SOUFFLE’ ROTHSCHILD ALLE ALBICOCCHE

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2wfpekgNapoleone era troppo impegnato  a giocare a Risiko in Europa e in America ( dove si vendette persino la Louisiana) per aver tempo e voglia da dedicare alla cucina. Ma non era stupido e sapeva che, in buona parte, le trattative  fra Stati si fanno con le relazioni sociali… e 901buona parte delle relazioni sociali, si fanno  a tavola… Così  nel 1804, mentre la Francia era al massimo della potenza e Napoleone cominciava a raggiungere il top della sua megalomania, chiamò il Ministro degli Esteri Talleyrand e  lo incaricò di comprare  un Castello e utilizzarlo esclusivamente per i ricevimenti diplomatici. Talleyrand, che apparteneva alla vecchia nobiltà e aveva gusti raffinati, comprò  lo Chateau de Valençay, un’immensa tenuta appena fuori Parigi, che anni dopo George Sand definì uno dei luoghi più belli del mondo. Talleyrand sapeva che le corti europee, pur avendo una terribile paura di Napoleone, lo consideravano un parvenu e, appena riprendevano fiato, fra una sconfitta e l’altra, lo prendevano in giro egli ridevano dietro. C’era dunque bisogno di restituire  alla Francia il suo antico decoro e cosi, quando Talleyrand a andò a prendere possesso di quel castello da favola, volle con se’ quello che  era considerato il più splendido cuoco di Francia, Marie Antoine Careme. Era giovanissimo, poco più di vent ‘anni, ma era già famoso per l’opulenza e lo sfarzo delle sue  preparazioni culinarie, vere e proprie architetture di marzapane e zucchero a forma diarchitetture di marzapane, piramidi,piramidi. Potevano innalzarsi sino a un metro di altezza e, il disinvolto Chef, le adoperava come centro tavola. Era ciò che ci voleva – pensò Talleyrand – per mettere a tacere tutte le teste coronate d’Europa  e i loro ambasciatori…

Ma come aveva fatto il giovane Chef ad arrivare così in alto? Una questione di genio e tanta fantasia perché, come fortuna, il ragazzo ne aveva avuta proprio poca. Era nato in una famiglia poverissima, si parla addirittura di due dozzine di fratelli, tanto che il padre quando aveva 12 anni pensò che era abbastanza adulto e lo abbandonò per le vie di Parigi. Il primo lavoro lo trovò in una bettola dove mangiava e dormiva, ma quando era libero andava in biblioteca per imparare a  leggere e scrivere. Fu così che  si imbatté nei pesanti trattati di architettura, le cui immagini,  finirono per diventare le sue più lievi  costruzioni di marzapane. Poi lo scoprì in famoso pasticciere di Parigi che capì la grandezza di quel ragazzo appena sedicenne e  gli lasciò lo spazio necessario per le sue invenzioni

Andrea careme-1Con Talleyrand era cominciata la fortuna di Careme. Il Ministro, grande esperto dal palato sensibile, lo incoraggiò a creare una cucina più raffinata utilizzando erbe fresche, verdure di stagione, e salse meno complicate di quelle in voga, che ancora risentivano della elaborata gastronomia rinascimentale. Il ragazzo non aspettava altro per rivoluzionare tutto. Dalle pietanze, che  cominciò a servire  in logica successione, una alla volta anziché in una disordinata presentazione in contemporanea, alla classificazione delle salse raggruppate in 4 gruppi fondamentali. Si inventò anche l’alto cappello bianco che ancor oggi siamo soliti vedere sulla testa degli chef, almeno i più importanti.

Marie Antoine fu veramente grato a Talleyrand  tanto che non volle abbandonarlo nel momento più difficile della sua vita quando, dopo Waterloo, il Ministrò andò a trattare a Vienna per una Francia ridotta l’ombra di se stessa. Cucinò per tutti i vincitori e solo dopo, sapendo che ormai la Francia era salva, se ne andò…

L’Europa l’aspettava a braccia aperte. Fu a Londra, chef del Principe Reggente e a Mosca alla corte dello Zar. Tornò a Parigi diversi anni dopo e, nonostante ci fosse di nuovo un re, i tempi erano cambiati e la persona più importante, adesso… era un banchiere!

