Il Camoscio alla piemontese all’ombra di una dinastia!

32Quando nel ’39 a. C. Livia Drusilla andò sposa a Gaio Ottavio, aveva 20 anni, aveva appena divorziato dal primo marito, aveva già un figlio di tre anni Tiberio ed era incinta. Lui di anni ne aveva 24  e per sposare Livia anche lui aveva appena divorziato, da soli 3 giorni, dalla moglie Scribonia  proprio mentre nasceva la loro figlia Giulia.  Tre mesi dopo il nuovo matrimonio  nasceva Druso e nessuno ha mai saputo se quel figlio fosse del primo o  del secondo marito. Comunque  anche se di padre incerto il bambino fu subito amatissimo dal futuro Augusto… E poi lui e Livia erano  così giovani e avrebbero di sicuro avuto altri figli.. L’anno successivo  infatti nacque un altro bambino, ma morì subito e dopo  Livia non ne poté più avere…

Mentre il suo potere cresceva sino a farne il primo imperatore della storia di Roma, Augusto seguitava a covare l’amarezza per quel figlio mai avuto, a cui avrebbe voluto lasciare  il potere … La figlia Giulia non contava perché a Roma le donne non avevano incarichi pubblici… Dapprima  pensò che Marcello, figlio di sua sorella Ottavia  e primo marito di  Giulia  potesse essere l’erede, ma il ragazzo morì poco dopo, di tifo,  a soli 21 anni… Augusto allora obbligò Giulia a sposare Agrippa il  suo grande amico e comandante militare dell’Impero… anche se aveva il doppio degli anni della figlia…  Stranamente fu un matrimonio abbastanza felice e in meno di dieci anni ebbero 5 figli… Augusto adottò i due ragazzi   Lucio e Gaio e ricominciò a sperare… Anche quando morì Agrippa  c’erano ormai Tiberio e  e l’amatissimo Druso che proteggevano le frontiere…  E la figlia Giulia la obbligò a sposare proprio Tiberio, nella speranza  che il potere, anche in futuro rimanesse in famiglia…  Ma i due si detestavano..  E cominciò la seconda ondata delle tragedie…Druso,  abilissimo   in guerra, bello, amato da tutti  morì   in Germania a 29 anni e qualche anno dopo a distanza di   mesi morirono anche Gaio e Lucio… Dell’ultimo figlio di Agrippa e Giulia nemmeno a parlarne…  Agrippa Postumo sembra che fosse pazzo   e comunque Livia non lo voleva fra i piedi e riuscì a mandarlo via da Roma…  In linea di successione faceva troppa concorrenza  a Tiberio…  Più tardi sembra che lo fece uccidere… Era rimasto solo Tiberio, il ragazzo sgraziato e antipatico di cui Augusto non aveva mai voluto riconoscere il valore… E fu lui alla fine che ereditò quell’immane impero mentre Giulia moriva in esilio confinata dal padre per  troppi scandali e  troppi amanti… Forse la verità era un’altra, sembra che Giulia stesse organizzando una congiura per uccidere il padre, ormai stanca di tutte le violenze che lui aveva imposto alla sua vita privata…

