Le polpette de “Il Padrino” per Marlon Brando

“Fronte del Porto” gli dette la celebrità a livello mondiale… Un modo di recitare nuovo e quel ragazzo aspro, ombroso con rari momenti di infinita dolcezza, finì per creare il mito del bello e dannato,del ribelle, dell’anticonformista. Scaldò il cuore di tutti i giovani che in quel lontano 1954 avevano una gran voglia di ribellarsi… ma non sapevano esattamente contro chi e contro cosa… il 1968 era ancora lontano e i giovani “on the road” erano allora pochi e sconosciuti. Eppure qualche anno dopo, quel film, Marlon Brando di sicuro non lo avrebbe mai girato. Ma allora  come avrebbe potuto capire quello che stava succedendo a Elia Kazan…  Il regista, autore di film  progressisti, come “Pinky, la negra bianca” sui problemi razziali e “Viva Zapata” che esaltava la rivoluzione, era in quel momento in pieno ricatto da parte della Commissione McCarthy che indagava sulle attività antiamericane…  E in epoca di guerra fredda la Commissione era in sostanza  il braccio operativo di una spietata caccia alle streghe… Il quasi  inesistente “comunismo americano”… Kazan, è chiaro, per salvare se non la pelle, di sicuro la carriera, non si fece scrupolo di denunciare 11 persone  della gente di Hollywood… Ma in realtà il suo capolavoro mediatico di propaganda anticomunista fu “Fronte del Porto.” Chiaro che qualunque sindacato forte come quello dei portuali di New York agli occhi della Commissione Mc Carthy, poteva avere connotazioni di sinistra  se non essere addirittura un covo di comunisti.. E  dato che lo strumento più classico per distruggere é la diffamazione, si buttò sul sindacato tutto  il fango possibile… E divenne un covo di  delinquenti che gestivano il porto e i lavoratori con criteri mafiosi e omicidi…   Solo il truce sindacato e mai nessun padrone in Fronte del Porto… Se c’è dunque un film aggrappato al potere più reazionario  fu  questo film ma Marlon Brando il ribelle  lo capì dopo… e in seguito si rifiutò di lavorare di nuovo con Elia Kazan.

Con l’istinto del ribelle  a dell’anticonformismo Marlon Brando ci doveva essere  quasi nato perché già con i genitori aveva avuto seri problemi…  E non aveva neanche tutti i torti con un padre prepotente e una madre alcolizzata. Ma dalla scuola militare dove lo avevano spedito sperando che almeno imparasse un po’ di buone materie si fece cacciar via e finalmente a diciassette anni approdò a New York, senza arte ne parte. Ma sapeva recitare  e lo voleva fortemente. Saranno Shakespeare  e il teatro  a liberarlo dalla dislessia e dall’incapacità di dialogo della sua giovinezza solitaria… Quando arriva a Hollywood è già qualcuno… Ci aveva pensato Stanley Kowalski ad aprirgli le porte e ancor prima di  “Fronte del Porto” era già  nel cuore dei giovani come il Selvaggio sulla moto con il giubbotto nero, il romantico rivoluzionario Zapata e il bellissimo Marcantonio con le ciocche sulla fronte, nell’accorato monologo in difesa di Cesare…

Marlon-BrandDopo divenne indispensabile per Hollywood e  lo impiegarono anche male  con film mediocri, ma di richiamo al botteghino. Ed era anche un personaggio scomodo e imbarazzante, con tutte le libertà sessuali che si prendeva e che andavano nascoste… Con il vento  di perbenismo che tirava da quelle parti… Solo da poco si racconta qualcosa in più. Dicono che…Si era fatto sorprendere a baciare Sir Lawrence Olivier  sotto gli occhi neanche troppo scandalizzati della moglie … Che a Marylin Monroe che gli  prospettava una scappatella aveva offerto 15 euro per le sue prestazioni… Nella sua più completa disinvoltura  sessuale si parlava di relazioni con Rita Hayworth ma anche con Montgomery Clift  e lo stesso James Dean… Aveva soprattutto un amico del cuore… un attore  fuori del mondo colorato di Hollywood  che recitava in televisione e portava gli occhiali su un viso del tutto anonimo. A suo modo Brando fu fedele a Wally Cox  per tutta la vita e quando l’attore morì volle le sue ceneri… Raccontano che negli ultimo tempi della sua vita mangiasse spesso solo con l’urna delle ceneri di Cox appoggiata sul tavolo.

