John Le Carrè, la spia e il cornish pastry!

David Cornwell   si divertiva con il suo doppio lavoro.. Anche  se qualche volta doveva fare  qualche acrobazia… Appena entrato in diplomazia l’avevano subito spedito a Bonn, Secondo segretario dell’Ambasciata Inglese…  Si sa,  attorno alle ambasciate spesso  fiorisce un’aria misteriosa di spionaggio, di avventure, di servizi segreti  a cui il giovane funzionario non era rimasto  insensibile… E a quel mondo si era ispirato per cominciare a scrivere  i suoi romanzi… una specie di scrittore della domenica  e senza molta fiducia nelle sue fortune letterarie… Quel giorno si trovava a Londra per caso… aveva accompagnato dei funzionari tedeschi in visita a esponenti del Governo Britannico…  Nel frattempo il suo agente    gli aveva procurato, quasi a sorpresa, un incontro con Martin Ritt… diceva che al famoso regista  interessava il suo romanzo… David Cornwell era incredulo… non era nemmeno stampato quel romanzo… Comunque ora stava correndo verso la sala da pranzo del Connaught Hotel… era riuscito a svignarsela da quel terribile impegno ufficiale… Ma il tempo per cambiarsi non  c’era stato e adesso stava varcando la soglia  con la sua giacca nera stretta, il panciotto nero, una cravatta argentata e i pantaloni a righe nere e grigie.. “Ma perché si è vestito come un Maitre d’hotel?”  fu la domanda sbalordita del  regista…  Lui nonostante le rigide regole di quel sofisticato  locale indossava  una camicia nera da rivoluzionario abbottonata fino al collo,  un paio di pantaloni larghi con l’elastico in vita, stretti alle caviglie e un basco in testa con la punta in sù… John Le Carrè ancora arrossisce quando ripensa a quel primo incontro… Ma nonostante tutto il film si fece  ed era “La spia che venne dal freddo” con un interprete eccezionale come Richard Burton…

Non era passato molto tempo da quella sera  quando  Le Carrè  si trovò a  fare  lo scrittore a tempo pieno… In effetti quello che ogni tanto si dice delle ambasciate qualche volta è vero… il suo nome era finito in una lista di agenti del controspionaggio inglese  che i  sovietici stavano ora esaminando con molta attenzione… David Cornwell come diplomatico e come agente era bruciato…

Certo che neanche nelle più pazzesche fantasie dei suoi romanzi avrebbe potuto immaginare una cosa simile… Era finito nel più grave di tutti gli scandali che mai si era abbattuto sul servizio segreto britannico… Avevano appena scoperto l’anello più importante di  una rete di agenti doppi  alle dipendenze del KGB sovietico… Quelli  che passeranno alla storia come i “Cambridge Five.”… Perché proprio all’Università di Cambridge si erano conosciuti!  John Caincross,  Anthony Blunt, Donald McLean, Kim Philby e Guy Burgess appartenevano alle classi   alte……  E non presero mai soldi dall’Unione Sovietica… Eccezion  fatta per Caincross che sembra una volta abbia avuto bisogno di soldi per pagare il dentista… Per  tutti fu ideologia o l’opposizione  al fascismo, che serpeggiava  anche nella democratica Inghilterra degli anni ’30…L’unico che avrebbe potuto spiegarlo, perché  non fuggì all’estero, Blunt,  fu abbastanza vago quando ne parlò “L’atmosfera era così eccitante e intensa, il nostro impegno, l’entusiasmo per ogni attività antifascista era così totale che io trovai naturale avvicinarmi al partito comunista”  Cominciò tutto dunque  a  metà degli anni ’30, ma  i peggiori guai  arrivarono con la “guerra fredda” che spaccò il mondo in due blocchi… Segreti militari, informazioni di ogni genere…  i Cambridge Five erano tutti in posti strategici…Mc Lean, all’ambasciata britannica di Washington, aveva accesso all’Atomic Energy Commission e altro che coniugi Rosenberg! Buona parte dei segreti della bomba atomica li passò lui… Guy Burgess  vanificò l’Information Research Center  che doveva  contrastare la propaganda sovietica, Caincross lavorava al Foreign Office, Blunt  per la verità dopo la guerra si occupava di arte  ed  era il più insospettabile… e anche il più intoccabile, perché si occupava dei beni artistici della Regina… Philby  lavorava nel M16  e si era specializzato a distruggere le reti spionistiche inglesi all’estero. A metà degli anni 50 il gruppo si era più che dimezzato… Scoperti, Burgess, McLeon e Caincross fuggirono… Ma  Blunt e Philby   se la cavarono .