Stranamente quell’antica tragedia dinastica alla ricerca di un erede, torna alla mente quando si pensa  agli Agnelli, la più potente famiglia italiana da  quasi un secolo, sempre alla ricerca di un erede per quell’immenso impero industriale della Fiat… Eppure Gianni Agnelli veniva da una famiglia numerosa… Erano ben 7 figli di cui tre erano maschi… Ma avevano avuto una giovinezza difficile… Il padre Edoardo, l’erede dell’impero muore a 42 anni prima ancora di  cominciare a condurre l’azienda… Il padre non si fida!  Nel 1935 Edoardo era a bordo dell’ idrovolante di famiglia e durante un ammaraggio all’idroscalo i galleggianti del velivolo urtarono un tronco vagante sull’acqua…  L’aereo si ribaltò ed Edoardo morì, decapitato dall’elica rimasta in movimento…  Era venuto meno l’erede dell’ industria e il nonno col tempo si affidò a un amministratore… Gianni   allora ha 14 anni e lui e i suoi fratelli  si trovano in mezzo alle battaglie legali combattute dal nonno    che li vuole sottrarre alla madre e dar loro un’educazione tutta Fiat… Alla fine vincerà la madre ma anche lei muore  presto in uno scontro con un camion degli alleati  sul finire della seconda guerra mondiale… Lui Gianni, il primogenito non potrà nemmeno mettere piede nell’azienda di famiglia  che è dominata da un uomo di fiducia del nonno… Così disse Vittorio Valletta al Delfino nel 1946 “Esistono solo due possibilità: o il presidente della Fiat lo fate voi o lo faccio io», al che  il giovane Agnelli rispose mondano e disinvolto: «Ma di certo voi, professore». E sparì per quasi 20 anni in giro per il mondo… Difatti l’erede Edoardo nasce a New York e la figlia Margherita in Svizzera…

Forse quando Gianni Agnelli, ormai per tutti l”Avvocato,” nel 1966 prende in mano le sorti della Fiat non  ha nemmeno il tempo per accorgersi  che Edoardo, quel bellissimo, esile  ragazzino  è pieno di fantasie, timidezze, introspezioni… Quando arriva all’Università di Princeton  ci va per studiare Lettere Moderne… Sostanzialmente Storia delle Religioni … E il padre comincia a sobbalzare… In Fiat c’è bisogno di qualcuno che sappia di   finanza o magari ingegneria o relazioni industriali… Si preoccupa davvero quando Edoardo comincia   i viaggi in India… Ci andavano in molti all’epoca, in cerca di spiritualità… dai Beatles   ai giovani hippies… E’ quasi una tappa d’obbligo…  In seguito Edoardo diventerà di casa  dall’Ayatollah Khomeini.  E’ entusiasta della rivoluzione religiosa che ha cacciato il laico  Sha Reza Pahlavi dall’Iran e si avvicina all’Islam sciita… Non è del tutto certo ma sembra che si converta col nome di Mahdi.

Ma nonostante le sue  forme ascetiche o forse proprio per questo Edoardo comincia a interessarsi dell’azienda di famiglia… Naturalmente a modo suo… Non concepisce aziende basate  esclusivamente sul profitto, approda al principio della solidarietà sociale e finisce in un ibrida posizione di   marxismo mistico… Inoltre è sensibile ai temi dell’inquinamento e vorrebbe  auto ecologiche. Ma quello che soprattutto colpisce la famiglia è l’accusa pubblica che  fa all’azienda di sfruttare l’intera collettività…   Il ricorso massiccio alla Cassa Integrazione e  gli sconti con  gli incentivi  alle vendite, forse a qualcuno sfugge,  ma vanno sempre  a gravare sullo Stato,  ormai sotto ricatto…  Ne va della pace sociale…  Forte è il timore che  la Fiat  faccia licenziamenti di massa a ogni minima crisi del mercato…

Molti così cominciano a pensare che Edoardo sia matto, ma proprio da quelle parti, a Ivrea, Adriano Olivetti ha costruito un diverso impero su quegli stessi principi  che  pronunciati da Edoardo sembrano follie…  In  sé l’esperimento era riuscito… A Ivrea c’erano  case e cultura agli operai, partecipazione alla gestione e abbandono dell’alienante catena di montaggio…  Solo per l’incapacità dei successori di Adriano andrà in rovina l’impero delle macchine da scrivere e tutto quello che di elettronico venne dopo…

La Fiat  comincia a dubitare di avere l’erede…  Degli altri due fratelli dell’Avvocato, Umberto già l’affianca in azienda, ma è già troppo in là negli anni per diventare un erede e l’altro Giorgio è morto giovane, senza figli, ricoverato a lungo  in una clinica svizzera per schizofrenia… Margherita,   è donna e alla Fiat  entrano solo gli uomini…  Come del resto succedeva negli antichi imperi…

