I Rotolini di Granchio per il re del Manga!

A vederlo per la prima volta, questo signore, già un po’ avanti con gli anni, ma dall’aria affabile e dal sorriso dolcissimo, non lo diresti capace  di tutte quelle cose terribili… Eppure è stato lui a portare  certi perfidi diavoli sulla terra  o a diventare padre di  creature così strane e ingombranti che  solo a vederle lasciano atterriti… Lui è nato nell’Estremo Oriente, ma in realtà è figlio di qualche  particolarissima terra di mezzo, dove tempo e spazio sono andati a confondersi e da dove possono quindi riemergere Dinosauri  intelligenti,  con la voglia di riprendersi la Terrat o  Mikenes  dalle  fattezze classiche ormai perdute,  divenuti  enormi mostri robotici con teste umane incastonate   nel ventre…

Gō Nagai   uno dei più importanti mangaka di sempre,   ha segnato la moderna storia dei manga  rendendo celebri in tutto il mondo  le sue  immagini  fra sogno eros e orrore, sempre in bilico fra Inferno e fantascienza..   Ha 23 anni, nel 1968  quando irrompe  nel  fumetto giapponese  sdoganando  l’erotismo,  nei manga destinati ai ragazzi …  A quel tempo Gō Nagai, nella sua terra di mezzo, leggeva Playboy e si era innamorato  dei corpi  favolosi delle modelle occidentali….   La Venere di Milo poi l’adorava sin dall’adolescenza…  Pieno di suggestioni  si inventa Harenchi Gakuen (Scuola senza pudore), fumetto eros – comico…  Dove comincia a violare il comune senso del pudore… Devo ammettere che mi piacciono proprio le immagini di ragazze nude e questo ha influenzato il mio modo di disegnare, dirà molti anni più tardi. Iniziammo con l’idea di fare un fumetto basato sul disordine scolastico. Mi piaceva la parola “harenchi” (scandalo), fino ad allora usata solo nei film per adulti… Scandalo e scuola sono come olio e acqua, perciò pensai che mescolarli assieme sarebbe stato divertente… …  Quando dopo 4 anni gli fanno chiudere la pubblicazione è ormai tutto inutile…i tempi sono cambiati e il  fumetto erotico è diventato una realtà senza fine..

Però lui, Go Nagai non si rende conto perché ce l’ avevano tanto con le sue belle ragazze svestite e per vendicarsi  si inventa fumetti pieni di Diavoli che  risalgono per distruggete l’umanità…  Nella biblioteca della sua terra di mezzo c’è  Dante Alighieri e  il suo”Inferno ” illustrato da Doré…Go Nagai è il re delle contaminazioni  e le cupe immagini di Dorè,  con il Principe delle tenebre dalle grandi ali di Vampiro, diventano la base  – immagine per le sue nuove storie , prima di Mao Dante e poi di Devilman… Storia di un giovane demone spedito sulla terra per sconvolgere il  corrotto genere umano, la sua artificiosa morale e far trionfare il Regno delle Tenebre.  E il disegno, prima caricaturale   gradualmente si evolve, divenendo sempre più cupo, “sporco”, espressionista e ricercato..

Chi di noi, bloccato nel traffico cittadino, con la ferma convinzione  di non riuscire mai  più ad arrivare a casa o al lavoro, non ha sognato  almeno una volta un paio d’ali per  sé stesso o la propria auto che li portassero via dalla pazza folla…   A Nagai  invece capitò di immaginare  cosa sarebbe accaduto se, alla sua vettura fossero  spuntate delle enormi gambe e delle enormi braccia, in modo da poter scavalcare gli altri mezzi … Questa fu l’origine fantastica di Mazinga Z, il robot gigante guidato – proprio come nel caso di un’auto – da un pilota umano collocato all’interno della sua testa… Fu un’idea esplosiva, non l’arido  atrumento tutto ferro e acciaio, ma l’uomo che recupera il suo umanesimo nel più  incredibile dei modi, all’interno di un mostro, il Mecha,  che tutti spaventa e tutti fa inchinare, che, però, senza l’intelligenza umana non è niente di più di un ferro vecchio. E  nacque  la saga di Mazinga ,  il primo, il capostipite, l’ispiratore di una pletora di  figli  e figliastri  di metallo ed energia che ha caratterizzato l’immaginario di una intera generazione, quella degli anni ’70 – ’80, cresciuta incollata alla televisione. Il suo fascino è passato indenne attraverso i decenni, incurante alle evoluzioni del genere, indifferente al successo cinematografico di altri. Mazinga e gli altri della Saga –  il gigante dai mille colori,  l’automa che deve contrastare i piani del Dottor Inferno e la consegna della Terra ai perfidi Mikenes –  è diventato in 40 anni un simbolo, e come tale indistruttibile.

Al Genio eclettico e visionario di Go Nagai , indistruttibile e colorato come  Mazinga, dedichiamo un piatto della cucina giapponese, ma un po’  mescolato con qualche ingrediente non proprio da Sol Levante,come il nasello o l’olio extra vergine… Di sicuro lui ne sarà entusiasta!

ROTOLINI DI GRANCHIO E SALVIA FRITTA

INGREDIENTI per 8 persone:

 – PER LE CREPES: 3 uova, 125 g di farina, 2 dl di latte, 0,5 dl di sake, burro una noce,  sale e pepe quanto basta, olio extra vergine di oliva

–  PER IL RIPIENO:  4 granchi  di media grandezza freschi per complessivi 2 Kg circa,  200 g di filetti di nasello, 2 cipollotti novelli sottili, fecola, sale e pepe q.b.

 – PER LE FOGLIE DI SALVIA FRITTE: 16 foglie di salvia, 1 tuorlo d’uovo,125 g di farina di grano tenero,olio extra vergine di oliva, sale

PREPARAZIONE:

Rompete le uova in una terrina aggiungete un  pizzico di sale e pepe e sbattetele con la forchetta. Unite la farina e,  cominciando a mescolare  con una frusta, il latte, poco alla volta insieme al sake. Sigillate  la terrina con un foglio di pellicola trasparente e lasciate  riposare   per 1 ora.  ponete sul fuoco un tegamino antiaderente del diametro di circa 15 centimetri, unto di burro e, quando è bollente versate un mestolino di pastella e appena si è rappresa buttatela. Serve per preparare la padella  a cuocere perfettamente le altre.  Versate un nuovo cucchiaio di pastella, poi  inclinate il tegame, spargendo uniformemente la pastella  sul fondo, quindi,dopo pochi istanti giratela rapidamente in modo che venga cotta  in entrambi i lati. Continuate fino a preparare otto crepes.

 Gettate i  granchi, ancora vivi in acqua bollente  per 8 – 10 minuti, poi metteteli a scolare ed estraete, quando sono freddi, tutta la polpa, sia dal ventre che dalle chele,  lessate per pochi i minuti i filetti di nasello, fateli freddare, togliete le eventuali spine, quindi passate granchio e nasello  al mixer per ottenere un composto morbido. Aggiungete alla  crema  di pesce un po’ di sale e spalmaltela sulle crepes in uno strato uniforme. Tagliate i  cipollotti puliti a metà, nel senso della lunghezza e mettete nel centro di ogni crepe un pezzo di cipollotto quindi avvolgete le crepes su loro stesse e sigillate i lati con un poco di fecola diluita con un goccio d’acqua.  Battete leggermente il tuorlo con 2,5 decilitri di acqua ghiacciata e un pizzico di sale. Aggiungete la farina, mescolate e appoggiate la ciotola in un’altra piu grande contenente del ghiaccio. Immergete le foglie di salvia nella pastella e friggetele nell’olio bollente, scolatele su carta assorbente.  Cambiate l’olio nel tegame e  friggete i rotolini di crepe, scolateli  su carta assorbente, affettateli e serviteli subito con le foglie di salvia fritte.

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Qualcosa di dolce dall’Italia per Del Piero… La Crostata di mele!

Erano due anni che non  andava bene … Lui, lo sanno tutti, è sempre stato un tipo tranquillo, di poche parole e nessuna polemica, però l’atteggiamento di Capello lo  sentiva come una grossa ingiustizia   o forse  un mal celato   disprezzo…  Eppure  in quella stagione 2004 – 2005, era stato il migliore  della squadra con 14 reti in campionato, un numero incredibile di assist e  3 gol in Champions League… Ma Capello sembrava come stregato da  Zlatan Ibrahimović, l’ultimo arrivato…  E che lui fosse il capitano della squadra, il mitico numero 10 non se lo ricordava nemmeno… Vinsero anche lo scudetto, quell’anno, ma l’atteggiamento di Capello verso Alex Del Piero non mutò… L’anno dopo fu anche peggiore…  Eppure per Del Piero anche quello fu un anno di grazia… Segnò 20 gol … 3 in Champions League,  5 in Coppa Italia  –  arrivando a vincere anche  la classifica marcatori –  mentre 12 gol li fece in campionato …. Nonostante su  38 partite  riuscisse a entrare da titolare  soltanto 17 volte … Malgrado Capello,  Marcello Lippi   lo volle con sé ai Mondiali che, strepitosamente, quell’anno l’Italia vinse…

32 anni, una forma fisica perfetta, una  carriera al top, a quel punto ad Alex Del Piero non sarebbero mancate le occasioni per andare in un altro club,  italiano o straniero che fosse… Ed era quello che era fermamente intenzionato a fare… Ma proprio allora   scoppiò l’incredibile bufera… Lo scandalo di calciopoli, in cui  i dirigenti di alcune  squadre, Juventus in testa, furono accusati di aver corrotto i designatori arbitrali per assicurarsi arbitri compiacenti nelle partite chiave… Le indiscrezioni di stampa  divennero sempre più evidenti nella primavera del 2006 e lo scandalo, infine, scoppiò con la pubblicazione delle  intercettazioni telefoniche del 2 maggio 2006,  pochi giorni prima che a Bari, nell’ultima partita di campionato, la Juve vinscesse di nuovo lo scudettto. I tifosi esultarono all’ingresso di Del Piero in campo e mentre lui puntualmente faceva gol, cantarono per tutto il secondo tempo il suo nome.

Le indagini della giustizia sportiva  furono rapidissime e a metà luglio c’era già  la sentenza… La Juve fu la più colpita con la perdita secca degli ultimi due scudetti e la retrocessione in Serie B… In cui sarebba partita con 17 punti di penalizzazione… E allora cominciò il fuggi fuggi generale mentre la  Vecchia Signora del Calcio Italiano sembrava fosse diventata l’ultima delle prostitute…  Capello se ne andò via scandalizzato e corse a rifugiarsi nel Real Madrid… Ne andava del suo buon nome…. Cannavaro lo seguì,  Zlatan Ibrahimović, era già approdato all’Inter e Zambrotta si era sistemato al Barcellona…

 Anche Del Piero se ne andò… Ma solo una settimana in vacanza e al suo ritorno annunciò che sarebbe rimasto alla Juve… “Dopo i fatti degli ultimi tre mesi, ho capito che la Juve adesso  ha bisogno di giocatori importanti, rappresentativi, per risalire. Lo meritano la famiglia Agnelli che mi ha sempre voluto bene, la tradizione della società, i tifosi che mi amano e i nuovi dirigenti…” Una bella lezione di stile, data con umiltà, senza fanfare, anche giustificando chi se ne era andato “Capisco chi vuole inseguire una Champions che non ha mai vinto. O anche uno scudetto… E’ vero, io ho vinto tutto”… L’anno dopo la Juve era tornata in A con 28 vittorie e 10 pareggi su 42 incontri (pari a 85 punti al netto delle penalità).

Ma subito dopo per Del Piero  arrivarono  gli anni difficili e dopo il 2009 il contratto cominciarono a rinnovarglielo solo di anno in anno…  Alex  ormai aveva una certa età, almeno sulla carta,  anche se questo  in campo non si avvertiva…

Già, l’affetto della famiglia Agnelli..  Per l’ Avvocato,  Del Piero era stato una specie di figlio o nipote che ,nei tempi buoni chiamava  Pinturicchio,  così come  Baggio lo aveva chiamato Raffaello, perchè quei due i gol li dipingevano… Quando si fece male al ginocchio nel 1998 e non riuscì per un bel pezzo dopo a segnare, Gianni Agnelli prese a chiamarlo  Godot e un po’ lo rimproverava, ma era tutto per finta,  perché per Umberto suo fratello e il resto della famiglia, Alex era “il cocco di mamma”

Ma con Andrea Agnelli, il nuovo Presidente  era diverso e non c’era quel rapporto… Nel 2012, al termine di un campionato, in cui la Juve vince lo scudetto, scade il suo  contratto. Il 13 maggio 2012 disputa la sua ultima partita  contro l’Atalanta segnando il 290º gol della sua carriera bianconera ed esce dal campo al 57′, coi tifosi che gridano il suo nome piangendo…  Ma  per l’Italia degli Agnelli, Del Piero ha ormai 38 anni… Che non sembrano affatto  troppi al Sydney, una squadra australiana con cui, iI 5 settembre 2012 annuncia la firma di un contratto biennale da 1,5 milioni di euro a stagione.  Se ne va dall’Italia senza polemiche, emozionatissimo, ma col sorriso sulle labbra, ringraziando tutti… Nella  prima stagione   australiana segna 14 gol,  diventando il miglior capocannoniere stagionale di sempre del Sydney…

Nel cibo Alex è persona di grande disciplina, ma non è un segreto  che in Italia, quando era  lontano dalle partite e dagli allenamenti, la cosa che maggiormente apprezzava  era una fetta di crostata alle mele. E’ da provare… magari vicino a un bicchiere di vino da meditazione…

CROSTATA ALLE MELE

INGREDIENTI per 6 persone: Per la Pasta Frolla (circa 1 kg e 100 grammi di pasta)  occorrono: 500 grammi di farina, 200 grammi di zucchero a velo, 4 tuorli di uova, 250 grammi di burro, una punta di cucchiaino di essenza di vaniglia 1 pizzico di lievito o di bicarbonato, facoltativo. Per la farcia di Crema Pasticcera occorrono 500 ml di latte,1 baccello di vaniglia,   50 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 6 tuorli d’ uova, 1 scorza di 1/2 limone facoltativa . Per il ripieno occorrono 4 /5 mele renette.