James Rothschild, spedito dal padre a Parigi a soli 20 anni, col DNA di famiglia aprì in poco tempo una Banca di gran successo le “Freres de Rothchild”, che prestava  i soldi ai Governi, investiva  in miniere e in ferrovie e faceva della Francia un paese ad alta vocazione industriale. Doveva forse essere un destino che i due, “Enfant Prodige” ciascuno nel proprio settore, si incontrassero e si capissero. James  Rothchild era anche un grande e intelligente protettore delle arti e non c’è dubbio, capì subito che quella di Marie Antoine era una grande James_de_Rothschildarte, in continua evoluzione.

Fra i tanti piatti dedicati da Careme a James Rothchild, abbiamo scelto questo delicato “Soufflé Rothchild alle albicocche”, perché con un “esprit” tutto parigino, il Grand Chef  si divertì a prendere  garbatamente in giro il grande banchiere, nuovo Re Mida del secolo, inserendo nella ricetta il “Danziger Goldwasser”, un liquore in suo onore, che conteneva foglie d’oro. Difficile ricostruire totalmente la ricetta di Careme, ma anche quella che presentiamo è all’altezza del suo inventore.

534391423_91ae9fc37e_bSOUFFLE’ ROTHSCHILD ALLE ALBICOCCHE (per 6 persone)

INGREDIENTE: 4 uova, non conservate in frigorifero, 3 cucchiai di farina 00, 180 ml di latte, 60 grammi di zucchero +1 cucchiaio, 3 cucchiai di burro morbido, uno dei quasi servirà per ungere gli stampini, 100 grammi di albicocche a pezzetti e denocciolate, 60 ml di Kirsch, 3 cucchiai di essenza di vaniglia, 1 pizzico di sale.

PREPARAZIONE:  preriscaldate il forno a 180°C . Imburrate 6 stampini da soufflé. rivestiteli di zucchero e buttate via quello in eccesso. Mettete a macerare le albicocche a pezzetti bagnandole con il kirsch.

Cominciate a preparare la crema di base separando i tuorli dagli albumi,poi scaldate il latte togliendolo dal fuoco qualche istante prima che inizi a bollire. Mentre il latte si scalda mescolate con una frusta in una ciotola i tuorli d’uovo con lo zucchero per un paio di minuti, aggiungete la farina setacciata per evitare la formazione dei grumi. Aggiungete al composto una piccola parte di latte,un cucchiaio di essenza di vaniglia,amalgamate il tutto e mettetelo sul fuoco aggiungendo il rimanente latte. Cuocete a fuoco medio seguitando al amalgamare con la frusra finché la vrema non si sia addensata. Togliere subito dal fuoco,unite i due cucchiai di burro e fatela raffreddare.

In una ciotola di vetro o di alluminio montate, a neve ferma, gli albumi con una frusta, aggiungendo un pizzico di sale e il cucchiaio di zucchero. Unite gli albumi montati alla crema e infine anche le albicocche con il liquore mescolando delicatamente con una spatola dal basso verso l’alto per non smontare il composto.

Riempite con il composto gli stampini  per 3/4 della loro altezza e cuocete in forno per 30 minuti senza mai aprire lo sportello. Al termine della cottura lasciate gli stampini in forno  per altri 5 minuti e poi servire.

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Le Madeleines, cuore di Francia!

caffe letterarioCosì vicino e già tanto lontano! Il 2006  per l’Europa è ancora un tempo felice. La crisi è lontana, nemmeno sospettabile e l’Austria, appena ottenuto  il semestre di Presidenza Europea, decide che la cosa migliore sia festeggiare…al “Caffé.” Vienna e l’Europa intera, si sa,nei caffè sono di casa con un lungo amore  per questa esotica bevanda, che ormai ha  una solida  cultura … Dai “Caffè Letterari” alla nascita del Giornalismo … quando il pettegolezzo diventava cronaca, quante cose succedevano al Caffè!  Anche stavolta Vienna ha dato un imperativo culturale e vuole che l’ iniziativa “Cafè Europe”  si apra  in 27 punti della Capitale, con mostre, conferenze, filmati e  un settore esclusivamente dedicato alla “Sweet Europe” in cui, i 25 Paesi dell’Unione, presenteranno torte e dolci, tipici di ciascuno Stato.