La rabbia sociale andava di pari passo …  e anche questo era motivo di disagio a Hollywood. Cominciò a difendere tutte le minoranze razziali e in particolar modo  gli afro americani che avevano cominciato un’ aspra battaglia per i loro diritti. Fu per questo forse che quando prese moglie o per meglio dire mogli si scelse  sempre donne esotiche prima Anna Kashfi che era per metà indiana, poi una messicana e la terza moglie Tarita Teriipia, un’attrice di Bora Bora, conosciuta mentre girava “Gli ammutinati del Bounty”, che ci lasciò un memorabile ricordo del Tenente Fletcher, mito individuale in un film che doveva essere corale…

L’imbarazzo di Hollywood verso il suo scomodo personaggio raggiunse il culmine il 28 agosto del 1963 quando  in quel 25% di  bianchi che ascoltarono Martin Luther King affermare “I have a dream” c’era anche Marlon Brando. Stavolta gliela fecero pagare. Per alcuni  anni i film di Marlon Brando furono pochi e mediocri.  Lo volle Chaplin ne “La contessa di Hong Kong”, ma non fu un successo e Quemada lo interpretò perchè era un film italiano e lo volle  Gillo Pontecorvo che alla fine disse che Brando era il più grande !

Fu  “Il Padrino” a far risorgere veramente Brando… E fu un interprete, un personaggio, un mito tutto diverso… Dapprincipio non voleva quella parte mafiosa e poi con l’estro e il gusto dell’eccesso che era tutt’uno con lui, si spoglio di tutta la sua bellezza che a 48 anni era ancora tanta, si riempì le guance d’ovatta, un paio di baffi da meridionale, un invecchiamento precoce e divenne Don Vito Corleone, la voce roca e l’accento dell’ Italia meridionale… ma senza un briciolo di istrionismo, solo misura e grandezza. Certo  parte del merito era anche di quel giovane regista italo americano, ma alla fine in molti dichiararono che “Il Padrino è il film più grande di tutti i tempi”. Giudizio senz’altro  enfatico, ma rende il clima passionale che si creò attorno all’opera di Francis Ford Coppola. Per Marlon Brando ci fu l’Oscar, era il secondo dopo “Fronte del Porto”, ma  lui questa volta non andò a prenderlo. Era diventato ancora più pazzo o forse più saggio… Mandò una giovane nativa americana vestita da Squaw, con le treccine, che protestò dal palco – e aveva tutte le ragioni – per il trattamento iniquo che l’America riservava ai nativi. Poi con determinazione se ne andò senza ritirare il premio…

Aveva voluto che “ll Padrino” fosse girato in fretta perché aveva un impegno a Parigi.. Difficile superare  Don Vito Corleone, ma il disincantato personaggio de  “L’Ultimo Tango a Parigi” che viene ucciso appena riacquista la voglia di vivere è di quelli che non si dimenticano. Brando ha ancora fascino da vendere  e Bertolucci ne fa un interprete sensibilissimo della solitudine e della crisi di valori. Il film era un capolavoro e lo perseguitarono.”Era scandaloso – dissero –  troppi nudi e scene di sesso” senza voler vedere che non c’erano forzature ed cccessi, che era tutto funzionale  alla storia… E poi c’era lui Brando che di per sé era già  un’odiata icona del proibito. In paesi come l’Italia del film  ne ordinarono il ritiro, poi la distruzione della pellicola in un rito quasi satanico di fobia sessuale.  E’ da poco tempo che è stato possibile rivederlo.