PREPARAZIONE : cominciate a preparare la pasta frolla  mettendo la farina, un pizzico di sale ed il burro appena tolto dal frigo, nel mixer .  Frullate  gli ingredienti fino ad ottenere un composto dall’aspetto  grossolano Ora aggiungete lo zucchero, quindi, formate con il composto   la classica fontana nel cui centro verserete l’essenza di vaniglia  (se non trovate l’essenza o i semi di vaniglia usate una bustina di vanillina) e i tuorli. Per rendere la pasta più morbida alcuni aggiungono un pizzico di lievito o di bicarbonato Amalgamate velocemente il tutto fino ad ottenere un impasto compatto ed abbastanza elastico con cui formerete una palla.  Avvolgetela con della pellicola trasparente  e mettete il tutto a riposare il frigo per almeno mezz’ora prima di utilizzarla.

Preparate poi la crema pasticcera  ponendo sul fuoco una casseruola capiente con il latte (tenendone da parte  1/2 bicchiere), quindi prendete il baccello di vaniglia, apritelo in due  estraetene i semi e  aggiungete i semi ed il baccello di vaniglia vuoto al latte. Portate a leggera ebollizione il tutto, quindi togliete la casseruola dal fuoco e lasciate  riposare per 10 minuti. Intanto in una terrina a parte lavorate i tuorli con lo zucchero montandoli con le fruste elettriche sino ad ottenere una crema spumosa e biancastra. Continuando a sbattere unite  a filo un terzo del latte tiepido contenuto nella casseruola poi incorporate la farina setacciata  unendola poco alla volta. Eliminate ora il baccello di vaniglia, rimasto nel latte  e versate il composto di uova, farina, zucchero e latte nella stessa casseruola. Rimettete il tutto sul fuoco e portate ad ebollizione, mescolando frequentemente. Per profumare la crema potete usare anche una scorza di limone, che toglierete  quando viene tolto anche il baccello di vaniglia.  Per addensare composto  fate sobbollire a fuoco dolce per qualche minuto, continuando a sbattere con la frusta per evitare che si formino grumi   Prendete ora il  resto del  latte freddo che avevate tenuto da parte e unitelo a filo alla crema pasticcera, mescolando di tanto in tanto. Spegnete il fuoco e lasciate raffreddare:  . Per evitare che si formi una “pellicola” in superficie mentre la crema si raffredda, copritela con un disco di carta forno.

Stendete ora la pasta sul tavolo da lavoro e ricavatene due dischi, uno leggermente più grande dell’altro. (Il più grande dovrebbe avere circa 22 cm di diametro). Sbucciate le mele, eliminate il torsolo e tagliatele a fette di 1 cm circa di spessore. Adagiate il disco di pasta frolla più grande in una teglia circolare, spalmate la crema pasticcera sul fondo con l’aiuto di un cucchiaio. Se dovesse avanzare la potete conservare in frigo per due giorni ben coperta dalla pellicola  trasparente e riportandola a temperatura ambiente prima di servirla).  Aggiungete le mele distribuendole su tutta la superficie. Ricoprite col disco di pasta più piccolo, fate aderire bene i bordi e tagliate la parte in eccedenza.Con l’aiuto di un coltello, fate 4 o 5 tagli paralleli lungo la superficie della vostra crostata: serviranno a far uscire il vapore durante la cottura.Cuocete nel forno già caldo a 180° per circa 50 minuti: la crostata dovrà risultare dorata.

 
 

Mina, Cremona e le frittelle di zucchine!

Successo era  il suo destino… A 13 anni il padre la iscrive a un circolo di nuoto della Cremona bene e la ragazza, solo per divertirsi, arriva subito seconda in una gara regionale! Chissà che carriera avrebbe fatto  se non ci  fosse stata in mezzo  nonna Amelia che da giovane era cantante lirica… Si sa come vanno  queste cose… spesso  si fa proiezione su figli e nipoti delle passioni  incompiute… E fu così che Mina cominciò a suonare il pianoforte…  Ma i quieti, solitari esercizi non erano per questa ragazza, troppo alta, sempre un po’ a disagio e timidissima, ma anche scatenata e coraggiosa…  La sua via alla  musica  è  voglia di cantare, di muoversi,  di tirar fuori  il ritmo e l’agitazione che  le esplodono dentro… In fondo le bastava cantare alle feste dei compagni di scuola… Ma il successo era ben registrato nel suo DNA.

Una notte dell’estate del 1958, in vacanza,  gli amici scherzando la sfidano a salire sul palco della Bussola, il mitico locale di Marina di Pietrasanta,  E’ appena terminato lo spettacolo … E lei, meravigliandosi da sola, chiede  senza alcun imbarazzo il microfono a Don Marito Barreto il cantante – night che allora andava per la maggiore in tutta Italia. Impazziscono subito per questa giovanissima cantante inesperta… In realtà erano anni che si nutriva  di “mostri sacri” americani  Frank Sinatra, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Elvis Presley. La gestualità stravagante  del corpo e delle lunghe braccia quasi allo sbando, con  cui  accompagna  il ritmo, erano invece  istintivi  e tutti suoi…

Ed è  presto balera, un’estate in giro  fra il popolo delle vacanze, con il pubblico  in delirio che chiede a lei i bis  riservati ai big della canzone melodica. Così si ricorda  Mina   ” Cinquant’anni spaccati fa, una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone, il titolo? no, è troppo, si arrabbiò perché la gente applaudiva… Io canto per me, cosa c’entrano loro?” E poi di corsa a casa  a riporre nell’armadio il vestito, perchè non si accorgessero che era uscita di sera…  Quelli non erano ancora tempi!421px-mina_le_mille_bolle_blu_bis

Ma erano i tempi   in cui si affermano  giovani   come Adriano Celentano, Tony Dallara, Giorgio Gaber, Joe Sentieri, Little Tony  … Il loro è un canto di rivolta contro lo sdolcinato mondo di Sanremo e dintorni d’Italia.  Si chiama Rock and roll, ma all’inizio il termine è ancora ostico e  li chiameranno “urlatori”…  Mina è una di loro e la sua  più ironica e beffarda rivoluzione inizio carriera si chiama “Nessuno”. Una nostalgica, supplice canzone reduce dal grande ” Festival” che Mina farà diventare un canto aggressivo, sincopato e disperato… E il successo  stavolta  arriva sfolgorante.

Difficile definire Mina …  Si fa  presto a  dire  soprano drammatico d’agilità,… voce  con un timbro caldo e personalissimo, ampio, esteso agile…  Senza  però l’impostazione accademica del soprano classico…. Ma quando si è detto questo non si è ancora detto nulla…   Mina  non  è mai andata a scuola, ma  è stata un vero animale da palcoscenico…  Una showgier istintiva, magnetica eclettica  … E  tale rese la sua voce, tanto da farne un unicum… Altri potevano avere la sua stessa potenza vocale… Nessuno la sua duttilità..  Capace di affrontare   generi musicali  più diversi e dissonanti fra di loro, probabilmente unica nel panorama musicale mondiale. E così si rivelò all’improvviso, quando dopo il successo di urlatrice si impossessò de “Il cielo in una stanza”  appena inventata da Gino Paoli e ne fece un cantico di raffinata emozione interiore…

Per Sanremo era troppo moderna… non l’accettarono e la relegarono, ma inevitabile fu l’arrivo e l’ irresistibile  ascesa in televisione, ospite, cantante, conduttrice, ballerina…  Chi in Italia  era qualcuno andava ai suoi spettacoli … Da Sordi a Celentano a Totò …  Finchè  un giorno lei convocò una conferenza stampa… Era incinta, disse  e quel giovine e biondo attore al suo fianco era il suo compagno, il padre del suo bambino… Ma lui era già sposato e nell’Italia del 1963 il divorzio era di là da venire…  La Chiesa Cattolica e  la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza, controllavano discretamente e nemmeno troppo la Tv,  tutta di Stato, dove le famiglie cui era dedicata,  non dovevano  essere turbate  da costumi e comportamenti immorali.  Fu allora ostracismo, cancellazione, ira  e Mina a 23 anni provò anche la fine totale del successo, la solitudine, l’amarezza… “Il massimo- ricorderà anni dopo –  è stata una foto su “Epoca” dove io ridevo con Corrado con il mio pancione, tranquilla, e sotto scritto “Cosa avrà da ridere?”, guarda che è il massimo, me la ricorderò tutta la vita  una cosa del genere. Per cui capisci tu l’atteggiamento della stampa: me ne hanno tirato addosso delle badilate »

Il pubblico e la Bussola non l’abbandonarono, ma ci  volle tempo prima che la richiamassero in TV e lei tornò più bella e brillante di prima…  Non era più la ragazzina dal viso spiritoso, a volte clownesco. Ora aveva  un aspetto alieno ed  enormi occhi dal trucco nero su un viso diafano, quasi trasparente …  Andò di successo in  successo, ma qualche molla si doveva essere rotta dentro…   Suo fratello morì in un incidente d’auto, il giornalista che aveva sposato, quando finì il rapporto con Corrado Pani, morì in un incidente d’auto…  Forse le era venuta  paura per i figli… Era  quella un’ epoca  in cui  sequestravano  politici  e celebrità, in un’ Italia dove rapina e terrorismo  si confondevano…

Era l’anno 1978 quando Mina scomparve… Aveva 38 anni ed era al massimo del suo fascino e del suo successo.  Andò in Svizzera in una villa  molto protetta…  Con un nuovo compagno, un medico… che non riuscì a impedirle di diventare, in pochissimo tempo una robusta  signora  quasi di mezz’età, dove  nel viso si riconoscevano solo quegli immensi strani occhi… Ci furono solo poche immagini strappate con il  teleobiettivo e non ci vuole la psicanalisi  per capire il perché del cambiamento…   Il suo fisico disfatto  era l’arma più potente  per stare lontano dai riflettori e non cedere a tentazioni di ritorno….  Di lei volle che restasse solo la voce.  Quasi tutti gli anni  usci un nuovo album che  fu sempre successo  mentre lei diventava  un mito… così vicino, così lontano. Ci vollero oltre 20 anni perché tornasse a farsi vedere… in una sala di incisione… Aveva più di 60 anni ed era  di nuovo bella e  magra  come una nordica Walkiria  dalla lunga treccia bionda sulle spalle….

Mina ormi da anni è cittadina svizzera, anche se non ha mai rinunciato a  essere  italiana…. E Cremona dove è  cresciuta le è rimasta nel cuore … Una città bellissima famosa per  il Torrazzo, il Torrone e gli Stradivari, con molte industrie alimentari, ma ancora con una  grande  agricoltura che  è stata all’origine del benessere della città.

In onore di  Mina una delle  più illustri cittadine di Cremona, capace di apprezzare i prodotti genuini della terra,  abbiamo scelto questo piatto semplice e allegro.

FRITTELLE DI ZUCCHINE DI CREMONA

INGREDIENTI per 4 persone: 600 grammi di zucchine, 4 uova ,100 g di grana grattugiato 50 g di farina 1/2 bicchiere di latte, sale , olio extra vergine di oliva.

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Si tratta di un piatto primaverile ed estivo, da preparare in coincidenza con l’apparire in pianta delle zucchine. Da evitare  le zucchine surgelate che  hanno pochissimo sapore e da preferire,  fra quelle fresche, le zucchine cosiddette “romanesche”, dalle coste più in evidenza,  il colore più chiaro, le striature bianche  accentuate, la polpa bianchissima, che contengono meno acqua delle altre specie. Per verificarne la freschezza è meglio acquistarle con il fiore ancora attaccato, che fa da spia… La zucchina è una verdura molto delicata e se non è fresca diventa amara  e può rovinare il sapore degli altri cibi.  Fin dall’antichità venivano utilizzare per favorire il sonno e  rilassare la mente ed è inoltre provato che l’azione delle zucchine sulla  pelle è molto benefica  perché favorisce l’abbronzatura ( data la presenza di  vitamina A) e ne combatte l’invecchiamento. Nella preparazione dunque di questo  semplice, ma delizioso piatto,  iniziate con lo staccare il fiore a un’estremità  ( se ve le hanno vendute con il fiore attaccato) e la parte dura all’altra estremità. Aprite i fiori e staccatene gambo e pistillo. Poi lavate e asciugate zucchine e fiori,  tagliatele a piccolissimi pezzi e frullatele. In una ciotola sbattete le uova con il latte, la farina e il grana. Unite il composto di zucchine, salate e pepate. Portate ad alta  temperatura l’olio e friggete il composto a cucchiaiate. Fate dorare bene le frittelle da ogni lato, salatele e quindi mettete a scolare l’unto in eccesso su un foglio di carta assorbente prima di servirle ancora calde. Per l’olio si consiglia, come sempre, quello extra vergine di oliva, che anche a temperature elevate non sviluppa elementi cancerogeni. D’altro canto poiché l’olio si prepara in autunno e il piatto della ricetta è prevalentemente estivo, ci sono stati diversi mesi per perdere il sapore più accentuato, che è tipico dell’olio  appena uscito dal frantoio,  ma che nel fritto potrebbe  disturbare .