Ognuno, naturalmente portò  quello che sentiva più  autenticamente suo, per scelta e per tradizione, dagli “Scones” irlandesi, al “Tiramisù” italiano e all'”Imqaret “di Malta. Ma  la Francia?  Beh, c’era da aspettarselo! Si presentò alla festa con le “Madeleines”. Piccoli dolci che, quanto a “Grandeur national,” fanno la concorrenza alla Marianne, sponsorizzati come sono da un Re di Francia e da un big  come Marcel Proust.

luis-xvTutto cominciò in un imprecisato anno del 18° secolo, sicuramente dopo il 1737. Fu allora che  Stanislao Leszczynski, dopo aver perso il trono di  Polonia, per la 2° volta … e ce ne vuole di sfortuna, riuscì a ritrovare un titolo e un  fazzoletto di terra, nel Ducato di Lorena. E se non fosse stato per il suo potente genero, il Re Luigi XV di Francia… nemmeno  quello. Così, per gratitudine lo invitò a  pranzo, cercando di fare bella figura, ma ad un certo punto le cose cominciarono  a precipitare. Il cuoco litigò con l’Intendente, sbatté i piatti, si tolse  il grembiule  e se ne andò portandosi via la torta, nella disperazione totale della cucina. Salvò la situazione una ragazzetta aiuto cameriera, Madeleine Paulmier, che presa in mano la traballante situazione, in pochi minuti e con la pasta già lievitata, (che nelle grandi cucine non mancava mai)  preparò per il re quei dolcetti, in fondo semplici, cui però, la strana forma a Conchiglia Saint Jacques, dava un tocco di eleganza  barocca tutta particolare. Pare che utilizzasse proprio i gusci delle conchiglie vere e, come fossero arrivate in files.phpquella regione interrata in mezzo all’Europa, non è dato sapere! Il re ne rimase estasiato e volle conoscere la giovane. Poi tornato a Parigi, anzi alla Reggia di Versailles, li diffuse a corte e volle che tutti li chiamassero Madeleines o Madeleinettes. Era solo il piacere del cibo o c’era di mezzo il ricordo della graziosa fanciulla? La storia non lo dice ma a rifletterci sopra… la ragazza era giovane e il re non era molto fedele alla Regina.

Triste e umido quel giorno! Marcel torna a casa infreddolito e sua madre gli fa preparare un the caldo. Sembrerebbe la cosa più  banale di questo mondo, se uno non si chiamasse Proust, se la sua mamma non fosse stata  così importante, nella vita di quel ragazzo malaticcio e, soprattutto, se accanto al the non avessero servito le Madeleinettes. Quando ci si mette il destino! Nel sentire  il sapore delle briciole di Madeleinettes nel cucchiaino  del thè, Marcel  si sente invadere da una felicità sconosciuta e immensa. E’ un attimo, prova nuovamente the e Madeleinettes, ma la felicità è scomparsa. Così scriverà poi ne “La via di Swann”:

“…la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione…. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di  Madeleine che a Combray, la domenica mattina, (perchè nei giorni di festa non uscivo si casa prima dell’ora della messa) quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonie mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

481864_photo-de-l-ecrivain-marcel-proust-prise-vers-1896Marcel aveva ritrovato la sua infanzia,ma, quasi subito, orde di psicanalisti trovarono Proust ed è un secolo che sono lì a chiedersi se Marcel era innamorato di sua zia, cosa ci fosse di erotico in quel qualcosa che saliva lentamente, il rapporto eros-cibo e se, tutto quel mondo infantile, declinato al femminile, avesse avuto a che fare con la sua omosessualità.

Sono ancora lì che ragionano!