Fu nel 1963 che anche per Philby arrivò la resa dei conti, ma prima che lo potessero arrestare era già nell’Unione sovietica, dove  per molto tempo lo trattarono piuttosto male, togliendogli persino il grado di Colonnello che si era guadagnato in tutti quegli anni di spionaggio..

L’uscita di Le Carrè  dai servizi era stata dunque inevitabile, una volta scoperto il suo nome e la sua attività… Ma c’è da dire che se non fosse stato per Kim Philby, non avremmo mai avuto  “La Talpa” e gli altri romanzi che compongono la “Trilogia di Smiley”,” l’Onorevole scolaro” e  “Tutti gli uomini di Smiley”…  George Smiley è  l’antieroe per eccellenza, l’ uomo solo, un po’ disordinato, lento nel passo e con un inizio di pinguedine…  Ma  un cacciatore di spie come non ce ne sono altri, che costringe  l’ M16 a richiamarlo in servizio perché solo lui è capace di cogliere ogni più piccolo indizio e rielaborarlo fino a scoprire il suo Philby… Che nel romanzo si chiama Gerald, e come la vera spia occupa una posizione chiave  e sembra l’ultimo dei sospettabili…Ma  Smiley riuscirà a smascherarlo nel momento stesso che scoprirà dolorosamente il tradimento di sua moglie. Ce  ne è voluto di coraggio a costruire  una figura simile di uomo qualunque  quando imperava  oo7 con il corpo scolpito, i successi, le donne e la vita facile… Eppure Smiley fu un personaggio eccezionale perché non c’era solo l’autore a identificarsi in George Smiley, ma tutti coloro che si sentivano un pò sconfitti e facevano fatica a vivere. Il cinema  si era già appropriato di “Chiamata per il morto” e “Lo specchio delle Spie”. Alec Guiness in televisione  si identificò talmente con Smiley  da sorprendere perfino Le Carrè…  Aveva capito anche le sfumature del personaggio che erano sfuggite al suo autore… Poi diventò difficile tenere a mente tutte le opere di le Carrè che diventarono film… La Tamburina, Il Sarto di Panama, The Constant Gardner… Perfino Sean Connery, che una volta era stato OO7,  il contrappunto di Smiley, si sentì onorato di partecipare a “La Casa Russia”, un altro dei film  tratti da un romanzo di Le Carrè! Di recente anche “La Talpa” è diventato un film… Tre nomination agli Oscar … E un gran successo di botteghino e di pubblico.

E il vero Philby? Finì i suoi giorni in Russia, ma era alcolizzato e condusse una vita grama. Solo verso il finire della sua vita lo rivalutarono… Quando morì poi gli fecero anche un funerale di Stato e un francobollo… Forse Philby lo sapeva che l’Unione Sovietica non sarebbe stato il Paradiso, perché scappò il più tardi possibile proprio quando  non poteva più restare in Occidente.

Blunt tutto sommato se l’era cavata meglio di tutti. Quando nel 1964 scoprirono la sua attività lui aveva una fama così grande come critico d’arte a livello internazionale che preferirono non fare scandali… Anche perché era stato così vicino alla Regina mentre le curava religiosamente il suo patrimonio artistico… Si disse pure che aveva in mano documenti compromettenti sulle simpatie un po’ naziste dell’ex re Edoardo… Forse era meglio mettere tutto a tacere…  Ma la Thatcher, signora di ferro, dritta come un fuso, 15 anni dopo, di tutti quei silenzi non ne volle sapere e lo  denunciò all’opinione pubblica… Fu forse la peggiore amarezza per  Blunt … Morì qualche anno dopo ma non si fece mai un giorno di carcere.