 

Maccheroni alla Chitarra per Gabriele D’Annunzio, vate d’Abruzzo!

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“Voglio una vita spericolata… Voglio una vita esagerata… ”  E la vita di Gabriele D’Annunzio è  davvero così  …    Non come quella  del piccolo eroe di  Vasco Rossi che al massimo arrivava a bere  whisky al “Roxy Bar” per poi tornare a perdersi chissà dove … Invece lui il Vate, il Patriota, il Guerriero,  della sua vita ha ne ha fatto  un’avventura e uno spettacolo permanenti, esibiti  dall’inizio alla fine… E senza perdersi mai… Sembrava solo un precocissimo ragazzo di lettere quando  a 16 anni pubblica una raccolta di poesie dal romantico titolo “Primo Vere” che  però, già nel titolo, a leggerlo bene,  è un  edonistico  omaggio alla sua gioventù… Seguiterà poi tutta la vita a celebrare se stesso  fra un’opera letteraria e una spericolata avventura  di mare, di terra, di cielo… Senza parlare di quell’eccentrico modo di vivere fatto di lusso sfrenato e incontenibile desiderio di possedere … “Io sono un animale di lusso e il superfluo m’è necessario come il respiro”  amava dire  con quel suo sorriso  appena ironico  tutto rivolto a épater le bourgeois … E difatti se c’era qualcosa che D’annunzio detestava e che forse sinceramente lo immalinconiva era la vita del travet, di quel borghese piccolo piccolo che passava  il tempo coltivando il suo orticello, il suo privato , il suo riserbo…  Tutte “virtù civiche” impossibili per Gabriele… Quando  c’è il lancio della seconda edizione di “Primo Vere”   si inventa la   storia che l’autore è morto cadendo da cavallo… La commozione è tanta  e le vendite del libro vanno alle stelle…

La voglia sconfinata di imporsi lo porta a Roma  appena finisce il liceo … Si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia, ma non  prenderà mai la laurea.. A Roma ha troppo da fare  ed è impossibile non notarlo … Francesco Paolo Michetti, il grande pittore abruzzese e il suo gruppo del Cenacolo  lo introducono negli ambienti  più esclusivi della Capitale… sono tutti in adorazione del vento di novità artistica e intellettuale  che questo gruppo di  provinciali sta portando nella smorta capitale addormentata…  D’Annunzio è felice e realizzato, è l’animatore dei migliori salotti e le spregiudicate nobildonne sono ai suoi piedi…  Ma il risveglio è brusco… Pena l’ostracismo deve affrontare un urgente  matrimonio riparatore  con  la duchessa Maria Hardouin di Gallese e un affrettato  impiego presso un giornale… di cui seguiterà a lamentarsi perché  toglie tempo ai suoi interessi letterali. Gli era costato caro tradire il suo primo vero amore “Lalla” a cui aveva dedicato  le belle poesie d’amore  di “Canto Novo”… “Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue…”

Naturalmente il matrimonio va a rotoli in breve tempo nonostante la nascita dei figli, ma è a Roma che D’Annunzio  ha la sua consacrazione come letterato…  “Il Piacere” viene pubblicato nel 1890 e così ne scriverà Benedetto Croce   pur parlando di ” malati di nervi”  a proposito dei nuovi autori, lui Fogazzaro e Pascoli     “Risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente “…   Ci doveva essere un’evidente stanchezza verso i grandi temi sociali o la narrazione della povertà contadina  o della prima industria… Quello di D’annunzio è un mondo poetico  di sentimenti individuali… tutto psicologia e  introspezione,  in cui  si celebra  il mito del bello e dei valori estetici  che dall’arte devono  arrivare alla vita ..  Unico modo per dare dignità e senso  a un’esistenza altrimenti povera di contenuti e di emozioni… Così D’Annunzio descrive  il suo protagonista Andrea Sperelli che abita nel barocco Palazzo Zuccari, vicino a Piazza di Spagna: ” Egli era per così dire tutto impregnato d’arte … Dal padre appunto ebbe il culto delle cose d’arte, il culto spassionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere. Fin dal principio egli fu prodigo di sé… Ma l’espansione di quella forza era  la distruzione di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a reprimere … Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. “

Roma ha il suo cantore che gli fa acquistare un posto di tutto rispetto nel mondo internazionale… Non a caso D’annunzio verrà sempre più strettamente unito  all’estetica decadente di Oscar Wilde … Ma Roma non  fruirà per molto del suo vate…  Dopo una lunga relazione con la sofisticata Barbara Leoni, D’annunzio approda a Napoli  perso  dietro il suo ultimo amore… La nobildonna Maria Gravina… Sarà il periodo peggiore di tutta la vita  immerso nella miseria, con la figlia Renata appena nata, denunciato per adulterio dal marito di Maria e condannato a 5 mesi di  carcere… Lo salverà un ‘amnistia e poi il rifugio presso il  fedele amico Michetti a Francavilla sul Mare…   Ma sono anche gli anni in cui si accosta a Nietsche… e forse il sentirsi un “Superuomo l’avrà salvato dalla disperazione… E intanto scrive, scrive  Giovanni Episcopo, L’innocente,   Il trionfo della morte …  tutte tematiche truci in cui  si abbandona  a una specie di   razzismo aristocratico e biologico con tutta la sua insofferenza per l’uomo qualunque…

La sua vera salvezza  però non sarà né un uomo né un superuomo ma un’attrice sensibile e e con una  grande  fama… Eleonora Duse  lo accoglie in Toscana in una villa vicina alla sua e gli pagherà le rette del collegio per la figlia Renata… Lui  completamente esaltato dal nuovo  amore  si infiammerà per  il teatro e ripagherà la  la Divina Eleonora “dalle bianche braccia”  con qualche tragedia  non eccezionale e un romanzo  “Il Fuoco” in cui non si farà il minimo scrupolo di raccontare anche nei dettagli più erotici ed intimi   la sua storia passionale con la Duse . Sono anche gli anni però in cui scrive  alcune delle liriche più belle … Quelle “Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi ” che non completerà mai … In cui   trovano spazio i suoi miti rivisitati…. dalla Grecia classica, al culto degli eroi, al sogno di una grande Italia imperialista e   ai versi  in cui l’amore si fonde  con lo spirito panico della natura …. “La pioggia nel Pineto” in cui i due amanti si  perdono  nel bosco  come in uno sconosciuto  mondo antico e intatto è l’ultimo omaggio a Eleonora  – Ermione, la compagna che lo segue nel mistero  e nella musica della natura…

La sua nuova rovina finanziaria  inizierà  proprio abbandonando la Duse … Non c’era più nessuno che lo sostenesse nelle folli spese che aveva affrontato per arredare la sua villa “La Capponcina”,  in cui  il Vate  –  Superuomo doveva vivere “la vita del signore rinascimentale”.  Fra Teatro e liriche aveva guadagnato somme enormi, ma  niente  per   coprire le sue spese… Il superuomo per sfuggire i creditori, scappò letteralmente in Francia e ci rimase  cinque anni, mentre la Capponcina e tutti i suoi tesori estetico – decadenti finivano all’asta.

In fondo lo salvò la Guerra… Quando scoppiò il conflitto,  divenne uno fra i più sfrenati interventisti… Con le sue parole infiammò gli italiani per la riconquista delle terre irredente, quelle che non erano bastate tre guerre Risorgimentali per accoglierle nella nuova Italia…  Lui aveva già 52 anni ma la guerra e l’avventura che vedeva in essa lo galvanizzò e lo fece ritornare quasi un adolescente.. Era già qualche anno che inneggiava , auspicava , si batteva per  una nazione dominata dalla volontà di potenza,  sentendosi umiliato  dall’«Italietta meschina e pacifista».

E così allo scoppio della guerra-  e non aspettava  altro –  in  quelle”radiose giornate di maggio”,  si arruolò volontario nei Lancieri di Novara,   partecipando  impaziente a tutto quello che la guerra gli poteva offrire.  Era un ottimo pilota e si sfrenò letteralmente nelle incursioni aeree su Trento  e sul fronte carsico.  Lo fermò  per un po’ di tempo una brutta ferita  su una tempia e poiché il Superuomo non aveva molto  tempo per curarsi finì per perdere  la vista  di un occhio…  La sua esaltazione patriottica era sincera  ma di gran lunga più  esaltante fu  per il Superuomo   la passione  per il  rischio   e il senso dell’avventura  e così torno a combattere …  Non gli mancava certo la fantasia e alcune delle sue imprese vanno ammirate e ricordate per l’audacia e l’originalità degli interventi… Famoso il  volo dimostrativo  su Vienna… 11 aerei partiti e 8 arrivati, percorsero  1000 chilometri per andare a lanciare su Vienna circa 300.000 manifesti di propaganda di guerra… L’ultimo  aereo era un biposto pilotato dal Capitano Natale Palli…. Nell’abitacolo con D’Annunzio c’era anche  un ragazzino di 9 anni figlio di un amico del Vate …Ancora più spettacolare fu l’incursione nella baia di Buccari dove tre Mas  arrivarono indisturbati sino in fondo alla baia  dove schierata c’ era una buona parte della flotta austriaca, lanciando  siluri e colpendo tre  navi per poi ritornarsene via sani e salvi… I danni furono limitati ,ma il morale delle truppe iraliane salì alle stelle…

L’avventura più esaltante il Vate Comandante la sperimentò  alla fine della  Guerra con l’impresa di Fiume… Visto che in base ai Trattati di pace  la città non sarebbe tornata all’Italia, D’annunzio alla testa di un gruppo di 2500 ribelli la occupò militarmente instaurandovi una propria Repubblica   e una Costituzione molto avanzata in cui erano riconosciuti   diritti per i lavoratori,   pensioni di invalidità,   suffragio universale     depenalizzazione  dei reati diomosessualità,  nudismo  e uso di droga…    Fu costretto a sgombrare   un anno dopo sotto l’assalto dell’esercito regolare che non voleva compromettere i buoni rapporti di pace con le altre potenze… Ci pensò pochi anni dopo il fascismo con un colpo di mano a riportare Fiume all’Italia..

Dalle sue imprese di guerra ricavò un titolo nobiliare dal nome vagamente  da operetta “Principe di Montenevoso” cosa di cui il Superuomo tutto preso di sé non si accorse… Per il resto al  di là di tutto quanto ci si sarebbe potuto aspettare, si ritirò in volontario esilio in una villa di Gardone Riviera…  che lui chiamò “Il Vittoriale degli Italiani ” Osannato e richiesto a gran voce da Mussolini e  fascismo,   rifiutò  incarichi pubblici come pure di frequentare a fondo  gli uomini  “nuovi” anche  se non ruppe i rapporti formali .. Non era tanto questione  di ideologia … La rozzezza e  la volgarità del Regime erano per la sua anima raffinata  troppo difficili da sopportare.

A Gardone Riviera ormai libero dai debiti e dalle ristrettezze economiche potè dare spazio e realizzazione  ai suoi sogni più   pazzi. Arrivò al top   del   suo stile di vita e   trasformò lla villa in una sorta di museo eclettico degli oggetti più strani e dell’arredamento più fantasioso…  Nel parco  aveva costituito il “quartiere degli artigiani ” un gruppo di specialisti che  creava i suoi mobili e i suoi oggetti, in aggiunta a quelli che si faceva venire da tutto il mondo… A volte di gran gusto  altre di un Kitch da far paura … Aveva 300 paia di scarpe negli armadi e decine e decine  di  eccentriche vestaglie  con cui riceveva  le sue belle e giovani amanti… In fondo fu felice.. Aveva raggiunto il lusso e il superfluo di cui la sua anima estetica non aveva mai potuto fare a meno…

Mangiava poco, ogni tanto a scopo curativo digiunava tre giorni alla volta, ma era attaccatissimo soprattutto alla cucina della sua terra d’Abruzzo … Una terra di pastori  che per lui appartenevano ancora  al mondo greco e una lingua che lui si rifiutava  di chiamare dialetto e definiva latina… Del formaggio della sua terra diceva “…è tutto nel nostro cacio pecorino…   È il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che può rotolare su la strada maestra a guisa di ruzzola in gioco ” e ogni tanto si faceva  preparare  “I maccheroni alla chitarra”…   Quelli che si preparano su un telaio rettangolare di legno di faggio, in cui sui lati lunghi  sono tesi dei sottili fili metallici, che ricordano appunto le corde  della chitarra…  La sfoglia di pasta  si stende sopra e poi pressata dal mattarello  cade sul piano inferiore  divisa in maccheroni  di taglio  quadrato   … Ci sono diversi modi di preparare il condimento sia   a base di carne  che vegetariano come quella che abbiamo scelto noi…

MACCHERONI ALLA CHITARRA

INGREDIENTI  per 4 persone:  farina di semola di grano duro  400 grammi, 4 uova, sale q.b.,  pomodori pelati 400 grammi, 2   spicchi d’aglio,  4 cucchiai di pecorino abruzzese,  1 peperoncino essicato di media grandezza, un mazzetto di prezzemolo, olio extra vergine di oliva.