Dopo “Ultimo Tango a Parigi” Brando seguitò a lavorare e a farsi pagare profumatamente, aveva tre ex mogli e circa dieci figli fra quelli ufficiali e meno…ma l’unico film capolavoro nacque dal rinnovato incontro con Francis Ford Coppola. Stavolta non c’era bisogno di travestimenti. La leggendaria bellezza di Brando non c’era più… Appesantito, invecchiato, malconcio per l’alcol, ma sempre divo e imperioso volle essere riprese nella penombra, spesso appena si intravvede  ma, in “Apocalipse Now” ci regalò il Colonnello Kurtz, un semidio votato all’autodistruzione, che in qualche modo  è la sintesi dell’ex pugile dei suoi inizi e la stanchezza  di Don Vito Corleone.

Gli ultimi anni saranno nefasti e in un susseguirsi di tragedie familiari, con un figlio condannato per omicidio e una figlia suicida, Brando morirà in solitudine, come molto spesso, nonostante  i riflettori, la celebrità e gli amori, gli era successo  durante la vita. Alla fine le sue ceneri furono gettate in mare assieme a quelle del suo federle amico Wally Cox…

Era accaduto durante le riprese del Padrino che Marlon Brando aveva conosciuto la cucina italiana! E del resto era inevitabile in un film che è tutto imperniato su una famiglia mafiosa che a tutti i costi vuole mantenere le sue origini e le sue  tradizioni… Almeno finchè non ci penserà la generazione successiva a dimenticare qualcosa…  C’è un momento della storia, in cui  Peter Clemenza, un fedelissimo della famiglia  deve cucinare  durante un’emergenza e parla  di come si preparano le polpette al sugo…  E allora viene naturale concludere con questo piccolo ricordo di un grande film, sicuramente uno dei più grandi dell’ indimenticabile carriera di Marlon Brando.

POLPETTE AL SUGO

INGREDIENTI per 4 persone: Carne bovina o suina  tritata 500 grammi, mollica di pane grammi 100, pepe a piacere, sale quanto basta, prezzemolo tritato 2 cucchiai, aglio 3 spicchi, noce moscata 1 pizzico abbondante, 3 uova, pecorino grattugiato 50 grammi, parmigiano grattugiato 50 grammi, basilico fresco 5 foglie  e, 1 cipolla, la scorza di 1/2 limone tritata finemente, olio extra vergine di oliva 5 cucchiai,1 cipolla, latte 1/2 di bicchiere

PREPARAZIONE:  Spezzettate la mollica di pane e mettetela a bagno nel latte. Mettete in una ciotola la carne tritata, strizzate dopo alcuni minuti il pane dal latte e aggiungetelo alla carne  sbriciolato, proseguite aggiungendo il parmigiano, il pecorino, il prezzemolo, le uova, il sale, il pepe, la noce moscata,la scorza del mezzo limone.  Impastate tutti gli ingredienti e cominciate a preparare il sugo ponendo in una casseruola l’olio,la cipolla a fette e l’aglio tritato. Lasciate cuocere lentamenye e poi versate il sugo di pomodoro, aggiustate di sale e fate cuocere a fuoco  medio.  Mentre il sugo si cuoce con l’impasto formate delle polpette con circa 10 grammi ciascuna e inseritele nella casseruola del sugo con delicatezza. Lasciate consumare per circa 30 minuti e  qualche minuto prima di togliere dal fuoco aggiungete il basilico fresco. Si servono calde. Dopo qualche ora dalla cottura, se nuovamente riscaldate, avranno acquistato più sapore.