La Madeleine, coinvolta, richiamata, analizzata anch’essa, è quella che ne è uscita più indenne, fino a diventare nella sua dolce forma avvolgente e nel delicato gusto da “salotto bene”, uno dei simboli più amati della Francia.big_madeleine5

 MADELEINES
INGREDIENTI (per 15 – 18 Madeleines) : 120 grammi di farina, 100 grammi di burro (più una noce per imburrare gli stampi), 2 uova, 120 grammi di zucchero a velo, 1 cucchiaino di miele,  5 grammi di lievito per dolci, aroma di mandorla, scorza di limone grattugiata, stampi a conchiglia per le Madeleines o per le Madeleinettes.
PREPARAZIONE: far sciogliere il burro a fuoco basso (non superiore ai 40°C), aggiungere l’aroma di mandorla, mescolare e lasciare intiepidire.
In un contenitore unire le uova con lo zucchero a velo, il miele e lavorare per 5 minuti con una frusta elettrica, sino a quando il composto sarà chiaro e spumoso.
Aggiungere lentamente, alle uova sbattute, la farina e il lievito setacciati, per evitare grumi, mescolando in continuazione. Aggiungere il burro fuso, la scorza di limone grattugiata e amalgamare tutti gli ingredienti.
Sigillare la ciotola con pellicola trasparente e mettere in frigo a riposare per 12 ore. Prendere gli stampi  a forma di conchiglia,imburrarli, infarinarli,distribuire l’impasto nelle conchiglie riempiendole a 2/3, infornare e cuocere per 4 minuti nel forno pre-riscaldato a 220 °C. Quando si vedrà formarsi il rigonfiamento a cupoletta, abbassare la temperatura del forno a 180°C e cuocere per altri 4 minuti o comunque finché non saranno dorate. Si servono fredde e se si vuole conservarle per qualche giorno si pongono in un recipiente a chiusura ermetica.
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TERRA D’UNGHERIA: IL GULASCH!

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c6-charlemagne3Terra di tutte le brame e di tutte le conquiste! E non poteva essere altrimenti così incastrata fra Oriente e Occidente e così a portata di mano anche dei Turchi, sempre di casa  nella Penisola Balcanica. Qualche secolo di pace l’Ungheria lo aveva avuto prima, durante l’Impero Romano, quando ancora si chiamava Pannonia… Poi fu un continuo passare di eserciti, di nomadi e di guerre. Qualcuno si fermò, come gli Avari, poi li scacciò, poco primsa dell’800, Carlo Magno, con la benedizione del Sacro Romano Impero. Si poteva pensare anche  a una pace ritrovata, ma ci pensarono i suoi imbelli eredi a lasciare l’Ungheria in balia delle nuove orde che arrivavano dall’Est. Da parecchi secoli gli Ungari, coi loro cavalli, stavano attraversando le steppe orientali e quando arrivarono in Ungheria, ed era la fine del secolo X, finirono per restarci. Difficile stabilire se erano soli o mischiati a tribù turche, tanto inestricabili sono i rapporti e le etnie in quella terra di tutte le frontiere. In ogni caso dettero il loro nome al territorio, 779px-Matthias_Corvinus_-_Rubensunificarono le tribù sparse sotto la tribù dei Magiari, che era la più importante e, un po’ per volta, sostituirono al latino la loro impossibile lingua ugro finnica, che fece dell’Ungheria un fenomeno anomalo e un luogo di difficile comunicazione fra le lingue slave e neo latine che la circondavano. Ma, dopo secoli di disordine senza identità, stava comunque nascendo una Nazione che, per i quattro secoli a venire e fino allo splendido rinascimento di Mattia Corvino, fece sentire alta la sua voce in Europa. Dopo si sa, arrivarono i Turchi, la spartizione della Nazione, gli Asburgo, più efficienti ma non migliori dei Turchi e, sino alla fine del secolo XX , parlare di indipendenza… fu sempre un discorso difficile.