La posizione di Edoardo diventerà insostenibile quando nel 1990 sarà arrestato in Kenia con l’accusa di possesso di eroina…  Passerà anche due notti in prigione dritto in piedi perché nell’orribile cella manca anche lo spazio per sedersi. Poi l’accusa si smonta e lui torna in Italia ma dopo pochi mesi  viene nuovamente accusato per un giro di droga … Anche stavolta  Edoardo  è innocente, ma deve ammettere la propria tossicodipendenza…

E’ il 1993 e Giovannino Agnelli il figlio di Umberto è diventato grande…  E’ un ragazzo simpatico, allegro e   preparato.. E’   ora  che entri nel Consiglio di Amministrazione… l’anticamera dell’Impero…   Lo zio Gianni esulta, ma è solo  per poco… La tragedia irrompe di nuovo  quasi senza preavviso … Nel 1997 a soli 33 anni Giovannino muore…  una malattia che  non gli da via di scampo…

L’avvocato ha il viso sempre più tribolato dalle rughe e una bocca amara dove è difficile rintracciare un sorriso… Però ci sono i figli di Margherita… Si chiamano Elkann , ma sostanzialmente John e Lapo sono cresciuti in Fiat dopo averli strappati alla madre… con la quale non parlano da anni..

Dopo la morte di Giovannino,  a soli 22 anni   John Elkann entra   nel Consiglio di Amministrazione .

Edoardo  è sempre più in ombra…  Ci soffre molto… Vive in una villa  di proprietà dei genitori, ma ne occupa solo la portineria… Fa ripensare  a Giulia la figlia di Augusto costretta nel suo esilio, in un alloggio di una sola camera…Una fredda mattina di novembre del 2000 Edoardo viene ritrovato morto alla base di un cavalcavia alto  più di 70 metri. Sembra si sia gettato  dopo aver lasciato  l’auto con il motore acceso…  L’inchiesta è rapidissima e si chiude in un giorno…   E’ suicidio!

Ma dopo qualche tempo cominciano i dubbi…  Troppe incongruenze in quella morte… Perché  era uscito senza scorta? Perché era vestito a metà con la giacca del pigiama sotto una normale giacca? A che ora è entrato in autostrada? Si dice alle nove del mattino, ma un pastore dice di aver visto il corpo sotto il viadotto alle 8… Come mai una persona che precipita per 70 metri ha ancora le scarpe addosso? Perchè il viso di Edoardo, trovato a faccia in giù non è devastato?    A chi dava fastidio Edoardo Agnelli? Qualcuno dice che volevano che rinunciasse   ai suoi diritti in Fiat in cambio di un po’ di soldi… E che lui testardamente non avesse accettato… Qualche giorno prima aveva detto a un amico di essere preoccupato…  Nel 2008 la televisione manda in onda uno speciale elencando tutti i dubbi e raggruppando testimonianze. Esce anche un libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”  Si chiede di riaprire l’inchiesta, ma sembra che nessuno lo voglia fare…

Oggi il potere della Fiat in buona parte è in mano all’ AD Sergio Marchionne…  Lui lo nega  ma  forse porterà via  la Fiat dall’Italia…  Magari un po’ per volta ora che c’è il partner Chrysler…  John Elkann è Presidente, ma  sembra solo… Suo fratello Lapo  un ragazzo estroverso e pieno di fantasia, che curava  l’immagine dell’Azienda se ne è dovuto andare dopo essere finito all’ospedale, in coma, per un overdose… L’ambulanza è arrivata appena in tempo nella casa del trans, dove stava quasi per morire…

La figura gentile di Edoardo con la morte sembra aver acquistato spessore…  Ne parlano tutti con rispetto… In qualche modo la morte lo ha ricongiunto alla famiglia…

Si dice che a casa dell’Avvocato si mangiasse sempre poco, ma prodotti di qualità vicino alla terra…  Erano piemontesi e  molto attaccati alle loro tradizioni… Sicuramente  ” Il  Camoscio alla  Piemontese con la polenta” lo conoscevano bene…

CAMOSCIO ALLA PIEMONTESE CON POLENTA

INGREDIENTI PER IL CAMOSCIO per 6 persone: spalla o petto di camoscio kg 1, burro grammi 120, farina bianca 30 grammi, 1 bicchiere di aceto bianco di qualità, 1 carota, 2 coste di sedano, 2 cipolle, salvia e rosmarino,  4 cucchiai di olio extra vergine di oliva , 1 bicchiere di brodo di carne di manzo,  1 cucchiaino di zucchero,  sale e pepe.