John Le Carrè è uomo di storie inesauribili, però dopo  la fine della Gerra Fredda sembra che non voglia più ricordare quegli anni…  Ma chissà che un giorno non si decida a parlarci di Anthony Blunt, forse la figura più ambigua e più interessante di tutti e 5 le spie di Cambridge!

  Le Carrè nella saga di Smiley non parla dei suoi pranzi, ma  è fin troppo ovvio che George, così solo e poco pratico delle cose di tutti i giorni, andasse  a mangiare in qualche tavola calda o in qualche birreria di Londra dove  fra i cibi pronti non manca mai un piatto della più consolidata tradizione inglese:

 CORNISH PASTRY

INGREDIENTI per 4 persone

PER LA PASTA: 225 grammi di farina, 100 grammi di burro, acqua q.b.,un pizzico di sale.

PER IL RIPIENO: 1 patata tagliata a cubetti, 1 cipolla tritata, 250 grammi di controfiletto di manzo, tagliato a cubetti di un centimetro.

PREPARAZIONE: preparate la pasta mettendo la farina in una ciotola,aggiungendo il burro tagliato a pezzetti e il sale. Mescolate bene con le mani amalgamando burro e farina come a formare delle briciole di pane. Aggiungete l’acqua,circa due cucchiai e impastate il tutto con una spatola di metallo,sin quando la pasta non sia abbastanza soda. Fatene una palla e fatela riposare in frigo per circa mezz’ora. Passato questo tempo mettetela su una spianatora, dividetela in quattro pezzi che stenderete sino a raggiungere per ciascuno l’altezza di circa 1/2 cm. Ogni cerchio dovrà avere un diametro di circa 16 cm. al centro dei quali metterete qualche cucchiaiata di carne, la cipolla tritata e la patata a cubetti. Bagnate con un pò d’acqua i bordi della pasta e uniteli in modo da formare delle mezze lune a cui schiaccerete bene il bordo aiutandovi con una forchetta. Appoggiate le pastries su una teglia e fatele cuocere in forno caldo a 190°C per circa 40 minuti. Si mangiano sia calde che fredde.

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Un dolce rustico per Giorgio Armani: la sbrisolona

Fra sanzioni prima e tempo di guerra  poi, molte cose erano sparite dalla vita degli italiani…Il cibo era razionato  e di tessuti  se ne trovavano ben pochi e a prezzi spaventosi… Le persone grandi, girando, rigirando  e “rimodernando” –  come eufemisticamente si diceva –  cappotti e giacche, in qualche modo riuscirono ad arrivare a guerra finita… Ma per i bambini  era diverso… crescevano in fretta e riciclare i vestiti dell’anno prima era difficile. Per fortuna  si trovavano le stoffe militari… per le divise dei soldati… Così sua madre  si adattava con quei ruvidi tessuti e cuciva da sola i vestiti per Giorgio e sua sorella. Lei veniva da una famiglia in vista  a Piacenza e  le sembrava importante mantenere un certo decoro, nonostante i  tempi  difficili.. Probabilmente fu allora, che Giorgio  cominciò a interessarsi agli abiti e,  magari inconsciamente, a capire il valore simbolico che si portavano dietro…  L’equilibrio e il “meno che diventa più” lo intuì invece  appena un po’ dopo! Poteva avere 12 anni e la guerra era finita … Miracolosamente arrivò un pollo in casa…Era Natale  e la madre  volle decorare la tavola a festa… Sembrava a tutti bellissima sin quando Giorgio non  freddò l’ambiente “Troppi fiori… disse a sua madre,  togline un po'” Dopo pochi anni andarono via da Piacenza… Suo padre aveva trovato lavoro a Milano e per Giorgio fu uno choc… Non poteva allora immaginare quanto  Milano sarebbe stata importante… Quando tornò dal servizio militare abbandonò anche gli studi di medicina… Era rimasto deluso da entrambe  le esperienze e tanto per trovargli un lavoro un’amica  lo fece assumere come vetrinista a “La Rinascente”… Quello fu il suo ingresso nel mondo della moda, dalla scala di servizio, per 10 anni di fila…Poi l’incontro con Nino Cerruti… il design e  la gestione aziendale, con uno sguardo a 360 gradi. sul complesso mondo dell’alta moda… Ma “Giorgio Armani” lo diventa tardi.. quasi alle soglie dei quarant’ anni… Fu il suo amico Sergio Galeotti a spingerlo…Uno studio ufficio in due stanze arredato con i soldi ricavati della vendita delle loro auto…   A Porta Venezia  Giorgio disegnava e Sergio teneva i contatti col mondo.