Ma nonostante tutte le lotte politiche, i cambi di regime e gli stranieri in casa, L’Ungheria  sempre ha mantenuto alto il suo nome e i suoi caratteri di eccellenza con il vino, l’allevamento dei bovini e i cavalli. E non è cosa da poco soprattutto oggi che, l’intera qualità della vita, è ripensata sul livello dei prodotti della terra. Che dire del Tocai, il vino a cui tutti si inchinano? E della tradizione equestre che arriva, diretta diretta dai magiari  che 1000 anni fa  invasero l’Ungheria? Lì  infatti trovarono la grande distesa della Puszta e l’ambiente  da favola per i cavalli e per i loro cavalieri. Per secoli i magiari mantennero la loro razza di velocissimi cavalli in purezza, ma anche quando ci fu l’incrocio con i destrieri turchi prima e con quelli andalusi dopo, furono comunque grandi successi che sparsero in tutta Europa e in parte dell’Asia, la fama dei cavalli Ungheresi. L’altra faccia, altrettanto famosa di questa tradizione, sono i cavalieri, i fantastici “Csikos”, che, a cavallo traversavano i grandi pascoli per allevare la razza dei bovini conosciuta come la “Grigia Ungherese”. Una razza apprezzata come animale da lavoro, resistente, frugale, adatta ai climi difficili, con grande attitudine materna e facilità di parto. Agli inizi del XX secolo stava quasi Una-mucca-grigia-ungherese-davanti-al-Parlamento-di-Budapest-protesta-di-Greenpeace-contro-gli-OGM_gal_portraitper scomparire, ma negli anni ’60, con un salvataggio quasi in extremis è tornata a crescere e a moltiplicarsi. Sarebbe stato un vero peccato perderla perchè, per secoli i  Csikos, giravano l’Europa intera per condurre le mandrie, fino in Moravia, a Vienna, Norimberga, Augusta e Venezia. Erano  i luoghi  più ricchi e mangiavano solo quella carne di  eccezionale qualità, tanto che negli archivi storici di Augusta si sono persino ritrovati atti amministrativi in cui si fa divieto di commerciare in città carni diverse dalla Grigia Ungherese, perchè nessun altro tipo era degno di comparire sulle mense della grande borghesia tedesca. Altro che i Cowboys mitizzati dal cinema americano! I veri grandi cavalieri sono stati i Csikos capaci di attraversare l’intera Europa  scegliendo solo quei percorsi  dove le erbe erano particolarmente buone, per non rovinare, nel tragitto, la carne dei loro bovini.

Poichè rimanevano tanto tempo lontani i Csikos si preparavano un’ abbondante zuppa con la carne della Grigia tagliata  a pezzi, cui veniva aggiunta la cipolla. Poi veniva cotta in un paiolo sopra un fuoco di legna, nei luoghi dei pascoli. A cottura ultimata la zuppa era quasi completamente asciugata e si stendeva sulle tavole di legno per farla essiccare completamente. Questo era il modo più idoneo per pertarsela a pezzi nelle bisacce, nei pascoli più lontani della Puszta o soprattutto, nei lunghi viaggi all’estero.  Bastava immergerne un pezzo nell’acqua bollente e poi aggiungerci qualche erba, che si poteva reperire più facilmente  durante il cammino.

Inventiva, fantasia, spirito di adattamento e una materia prima eccezionale! I Csikos avevano inventato il “Gulyas”, che in ungherese non a caso significa  mandria e che più tardi, arricchito e corretto, soprattutto con la paprika, finì sulle tavole dei ricchi signori  e dei  migliori ristoranti del mondo, col nome di Gulasch.

RICETTA DEL GULASCH

INGREDIENTI per 6 persone: 1 kg di spezzatino di manzo, 1 cipolla, 2 carote, 1 costa di sedano, 2 patate, 1 bicchiere di vino rosso, 100 ml di passata di pomodoro, 500 ml di milhojas 007brodo di carne, 1 cucchiaio di paprika, 50 ml di olio extra vergine di oliva, 30 gr. di farina 00, sale.

PREPARAZIONE: infarinare i pezzi di carne, far appassire la cipolla tagliata a velo nell’olio, aggiungere i pezzi di carne infarinati, farli rosolare per alcuni minuti e sfumarli infine con il vino rosso. Ricoprire lo spezzatino con il brodo di carne, coprire e far cuocere a fiamma bassa almeno per un’ora.

Sbucciare patate e carote, tagliarle a pezzi e aggiungerle, assieme alla costa di sedano, alla passata di pomodoro e alla paprika, allo spezzatino.

Mescolare, salare e far cuocere almeno per altri 40 minuti o comunque fino a quando la carne non sia sufficientemente tenera, seguitando ad aggiungere brodo caldo per evitare che in cottura la carne secchi o bruci.