INGREDIENTI PER LA POLENTA per 6 persone: faina gialla bramata cioè a trama grossa grammi 500,  acqua 1,750 litri, sale q. b.

PREPARAZIONE DEL CAMOSCIO: tagliate il camoscio in pezzi piuttosto grossi, poi adagiateli in un tegame di terracotta, unite la carota affettata, le coste di sedano a pezzetti, un po’ di salvia, un rametto di rosmarino  e l’aceto. Lasciate la carne a macerarsi per 24 ore e anche di più, poi affettate le cipolle e fategli prendere colore in una casseruola sul fuoco in 50 grammi di burro,poi unite la farina impastata con 30 grammi di burro e lasciatela dorare, poi aggiungete  il brodo e fate cuocere il tutto per 5 minuti.  Mettete una padella sul fuoco con il restante burro e l’olio, poi aggiungete i pezzi di camoscio scolati dalla marinara, asciugati e infarinati. Quando il grasso del camoscio si sarà sciolto togliete la carne e mettetela nel tegame delle cipolle, salate e pepate. Terminate la cottura  coprendo il tegame e a fuoco basso per circa due ore.

PREPARAZIONE DELLA POLENTA; in una pentola capoiente portate a ebollizione l’acqua e fatevi cadere  un po’ per volta  a pioggia la farina mescolando  ogni con un cucchiaio di legno affinché non si formino grumi; seguitando a rimestarla fatela cuocere per 50 minuti e non meno perché la polenta poco cotta può far male. A fine cottura riversatela su una spianatora di legno  e poi tagliatela a fette abbastanza spesse.

COMPOSIZIONE DEL PIATTO: Distribuite 1 o più fette di polenta sul piatto di ciascun commensale, sistemateci sopra il camoscio e poi dopo aver passato al setaccio il sugo di cottura   versatelo sulla carne.

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Marco Ferreri, Le Paté de Canard e La Grande Abbuffata!

Nelle eleganti e patinate atmosfere borghesi, Ferreri irrompe  con la sua carica dissacratoria a distruggere  tutte le certezze a cui  eravamo assuefatti… Gli obiettivi  per cui l’uomo ha lottato per secoli… Un buon lavoro, una bella casa, un posto in società.. All’improvviso perdono di significato  o diventano  addirittura proprio le malattie dell’uomo moderno… Quelle per cui vale la pena di morire…

Quando realizza”La grande abbuffata,” Marco Ferreri ha già alle spalle 10 anni di film che hanno dato fastidio e che molti  hanno rimosso perché costringono a riflettere… La famiglia tradizionale è una delle prime istituzioni  su cui, questo gigante, dai dolcissimi occhi azzurri, ha cominciato a  lanciare i suoi strali… “El Pisito” parte dalla problematica tutta  anni ’50, della mancanza di alloggi, per mostrarci un arido  protagonista costretto a rimandare le nozze… A data da destinarsi, perché la coppia non  trova casa…   Lui sposerà allora l’anziana proprietaria della pensione in cui abita, aspettandone con ansia la morte… Avrà in eredità la casa… e  coronerà il suo sogno d’amore. Ma non  fa  bene i conti… Perché  si  affeziona alla vecchia signora e seguiterà a  rimpiangerla  dopo  aver  sposato la sua gretta e prepotente  fidanzata… Ferreri seguiterà poi a infierire con “L’ape Regina,” dove una moglie avida di sesso  distruggerà il marito facendolo morire di consunzione… Mentre con la tragedia de “La donna  Scimmia “, una storia vera, la sua critica feroce al matrimonio – convenzione  diventa accanimento, fiera del grottesco, della cattiveria e del cinismo.