PREPARAZIONE: Disponete la farina a fontana , al centro   rompete 4 uova  e aggiungete un pizzico abbondante di  sale . Impastate a lungo per circa mezz’ora e dopo  fate riposare l’impasto almeno per due ore , in frigo,avvolto nella pellicola trasparente. Scaduto il tempo tirate una  o più sfoglie di dimensioni inferiori, di  spessore non inferiore ai 5 mm e ponetele sulla chitarra leggermente infarinate da ambo le parti.  Passate il mattarello con forza su tutta la superficie della  sfoglia in modo da  tagliarla in un colpo solo formando i maccheroni che si andranno a deporre  sul  fondo dell’attrezzo. Ripetete l’operazione se avete preparato più sfoglie e mettetele  aperte su un panno   fino al momento dell’utilizzo.

Per realizzare il sugo, affettate finemente dopo averli sbucciati  i due  spicchi  di aglio e metteteli a dorare nell’olio facendo attenzione che non si brucino. Se dovesse succedere è preferibile buttare il tutto e ricominciare perché  rovinerebbero   con il loro amaro la delicatezza del sugo. Una volta dorato l’aglio aggiungete il pomodoro, il sale e il peperoncino e fate sobbollire il sugo per 20 – 25 minuti.  Qualche minuto prima  di togliere dal fuoco aggiungete  una parte del prezzemolo. Una volta cotta la pasta in acqua bollente e salata, scolatela molto al dente, conditela col il sugo,spolverizzatela di pecorino e  il resto del prezzemolo tritato.

Ettore Scola e i bucatini alla Matriciana!

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“Lui c’era dentro già da tempo, ma in pochi,  oltre gli addetti ai lavori, se ne erano accorti!  Estro, di sicuro ne aveva e anche spirito di iniziativa, se a 15 anni si era presentato con le sue vignette satiriche in mano, a riviste famose  come  “Il Travaso delle idee” e “Marc’ Aurelio”. Negli anni ’20 e ’30, dopo aver tentato invano un po’ di mordace satira  al regime fascista, quelle popolarissime riviste avevano finito  in realtà  per esserne completamente asservite.  Sarà stato forse perché, nell’immediato dopoguerra annaspavano un po’ in  cerca di nuove formule e nuovi autori, non compromessi, che finirono per prendersi le vignette di quel ragazzino… Tanto che a 20 anni lui era diventare un collaboratore fisso del Marc’Aurelio, mentre terminava gli studi di Giurisprudenza…

Indubbiamente un modo un po’ tortuoso per  arrivare al Cinema… Ma aveva un gran vantaggio.. Viveva a Roma e non era poi così distante da quei mitici studi di Cinecittà, che  dopo   il neorealismo  duro alla Rossellini, i “Pepli” degli anni ’50 e il Neo – realismo rosa di “Poveri, ma belli”,  stava aprendo alla sua  più fantastica stagione artistica e commerciale…

“Commedia all’Italiana” è un  termine un po’ generico, a ben vedere, un contenitore dove dentro ci si poteva trovare di tutto, ma  una base in  comune c’era … La   satira di costume tutta aderente alla nuova realtà  e, un’amarezza di fondo,  che si  intreccia ai tradizionali contenuti comici della commedia. In quel momento tutto stava cambiando   in Italia… Dalle macerie del dopoguerra un agguerrito gruppo di grandi e piccole imprese aveva lanciato il “miracolo economico”…  E gli italiani, nel benessere, assorbivano come spugne nuovi comportamenti…

Al cinema, che in Cinecittà trova la sua prima bandiera, avviene un miracolo nel  “Miracolo”. Senza voler fare paragoni   di poco rispetto,  succede un po’  quello che, ad altro livello, era avvenuto per gli artisti del Rinascimento… In confronto il neorealismo era stato portato avanti solo da  quattro geni    e,  per lo più, incompresi, ma per la “Commedia all’Italiana”  è già pronta un’intera   generazione di grandi interpreti, registi, sceneggiatori, attori, persino tecnici delle luci come Vittorio Storaro…  In quel contenitore ci andranno a finire parecchi vizi e poche virtù… Emancipazione femminile e libertà sessuale di sicuro, ma anche corruzione e volgarità  come stili diffusi di vita…

Difficile individuare  la prima commedia all’italiana… Bagliori e presentimenti c’erano già da parecchio… Per lo più come capostipite si  cita ” I Soliti Ignoti”  anche se manca l’ambientazione borghese, così cara al genere. E’ una parodia dei “caper movie”  con poveri disgraziati a far da comici … Ma sono comici assolutamente nuovi, ben lontani dalla marionetta appesa agli  immaginari fili  del  circo  o dell’avanspettacolo,  mentre volteggia fra gag,  giochi di parole, gesti buffi o nonsense… Ora l’attore ha i dialoghi  certi delle sceneggiature  fatti di   quotidiano e di realtà con  riferimenti sociali, chiari al pubblico che li  conosce e li vive spesso in prima persona…

Dopo i “Soliti Ignoti” non ci saranno più freni e  in poco più di un anno arrivano i grandi successi de “La grande guerra”e “Tutti a casa” dove i ricordi di   guerra sono  alleggeriti nell’ironia, mentre “Il Vedovo”,  diventa il prototipo   degli  scadenti personaggi infiltrati   nella nuova industria..

Lui, Ettore Scola, a Cinecittà c’era già arrivato da parecchi anni  e tutta l’esperiena satirica accumulata  nel Marc’Aurelio era la manna dal cielo per la novissima commedia, ma sono in pochi ad accorgersi che esiste… Non l’accreditano mai… “In realtà ho iniziato come negretto, scrivendo per altri senza apparire. Avevo dei grandi modelli: Fellini, Amidei, Zavattini, ma scrivevo anche sketch per Totò, Macario, Tino Scotti e Alberto Sordi”… Nel  1954 firma assieme a molti altri la sua prima sceneggiatura  ufficiale, “Un americano a Roma” e poi  altri film importanti come “Il Sorpasso”, ma alla regia arriva tardi, nel 1964, dopo una lunga gavetta e  l’opera  non è un successo… “Se permettete parliamo di donne” è un film a episodi   dove il protagonista maschile è sempre  Vittorio Gassman e  le attrici cambiano… “Una serie di barzellette,” lo liquiderà in fretta  Tullio Kesich…,

Ma nel 1968 le cose cambiano e travolgente arriva il successo… “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”    si ispira a un fumetto di Topolino che assieme a Pippo va a cercare in  Africa l’amico  Pappo. La commedia  punta il dito sul provincialismo arrogante del parvenu, che si muove  in Africa col piglio del colonialista dell’800… Certo la  recitazione sempre un po’ esasperata di Alberto Sordi  lo butta più sul comico che sul satirico, allontanandolo  un po’ dagli intenti moralizzatori di Scola  contro una società fatua e superficiale,  ma  il personaggio di  Titino – Manfredi, con i suoi imbrogli tutti italiani, l’arte di riciclarsi come stregone e lo struggente ritorno finale  nella Tribù, lascia una nuova consapevolezza anche nel prepotente editore…  Forse è solo un momento ma vorrebbe anche lui scappare dalla  futile  “civiltà”…

Dopo, Ettore Scola diventerà uno dei protagonisti assoluti … “Brutti, sporchi, cattivi” è un film pieno di personaggi anche  fisicamente sgradevoli… un apologo di come la miseria renda squallidi e cattivi… Scola,  fervente comunista aspetta chiaramente il “Sol dell’avvenire”  e il riscatto sociale…

«Si – dirà Scola a proposito  dei suoi anni ruggenti –  io credo che… un certo cinema italiano, è stato molto vicino alla politica….  Ad esempio, quando per “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”  dovevo girare la scena del comizio,  ho preferito aspettare  quello del Partito Comunista, e proprio quello di Pietro Ingrao in Piazza San Giovanni a Roma, non solo perché ho sempre percepito nel partito comunista una vicinanza ideale, ma perché ho sempre pensato a Pietro Ingrao, come al politico più vicino ai drammi della povera gente».  Oreste ormai  ridotto a una larva di disperazione dopo l’abbandono  della sua donna,  incontra in piazza  il segretario della sezione del partito  che  all’apparizione di Ingrao sul palco, lo conforterà dicendo «Senti Pietro, adesso…dai» e Oreste, fiducioso come davanti a un taumaturgo, risponderà  «Si, si, sento Pietro»… E poi,  in un impegno  senza mediazioni,  Scola filmerà  i Festival dell’Unità, quando era viva  la saldatura fra popolo e politica… Più in là anche “I funerali di Berlinguer,” l’amatissimo capo del partito…

Ma era impietoso  e acre verso i compiaciuti intellettuali della sinistra che utilizzavano la  cultura per disprezzare e sentirsi superiori…  “C’eravamo tanto amati” è del 1974…  Forse è prima di tutto un’elegia a Roma, commossa e silenziosa,  fra piazze  notturne e luoghi poco noti, dove tornano a incontrarsi Gianni, Antonio e Nicola,   tre partigiani   amici  che, che alla fine della guerra si  erano divisi. Nicola  era andato a  insegnare,  Antonio a fare il  portantino in  ospedale,  Giann a laurearsi…   Solo Antonio  era rimasto  fedele  agli  ideali di gioventù mentre Gianni  aveva trovato, in vie disoneste, ricchezza e potere, sposando la figlia di un palazzinaro senza scrupoli… Ma gli strali più cattivi Ettore Scola  li riserva a Nicola che  fra una sconfitta e l’altra  era diventato  la  caricatura dell’intellettuale presuntuoso ” di sinistra,”   lontano da ogni  visione critica della società, solo farsa  retorica di se stesso con  sterili e puntigliose polemiche…

In giro per il mondo forse il   film di Scola più conosciuto è “Una giornata particolare”, la storia di due esclusioni… Un omosessuale destinato al confino dal regime fascista e una casalinga intristita dalla fatica di vivere… E’ il maggio del 1938,  e nel condominio popolare quasi deserto, perché la gente,  piena di allegra  baldanza,  è andata  alla parata, echeggia a raffiche, sgradevole e trionfante,  la voce della radio che  descrive  l’arrivo a Roma di Adolf Hitler. Per un momento brevissimo Antonietta e Gabriele si ameranno, in un disperato abbraccio  di  comprensione reciproca… Poi mentre Gabriele viene portato via dalle guardie che lo scorteranno al confino, Antonietta  aspetterà il ritorno della sua famiglia  fascista… Ma alla  giornata particolare resta un filo di speranza… Antonietta che legge il libro che le ha regalato Gabriele… E’ un’ opera  di Alexandre Dumas dove si parla di popolo che prende coscienza…

Era stato fra gli ultimi a partecipare alla Commedia all’Italiana… Sarà anche  l’ultimo ad uscirne… ” La Terrazza” del 1982..  è considerato  una firma di epilogo…  Amara e senza speranze sul fallimento  professionale, ma prima ancora morale, di  cinque amici che attraversano la crisi di un mondo senza più ideali…

Anche Ettore Scola come  gli altri cercherà  vie diverse, molte ancora segnate dall’ispirazione e dal successo, come l’affresco corale e storico de “La famiglia” o l’intimissimo “Che ora è” sul difficile dialogo figli – genitori,  con una scrittura affascinante che appartiene al miglior Scola sceneggiatore… poi comincerà a diradare il suo lavoro…  C’è un commosso ritorno alla   sua città nel documentario “Gente di Roma” e poi quasi dieci anni di silenzio…

Poco tempo fa Scola, con quel suo sorriso dagli occhi tristi confessava   di non avere più idee, anzi precisava  “le idee ci  sarebbero, ma non hanno più niente a che fare con il cinema.” e invece  non era vero niente! Al cinema sta tornando…  S’intitolerà “Che strano chiamarsi Federico!” e sarà un cercare  Fellini a 20 anni dalla sua morte… racconterà tutta la ricchezza del cinema felliniano  e sarà un collage  di immagini di repertorio, momenti e ricordi sparsi… Si erano conosciuti ai tempi del Marc’Aurelio, un’amicizia mantenuta intatta… Per anni si erano divertiti   a farsi visita sui rispettivi set …  In “C’eravamo tanto amati”  Scola aveva voluto inserire nella sua Roma notturna, Federico mentre girava “La dolce vita” a Fontana di Trevi…

Ci possono essere tanti modi per portare avanti un’amicizia, ma Scola ha dovuto sciegliere l’unico che  oggi  gli è stato possibile…

Spesso si mangia nei film di Scola…  Per esempio all’inizio de “La Terrazza,” la padrona di casa richiama gli amici sparsi… “In tavola è pronto”… Ma forse la scena più graffiante è quella di Elide,in “C’eravamo tanto amati,” abbligata dal marito a mangiare solo insalata scondita  e un uovo sodo, di fronte agli altri che affondano la forchetta in un celebrato, ricco, piatto romano, che  poi a benvedere proprio romano non è…

I “Bucatini alla Matriciana” come li chiamano a Roma o forse più correttamente  “all’ Amatriciana,” nascono, come dice il nome, in quel di Amatrice, un paese del Lazio quasi di montagna, da cui già si scorgono le grandi montagne d’Abruzzo… La ricetta è antica ma la diatriba se si debba utilizzare aglio o cipolla seguita negli anni a schierare opposte fazioni… Però, trattandosi  di un vecchio piatto,  nato sui monti,  siamo propensi a credere che  la ricetta originaria impiegasse  l’aglio, perché la cipolla richiede un territorio di pianura… Forse anche il pomodoro é un’ aggiunta posteriore… Quella che segue è la nostra scelta, con la possibilità ovviamente di qualche variante secondo i gusti… Qualcuno, per non far torto a nessuno, fa addirittura un mix fra aglio e cipolla!

