveva pensato Stanley Kowalski ad aprirgli le porte e ancor prima di  “Fronte del Porto” era già  nel cuore dei giovani come il Selvaggio sulla moto con il giubbotto nero, il romantico rivoluzionario Zapata e il bellissimo Marcantonio con le ciocche sulla fronte, nell’accorato monologo in difesa di Cesare…

Marlon-BrandDopo divenne indispensabile per Hollywood e  lo impiegarono anche male  con film mediocri, ma di richiamo al botteghino. Ed era anche un personaggio scomodo e imbarazzante, con tutte le libertà sessuali che si prendeva e che andavano nascoste… Con il vento  di perbenismo che tirava da quelle parti… Solo da poco si racconta qualcosa in più. Dicono che…Si era fatto sorprendere a baciare Sir Lawrence Olivier  sotto gli occhi neanche troppo scandalizzati della moglie … Che a Marylin Monroe che gli  prospettava una scappatella aveva offerto 15 euro per le sue prestazioni… Nella sua più completa disinvoltura  sessuale si parlava di relazioni con Rita Hayworth ma anche con Montgomery Clift  e lo stesso James Dean… Aveva soprattutto un amico del cuore… un attore  fuori del mondo colorato di Hollywood  che recitava in televisione e portava gli occhiali su un viso del tutto anonimo. A suo modo Brando fu fedele a Wally Cox  per tutta la vita e quando l’attore morì volle le sue ceneri… Raccontano che negli ultimo tempi della sua vita mangiasse spesso solo con l’urna delle ceneri di Cox appoggiata sul tavolo.

La rabbia sociale andava di pari passo …  e anche questo era motivo di disagio a Hollywood. Cominciò a difendere tutte le minoranze razziali e in particolar modo  gli afro americani che avevano cominciato un’ aspra battaglia per i loro diritti. Fu per questo forse che quando prese moglie o per meglio dire mogli si scelse  sempre donne esotiche prima Anna Kashfi che era per metà indiana, poi una messicana e la terza moglie Tarita Teriipia, un’attrice di Bora Bora, conosciuta mentre girava “Gli ammutinati del Bounty”, che ci lasciò un memorabile ricordo del Tenente Fletcher, mito individuale in un film che doveva essere corale…

L’imbarazzo di Hollywood verso il suo scomodo personaggio raggiunse il culmine il 28 agosto del 1963 quando  in quel 25% di  bianchi che ascoltarono Martin Luther King affermare “I have a dream” c’era anche Marlon Brando. Stavolta gliela fecero pagare. Per alcuni  anni i film di Marlon Brando furono pochi e mediocri.  Lo volle Chaplin ne “La contessa di Hong Kong”, ma non fu un successo e Quemada lo interpretò perchè era un film italiano e lo volle  Gillo Pontecorvo che alla fine disse che Brando era il più grande !

Fu  “Il Padrino” a far risorgere veramente Brando… E fu un interprete, un personaggio, un mito tutto diverso… Dapprincipio non voleva quella parte mafiosa e poi con l’estro e il gusto dell’eccesso che era tutt’uno con lui, si spoglio di tutta la sua bellezza che a 48 anni era ancora tanta, si riempì le guance d’ovatta, un paio di baffi da meridionale, un invecchiamento precoce e divenne Don Vito Corleone, la voce roca e l’accento dell’ Italia meridionale… ma senza un briciolo di istrionismo, solo misura e grandezza. Certo  parte del merito era anche di quel giovane regista italo americano, ma alla fine in molti dichiararono che “Il Padrino è il film più grande di tutti i tempi”. Giudizio senz’altro  enfatico, ma rende il clima passionale che si creò attorno all’opera di Francis Ford Coppola. Per Marlon Brando ci fu l’Oscar, era il secondo dopo “Fronte del Porto”, ma  lui questa volta non andò a prenderlo. Era diventato ancora più pazzo o forse più saggio… Mandò una giovane nativa americana vestita da Squaw, con le treccine, che protestò dal palco – e aveva tutte le ragioni – per il trattamento iniquo che l’America riservava ai nativi. Poi con determinazione se ne andò senza ritirare il premio…