“Dillinger è morto,” invece, avrebbe potuto già essere una conclusione, tante sono le  drammatiche  e corrosive  situazioni  del più totale disfacimento… Le strade senza anima, l’ inquinamento ambientale  e la maschera antigas, lo squallor dei filmini delle vacanze, il sesso anemico e l’inutile uccisione della moglie …   Una sterile ribellione  senza alcuna liberatoria…

Amarissimo “L’Udienza”, con quell’impossibilità tutta kafkiana di comunicare con il potere e il soccombere di chi ci si avvicina è una dura critica alla burocrazia e non solo a quella vaticana… Pronta a tutto, pur di garantire la propria distaccata  supremazia … Grottesco e disperato “La Cagna”, con il gioco dei rapporti di coppia sempre malati, sempre in disequilibrio e la disperazione dell’uomo moderno che non riesce  a vivere nella civiltà  e nemmeno  a starne lontano…

“La grande abbuffata” ha opulente  scenografie e una disperazione cupa per un suicidio… Collettivo, ragionato e dimostrato come un teorema… “Se non mangi non puoi morire”  sentenzia Tognazzi, capovolgendo il grido della fame del mondo che arriva da continenti interi. Ma i 4 quattro uomini quel grido non lo possono udire… Sono troppo stanchi della loro vita noiosa e inappagata … L’anima l’hanno già persa… E’ necessario perdere anche il corpo… Così si chiudono in una casa un po’ decadente, nei dintorni di Parigi e mangeranno… Tanto, troppo, smodatamente e a lungo, fino a morirne. E in questo percorso, assurdamente illuminato dalla tenerezza e dall’amicizia e sempre più degradato, si arriverà alla fine… Ferreri non  farà loro  mancare niente… Gli strumenti del suicidio, quelle materie prime, così indispensabili all’obiettivo, arriveranno tutte le mattine, spesso da Fauchon e  Ugo, proprietario del ristorante “Le Biscuit a Soup” e grande chef, provvederà amorevolmente a preparare per i suoi amici suicidi  le pietanze più prelibate, come il “Cocktail di gamberetti” o quelle più immaginifiche come  “Il Paté de Canard” o gli “Ossibuchi giganti”…

L’immaginazione più sfrenata e la morale più severa, sia pure travestita da sarcasmo o  sberleffo, convivono nella personalità poliedrica e unica di un  Maestro del cinema come Ferreri che, qualche volta ricorda il surrealismo di Bunuel e a volte l’Italia delle grandi corti rinascimentali. Sui personaggi, su quei quattro  favolosi interpreti e sulle ricche  pietanze  che entrano in scena come cammei, occorre approfondire e tornarci sopra… Oggi presentiamo  uno  dei piatti più famosi della cucina francese, spesso oggetto di numerose varianti, nella versione in cui ce l’ha tramandata Ugo Tognazzi  grande cuoco, nella vita e nell’arte… Così come l’aveva preparata nella villa di Parigi.

PATE’ DE CANARD

INGREDIENTI per 10 persone: 1 anatra di circa un Kg, 200 grammi di pancetta,300 grammi di carne di maiale, 250 ml di vino liquoroso (Porto,Madera o Marsala), 1/2 bicchiere di vino bianco secco, 2 bicchieri di cognac o brandy, 4 fegatini di pollo, un dado per brodo, qualche fogliolina di timo, 1 carota, 1 foglia di alloro , 1 tartufo nero, 1 barattolo di fegato d’oca  da 50 grammi, 1 uovo, sale e pepe q.b.,

INGREDIENTI PER  LA PASTA DEL PATE: 300 grammi di farina, 100 grammi di burro, 2 uova, sale q.b.,acqua.