BUCATINI ALLA MATRICIANA

 INGREDIENTI per 4 persone: bucatini grammi 400,  guanciale (senza cotenna,  di montagna, poco salato e ben stagionato) grammi 160,  pecorino romano grattugiato grammi 80, 2 spicchi di aglio, sale, pepe e 1 peperoncino secco sbriciolato, 400 grammi di pomodorini piccoli rossi, preferibilmente quelli che  colti freschi vengono fatti appassire  in un mazzo appeso a un gancio.

PREPARAZIONE: Ponete sul fuoco una  pentola con 4 litri di acqua e 4 cucchiaini di sale fino. Tagliate a tocchetti il guanciale che  poi  metterete  in una padella già calda e appena unta  di olio.  Quando il guanciale  comincerà a rilasciare il suo grasso, aggiungete gli spicchi d’aglio tagliati a metà  e il peperoncino.  Rosolate il tutto molto dolcemente sino a quando il guanciale diventi croccante. Poi con un mestolo traforato togliete dalla padella guanciale e aglio e mettete i pomodorini lavati e spaccati. Fateli cuocere per un massimo di 7 o 8 minuti, perché va conservato il loro sapore fresco. Nel frattempo avrete lessato i bucatini in acqua bollente, scolandoli ancora al dente. Nel piatto di portata conditeli col sugo, aggiungete il guanciale e l’aglio, quest’ultimo se piace, altrimenti buttatelo via perché comunque ha già rilasciato il suo sapore nel sugo. Spolverizzateli di pecorino e pepe e serviteli caldi.

A colazione da Sherlock Holmes con il Kedgeree…

Che cosa non sono capaci di inventarsi due  ragazzine  che tornano a casa in ritardo con i vestiti bagnati ! Quella volta Frances ed Elsie superarono se stesse…. “Si erano sporte troppo ed erano scivolate nel ruscello mentre guardavano le fate..”. Visto che i genitori le guardavano allibite, per essere  credute si dovettero “sporgere” ancora di più… Ed Elsie chiese in prestito la macchina fotografica del padre… Quando tornarono dal fiume la seconda volta avevano scattato una foto sensazionale, in cui appariva Frances circondata da 4  fate  danzanti… Qualche mese dopo Elsie fu  fotografata in un prato mentre stava conversando con un  folletto alato. Dopo un certo intervallo le foto diventarono 5. Le creature del bosco, non c’è che dire  erano deliziose, e le due ragazzine  ingenue  avevano tutto l’aspetto della verità,  anche se  le fatine somigliavano  un po’  a quelle  dei  libri illustrati  per bambini… Scoppiò in tutta l’Inghilterra il caso di “Cottingley Glen” con le opposte fazioni scese in campo., una che ci rideva su e l’altra che sognava…

Per stabilire la verità fu interessato  anche Sir Arthur Conan Doyle, autorità in campo investigativo per molti,  esperto di fotografia, secondo lui…  Aveva esaminato le  foto senza trovare nessun sintomo di trucco o di doppia esposizione… Arthur Conan Doyle, l’uomo del giallo deduttivo, nel 1920 alla faccenda  dedicò   anche un saggio, “Il ritorno delle fate”,  che lasciò perplessa parecchia gente, anche se lui, per essere più convincente aveva fatto i suoi riscontri  applicando l’infallibile  metodo di Sherlock Olmes…  E fece un errore, perchè  avrebbe dovuto chiamarlo direttamente Sherlock Holmes, che gli avrebbe con facilità spiegato che  le fate  erano semplici ritagli di carta, retti da bastoncini durante gli scatti. Anche un cretino l’avrebbe capito…

Il fatto era che il grande scrittore  era un pò geloso di Holmes…  Aveva troppo successo, troppo prestigio, troppa fama… E dire che per dargli quel forte istinto  da detective si era ispirato  al famoso chirurgo Josep Bell, l’uomo che più aveva ammirato e con cui lui aveva fatto il suo tirocinio di medico… Già perché Sir Arthur la laurea in medicina l’aveva presa con tutti gli onori… e ciò gli aveva consentito di diventare l’assistente del brillante e freddo dottor Bell, famoso per il suo metodo scientifico e le sue abilità deduttive…  “Certo, voi siete un militare, e più precisamente un sottufficiale”, aveva detto  un giorno ad un paziente appena introdotto nello studio “ed avete prestato servizio alle Bermude. Ora, Signori, come faccio a saperlo? È entrato nella stanza senza togliersi il cappello, come se entrasse in fureria, da cui ne ho dedotto che era un militare. L’aria leggermente autoritaria, abbinata all’età, mi ha fatto supporre che fosse un sottufficiale. Per finire, l’eruzione cutanea sulla fronte mi ha indicato che era stato alle Bermude, in quanto quel tipo di infezione della pelle colpisce solo in quel luogo”. Da qui nasce il giochino di Holmes di squadrare la gente per indovinarne la professione…

Con tutta quella pratica Arthur pensava che le porte della medicina si sarebbero spalancate tutte al suo passaggio e invece passa da una delusione all’altra… Fu in uno studio vuoto, dove di  pazienti nemmeno l’ombra, che riprese l’abitudine di scrivere…  Pochi se ne erano accorti ma lui  ci aveva già provato…   Racconti e articoli medici, in uno  dei quali raccontava le sensazioni di un nuovo sedativo che aveva  sperimentato di persona. E qualcuno dei pochi   lettori si era chiesto come aveva fatto uno, così sedato,  a prendere appunti così precisi sugli effetti del medicinale mentre stava, se non dormendo, dormicchiando.
Ma dato che Sir Arthur era  un eccentrico dagli strani interessi, nel 1880  aveva  pubblicato “Il racconto dell’americano”, dove una mostruosa pianta, originaria del Madagascar, si ciba di carne umana.  Lui non lo  sapeva ancora, ma con un po’ di orrore, di mistero e di soprannaturale aveva aperto un filone … Lo riprenderà  parecchie volte anche con il  personaggio serial, il Dr  George Challenger,  lanciato  nel 1912 con il “Mondo Perduto…” Un’ avventura su un altopiano del Venezuela, popolato  da Dinosauri & Company, tutti preistorici  D.O.C.. . Al Cinema i Mondi Perduti diventeranno 8  accompagnati da un  Jurassic Park che mediaticamente  li supererà tutti…

Ma il quel 1887 mentre aspettava di diventare un medico, se non di fama, almeno di moda, mentre le speranze si facevano sempre più piccole, con un guizzo della sua inesauribile fantasia, trasformò quello studio vuoto in “Uno Studio in Rosso… ” Era appena l’inizio del successo  universale che arrivò tre anni dopo con…”Il segno dei quattro”… Sherlock Holmes  era in pole position…… “Il suo sguardo era acuto e penetrante e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un’aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell’uomo d’azione. Le mani, invariabilmente macchiate d’inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili strumenti della sua filosofia.” Quanto alle sue  cultura secondo Watson,  l’assistente, spesso trattato   con sufficienza dal  grande maestro, Holmes, conosceva bene  la letteratura criminale, la chimica e  la logica, era un ottimo violinista e un bravo schermitore, ma del resto non ne voleva nemmeno sentirne parlare… gli  poteva confondere le idee, rischiando di allontanarlo dal suo  rigore tutto deduzione…   Era senz’altro distaccato  dagli uomini e dalle cose… Non parliamo poi dell’amore e delle donne…   Un misogino  che cerca solo   di tenerle lontane  “l’amore è un emozione… che contrasta con la fredda logica… Solo Irene Adler, che riesce ad ingannarlo e, quindi, é più brava di lui,   susciterà  la sua ammirazione e forse qualcosa di più…  Holmes ha anche qualche abitudine un po’ discutibile “… Si rimboccò la manica sinistra della camicia… Infine si conficcò nella carne  la punta acuminata, premette sul minuscolo stantuffo e poi, con un profondo sospiro di soddisfazione ricadde a sedere nella poltrona di velluto” Era l’epoca in cui la scienza riteneva che la droga ampliasse la mente,  ma poi come il vento dell’opinione pubblica girò in senso inverso,Sir Arthur, progressivamente smise di parlare dei vizi privati del suo eroe…

2953693-painting_sherlock_holmes_by_ineer-d5krpt44 romanzi e 56 racconti,il cosidetto “Canone”, tutti calati fra l’osservazione del particolare e la deduzione finale…  Solo dopo che ha scovato i  dettagli, anche i più insignificanti e stravaganti, Sherlock comincia l’elaborazione dei dati e solo alla fine le conclusioni… Sembra quasi un computer  Holmes,  sempre lì a ragionare come il suo impareggiabile alter ego… il Dr Joseph Bell, di cui conserverà sempre  memoria…

Poi un pò per volta affiora  il problema… Sir Arthur non ne poteva proprio più di Sherlock Holmes così  affascinante, intelligente, dall’alta elegante figura… Lui che era grassoccio e sempre un po’ trasandato… Cercò più volte di liberarsene senza riuscirci…  A furor di popolo dopo averlo fatto precipitare nella turbolenta cascata assieme al suo nemico Moriarty fu costretto a farlo resuscitare… Si dovette persino giustificare, dicendo che Holmes era andato a lavorare per i servizi segreti… Roba da top secret di cui non aveva potuto parlare  ai suoi lettori…

In realtà i soldi che Holmes guadagnava  servivano  a Sir Arthur per appagare la  sua più grande passione… Lo Spiritismo.  L’interessese subito eccessivo, per le sedute spiritiche era iniziato  nel 1887. Mentre stava scrivendo “Uno studio in rosso”,  ogni tanto liberava il tavolo dalle scartoffie  per far posto  al medium…   Voci strane, soavi  o cavernose, lingue straniere e sconosciute,   il tavolo che si alzava  per aria… Arthur Conan Doyle, il medico allievo del grande scienziato Bell, figlio del positivismo  ottocentesco e  padre  del personaggio più razionale di tutti, a cavallo dei due secoli era ormai sicuro che l’anima viveva  senza il corpo…  Tale era la sua passione che non si rese conto che molti cominciavano a prenderlo in giro  e a dubitare della sua sanità mentale… Soprattutto quando il fatto  venne enfatizzato   dalla storia di Cottingley Glen e dal suo libro sullo spiritismo…  Ma non ci fu niente da fare … La vita oltre la morte divenne  il suo credo definitivo sino alla fine… Si fa per dire fine, perché cominciarono le testimonianze postume… La sua voce parlò ancora e a lungo attraverso i più famosi medium dell’epoca come ad esempio, Eileen J.  Garrett, colei che l’aveva coinvolto nel caso Cottingley Glen… La Garrett arrivò persino a organizzare una seduta medianica a Londra, dove fu usato un complicato sistema di controlli a raggi infrarossi che, si dice, accertò  una materializzazione invisibile all’occhio umano… Ciò considerato, e’ troppo  da appassionati lettori di Sherlock Holmes, chiedere a Sir Arthur, di inviarci un raccontino, anche breve, dall’al di là?

In omaggio alle origini di Conan Doyle, proponiamo un piatto scozzese  con apporti indiani, diffuso in tutta l’Inghilterra vittoriana, che, se anche non è espressamente citato nel “Canone ” di Sherlock Holmes,  la sigrora  Hudson, la governante di origini scozzesi, sicuramente  avrà portato spesso in tavola per la colazione, nel salotto di Baker Street.

KEDGEREE

INGREDIENTI per 4 – 6 persone: 250 grammi di riso bhasmati, 450 grammi di haddock affumicato (che può essere ben sostituito dal  merluzzo fresco), acqua e sale per la cottura, 3 uova sode, una manciata di prezzemolo tritato,  20 grammi di burro, 1 cucchiaino di curry di Madras.

PREPARAZIONE: bollite il riso in una quantità di acqua doppia del suo volume, appena salata, per 15 minuti e senza mescolarlo. Poi scolatelo  e tenetelo da parte. In un tegame largo fate sobbllire una miscela formata da metà acqua e metà latte,sufficiente a coprire interamente il pesce che metterete nel tegame appena la miscela inizia a bollire. Fate cuocere per 8 minuti circa. Fate rassodare 3 uova mettendole nell’acqua bollente per 6 minuti circa tagliate poi a pezzi o rondelle e mescolatele al prezzemolo. Tagliate a pezzi il pesce bollito dopo averlo estratto dal tegame e mescolatelo con il burro fuso,,il curry e metà delle uova sode e rimettete il tutto per qualche istante nel tegame. Trasferitelo poi in una pirofila cosparso delle rimanenti uova sode e mettetelo in forno alla temperatura di 150°C per qualche minuto. Servitelo caldo.