Nel 1975 la prima linea uomo – donna pret a porter… che rende felice Giorgio perché da Cerruti si era occupato solo di moda maschile…La collezione che  fa gridare  al nuovo talento  arriva rapidamente  l’anno dopo nella Sala Bianca di Firenze, ed è l’inizio della sua rivoluzione: è   la “giacca destrutturata”…  un  unico stile per donne e uomini! Materiali di pregio, morbidi come il cashmire,  senza  imbottiture e  grandi spalline,  bottoni spostati, asole cucite a mano, impunture a vista e fessino aperto…  Se qualche supporto interno rimane è  solo  di prodotti naturali come il crine di cavallo. “Volevo che le donne portassero giacche, cravatte e smoking come gli uomini, ma che restassero il più femminili possibile.” E ciò ovviamente non sarebbe stato possibile con quelle giacche così rigide e pesanti.  E’ una donna del tutto nuova quella di Armani… che però veniva da lontano…la prima ispiratrice può essere stata Cocò Chanel  con gli smilzi vestitini di jersey , senza strozzature in vita dietro i quali  le linee del corpo giocavano a nascondersi e rivelarsi seguendo i  movimenti. Fra quelli più vicini a lui c’era Kenzo lo stilista giapponese figlio di più culture che mischiava  assieme con assoluta  nonchalance oriente e occidente…

Grande tentazione quella dell’oriente che in Armani si riaffaccerà periodicamente… All’inizio degli anni ’80 Armani è già un mito e  Hollyvood  abbandona i suoi sarti  per  Armani  quando si tratta di vestire Richard Geere che deve interpretare l’equivoco bellissimo “American Gigolo”. Nel 1982 Time gli dedica una copertina… E’ la consacrazione”  Con l’andar del tempo Armani muta  e si invaghisce di tante donne diverse che a ben guardare però sono sempre le stesse con pochi  colori per volta, tanti grigi, neri e bianchi e il suo tipico azzurro. Lo stile inconfondibile è  fatto di  cose essenziali e qualche improvviso guizzo di fantasia nel drappeggio, nel colore, nell’oriente…  All’inizio, negli anni ’70 la donna Armani  è  sportiva, classica  e confortevole, con qualche riferimento retrò (cappello cloche)  …. Nel pieno degli anni ’80 ha un  look tipicamente yuppie, caratterizzato da un mood femminista e androgino… spalle larghe e camicie “baby” con tessuti soft e cascanti.  Nel ’90 si lascia tentare  da  quelle  strane dive  americane, alte flessuose… con qualche tratto maschile come  Marlene Dietrich o Greta Garbo che  spesso indossavano  larghi pantaloni  alti in vita, ma nello stesso tempo l’oriente  coloniale si affaccia prepotentemente   ne “Il te nel Deserto” … Ancora  dagli anni duemila in poi ritorna allo stile degli anni 20 e 30 e alle  le sarte hollywoodiane  che preparavano  sontuosi abiti fatti di tessuti leggerissimi  e appena velati  su cui poggiavano complicati ricami di paillettes.  Un mondo di fragili eleganze tutto da rivisitare e mischiare disinvoltamente assieme a gheishe e ai fior di pesco come nella collezione del 2011…E in tutto questo Armani è rimasto fedelissimo alla moda uomo con cui aveva iniziato  puntando  sui jeans  da abbinare  spesso alla  giacca e alla cravatta a farfalla in un casual che diventa unico … e  imitatissimo, alle bluse morbide che va a saccheggiare  nei guardaroba femminili e  i nuovissimi trench con le bretelle anziché con la cinta. L’intimo uomo poi è  stato un successo nel successo  per il  modo di modellare  e di equilibrare  fatto di tagli perfetti e pochi colori… qualche anno fa pare che abbia pagato cifre astronomiche per avere come Testimonial  David Beckham, Rafael Nadal e Christiano Ronaldo.