INGREDIENTI PER 1/2 LITRO DI GELATINA:  7 foglietti di colla di pesce, 50 cl di acqua fredda,1 cucchiaio di estratto di carne, 2 cucchiai di vino marsala secco, 4 grani di pepe,sale

PREPARAZIONE DELLA GELATINA:lasciate ammorbidire  i foglietti di colla di pesce in acqua per 15 minuti,strizzateli e metteteli in una casseruola con acqua fredda,sale,pepe,l’estratto di carne e sbattete con una frusta. Ponete la casseruola su fuoco molto basso e sempre sbattendo portate a ebollizione. Coprite e lasciate sobbollire per 5 minuti. Filtrate la gelatina attraverso un setaccio molto fine e lasciate raffreddare a temperatura ambiente.

le-saint-regisPREPARAZIONE DEL PATE: disossate l’anatra, ponete  le ossa in una casseruola e la carne  spezzettata dell’anatra in una ciotola. In un’altra ciotola mettete  i petti che avrete tolto all’anatra disossata, il fegato d’anatra, i fegatini di pollo con  la metà del vino liquoroso, 1 bicchiere di cognac e fate marinare tutta la notte. Nella ciotola dove c’è l’anatra aggiungere la carne di maiale, la pancetta tagliata a cubetti, il timo, l’alloro  poi cospargete di vino bianco, il resto del vino liquoroso, il resto del cognac e lasciate ugualmente marinare per l’intera notte. Il giorno dopo preparate  il brodo con le ossa dell’anatra, la carota,il dado da brodo, il sale e il pepe, ricoprite d’acqua e fate bollire per circa tre ore a fuoco basso. Se è necessario aggiungete altra acqua durante la cottura. Dovrà risultare alla fine un brodo molto ristretto.

Nel frattempo preparate   la pasta facendo una sfoglia con la farina, due uova, il burro fuso, il sale e un po’ d’acqua.  Rendete omogeneo l’impasto, formate una palla e fatelo riposare in un canovaccio umido per circa tre ore. Prendete la carne di anatra e di maiale ridotta a pezzi e passatela due volte al tritacarne, poi  mettetela in un tegame e aggiungete un poco di brodo passato al setaccio. Stendete la sfoglia di  pasta e con questa foderate la base e le pareti di uno stampo rettangolare, dal bordo apribile,  facendo fuoriuscire la pasta  di un centimetro oltre il bordo. Preparate un altra sfoglia rettangolare che vi servirà per coprire il paté. Ricoprite ora il fondo dello stampo con uno strato di carne tritata sopra il quale metterete i filetti di petto d’anatra, il fegato d’anatra e i fegatelli di pollo scolati dalla marinata e infine  aggiungete il resto della carne macinata. Ricoprite con la sfoglia saldando i bordi e praticate un foro  di sfogo sulla superficie nel quale inserirete un piccolo imbuto di alluminio per evitare che si possa richiudere durante la cottura. Sbattete un uovo e ricoprite la superficie della pasta, poi mettete lo stampo in forno pre – riscaldato a 150°C e fate cuocere per un’ora controllando di tanto in tanto che la crosta non bruci. Se necessario abbassate il calore del forno e prolungate la cottura. Prima di aprire lo stampo fate raffreddare il paté, poi attraverso il foro lasciato in superficie, versate la gelatina  mescolata con un po’ di vino liquoroso e mettete in frigo per almeno 3 ore. Estraete dal frigo il paté mezz’ora prima di portare in tavola e accompagnate con pane tostato, riccioli di burro, qualche foglia di insalata, olive etc.

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Ava Gardner, Frank Sinatra … e la Paella alla Valenciana!