Se la carne richiedesse tempi più lunghi di cottura, è opportuno togliere dal  tegame le patate e le carote appena cotte, per evitare che si sfaldino. Si riuniranno allo spezzatino al termine di cottura prima di versarlo nei piatti, preferibilmente di terracotta, che mantengono più a lungo il caldo.

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SACHERTORTE: Da Metternich…a Moretti!

podma-1Quelli erano anni felici  per il principe Klemens Von Metternich – Winneburg!  Dopo il 1815, la Vecchia Europa, così ben “restaurata” proprio dal Principe, sembrava essersi  finalmente placata. E’ vero, nel 1821, c’erano state  un pò   di rivolte serpeggianti fra Spagna, Piemonte e Regno delle due Sicilie, ma non c’era voluto poi  molto a stroncarle. Da più di un decennio ormai, sembrava tutto tranquillo nel  continente e …il 1848, l’anno in cui gli si rivoltò contro persino Vienna, era ancora tanto lontano. Ora, Cancelliere e Ministro degli Esteri, poteva godersi il prestigio, la vita di corte e indulgere a quella che era una delle sue più grandi passioni: la buona tavola e i dolci, di cui era particolarmente goloso.

Vienna aveva una lunga tradizione nella pasticceria  e la Corte aveva  grandi chef. Ma quel giorno del 1832, Metternich si trovava  in difficoltà perché il  pasticciere era malato e c’erano ospiti importanti da soddisfare. “Non posso fare brutte figure proprio stasera!”  andava esclamando, il principe, aggirandosi sconfortato nelle cucine. La soluzione venne da un apprendista panettiere, Franz Sacher, di 16 anni, figlio di albergatori, inviato a Corte per fare la sua formazione. Il ragazzo, alle richieste del Cancelliere, non si perse d’animo, e, senza troppo riflettere si mise a preparare una torta scura, forse farcita o forse solo coperta di marmellata e alla fine  livellata di cioccolato fuso. Aveva, in quattro e quattr’otto, inventato la “Sachertorte” e la storia dice che Metternich ne rimase addirittura estasiato.sissi5

imagesIl ragazzo fece carriera e lavorò in parecchie città del grande Impero Austro – Ungarico, come Budapest e Bratislava dove, l’arte della pasticceria, aveva già una lunga storia. Dopo parecchi anni tornò a Vienna e aprì un negozio di gastronomia e vini. Poi le cose cominciarono a ingarbugliarsi quando suo figlio Eduard andò a lavorare nella famosa  “Regia – Imperial Pasticceria Demel” e sembra che si portasse appresso la ricetta della Sacher, che entrò ufficialmente a far parte delle specialità della ditta. Anche l’Imperatrice Sissi, che aveva casa proprio a due passi, andava spesso da Demel, per la Sacher. C’erano ormai  tutti i presupposti  per un contenzioso e così fu. “I dolci sette anni” fu spiritosamente battezzata la causa fra i due pasticceri, ma alla fine vinse Sacher. Poi Franz ed Eduard si riunirono e aprirono l’Hotel Sacher con annesso caffè dallo stesso nome dove, ovviamente, la torta era  il blasone della casa.

Ma il  problema  si riapri negli anni ’30 del ‘900, quando, dopo il fallimento dell’Hotel Sacher, uno dei figli di Eduard andò a lavorare nella pasticceria Demel e, forse, per farsi meglio accettare o per risanare i debiti di famiglia, concesse in esclusiva alla Demel il marchio della Torta Sacher! Non l’avesse mai fatto… Pochi anni dopo i nuovi proprietari del Sacher Hotel, al massimo del prestigio internazionale, reclamarono i loro diritti. Si poteva mai concepire un “Hotel Sacher” con annesso “Cafe Sacher” che non serviva la “Sachertorte”? Si aprì un altro contenzioso che durò anni e anni, appena interrotto dalla 2° guerra mondiale, poi… finalmente, nel 1962,  i due contendenti si misero d’accordo. L’Hotel Sacher poteva chiamarla “Original Sachertorte” e la pasticceria Demel “Eduard Sacher Torte”, preso atto che Eduard aveva fatto piccole modifiche alla ricetta originaria che, comunque, resta segreta e oggetto, come sempre accade, in questi casi, di congetture e pettegolezzi  come quello  sulla cioccolata, frutto, sembrerebbe, della mescolanza di tre tipi, acquistati in paesi diversi, oppure come  l’altro dibattito pressante, sul numero di uova attuali, a confronto con la ricetta di Franz che prevedeva 18 albumi e 14 rossi.