 

Enzo Tortora e la Cima ripiena della sua terra

tortora_portobelloTre gradi di giudizio culminati nel 1987 con la piena assoluzione … E  nonostante ciò, qualche anno dopo, quando Enzo Tortora era già morto,  più di crepacuore che del suo male,  un Magistrato   affermo’  tranquillamente «L’assoluzione di Enzo Tortora rappresenta in realtà soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto”  Ma che strano… Non insegnano forse a Scuola che é compito della Giustizia  accertare la verità… E  come mai questo sfugge a un magistrato laureato in diritto con lode? Se un semplice cittadino avesse fatto un’osservazione simile  a quella del  Magistrato, probabilmente  avrebbe potuto passare i guai suoi…  Come ognun sa, le sentenze vanno rispettate…  Invece non successe nulla… Nemmeno a  chi in primo grado  aveva condannato Tortora a più di 10 anni e  non ha mai avuto alcuna ripercussione sulla carriera… Anzi sono sempre  stati così sicuri di se’ che quando Giuliano Ferrara, a sentenza emanata, prova a riepilogare gli indizi  infondati con cui Tortora era stato arrestato e processato… Si prende una querela  per diffamazione dai Pubblici Ministeri Lucio Di Pietro e Felice Di Persia  e dal giudice istruttore Giorgio Fontana…Per fortuna che poi se la cava…

Ma più di tutto nella memoria collettiva risuonano le parole accorate del difensore  di Tortora che in aula, rivolgendosi al pubblico Ministero quasi urlò “Signor giudice lei le ha lette le carte del processo?” Perché quello che lascia sconcertati è la superficialità, l’incuria della vicenda e il sospetto di vendette incrociate verso un personaggio televisivo scomodo e e ribelle… Due volte l’avevano cacciato dalla Televisione di Stato, la prima volta perché nella sua  trasmissione Alighiero Noschese aveva fatto l’imitazione di Amintore Fanfani… fatto evidente di lesa maestà…  E una seconda volta nel 1969 quando aveva definito la Rai “Un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne” … Il fatto poi che una volta  rientrato in Rai,  la sua trasmissione incollasse  davanti al televisore la metà degli Italiani non aveva fatto piacere a molti…

Ma pochi potevano prevedere quell’arresto spettacolo, mediatico alle 4,30 di mattina…  “Il Mattino ” di Napoli, va in stampa  a mezzanotte o giù di lì, già con la notizia dell’arresto di Tortora… I fotografi e la stampa son già pronti  all’ingresso dell’Hotel Plaza di Roma… Mentre appare il mostro in manette, accusato  di associazione a delinquere di stampo camorristico… Chi l’accusa sono i pentiti di camorra il cui numero lievita di giorno in giorno,  più  uno squallido pittore in cerca di un po’ di notorietà… La prova del fuoco? L’agendina di un camorrista dove c’è  il nome del presentatore e un numero di telefono… I contatti avuti? Dei misteriosi centrini perduti  che  dal carcere erano stati inviati , per la vendita in diretta nel mercatino virtuale  del  “Portobello” televisivo di Tortora…

Ci volle la sentenza di appello per scagionare Enzo Tortora e bastò un giudice più attento… Il nome sull’agendina  non era Tortora, ma Tortona e al numero telefonico, bastava chiamarlo… rispondeva appunto il Sig. Tortona…Quanto ai centrini inviati dal camorrista in carcere, erano arrivati in mezzo a quintali di oggetti diversi in trasmissione  e qualcuno li aveva persi… Alle proteste del proprietario Tortora aveva inviato un risarcimento in denaro pensando di chiudere la questione…Ma chi poteva immaginare che  Giovanni Pandico, oltre che camorrista era anche  schizofrenico e quella perdita di centrini l’aveva considerata uno ” sgarro” personale? Così  appena arriva la proposta, lui diventa uno dei  “gran pentiti” assieme ad altri tristi nomi come quello di Pasquale Barra detto “o’ nimale”…   Pandico  trova la possibilità di vendicarsi e al quinto interrogatorio butta là il nome di Tortora fra quei circa ottocentocinquanta  camorristii su cui si abbatterà con l’arresto, il “venerdì nero della camorra”…Peccato che in realtà, molti di quegli accusati erano innocenti come Tortora…

E’ proprio in quel venerdì nero della camorra che bisogna  ritornare per cercare  il cuore della vicenda …. Uno scenario incredibile,  sembra  un romanzo della complicata fantasia di Dan Brown… Invece non è la ricostruzione di  uno scrittore di trame nere ma della  Direzione  Antimafia di Salerno…  E’ il 27 aprile 1981 quando le Brigate Rosse sequestrano, in uno dei loro ultimi show terroristici,  Ciro Cirillo, notabile democristiano e assessore all’urbanistica della Regione Campania…Cirillo in quel momento è  il più importante…  L’anno prima c’è stato il violentissimo terremoto dell’Irpinia con tremila morti e migliaia di case abbattute… Il sud è ferito  ma deve cominciare l’opera di ricostruzione.. E presto! Perchè  la Democrazia Cristiana non vuole perdere consenso … E’ ovvio che il rapimento del suo uomo chiave  in Campania può essere un grosso colpo …La ricostruzione deve essere targata DC…  E del resto non si può nemmeno abbandonare Cirillo a se stesso, dopo  lo scandalo del mancato aiuto  a Moro di tre anni prima… Le BR stavolta vogliono soldi… e tanti, ma il grosso pasticcio viene fuori quando le istituzioni, anziché con un  gruppo di violenti ideologi di sinistra, si trova a trattare con la delinquenza comune … Il top della camorra del boss  Raffaele Cutolo che in qualche modo affianca le Brigate Rosse… Cominciò dunque prima di quello che dice la recente  cronaca, la trattativa Stato –  Mafia… e che si chiamasse camorra è solo una variante sul tema…  5 Miliardi vengono generosamente e rapidamente raccolti… Dai costruttori della zona…  E il perché è facile da capire… Una volta libero Ciro Cirillo potrà compensarli con grossi appalti  post sisma…    Ma solo formalmente  ai costruttori edili,  il liberato  Assessore dispenserà, i fondi della ricostruzione … Perché  sarà in realtà la camorra a beneficiarne, ora  che la sua presa di potere  è totalmente  avvenuta…Chi doveva sapere, sapeva, le cose  sarebbero potute anche andare avanti così, ma  quando cominciano le faide fra  un gruppo camorristico e l’altro, lo Stato si spaventa…Violenza, ferimenti e due, tre omicidi al giorno sono veramente troppi…C’è il contagio della paura … Mentre i media cominciano a fare troppe indagini. Chissà a quale cervellone dei servizi segreti venne allora in mente  di  fare un po’ di arresti, anzi, perché no, una bella retata a titolo dimostrativo per far capire la presenza dello Stato a chi pensava di essere abbandonato a se stesso… Fu così che cominciò l’altra trattativa con chi già era in carcere e a portata di mano, ai quali  vengono proposti sconti di pena e forse soldi in cambio di nomi di accertati camorristi… Fra le 850 persone  che verranno arrestate, di cui, più di 100 saranno dichiarate innocenti sin dalla prima fase di giudizio, finisce, per uno scherzo del destino e per la vendetta di un pentito schizofrenico  anche il nome di Tortora… Poi si troveranno altri 15  pentiti a cascata, che  confermeranno il nome del presentatore…Li chiameranno ” pentiti a orologeria” che balzeranno fuori ogni volta che ci sarà bisogno di distogliere l’opinione pubblica dagli strani appalti  e da una ricostruzione insostenibile, che aggrega  le antiche famiglie sparse nei campi o in piccole città, in enormi stranianti falansteri dove domina la solitudine e l’angoscia…

Intanto al di là della speculazione mediatica e gossip,  attorno a Enzo Tortora si comincia a radunare  un vasto movimento di opinione che lo ritiene innocente e  un anno dopo, Enzo Tortora viene eletto deputato al Parlamento europeo … Ma lui è uomo di coraggio e di sfide e appena Il 17 settembre 1985 , in 1° grado, viene condannato a dieci anni di carcere,  si dimette immediatamente dalla carica, perde l’immunità parlamentare che gli avrebbe garantito la libertà e si mette a casa  agli arresti domiciliari…

Le cose prendono un altro verso quando il giudice  di 2° grado Michele Morello, si mette in testa di vederci chiaro…. e ricomincia tutto da capo… “Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato…”

Tortora ormai lo stava gridando da tempo e senza timore  nel processo:  “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.”

Quando fu prosciolto tornò a Portobello… Lo stile era sempre quello, sobrio educato, gentile con tutti… Ma durò soltanto pochi mesi… Non ebbe abbastanza tempo per godersi la libertà e l’affetto della gente che in lui aveva creduto… Sono in tanti ad essere convinti che quel cancro al polmone fosse di natura psicosomatica… La disperazione e il pregiudizio possono uccidere…

E’ una storia triste, ma un ritorno in Liguria, sua terra di origine, lontano dai suoi travagliati processi, avrebbe di sicuro consolato anche Enzo Tortora… Perché  un buon piatto tradizionale, frutto d’amore e di cultura può far bene all’animo amareggiato…

CIMA RIPIENA ALLA GENOVESE

INGREDIENTIper 8 persone: pancia  di vitello kg 1,200, polpa di vitello grammi 100, poppa  (tettina)  grammi 80, un’animella, mezzo cervelllo di vitella o 1 cervello di abbacchio,qualche pezzetto di schienale, 2 testicoli (granelli o gioielli di toro come  eufemisticamente si suol dire), 50 grammi di burro, pochi pinoli, un cucchiaio di maggiorana (persa),  qualche foglia mista di erbe aromatiche( prezzemolo,timo, salvia, alloro), parmigiano grattugiato 80 grammi, 8 uova, aglio 1 spicchio, sale a piacere, una manciata di piselli e una di funghi secchi,  2 litri circa di brodo di verdura.

PREPARAZIONE:Fate preparare dal macellaio una pancia di vitella con la sacca già pronta o in alternativa incidete voi la pancia tagliandola sino in fondo, con un coltello ben affilato, tenendovi lontano dai bordi circa due centimetri. Lavatela, sgocciolatela bene e poi asciugatela. Preparate il ripieno cominciando a rosolare nel burro tutte le carni,poi scolatele e poggiatele un un tagliere. Tritate finemente la polpa, la poppa e le animelle, e a pezzi più grossi il resto. Versate tutto in un grosso recipiente e aggiungete i piselli,  i pinoli,  lo spicchio d’aglio schiacciato, la maggiorana e i funghi ammollati per circa 20 minuti nell’acqua tiepida e poi strizzati. Sbattete bene le uova, poi unitele a freddo al composto. Insaporite con un pizzico di sale e le spezie tritate, poi aggiungete  il parmigiano grattugiato.Mescolate il tutto con delicatezza e riempite per non più di due terzi la sacca della pancia perché  in cottura la carne si ritira e la farcia si gonfia e potrebbe scoppiare se il ripieno fosse eccessivo. Cucite il bordo della sacca con filo bianco da cucina,poi avvolgete la cima in una pezza di  tela bianca ben legata. Porla sul fuoco nel brodo di verdure già caldo e farla cuocere un’ora a recipiente scoperto. Poi incoperchiate e fate cuocere ancora per due ore a recipiente coperto.  Dopo averla tolta dal fuoco appoggiatela sul tagliere,ricopritela con un piatto e mettete sopra il piatto un peso. Tenetela pressata per circa un’ora affinché perda l’acqua residua e  prenda la tipica forma ovale. Servire fredda a  fette.

Huevos Rancheros, un piatto messicano per Georgia O’Keeffe

All’inizio del ‘900, nessuno avrebbe potuto immaginare che la seconda metà del secolo avrebbe trovato in America la patria di tutte le avanguardie artistiche…Del fermento che si agitava in Europa niente sembrava allora scalfire le serene scuole d’arte americane e la maggior parte dell’opinione pubblica.  Dopo la pittura degli impressionisti la realtà  non era più stata la stessa, ma neppure le grandi navi  che andavano e venivano, riuscivano a trasportare qualcosa di nuovo  fino al… “Mondo Nuovo”…   Solo  nel 1913  fu finalmente  organizzata  a New York la storica mostra  dell’ Armory Show… 1200 dipinti, sculture e opere decorative di tutte le correnti dell’avanguardia europea… cubismo, fauvismo. impressionismo… Ma non  fu un  successo,  solo rabbia e sconcerto. Le cronache riportano recensioni piene zeppe di parole come “pazzia”, “immoralità” e “anarchia”. Lo stesso presidente Theodore Roosevelt si affrettò a dichiarare stizzito:  “…Non è men vero, tuttavia, che cambiamento può significare morte e non vita e regressione anzichè progresso…Questa non è arte!

In questo clima ostico a tutti i cambiamenti erano anni che Giorgia O’Keeffe, giovane pittrice americana controcorrente,originaria  di Sun Prairie, nel Wisconsin,  stava cercando una strada  lontana dalla pittura storicista e  di imitazione…  Nel 1908 a New York  sembrava aver trovato   quello che  cercava  nella Galleria di un poco conosciuto e criticato espositore, il fotografo  Alfred Stieglitz,…  Ma poi  deve  abbandonare gli studi… Fa la grafica pubblicitaria, insegna,  segue solo qualche corso di pittura qua e là,  finchè le capita di leggere Kandinsky… “Forme e colori non devono rispecchiare il modello naturale, bensì i sentimenti, il mondo interiore dell’artista”…

E’ già il 1915 , quando inizia … “Ho delle cose in testa che nulla hanno a che fare con quello che mi hanno insegnato…sono giunta alla conclusione di considerare vere le mie concezioni… ”  I suoi disegni a carboncino, li spedisce a New York un’amica di Georgia e solo per un caso finiscono nelle mani di Stieglitz… Sembrano forme organiche  di  una  natura primordiale, superfici piatte che fanno pensare alla pittura giapponese … Stieglitz ne è colpito e li espone  nella sua Galleria il ” 291″ diventata con gli anni un forte punto di richiamo dei nuovi artisti americani…  Dopo lei gli manda i suoi acquerelli … Nudi femminili dai contorni indefiniti, dove  il diverso spessore del colore dà  un vivace senso  di movimento… C’è tutto  lo spirito di Rodin, che lei aveva visto tanti anni prima … Proprio lì, in quella galleria di Steiglitz, con il quale, ormai, è amore … Difatti Georgia lascia il Texas… E’ il 1917 e torna a New York … Lui è affascinato da questa donna così autonoma, indipendente  lontana da tutti gli stereotipi di famiglia e di vita borghese…  Presa solo di passione  e urgenza per i colori e le forme che le agitano la mente…. Attorno a  Stieglitz  ci sono  i nuovi artisti… Fotografi e pittori  da cui lei assorbe  l’incanto per i fiori e la pittura dilatata sui primi piani, che può alterare l ‘aspetto degli oggetti, dando vita a forme  di astrazione prima inesistenti o non visibili…

Ma prima ancora di essere conosciuta per  i suoi quadri, Georgia, a New York,  è lanciata dalle fotografie di  Stieglitz, di  cui diviene  modella e Musa… Nelle mostre del 1921 e del 1923  metà delle foto sono ritratti e  nudi di Georgia…  Subito dopo arrivano i fotografi  famosi  della cerchia di Stieglitz e con  il  viso dagli alti  zigomi, le bellissime mani  “danzanti” e il  corpo morbido e allungato come una  Venere di Cranach, Georgia diviene la donna più fotografata del mondo.