Lo chiamano Re Giorgio, ma il suo ormai è un Impero… A lui hanno chiesto tutto … e tutto si è inventato… Profumi dai nomi deliziosi come “Acqua di Jo”, la cantante Beyoncè  che  presenta  Emporio Armani Diamonds, occhiali, accessori, gioielli, borse, scarpe.. La passione per l’arredamento, fortissima, invece  ha fatto nascere “Armani Casa”  con sontuosi alberghi come quello di Dubai o con centri vendita come  l’Armani Ginza Tower a Tokio  o la sede di Milano a Via Bergognone …

Un settore dove Armani ha rivelato se stesso sino al più profondo del suo cuore… Purissime linee dove  l’ essenzialità si è mischiata  allo spirito dell’oriente… ma a quel particolare oriente che è lo  Zen  e ha dato vita ad ambienti rigorosi, con pochi colori… Il suo stile minimalista  che ha raggiunto il massimo del “less is more…” Fra le realizzazioni di Armani Casa c’è anche il suo ultimo  yacht … Il “Main” 65 metri di lusso, raffinatezza e semplicità.. Peccato che Armani non lo possa dividere con Sergio Galeotti, il suo grande compagno degli inizi, quello che con il suo coraggio e la sua ammirazione gli ha dato la forza per cominciare  “Quando siamo partiti, io non ero uno stilista e lui non era un manager. Ma si è applicato, con ostinazione, con testardaggine, fino a diventare un personaggio …. E’ stata sua l’ idea di fare una struttura tutta nuova, senza produzione, ma solo ideazione e, in qualche caso, vendita. ..”   Così lo ricorda Armani… Perchè Sergio  morì molto presto, nel 1985 … e lui non è più riuscito a dimenticarlo.

Armani  ormai è conosciuto anche per i suoi alberghi e i suoi ristoranti sparsi ai quattro angoli della Terra  dove si mangiano le specialità esotiche più raffinate e particolari… Ma in fondo, nonostante il mondo intero sia ormai la sua patria, una parte di Armani è sempre rimasta a Piacenza, in quella provincia dove si sentiva protetto  e da cui ha fatto tanta fatica a staccarsi. E da Piacenza abbiamo scelto questo rustico e leggendario dolce  tipico della Lombardia e ospite indiscusso delle tavole piacentine che è:

LA TORTA SBRISOLONA

INGREDIENTI per 8 persone circa: Farina di mais 250 grammi, farina di mais macinata più finemente detta “fumetto”  150 grammi,mandorle pelate 150 grammi, mandorle non pelate 50 grammi, zucchero 200 grammi, burro 110 grammi, strutto 100 grammi, vanillina 1 bustina, la buccia grattugiata di un limone, 2 tuorli di uova.