12865822In  ogni modo nessuna controversia è riuscita a  scalfire la torta.  Per i Viennesi è una dolcissima abitudine e i  turisti non lasciano mai la città senza aver  assaggiato la vera Sacher e spesso, per essere proprio sicuri dei fatti loro, si fermano in tutti e due i locali, il Cafe Sacher e la Pasticceria Demel, sempre però che si trovino posti a sedere…  Fuori Vienna  si trova solo a Salisburgo, Innsbruck, Graz, l’Aeroporto di Vienna e, fuori Austria, solo a Bolzano, in Italia, forse perché  gli Austriaci sono  convinti che faccia ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico.nuovo-sacher

Ma c’è  qualcuno che, pur lontano  dai pochi punti vendita, alla Sacher proprio non ci ha saputo rinunciare e anzi l’ha fatta diventare, vessillo e parte integrante della sua stessa vita. Di certo, Nanni Moretti la Sacher la conosceva già da molto tempo, ma la fece entrare prepotentemente in scena, è il caso di dirlo, nel film “Bianca.” Famosa e poi emblematica, di tutto il suo cinema,  è la frase in cui il protagonista, circondato da un  mondo    sempre più becero e banale e, dove, nessuno dei  suoi amici  conosce la Sacher,  esclama affranto “Continuiamo così. Facciamoci del male!”.  Col tempo Sacher e Moretti diventano un binomio indissolubile. “Sacher Film” é la Casa di Distribuzione Cinematografica che fonda nel 1987,”Nuovo Sacher” è il cinema che prende in gestione a Trastevere nel 1991, e “Premio Sacher” è il suo riconoscimento al miglior film dell’anno.

Un vero peccato che Moretti e Metternich non si siano mai potuti incontrare. In fondo, a parte qualche  divergenza politica, chissà su quante  sfrenate dolcezze si sarebbero trovati d’accordo!

Una ricetta della “Sachertorte”? Solo una delle tante, è ovvio, perché quella vera nessuno la conosce e  pare  sia ancora nella cassaforte del Sacher Hotel.

INGREDIENTI PER LA PASTA: 150 grammi di farina, 150 grammi di cioccolato fondente, 150 grammi di burro, 150 grammi di zucchero, 5 uova.

Sachertorte_DSC03027_retouched_i41INGREDIENTI PER LA FARCITURA E PER LA GLASSA: marmellata di albicocche, 100 grammi di cioccolato fondente, 70 grammi di zucchero.

PREPARAZIONE: mentre il cioccolato si acioglie a fiamma bassa,in un pentolino, si lavora il burro sino a dargli la consistenza di una crema. Poi si aggiunge metà dello zucchero  al burro, il cioccolato sciolto e i tuorli delle uova. A parte si montano a neve gli albumi delle uova a al termine si aggiunge un po’ per volta,il resto dello zucchero. Infine si uniscono e due composti.

Bisogna incorporare la farina al composto e questa  operazione deve essere fatta con molta delicatezza, adoperando il setaccio.

Quando il composto è omogeneo e privo di grumi si versa in una teglia imburrata e si inforna a 180° per circa un’ora. Dopo si lascia raffreddare la pasta al cioccolato e si taglia in orizzontale formando due strati, su uno dei quali si verserà la marmellata, che poi sarà ricoperta con il secondo strato della torta.

A questo punto è il momento della glassa: in un pentolino  si fa sciogliere lo zucchero con un bicchiere d’acqua e si porta ad ebollizione. Si lascia bollire  per 5 minuti  e poi si fa raffreddare. Solo a questo punto si può aggiungere allo sciroppo il cioccolato spezzato. Si mescola e si rimette sul fuoco per ottenere una nuova glassa, densa al punto giusto, con cui si ricopre l’intera torta.

Ritualmente si serve a una  temperatura compresa fra i 16 e i 18°, affiancata da panna montata non zuccherata, sorbendo una tazza di té o di caffé.

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