Aveva voluto che “ll Padrino” fosse girato in fretta perché aveva un impegno a Parigi.. Difficile superare  Don Vito Corleone, ma il disincantato personaggio de  “L’Ultimo Tango a Parigi” che viene ucciso appena riacquista la voglia di vivere è di quelli che non si dimenticano. Brando ha ancora fascino da vendere  e Bertolucci ne fa un interprete sensibilissimo della solitudine e della crisi di valori. Il film era un capolavoro e lo perseguitarono.”Era scandaloso – dissero –  troppi nudi e scene di sesso” senza voler vedere che non c’erano forzature ed cccessi, che era tutto funzionale  alla storia… E poi c’era lui Brando che di per sé era già  un’odiata icona del proibito. In paesi come l’Italia del film  ne ordinarono il ritiro, poi la distruzione della pellicola in un rito quasi satanico di fobia sessuale.  E’ da poco tempo che è stato possibile rivederlo.

Dopo “Ultimo Tango a Parigi” Brando seguitò a lavorare e a farsi pagare profumatamente, aveva tre ex mogli e circa dieci figli fra quelli ufficiali e meno…ma l’unico film capolavoro nacque dal rinnovato incontro con Francis Ford Coppola. Stavolta non c’era bisogno di travestimenti. La leggendaria bellezza di Brando non c’era più… Appesantito, invecchiato, malconcio per l’alcol, ma sempre divo e imperioso volle essere riprese nella penombra, spesso appena si intravvede  ma, in “Apocalipse Now” ci regalò il Colonnello Kurtz, un semidio votato all’autodistruzione, che in qualche modo  è la sintesi dell’ex pugile dei suoi inizi e la stanchezza  di Don Vito Corleone.

Gli ultimi anni saranno nefasti e in un susseguirsi di tragedie familiari, con un figlio condannato per omicidio e una figlia suicida, Brando morirà in solitudine, come molto spesso, nonostante  i riflettori, la celebrità e gli amori, gli era successo  durante la vita. Alla fine le sue ceneri furono gettate in mare assieme a quelle del suo federle amico Wally Cox…

Era accaduto durante le riprese del Padrino che Marlon Brando aveva conosciuto la cucina italiana! E del resto era inevitabile in un film che è tutto imperniato su una famiglia mafiosa che a tutti i costi vuole mantenere le sue origini e le sue  tradizioni… Almeno finchè non ci penserà la generazione successiva a dimenticare qualcosa…  C’è un momento della storia, in cui  Peter Clemenza, un fedelissimo della famiglia  deve cucinare  durante un’emergenza e parla  di come si preparano le polpette al sugo…  E allora viene naturale concludere con questo piccolo ricordo di un grande film, sicuramente uno dei più grandi dell’ indimenticabile carriera di Marlon Brando.

POLPETTE AL SUGO

INGREDIENTI per 4 persone: Carne bovina o suina  tritata 500 grammi, mollica di pane grammi 100, pepe a piacere, sale quanto basta, prezzemolo tritato 2 cucchiai, aglio 3 spicchi, noce moscata 1 pizzico abbondante, 3 uova, pecorino grattugiato 50 grammi, parmigiano grattugiato 50 grammi, basilico fresco 5 foglie  e, 1 cipolla, la scorza di 1/2 limone tritata finemente, olio extra vergine di oliva 5 cucchiai,1 cipolla, latte 1/2 di bicchiere

PREPARAZIONE:  Spezzettate la mollica di pane e mettetela a bagno nel latte. Mettete in una ciotola la carne tritata, strizzate dopo alcuni minuti il pane dal latte e aggiungetelo alla carne  sbriciolato, proseguite aggiungendo il parmigiano, il pecorino, il prezzemolo, le uova, il sale, il pepe, la noce moscata,la scorza del mezzo limone.  Impastate tutti gli ingredienti e cominciate a preparare il sugo ponendo in una casseruola l’olio,la cipolla a fette e l’aglio tritato. Lasciate cuocere lentamenye e poi versate il sugo di pomodoro, aggiustate di sale e fate cuocere a fuoco  medio.  Mentre il sugo si cuoce con l’impasto formate delle polpette con circa 10 grammi ciascuna e inseritele nella casseruola del sugo con delicatezza. Lasciate consumare per circa 30 minuti e  qualche minuto prima di togliere dal fuoco aggiungete il basilico fresco. Si servono calde. Dopo qualche ora dalla cottura, se nuovamente riscaldate, avranno acquistato più sapore.