PREPARAZIONE: tritate grossolanamente le mandorle trattenendone 50 grammi intere per la decorazione. In una terrina di grandi dimensioni mettete la farina di mais nelle due versioni, le mandorle tritate, il burro, lo strutto, la vanillina, la scorza di limone, i due tuorli di uova e lo zucchero, trattenendo a parte due cucchiaiate. Lavorate velocemente tutti gli elementi senza amalgamarli troppo perché l’impasto deve rimanere un po’ grossolano,. Imburrate una tortiera del diametro di circa 25 cm. di alluminio usa e getta perché  al termine sarà più facile liberare la torta.Distribuite l’impasto sulla tortiera  sbriciolandolo con le mani mentre lo inserite e senza pressarlo sul fondo. Sulla superficie poggiate le mandorle  intere formando un disegno a piacere. Cuocete nel forno preriscaldato a 180°C per circa un’ora, poi toglietela dal forno e fatela freddare prima di estrarla dalla tortiera. Poggiatela sul piatto da portata e cospargetela di  zucchero prima di servire. Attenzione: c’e un rito da rispettare! La torta Sbrisolona si spezza con le mani. Vietati i coltelli.

Un dolce per Greta… La Crème Caramel!

E’ molto piaciuto a Giorgio Armani quel modo di vestire che aveva  Greta Garbo nella sua vita privata. Sembra quasi che lui si sia ispirato a quei pantaloni morbidi, ai pullover di una taglia più grandi e ai lunghi soprabiti  della diva. I colori invece no, sono diversi, Greta amava spesso i toni pastello, con cui valorizzava la sua pelle diafana e  l’ovale aristocratico, Armani preferisce i toni écru e soprattutto il bianco e nero. A Hollywood  Greta aveva accentuato le sue scelte… Quando andava a trovare  John Gilbert nella sua villa sopra Beverly Hills si metteva lo stesso tipo di cappotto di John e del suo amico Carey Wilson, stretto in vita da una larga fascia… E mentre  andavano a fare lunghissime passeggiate lei esclamava felice “Ora sono anch’io un ragazzo!… . All’epoca Greta Garbo era  già un ‘attrice di successo e forse, complice  la passione de”La carne e il diavolo”, anche  lei e Gilbert  stavano vivendo  la loro storia d’amore… che non poteva durare, erano troppo diversi… Lui esuberante, aperto, pieno di simpatia, lei chiusa in se stessa, parlava poco e sempre a disagio  quando Gilbert riceveva troppi amici. Già allora  detestava essere riconosciuta o fotografata ed era sempre pronta a scappare. Sembrava impossibile, ma quella che già definivano “la divina” , la donna fatale,  passò l’intera vita assieme alla sua terribile insicurezza. Aveva alle spalle la povertà più assoluta, il lavoro appena quindicenne nel negozio di un barbiere e poi la commessa ai grandi magazzini di Stoccolma… Non aveva potuto studiare in Svezia e tanto meno lo poteva fare a Hollywood con tutto quel lavoro massacrante…  Forse l’unica persona con cui stava veramente bene, senza disagio era Mauritz Stiller, il regista che  l’aveva scoperta  portandola al successo con “La saga di Gosta Berling”e  poi  l’aveva accompagnata in America…Un uomo che la proteggeva e  col quale non c’era rischio di  problemi sentimentali… perché era completamente gay.  Ma Stiller a un certo punto fu costretto ad andarsene, Hollywood non voleva saperne di lui … Gilbert invece fu costretta lei a lasciarlo… Aveva osato chiederle di sposarlo e  infranto le regole… Nessuno poteva permettersi di  renderla meno indipendente e autonoma. Rimasta sola si sfogava con le lettere che scriveva ai suoi amici in Svezia… era infastidita dalla pubblicità e scontenta dei suoi personaggi di donna fatale e vamp distruttiva…mentre sperava invano di fare Giovanna d’Arco, la vergine guerriera e mascolina con cui si identificava…  Forse fuggiva  i giornalisti e i fotografi per paura che si amplificassero quelle che erano ancora piccole o quasi innocenti insinuazioni sugli  aspetti un po’ mascolini che ostentava nella vita privata… E dire che sullo schermo, con quegli eleganti  vaporosi vestiti, era così sensuale e femminile da lasciare  tutti senza fiato…  Quel titolo di “divina,” in ogni caso non era un’esagerazione  o un trend… c’è già nella giovanissima Garbo una rara  capacità di recitare  a tutto campo, utilizzando  ogni minimo movimento del corpo e ogni singola espressione del viso per dare significati altissimi ed espliciti a ogni tipo di emozione. Clarence Brown che la diresse più volte non riusciva a farsi una ragione del suo talento “Greta Garbo aveva qualcosa che nessun altro aveva sullo schermo…Giravo una scena con lei e il risultato mi sembrava discreto. La rifacevo tre o quattro volte e non ero mai interamente soddisfatto. Quando però vedevo la stessa scena sullo schermo, c’era in più qualcosa che sul set mancava. La Garbo nascondeva nello sguardo qualcosa che non si riusciva a vedere finché non lo si riprendeva in primo piano. Si poteva vedere il suo pensiero. Se doveva guardare una persona con gelosia e un’altra con amore non doveva cambiare espressione. Si poteva cogliere il cambiamento nei suoi occhi mentre spostava lo sguardo da una persona all’altra. Nessun altro è stato mai capace di farlo sullo schermo!”