Nel 1924 vengono esposti i suoi grandi immensi fiori,  alcuni luminosi, altri vortici di buio…  L’ingrandimento è voluto, i dettagli dominano il primo  piano… Anche il “velluto” dei petali  e’ palpabile…..” E’ il fiore visto dal punto di vista dell’ape”… Così lo aveva  teorizzato Georgia prima di dipingerlo… Ma, strappato alla  sua correlazione  naturale, l’effetto finale diventa  autonomo… e  fortemente erotico…  Sono eleganti simboli sessuali che lei ha liberato dal suo incoscio, afferma Stieglitz  e un noto critico d’arte scrive  un saggio  sui reconditi significati…   Quegli strani oggetti pieni di voluttà, hanno un successo incredibile… Fra le foto  di nudo e i  quadri dei fiori, Georgia diventa famosa… E’ un’immagine inconsueta, per la sensibilità dell’epoca, un ‘artista libera e disinibita… Fuori dagli schemi… non corrisponde a nessun cliché …

A parte la donna, oggi più identificabile, resta difficile  definire l’arte di Georgia O’Keeffe… Questi fiori che si impossessano dell’intera tela, sicuramente  esistono, ma  in  una realtà che è diversa, individuale,  tutta  impregnata della personale “magia” dell’artista, degli occhi con cui lei guarda il mondo… La stessa cosa accadrà quando si vorrà confrontare con la realtà a lei più vicina… Mentre  comincia a dipingere New York  nel 1925 , lo sky line della città non è ancora del tutto definito, ma lei ne coglie lo stesso  l’aspetto essenziale …  La sua Verticalità… Per il resto non c’è una netta definizione… Forme di edifici a torre, ridotte a  geometrie semplificate dove  nella notte  splende la ripetitività  delle finestre …Il “Radiator Building”  fa   venire in sogno  la magia  di un castello  antico,  abitato da fate o forse da vampiri… Da “City Night” o da “l’Hotel Sheldon con riflessi di sole”si aspetta invece che balzino fuori i   nuovi cavalieri della fantascienza…

E’ sul finire degli anni ’20 che Georgia O’Keffe comincia a lasciare un po’ per volta New York … Stieglitz la opprime… E la tradisce… Anni di lotta continua per affermare piccole parti di se stessa l’hanno lasciata esausta…E mentre avverte la presenza di altre donne si ritrae…  E  finisce per trovare  la sua verità definitiva  nella vastità del New Mexico…   L’affascina il nudo paesaggio desertico e  le colline di sabbia rossastre con le scure mesas alle spalle…  Scrive ”  Qui fuori, nelle Badlands, che si estendono per molte miglia si possono vedere tutti i colori di terra della tavolozza di un pittore, dal giallo Napoli chiaro  attraverso i toni ocra – arancione,rosso e porpora – sino ai morbidi toni del verde. ” … E ancora “Ho colto fiori dove li ho trovati, ho raccolto conchiglie e pietre e pezzi di legni…Quando ho trovato le belle ossa bianche nel deserto, le ho raccolte e le ho portate a casa… Ho dipinto questi oggetti per esprimere ciò che significavano per me la vastità e il miracolo del mondo in cui vivo.”

Se per i critici  d’arte le ossa sono segni di morte lei,  di ossa aride ormai  non potrà più fare a meno e ci cospargerà i suoi quadri…  I protagonisti del suo  rinnovato  universo…  “Le ossa – scriverà – sembrano portare proprio al centro di ciò che nel deserto è più vivo, benché esso sia ampio,vuoto e intangibile e benché, nonostante tutta la sua bellezza, non conosca l’amicizia…”  Tornerà ogni tanto a New York, il legame con il marito non si interromperà mai del tutto, tanto forte era lo spirito che li teneva assieme, ma per questa dona affamata di realtà, che ha bisogno di soggiogare e  trasformare,  il deserto diventerà la sua casa… E   la mirabile architettura delle ossa del bucranio,  saranno  il suo nuovo mondo,    Diventeranno immensi, evocati  fantasmi  a protezione del deserto, in opere come “Dal lontano vicino” o  saranno delicati intagli di bianchi e neri  nei surreali accostamenti ai fiori artificiali delle sepolture spagnole…

Dopo che suo marito era morto  prese a girare il mondo, lasciando nuovamente dietro di sé quell’immagine di donna eccentrica, avventurosa e non classificabile… Ne ritornò con liquide immagini azzurre e bianche viste dall’alto… i suoi fiumi  che correvano in pianure vuote e desolate sotto la coltre delle nuvole  “…Le nubi sotto di noi erano straordinariamente belle, spesse e bianche… Tutto appariva così solido che io pensai che avrei potuto camminarvi sopra, fino all’orizzonte, se qualcuno avesse aperto la porta… Non vedevo l’ora di arrivare a casa  e di dipingere… ” Lo farà fino quasi alla fine quando ormai non ci vedeva  … Ma in quel deserto volle restare, fiera e  orgogliosa della sua solitudine,  nella vastità che non aveva neanche più bisogno di vedere, tanto era dentro di lei… Ma forse era vero il contrario …Era stata lei a entrare nel deserto e a diventare parte di quel  Dio,  sconosciuto ai più…

Molti oggi  considerano Georgia O’Keeffe la più grande pittrice americana del 20° secolo…  Nel New Mexico, che lei scelse come patria di elezione, la cucina di tipo messicano è un mix  di  cucina spagnola e india, oggi spesso rivisitata dalle influenze che arrivano dal Nord degli Stati uniti.  Ma le Huevos Rancheros sono  un cibo  ancora nel solco della più tipica  e tradizionale cucina messicana. Venivano  servite   nella colazione di metà mattinata  agli agricoltori  che usavano fare una pausa con un pasto molto sostanzioso dopo la frugale colazione di prima mattina.

HUEVOS RANCHEROS

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:  olio extra vergine di oliva q.b.,  250 grammi di cipolle,  500 grammi di peperoni, rossi, gialli o verdi, 1 cucchiaino di cumino, 1/2 cucchiaino di sale , 1/2 cucchiaino di pepe di cayenna, 1/2 cucchiaio di jalapeno, 1 spicchio di aglio, 250 grammi di pomodori freschi o pomodori a pezzi in scatola, 200 grammi di brodo di pollo, 3 cucchiai di cilantro, 4 tortillas di mais, 2 cucchiai di burro, 350 grammi di cheddar, 8 uova grandi,

PREPARAZIONE: per prima cosa  si prepara la salsa detta appunto Ranchero che verrà versata sulle  uova. Scaldate in un tegame l’olio e poi aggiungete i peperoni e la cipolla tagliati a pezzi facendoli cuocere per 5 minuti circa a fiamma media, rigirando di tanto in tanto per evitare che si brucino.Aggiungete il cumino,il sale, il pepe di cayenna, il jalapeno sminuzzato e l’aglio tagliato a fettine sottili mescolando. Versateci sopra il brodo di pollo e i pomodori e fate cuocere per circa 20 minuti a fuoco medio,per restringere la salsa.Togliete la pentola dal fuoco,aggiungete il cilantro  sminuzzato e tenere da parte.

In una padella ampia fate scaldare poco olio di oliva che avrete spalmato su tutto il fondo, aggiungete una tortilla alla volta girandola da entrambe le parti per  1 minuto complessivo di cottura e ripetendo il procedimento per tutte e 4 le tortillas.

In un altra padella di medie dimensioni fate scaldare 1  cucchiaio di burro, rompeteci dentro due uova  mantenendo il tuorlo intatto, salatele e dopo cotte mettetele a parte in un piatto dopo avervi spolverato sopra la metà del cheddar grattugiato o spezzettato finemente. Aggiungete un altro cucchiaio di burro e seguendo lo stesso procedimento fate cuocere le restanti uova. Mettete una tortilla in ogni piatto, poggiatevi sopra due uova ciascuno e ricoprite con la salsa Ranchero.

Valentino, l’eleganza e la Zuppa alla Pavese!

Si può perdere un trono, ma con eleganza…. Farah Diba, l’ultima imperatrice dell’Iran, cacciata dalla rivoluzione islamica di Khomeini, partì per l’esilio con un abito firmato Valentino… Si può anche sposare un uomo per interesse, e   nessuno quasi se ne accorgerà se la sposa indossa un castigato vestito color  avorio di Valentino…  Come quello  di  Jacqueline Kennedy sull’isola di Skorpios…Si può essere belle e brave come Julia Roberts, ma solo se si va a ritirare l’Oscar con un   abito nero, strascico e bordino bianco  di Valentino, si diventa “assolutamente stupefacente.”

Il più bel vestito di Valentino  non l’ha creato lui…  Fu una visione che si portò appresso tutta la vita… Era a Barcellona all’opera e così ha sempre ricordato  il momento della sua folgorazione “Da un palco appare una figura da fiaba. Una donna dai capelli grigi, molto elegante e bellissima. Indosso ha un abito di velluto rosso.  Fra tutti i colori indossati dalle altre donne mi è sembrata unica, isolata nel suo splendore… Un’eroina sanguigna e combattiva. Una Dea, una Musa”. Quel  colore di passione diventò una delle sigle del grande   stilista.

Il  primo abito invece  fu  per la zia Rosa, che aveva  un negozio di passamanerie a Voghera… Un abito di gratitudine  perché in quel negozio  trascorreva tutti i pomeriggi dopo la scuola….Fu il fascino di quegli oggetti tutti intrecci, colori e merletti che  lo trascinò nel mondo della moda…

 Il primo vestito celebre invece fu per Elizabeth Taylor …   Lei capitò nel suo atelier a Roma, a Via Congotti… Lui giovane alle prime armi, l’aveva voluto  subito in una strada famosa …  E’ lo stile di Valentino puntare  sempre al meglio… Più che un vestito celebre fu un vestito d’amore… Lei aveva appena incontrato Richard Burton…

dettagli-iconici-valentinoIl vestito più piccolo? Quello per Barbie…  In edizione limitata a 300  esemplari, era una copia  del vestito di Julia Roberts,  diventato un mito fra le adolescenti americane al ballo…

I vestiti del trionfo furono  quelli del 1962… A Pitti Moda di Firenze, Valentino divenne  uno dei più apprezzati e dei più popolari couturiers del mondo. Con due pagine tutte per lui da  Vogue  Francese,  fu consacrato  tra i grandi della moda.

 Per 45 anni  incanta il mondo intero con la straordinaria poesia delle sue creazioni. “L’eleganza è l’equilibrio tra proporzioni, emozione e sorpresa.” dice… E in lui ci sarà sempre delicatezza delle forme, sintesi di lusso e di grazia, capolavori di manualità e preziosismi…  Abiti da sera dal taglio immacolato,  linee asciutte e femminili che come d’incanto si impregnano di tocchi teatrali,  di volant, di ricami romantici… E quella  cifra inconfondibile fatta di fiocchi, fiori e nastrini   dei tessuti più pregiati!

Ma Valentino  soprattutto è  un grande umanista… Di quel Rinascimento  che  significa prima di tutto rispetto dell’individuo… Lui ha sempre voluto che  una donna o un uomo si sentissero davvero speciali quando indossavano un suo  abito firmato. E così di volta in volta li ha arricchiti, personalizzati, rivisitati secondo il gusto e lo stile  in cui ciascuno dei suoi clienti e dei suoi “aficionados”  si  potesse ritrovare ed esaltare   in un continuo crescendo di emozioni…

 Il grande stilista  nel 2007 si è ritirato..”La moda stava cambiando – ha detto – diventando puro mercato in mano alla gente della finanza, tesa al solo profitto. Si immagini se dopo decenni di lavoro libero e fortunato avrei potuto accettare di sentirmi dire, questo lo puoi fare, questo no, non è alla meraviglia che devi pensare, ma al prodotto, non al sogno ma alla realtà..

 Ha detto addio con un gala per 600 invitati   al Tempio di Venere, cuore del Foro Romano, ricostruito dallo scenografo premio Oscar Dante Ferretti con un doppio filare di colonne corinzie in vetroresina…. Valerio Festi invece   arricchì lo spettacolo   con fuochi d’artificio e danzatrici aeree vestite in abiti da sera … Naturalmente Rosso Valentino.