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Rita Hayworth e… I Tagliolini al Tartufo Bianco di Alba

Aveva poco più di tre anni quando suo padre decise che doveva ballare. Ballavano tutti in famiglia, lui il Flamenco, il nonno il Bolero… Non le piaceva molto ballare e  soprattutto non ebbe più un’infanzia. A 12 anni attraversava la frontiera e andava a ballare con il padre nei locali messicani perché in California era proibito far lavorare i minori nei locali notturni… Margherita Cansino sembrava voler  bruciare tutte le tappe e a 18 anni era già sposata con un uomo molto più grande di lei che aveva avuto però il merito di sottrarla  alla dittatura paterna e l’aiutava a muovere i primi passi nel cinema. Fu Harry Cohen, un altro dittatore, colui che faceva il bello e il cattivo tempo alla Columbia Pictures  ad accorgersi di quella ragazza, ma per diverso tempo, con quei capelli neri bassi sulla fronte le fece interpretare solo piccoli ruoli esotici. Alla fine le cambiarono look allargandole la fronte con l’elettrolisi e tingendole i capelli di rosso. Anche il cognome così mediterraneo non andava bene, Lei allora prese quello di sua madre e diventò Rita Hayworth, la più bella e famosa pin up americana. I film ora piovevano a raffica e nei primi anni ’40 cominciò il suo mito con film come “Sangue e Arena” in personaggi di donna fatale ed egoista. Ma i film migliori di quel periodo, a distanza di tanti anni sembrano le commedie musicali in cui si scatenava con Fred Astaire o Gene Kelly in ruoli più leggeri e divertenti, mentre metteva a frutto la sua eccezionale bravura di ballerina.

Ma l’etichetta della bellezza esplosiva e “fatale” Harry Cohen e la Columbia gliel’avevano stampata addosso e così dopo essere stata durante la guerra la cover girl un pò equivoca  di tutti i soldati al fronte, si trovò  immediatamente dopo, involontariamente legata alla bomba che gli americani avevano lanciato sull’atollo di Bikini e fu chiamata l”Atomica.” Si sentiva umiliata e offesa e voleva andare a protestare a Washington ma Harry Cohen glielo impedì. Sarebbe sembrato poco patriottico!

Sono di quegli anni i  film più famosi di tutta la sua carriera. “Gilda”, in fondo un film abbastanza stupido, è passato alla storia per il suo leggendario strip dei guanti neri, che mentre se li sfila lentamente è più sensuale   di quello che sarebbe stata nuda… Tacque per quarant’anni ma alla fine Glenn Ford lo dovette ammettere che sul set di Gilda era impazzito d’amore per Rita Hayworth.

Lei a quel tempo era sposata con  Orson Welles e anche se dichiarava che era faticoso vivere tutti i giorni con un genio, fu la docile interprete sotto la sua direzione de “La Signora di Shangai”. In un film poco capito all’epoca per gli intellettualismi e la simbologia  di cui lo caricò Orson Welles, Rita Hayworth apparve nella nuova veste di una gelida e  misteriosa signora bionda che, se anche piacque al pubblico mandò su tutte le furie Cohen e la Columbia perché falsava lo stereotipo della donna dalla ricca capigliatura rosso fiamma. Ma la scena finale del labirinto di specchi dove la coppia terribile finirà per uccidersi  fu ricordata, commemorata e citata tanti anni dopo da Woody Allen che la inserì nel finale del suo film “Misterioso omicidio a Manhattan” e sempre molti anni dopo un famoso critico David Kehr scrisse che la “Signora di Shangai” era “Il più strano grande film mai realizzato.”

Quella con Orson Welles fu una bellissima storia d’amore, lui si spogliava della sua eccentricità, del suo essere superiore e diverso  e si confessava come un bambino” Senza di te la gioia diventa un insopportabile dolore ” le scriveva quando erano lontani. Ma anche Orson con tutto il suo genio era un uomo fragile, economicamente schiavizzato  da Hollywood  che  faceva e disfaceva i suoi contratti  incurante che fosse il memorabile radiocronista della discesa dei Marziani sulla Terra e il regista di  “The Citizen Kane”, quello che ancor oggi molti ritengono “Il più grande film di tutti i tempi.”

Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, ai vari tipi di uomini mediocri e alla soddisfatta gente di cinema. Io non sono nulla di tutto ciò”  Così disse Orson Welles e se ne andò in Europa tanto anche il suo matrimonio era arrivato al capolinea.