“Non sa recitare, non sa cantare e non riesce nemmeno parlare, ma è fantastica” dicono che esclamasse il Talent Scout della Metro Goldwin Mayer. dopo aver fatto il provino alla 18enne Ava Gardner.  Non era eleganza o grazia, ma qualcosa di molto più forte, una sensualità quasi animalesca che veniva fuori appena ti guardava o gettava indietro la testa. Hollywood la cominciò a sfruttare in piccole parti e in film di serie B, spesso non inserendo neanche il suo nome nel cast e, fosse stato per la MGM, forse Ava Gardner non avrebbe mai fatto strada. Nel 1946, ed erano più di 5 anni che lavorava  con la Metro, riuscì a imporsi con il film “The Killers,”  solo perchè era stata prestata a un’altra produzione, la Universal. Dopo fu una diva acclamata, anche se  i maligni a lungo seguitarono a dire che non sapeva recitare e tanto meno riusciva a parlare… con quel terribile accento strascicato della Carolina del Nord. Lei per tutta la vita fu ossessionata dal fatto che non era all’altezza, e la facevano recitare solo per il suo aspetto fisico. In quello che considerava l’inferno dello Star System di Hollywood, aveva cercato di costruirsi una vita privata, ma già due matrimoni erano andati a rotoli  e a gran velocità. Era il 1949 quando incontrò Frank Sinatra, forse non felicemente, ma sicuramente sposato da parecchi anni  con la stessa donna con la quale aveva tre figli. Frank era abituato a tradire la moglie ma il fatto che fosse cattolico gli aveva impedito sino a quel momento di divorziare. Con Ava però era tutto diverso. Lui prese il coraggio, divorziò e nel 1951 si  sposarono. La carriera di lei andava a gonfie vele, sia pure negli stereotipati ruoli di femme fatale, quella di Frank Sinatra stava scendendo una china pericolosa… Senza contratti rinnovati, scaricato anche dal suo agente, in quel periodo – e fu lungo, dal 1950 al 1953- a Sinatra  era rimasto solo di cantare a Las Vegas o nei Casino Indiani. il matrimonio con Ava fu subito agitato, forse lei era troppo bella… Arrivarono a dire che Frank aveva tentato il suicidio. In realtà per richiamare su di sé l’attenzione della moglie, di cui era gelosissimo, aveva sparato dentro un cuscino, mentre Ava era girata…  Ma lei, a quel marito in crisi e senza soldi, voleva veramente bene, pagava i regali per i suoi figli, i biglietti aerei per farsi accompagnare  in giro per il mondo dove lei incedeva come una regina mentre lui, che appariva sempre un passo indietro era lì emaciato e come rattrappito. Quando lo vide  ancora più disperato, lei riuscì a procurargli una parte secondaria nel film “Di qui all’eternità”… Sembrava una cosa qualunque per non vederlo girare per casa attaccato alla bottiglia del Whiskey  e invece il soldato Angelo Maggio fu un Oscar e una carriera ripresa. Ma poichè alla fine tutto sembra che si deve pagare, a farne le spese fu il matrimonio, sommerso da una valanga di gossip … Si vede che il divorzio a Hollywood rendeva di più! Riportarono persino come prova di alto tradimento le foto di Ava con il cantante nero Sammy Davis jr, scattate per lavoro, alla presenza di Frank Sinatra.

Fra Ava e Frank non ci furono figli, ma anni dopo, quando ormai non aveva più nulla da temere da Hollywood lei disse la verità. Per due volte era stata costretta ad abortire per non dover pagare penali spaventose alla casa di produzione. “Non saremmo stati più in grado neanche di badare  a noi stessi, come avremmo fatto a tirare su un figlio?”

Il divorzio arrivò nel 1957. Lui sposò una giovanissima Mia Farrow, ma la cosa non resse. Lei ormai si era liberata di Hollywood e lavorava soprattutto in Europa. Era felice in Spagna, avvolta nell’amicizia ricca ed esuberante di Ernest Hemingway e del mondo  affascinente dei toreri, in cui ballava il Flamenco sino all’alba. Nel 1957 usci “Il Sole Sorgerà Ancora”, il terzo film della Gardner dopo “the killers” e “Le Nevi del Kilimangiaro” tratto da un opera di Hemingway. Il ruolo dell’elegante, sofisticata Lady Brett se lo portò addosso come un modello nella vita reale e si innamorò di Louis Miguel Dominguin il torero più bravo e forse l’uomo più bello di Spagna. Ma non si sposò più.