Ha lasciato l’azienda in buone mani  e ora  si divide  in giro per il il mondo… Nel suo stile di vita noto a tutti  per l’opulenza leggendaria e  le scelte di alto profilo  vive tra il Castello di Wideville, vicino a Parigi, residenza  di 500 anni e parco  di  120 ettari, la villa a Roma sull’Appia Antica, il palazzo ottocentesco a Londra,  con i quadri di Picasso   e lo chalet a Gstaad… Spesso   è in giro sui mari…  con la sua famiglia allargata, tanti amici… e sei cani…  C’è da dirlo? La sua barca è da favola… 

Nel 2012 Valentino Garavani  ha compiuto 80 anni…  Il film documentario che gli hanno dedicato non poteva avere titolo più indovinato… “L’ultimo imperatore”!

A Valentino  dedichiamo un piatto della sua terra, una zuppa semplice, ma dal sapore principesco…

ZUPPA ALLA PAVESE

INGREDIENTI  per 4 persone: 12 fettine di pane casereccio tagliate sottili, 120 grammi di burro, 8 uova, 80 grammi di parmigiano grattugiato,  1 litri0 e 1/2  di brodo di carni miste. sale a piacere.

PREPARAZIONE:  Fate appena scaldare il burro in una padella antiaderente e poi immergetevi le fettine di pane, dorandole all’esterno con il fuoco abbastanza alto, ma ritirandole in fretta in modo che resti l’interno morbido. Adagiate sul fondo del piatto di ciascun commensale tre fettine di pane. Rompete  2 uova in ogni scodella, lasciando il tuorlo intero, versate sopra con delicatezza il brodo e spolverate con abbondante formaggio.

Nicola Calipari… Per Lui una pignolata reggina!

Era iniziato tutto una mattina di felicità…  Adesso erano  veramente  pronti e  potevano partire, ma bastò una telefonata a rompere l’incantesimo … Avevano rapito una giornalista  italiana, mentre usciva dall’Università di Bagdad.. Lui accompagnò  Rosa e i ragazzi in montagna e tornò a precipizio a Roma… Vuole esserci sin dall’inizio,  in quella prima fase delle ricerche… Sostanzialmente perché non si fida… Il clima  è  strano lì al Sismi… Chiusi dentro Forte Braschi sembra quasi di stare in prigione…  Si respira un’ aria pesante come se ci fosse  una volontà di frenare, svilire o  deviare  le informazioni… Ma forse, pensa, è proprio il lavoro di controspionaggio che ti porta a diffidare…Forse troppa letteratura…  Non lo  avrebbe mai saputo, ma qualche  tempo dopo il SISMI  fu accusato di aver fornito false prove agli Stati Uniti  sui molto  improbabili acquisti di uranio di Saddam Ussein… Era stato uno dei  principali alibi dell’America  per l’invasione dell’Iraq…   Lo stesso suo capo del Sismi Nicolò Pollari e il  collega Marco Mancini  due anni prima avevano collaborato  troppo  strettamente con la CIA   mentre rapiva in pieno centro città Abu Omar un Imam arabo… A Milano, in territorio tutto italiano.

Nicola Calipari,  è noto, ha da tempo pessimi rapporti con Mancini, ma adesso è  addirittura stupito per la veemenza con cui  Mancini vuole inserirsi nel sequestro della giornalista… Il caso invece spetta a Nicola come  “Capo della 2ª Divisione Ricerca e  Spionaggio all’Estero…”  Ormai suo malgrado ha una grossa esperienza di sequestri e di rapimenti in quel terribile dopoguerra iraqeno che sembra più spaventoso della guerra stessa…  Fabrizio Quattrocchi ed  Enzo Baldoni non ci sono riusciti a farli tornare … Altri cinque, fra cui  Simona e Simona, le due  ragazze di buona volontà, sono a casa sani e salvi …

Ormai Nicola Calipari  i contatti se li è fatti in tutto il Medio Oriente…  Deve  capire chi sono i rapitori, rintracciarli, aprire un  canale, sapere  se la giornalista è viva … E poi  la trattativa. Il Governo stesso gli ha dato mandato…  Ma qualcosa comincia ad andare storto… Arrivano rivendicazioni, minacce e ultimatum via Internet… sembra una chiara volontà di confondere le acque…Rendere più duro il lavoro, andare fuori pista… Sui giornali  c’è di volta in volta il «covo indentificato», il «blitz americano imminente»,  «l’ostaggio spostato da una moschea all’altra». Tutto falso. Interferenze, illazioni banali, ma anche notizie che escono da fonti riservate… Il sequestro di Giuliana Sgrena è un palcoscenico su cui vogliono esibirsi in molti …Marco Mancini   incontra  i giornalisti in un bar vicino al Pantheon. E parlano  di tutto.

Finalmente la trattativa parte  tra Roma e Abu Dhabi…C’è la richiesta del riscatto e  un  passaporto diplomatico da procurare a un capo sunnita… Ma Calipari è appena tornato dagli Emirati. C’è stato l’ennesimo stop al negoziato e non   si capisce il perché.  Ci riprova da Roma. Freddo determinato annuncia  «Quando riparto sarà per chiudere». La notte del 28 febbraio sale sul Falcon del Sismi diretto ad Abu Dhabi…  C’è ancora molto da fare,  mentre con la massima incoscienza i media annunciano:  «Per la liberazione è questione di ore». Invece ci sono ancora giorni… L’Italia ha pagato ma ci sono i dettagli … Il luogo, le modalità, l’ora…   Solo la sera del 3 marzo tutto è pronto. Il giorno dopo, parte per Baghdad, ma vorrebbe che tutto fosse già finito… Ha paura  che i rapitori  cambino idea … Spera che  gli americani non creino problemi… Sa che odiano i riscatti perché temono un’escalation dei sequestri…

C ‘era stata quella pioggia torrenziale e l’aereo da Abu Dabi  non riusciva ad atterrare… Così erano arrivati all’appuntamento con un’ora di ritardo e non c’era nessuno…. La Toyota Corolla, presa in affitto  come avevano  preteso gli americani, è  ferma  prima  della rotonda, nel punto che gli hanno indicato  e  con le luci d’emergenza che  mandano  segnali intermittenti…  Spera  che tornino sul luogo dell’appuntamento… Passa ancora del tempo e finalmente arriva una telefonata…    Ma sono quelli di Roma … Gli dicono che non è opportuno che aspetti ancora lì… che forse l’appuntamento è sbagliato, forse è una trappola… Meglio spostarsi… Perché  non  vanno a dare un’occhiata sotto il cavalcavia… Lui non ci pensa nemmeno, ma quelli insistono… Chiamano 3 volte…Adesso comincia a innervosirsi …potrebbero anche aver ragione loro…  Ma non vuole assolutamente spostare la macchina  e chiede all’autista di  inviare qualcuno della  squadra locale  a controllare il cavalcavia…  Naturalmente non c’è la macchina dei rapitori, ma la squadra ha visto due auto e forse delle armi che sporgevano…Calipari ora è furioso e capisce che  qualcuno vuole impedire l’ultimo atto…

Poi, finalmente, arriva un pick up da cui giunge il messaggio atteso: «Follow me»….Infiniti sono i giri per la città tortuosa… Perdono anche l’orientamento, ma finalmente Giuliana Sgrena sale sulla Toyota… E’ anche difficile ritrovare la strada dell’aeroporto dopo tutti quei giri e la giornalista è spaventata … Lui le è seduto vicino e cerca di tranquillizzarla ma  ci riesce poco… Lei ha in testa la frase beffarda dei suoi rapitori…”Gli americani non ti permetteranno di uscire dal paese”.. . La luce accecante gliela sbatteranno in faccia all’uscita da una curva.. Pochi minuti più in là c’è l’Aeroporto… L’autista rallenta immediatamente mentre  già partono i colpi…Senza alcun preavviso… Infatti non c’è  posto di blocco… Non c’è intimazione di stop,  la strada non è  ristretta dai birilli come  quando ci sono i controlli… Solo due auto … da una delle quali parte qualche centinaio di colpi a raffica in una manciata di secondi…Calipari si butta su Giuliana e la costringe nello spazio fra il sedile anteriore e posteriore… L’autista urla invano “Italiani,italiani” per farli smettere…  Giuliana comincia ad avvertire il peso su di lei…Sempre più pesante…  Sempre più pesante mentre è lì, incastrata  terrorizzata… del tutto immobile.

Lei e l’autista torneranno il giorno dopo in Italia… Entrambi feriti… Nicola Calipari  è morto nel tentativo di salvarla…

Gli americani si scuseranno punto e basta … Del resto l’auto era troppo veloce … I solerti soldati americani si sono spaventati… Lozano, quello che ha sparato, ha pensato alle sue figlie piccole… Giuliana Sgrena nega che la macchina andasse a 100 km orari, ma chi la sta a sentire… L’autista non può nemmeno parlare… E’ del Sismi… Come mai il posto di blocco non era segnalato?  Era un posto volante, del tutto provvisorio…   Doveva proteggere il percorso dell’Ambasciatore Negroponte che andava a un ricevimento… Già, ma l’ambasciatore era passato due ore prima e il posto di blocco invece era ancora lì… Come mai nessuna delle auto passate prima della toyota  era  stata fermata? Nessuno risponde… Il luogo del delitto, quello che  gli americani chiamano dell’ incidente, verrà immediatamente alterato, la Toyota verrà consegnata all’Italia per i rilevamenti  soltanto quando non ci sarà più niente da rilevare… Qualcuno insinuerà che Calipari volesse fare lo 007… Perchè non ha portato la giornalista all’Ambasciata italiana?… Ignorando o facendo finta che la strada verso l’ambasciata era la più pericolosa della città… Gli americani dissero che non sapevano niente dell’operazione dei servizi segreti italiani.. Gli italiani dissero il contrario e del resto Calipari aveva scelto un’auto a noleggio perché  gli americani non  avevano voluto auto governative… Ancora dissero gli americani che la Toyota viaggiava a fari spenti, ma nel video che sequestrarono a Lozano la macchina ha i fari accesi…

L’talia chiese di giudicare Lozano… Non fu possibile …  Sia il Governo Americano che quello italiano pur discordanti nella dinamica degli avvenimenti conclusero entrambi che non ci fu da parte del Lozano “nessuna intenzionalità…”  Relegarono  il tutto al rango di  incidente   e questo determinò la “mancanza di giurisdizione ” dell’Italia…

Commentò  così il  Pubblico Ministero, amareggiato: Se è vero che gli eroi non muoiono mai ma vengono rapiti in cielo al culmine della loro gloria, è tristemente vero che gli eroi dimenticati muoiono ogni giorno. Avevamo un’esigenza di verità e di giustizia. Non siamo riusciti a soddisfarle: dottor Nicola Calipari, ingiustizia è fatta!

Ma perché è avvenuto tutto questo? Troppe le ipotesi… troppi i misteri del “Segreto di Stato” E’ lecito tuttavia supporre che qualcuno da Roma  abbia seguitato a informare gli americani sulle mosse e i movimenti di Calipari… Forse   qualcuno al Sismi valutò appieno le conseguenze quando tentò di mandar via Calipari dal luogo dell’incontro e far fallire l’operazione… Non avevano capito che avevano di fronte  un “Servitore dello Stato”  che avrebbe seguitato a fare il suo dovere fino in fondo….

E’ inutile dire che Nicola Calipari è stato coperto di medaglie, onorificenze , onori… La moglie con fermezza, in una delle tante   cerimonie, ha detto che l’unico dono per Nicola sarebbe stata la verità… Ma non sembra che l’abbiano ascoltata…

Nicola Calipari era nato a Reggio Calabria… lì si laureò in giurisprudenza e  iniziò il  lavoro in polizia…  Un lavoro che amò appassionatamente… Fino a morirne…

Siamo andati a cercare nella sua terra d’origine qualcosa che gli avrebbe fatto piacere…

PIGNOLATA REGGINA

INGREDIENTI per 8/10 persone:

PER L’IMPASTO: 250  grammi di zucchero, 500 grammi di farina 00, 12 uova, 2 cucchiai di strutto, 3 cucchiai di rhum,.

PER LA GLASSA AL LIMONE: 1 albume,150 grammi di zucchero a velo, il succo di un grosso limone.

PER LA GLASSA AL CIOCCOLATO: 100 grammi di cioccolato fondente, 7 cucchiai di acqua, 200 grammi di zucchero a velo, un pizzico di vaniglia

PREPARAZIONE: Mettete la farina a fontana con al centro 7 uova intere e 5 tuorli,  lo strutto e il rhum. Impastate energicamente e formate con l’impasto  dei bastoncini grossi un dito che taglierete a pezzi di circa 2 cm. Friggeteli nello strutto    caldo  e metteteli ad asciugare nella carta assorbente da cucina. Immergete metà dei bastoncini nella glassa al limone e l’altra metà nella glassa tiepida al cioccolato.Sistemateli divisi per colore in un piatto dando con le mani bagnate una forma di pigna metà bianca e metà nera.Fate raffreddare in frigo  prima di servire.

Glassa al limone : Montate  un albume a neve ferma , aggiungete lo zucchero e il succo del limone. Sbattete fino a quando non diventerà densa. Se risulta troppo fluida aggiungete zucchero a velo, se troppo densa aggiungete un’ albume

Glassa al cioccolato : In un tegame mettete l’acqua con il cioccolato grattugiato.Una volta sciolto aggiungiete lo zucchero  e il pizzico di vaniglia e mescolando portate a ebollizione.Togliete dal fuoco e mettiete il composto a bagnomaria in un recipiente con acqua fredda mescolando continuamente. Quando diventerà opaca è pronta per glassare

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