Per altre strade anche Rita Hayworth arrivò il Europa e conobbe il suo Principe che sembrava esattamente quello delle favole. Ali Khan all’epoca era pieno di fascino, di soldi e riempiva le cronache mondane di tutta Europa. Rimasero  incantati uno dell’altro, ma lei, anche se a livello probabilmente inconscio, aveva la speranza con quel matrimonio  di liberarsi dell’ingombrante contratto con la Columbia e soprattutto liberarsi di Cohen, per il quale era una specie di proprietà privata da sorvegliare sino a farle mettere i microfoni nascosti nel suo camerino. Invece non riuscì a risolvere i suoi problemi… Fu un matrimonio difficile sin dall’inizio. Per lui, perché sotto la patina mondana era comunque un capo religioso musulmano con una gran moltitudine di fedeli a cui rendere conto e per lei perché fu subito stigmatizzata per essersi unita con l’infedele. All’inizio fu felice di andare a vivere in Pakistan, ma loro due era impossibile che si capissero venuti da due realtà così lontane… Quando si separarono lei si batté con tutte le sue forze perché la figlia le fosse affidata e potesse crescere come una normale  ragazzina americana. Di quel mondo orientale aveva sentito l’imposizione  e la condizione subordinata della donna…  E così nonostante tutto preferì tornare da Cohen e da Hollywood… Ma non fu un gran ritorno.  Il primo film “Trinidad” ebbe poco successo e poi cominciarono a  utilizzarla in ruoli di prostitute e  e di donne fallite. Solo verso la fine degli anni ’50 riuscì a fare due buoni film  Pal Joey con Frank Sinatra e Tavole Separate con Burt Lancaster. Poi arrivò la malattia, non capìta e dissero che era un ‘alcoolizzata.  E poi l’oblio..

L’Europa le era piaciuta molto, si sentiva a suo agio, forse per le sue origini spagnole… E dall’Italia in particolare si portò via un bel ricordo. Un invito, questo si, favoloso, ad  Alba, in Piemonte. Nel 1949 era da pochi mesi sposata con Ali Khan e vollero offrirle, come ospite d’onore dell’annuale e internazionale “Fiera” un dono degno di lei,  proprio perché era appena diventata principessa… Quei tartufi bianchi, che si raccolgono unicamente  nelle zone delle Langhe, di Roero e del Monferrato e che fin dal  1700 sono considerati il cibo prelibato di tutte le Corti reali e principesche d’Europa. Ma da quando vennero offerti a Rita Hayworth, cominciarono a divenire  un Cult anche nel mondo dello spettacolo che ha voluto rendere omaggio al tartufo dandogli un posto d’onore e grande visibilità in tutte le manifestazioni artistiche dei Festival, dei Premi e delle Prime internazionali. E dal mondo principesco del Tartufo …

TAGLIOLINI AL TARTUFO BIANCO DI ALBA

INGREDIENTI per 3 persone: 300 grammi di tagliolini freschi, 50 grammi di burro, 3 cucchiai di parmigiano grattugiato, 1 tartufo bianco di Alba da 25 grammi, sale q. b.

PREPARAZIONE: Pulite accuratamente il tartufo con uno spazzolino dalle setole abbastanza dure. Mettete l’acqua per cuocere la pasta a fuoco vivo e quando bolle salatela e poi versateci i tagliolini. Mentre si cuociono fate scaldare in una padella  il burro sciogliendolo appena e quindi senza superare la temperatura di 40°C. Quando i tagliolini sono cotti, ma ancora al dente versateli nella padella dove è stato sciolto il burro e lasciateli qualche minuto sul fuoco basso rigirandoli e aggiungendo un poco della loro acqua di cottura affinché restino morbidi. Grattugiate sui tagliolini la meta del tartufo e aggiungete due cucchiai di parmigiano rimescolando il tutto. Impiattate e su ogni piatto grattugiate una parte del tartufo rimasto e terminate con una spruzzata di parmigiano.

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