Poi venne  il declino. Dopo dodici anni andò via dalla Spagna, perseguitata dal fisco e si chiuse così  il periodo più sereno della sua vita. Andò in Inghilterra, ma la salute  cominciava a mancare. Troppe sigarette e troppo alcool, forse per tamponare quel senso di inadeguatezza che si era portata appresso tutta la vita. Ma Frank Sinatra non l’aveva assolutamente dimenticata, teneva una sua statua a grandezza naturale in giardino e dopo tanti anni  ricominciò a chiederle con insistenza di sposarlo. Lei rifiutò. Forse non voleva farsi vedere malata e invecchiata. Lui sposò un’altra alla fine, ma quando seppe che lei era grave insistette per pagarle tutte le spese e portarla in America per fare gli ultimi inutili tentativi.  Dissero che si disperò e pianse per giorni e giorni quando seppe della sua morte… Lui non l’aveva mai dimenticata. Di sicuro aveva avuto le donne più belle del mondo, ma Ava era stata la più bella.

In ricordo di una diva che ha segnato un’epoca con la sua bellezza e  in omaggio alla Spagna, il Paese lontano che le ha consentito di recuperare la sua identità di donna, dedichiamo questa “Paella” ricca di colori e densa di sapori, dentro la quale si può sempre ritrovare la gioia e il senso della vita.

PAELLA ALLA VALENCIANA

INGREDIENTI per 4 persone: 300 grammi di riso, 2 salsicce, 3 cosce di pollo (fuselli), 100 grammi di lonza di maiale, 300 grammi di cozze, 2 calamari, 300 grammi di gamberi, 4 scampi, 150 grammi di piselli piccolissimi e dolci, 2 peperoni, 100 ml di vino bianco, 500 ml di brodo di carne, 1 cipolla e 1/2, 1 spicchio di aglio, 1 cucchiaino di paprika, 1 bustina di zafferano, olio extra vergine di oliva q. b.,prezzemolo alcune foglie.

PREPARAZIONE: in una casseruolina  scaldate un po’ di olio extra vergine di oliva con qualche anello di cipolla, aggiungete i piselli, il prezzemolo e copriteli con l’acqua, facendoli cuocere per non più di 5 minuti. Arrostite i peperoni su una griglia, poi spellarli e togliere torsolo e semi, riducendoli a strisce e tenendoli da parte.

Nell’apposita padella di ferro,”la Paellera”, fate appassire la cipolla affettata con qualche cucchiaio di olio extra vergine di oliva, aggiungete i fuselli di pollo e fateli rosolare 10 minuti circa, sfumando a metà cottura con la metà del vino bianco. Una volta rosolati,teneteli da parte. Nella stessa paellera aggiungete la salsiccia sbriciolata, la lonza tagliata a pezzetti e la paprika. Fate cuocere 5 minuti sfumando la carne con il resto del vino.

Eliminate la pelle ai fuselli di pollo e riduceteli a grossi pezzi, quindi aggiungeteli al resto delle carni. Aggiungete i piselli ,scolati della loro acqua, i peperoni, aggiustate di sale e terminate la cottura.

Mentre le carni terminano la  loro cottura, pulite i calamari e sgusciate i gamberi. In un altra padella fate soffriggere uno spicchio d’aglio nell’olio extra vergine di oliva e, appena raggiunto il colore madreperlaceo, aggiungete i calamari tagliati ad anelli, i gamberi e fateli cuocere per 3 – 4 minuti.

Nel brodo di carne messo a scaldare in una pentola aggiungete la bustina di zafferano e accendete il forno per portarlo alla temperatura di 180°C.

Versate nella paellera calamari e gamberi con il sugo di cottura e mescolate. Aggiungete il riso e coprite con il brodo. Disponete gli scampi sulla paelleraa in modo da formare decorazione, coprite con la carta argentata e infornate per circa 20 minuti,il tempo cioè di cottura del riso.

Durante la cottura pulite le cozze  togliendo le incrostazioni e fate aprire le valve su fiamma viva, in una padella dove avrete aggiunto dell’acqua. Scaduti i 20 minuti estraete la paellera dal forno e se c’è ancora liquido del brodo fatelo ritirare sul fornello a fiamma alta.

Servite la Paella  portando direttamente a tavola il recipiente di cottura e  completate la guarnizione  con cozze e fette di limone.