L’arrivo del sonoro che tanti attori mise in disparte, lei non la toccò minimamente.  Dopo “Anna Christie” in cui per la prima volta  fu possibile udire la sua voce,  le offrirono “La Regina Cristina” un film che  affronto’ con gioia,  un bel  personaggio,  sia pure  non evidenziato nella sua doppia identità sessuale, che le dava però la possibilità di vestirsi da uomo e fingersi tale… Fu così generosa che  impose  anche John Gilbert che  era stato già messo da parte con l’avvento del sonoro…Fu per entrambi un favoloso successo… anche  se ormai l’amore non c’era più. Lei aveva incontrato una poetessa, un’ intellettuale che discendeva addirittura dai duchi D’Alba spagnoli… Una donna che vantava il suo essere lesbica… e per diversi anni fu passione o… forse amicizia… Mercedes de Acosta rivelò  la loro relazione molti anni dopo  nelle sue memorie… era malata e aveva bisogno di soldi. Greta Garbo ne soffrì da morire…Furiosa  smentì categoricamente tutto e non  ne volle più sapere. Probabilmente fu del tutto inventata la successiva relazione con Marlene Dietrich che sventolava la sua bisessualità come un vessillo. Greta era troppo riservata e gelosa della sua privacy per  consegnarsi nelle mani  della loquace Marlene…

Invece con Leopold Stokoski il grande e contestato direttore d’orchestra, che diresse le musiche di “Fantasia” per la Disney, fu  di sicuro amore.  Cosa poteva offrirle di più suggestivo? Stokoski portò la Divina a Ravello… e da lì “Mi sono innamorato” scriveva a un amico. Dopo la prima segretissima notte, Cecil Beatonil cameriere portò alla Garbo, una rosa appena colta assieme  alla colazione…un tè profumato all’arancio…  lo bevvero sulla terrazza davanti al paesaggio a strapiombo  che non ha confronti. Poi nei giorni seguenti passeggiavano, giocavano a tennis e andavano a leggere i libri sulle panchine di Villa Cimbrone, dove lui si commuoveva ricordando i musicisti che di lì  erano passati… Quando  si sentì più sicuro una sera al ristorante le consegnò un astuccio e mentre lei guardava il bellissimo anello cominciarono a scattare i lampi dei fotografi. Li aveva avvisati Stokoski? … Una coincidenza?… Lei volle partire in fretta e non si parlò più di matrimonio— Qualche tempo dopo era tutto finito…

Lei tornò a lavorare e fu di nuovo assassina, spia, moglie infedele, cortigiana…  Fra muto e sonoro più di 20 film seri e drammatici… Ernst Lubitsch invece capì le sue capacità  humour e lei divenne la brillantissima  Ninotchka, l’integerrima funzionaria russa  che cede alle lusinghe dell’Occidente e dell’amore. Un grande successo  e uno stupore ancora più grande … “Garbo laughs”  si confidavano l’un l’altro ed era la prima volta, che succedeva, in 15 anni di carriera a Hollywood.

Ma la sua carriera invece si spezzò all’improvviso due anni dopo, un altro film  brillante, ma stavolta sfortunato .”Non tradirmi con me”  fu un grosso insuccesso in America… Troppo sofisticato  per lo zoccolo duro del conformismo americano che lo tacciò pure di immoralità… In Europa dove sicuramente sarebbe stato accolto meglio arrivò solo diversi anni dopo… Quando finì la guerra, ma la Garbo si era ritirata e per sempre dal 1941,.. Era al colmo della sua bellezza e aveva solo 36 anni,ma non ne volle più sapere…

Passò tutto il resto della sua vita a dimenticare Hollywood… Girando il mondo sotto le tese dei suoi ampi e leggendari cappelli, inseguita da Cecil Beaton che aspettò 10 anni per riuscire a fotografarla e poi a tentare di sposarla, nonostante lui fosse gay…Con George Schlee, il  suo manager, invece fu amore … Lei era anche amica di sua moglie Valentina che tollerava e faceva anche lei un po’ di corte a Greta…   Con George  durò più di 20 anni… Passavano le vacanze in Europa, sulla barca di Onassis, a Portofino… finchè George morì praticamente fra le sue braccia. Per il resto della sua vita le rimase la profonda amicizia di Cecile de Rothschild… Oggi 15 aprile 2013, sono esattamente 23 anni che Greta Garbo è morta … A noi è rimasto il suo mito e quello… non muore mai.

La ricetta  viene direttamente dalla casa di Greta Garbo… Federico Zeri, il critico d’arte che la conosceva bene, era spesso ospite nella sua casa di New York. Greta Garbo era una salutista, camminava per ore tutte le mattine e il suo cibo era molto semplice e dietetico, ma per l’amico Federico al termine del pranzo c’etra sempre una deliziosa Crème Caramel. E un dolce al cucchiaio di antiche tradizioni che affondano la loro origine ddirittura all’epoca dell’Impero Romano quando  si mangiava in versione meno dolce e più aromatica…

CREME CARAMEL

INGREDIENTI  per 6 persone: panna fresca 150 ml, 1/2 stecca di vaniglia, 4 uova intere  + 1 tuorlo, 120 grammi di zucchero, latte fresco intero 450 ml,

INGREDIENTE  per il caramello: 4 cucchiai di acqua, 150 grammi di zucchero.

PREPARAZIONE: Versate il latte in un tegame insieme  alla mezza stecca  di vaniglia. Ponetelo sul fuoco  a fiamma bassa e portatelo ad ebollizione. Dopo, tenete il tegame da parte per circa 30 minuti, senza togliere la vaniglia che deve terminare di rilasciare il suo aroma. Trascorso questo tempo unite la panna al latte e in una ciotola abbastanza capiente sbattete le uova con lo zucchero. Eliminate  la stecca di vaniglia dal latte e filtratelo con un colino a maglie strette. Dopo versatelo lentamente nella ciotola delle uova mescolando con una frusta. Preparate il caramello facendo sciogliere lo zucchero dentro un tegamino  dal fondo spesso assieme all’acqua mescolando in continuazione sino a quando acquisti il colore dorato. Versateli in  parti uguali sul fondo di ciascuno dei sei stampini e ricopriteli con il composto di latte, uova e panna. Ponete gli stampini dentro una teglia e ricoprite il fondo per 1/3 di acqua bollente. Fate cuocere  a bagnomaria per circa 50 minuti e quando la crema si sarà solidificata togliete lo stampo dal forno, fate raffreddare gli stampini prima a temperatura ambiente e poi per circa quattro ore in frigo. Al momento di servire  aiutatevi con un coltello  a staccare la crema da ogni stampino e rovesciateli sui piattine da dolce.