Il Camoscio alla piemontese all’ombra di una dinastia!

32Quando nel ’39 a. C. Livia Drusilla andò sposa a Gaio Ottavio, aveva 20 anni, aveva appena divorziato dal primo marito, aveva già un figlio di tre anni Tiberio ed era incinta. Lui di anni ne aveva 24  e per sposare Livia anche lui aveva appena divorziato, da soli 3 giorni, dalla moglie Scribonia  proprio mentre nasceva la loro figlia Giulia.  Tre mesi dopo il nuovo matrimonio  nasceva Druso e nessuno ha mai saputo se quel figlio fosse del primo o  del secondo marito. Comunque  anche se di padre incerto il bambino fu subito amatissimo dal futuro Augusto… E poi lui e Livia erano  così giovani e avrebbero di sicuro avuto altri figli.. L’anno successivo  infatti nacque un altro bambino, ma morì subito e dopo  Livia non ne poté più avere…

Mentre il suo potere cresceva sino a farne il primo imperatore della storia di Roma, Augusto seguitava a covare l’amarezza per quel figlio mai avuto, a cui avrebbe voluto lasciare  il potere … La figlia Giulia non contava perché a Roma le donne non avevano incarichi pubblici… Dapprima  pensò che Marcello, figlio di sua sorella Ottavia  e primo marito di  Giulia  potesse essere l’erede, ma il ragazzo morì poco dopo, di tifo,  a soli 21 anni… Augusto allora obbligò Giulia a sposare Agrippa il  suo grande amico e comandante militare dell’Impero… anche se aveva il doppio degli anni della figlia…  Stranamente fu un matrimonio abbastanza felice e in meno di dieci anni ebbero 5 figli… Augusto adottò i due ragazzi   Lucio e Gaio e ricominciò a sperare… Anche quando morì Agrippa  c’erano ormai Tiberio e  e l’amatissimo Druso che proteggevano le frontiere…  E la figlia Giulia la obbligò a sposare proprio Tiberio, nella speranza  che il potere, anche in futuro rimanesse in famiglia…  Ma i due si detestavano..  E cominciò la seconda ondata delle tragedie…Druso,  abilissimo   in guerra, bello, amato da tutti  morì   in Germania a 29 anni e qualche anno dopo a distanza di   mesi morirono anche Gaio e Lucio… Dell’ultimo figlio di Agrippa e Giulia nemmeno a parlarne…  Agrippa Postumo sembra che fosse pazzo   e comunque Livia non lo voleva fra i piedi e riuscì a mandarlo via da Roma…  In linea di successione faceva troppa concorrenza  a Tiberio…  Più tardi sembra che lo fece uccidere… Era rimasto solo Tiberio, il ragazzo sgraziato e antipatico di cui Augusto non aveva mai voluto riconoscere il valore… E fu lui alla fine che ereditò quell’immane impero mentre Giulia moriva in esilio confinata dal padre per  troppi scandali e  troppi amanti… Forse la verità era un’altra, sembra che Giulia stesse organizzando una congiura per uccidere il padre, ormai stanca di tutte le violenze che lui aveva imposto alla sua vita privata…

Stranamente quell’antica tragedia dinastica alla ricerca di un erede, torna alla mente quando si pensa  agli Agnelli, la più potente famiglia italiana da  quasi un secolo, sempre alla ricerca di un erede per quell’immenso impero industriale della Fiat… Eppure Gianni Agnelli veniva da una famiglia numerosa… Erano ben 7 figli di cui tre erano maschi… Ma avevano avuto una giovinezza difficile… Il padre Edoardo, l’erede dell’impero muore a 42 anni prima ancora di  cominciare a condurre l’azienda… Il padre non si fida!  Nel 1935 Edoardo era a bordo dell’ idrovolante di famiglia e durante un ammaraggio all’idroscalo i galleggianti del velivolo urtarono un tronco vagante sull’acqua…  L’aereo si ribaltò ed Edoardo morì, decapitato dall’elica rimasta in movimento…  Era venuto meno l’erede dell’ industria e il nonno col tempo si affidò a un amministratore… Gianni   allora ha 14 anni e lui e i suoi fratelli  si trovano in mezzo alle battaglie legali combattute dal nonno    che li vuole sottrarre alla madre e dar loro un’educazione tutta Fiat… Alla fine vincerà la madre ma anche lei muore  presto in uno scontro con un camion degli alleati  sul finire della seconda guerra mondiale… Lui Gianni, il primogenito non potrà nemmeno mettere piede nell’azienda di famiglia  che è dominata da un uomo di fiducia del nonno… Così disse Vittorio Valletta al Delfino nel 1946 “Esistono solo due possibilità: o il presidente della Fiat lo fate voi o lo faccio io», al che  il giovane Agnelli rispose mondano e disinvolto: «Ma di certo voi, professore». E sparì per quasi 20 anni in giro per il mondo… Difatti l’erede Edoardo nasce a New York e la figlia Margherita in Svizzera…

Forse quando Gianni Agnelli, ormai per tutti l”Avvocato,” nel 1966 prende in mano le sorti della Fiat non  ha nemmeno il tempo per accorgersi  che Edoardo, quel bellissimo, esile  ragazzino  è pieno di fantasie, timidezze, introspezioni… Quando arriva all’Università di Princeton  ci va per studiare Lettere Moderne… Sostanzialmente Storia delle Religioni … E il padre comincia a sobbalzare… In Fiat c’è bisogno di qualcuno che sappia di   finanza o magari ingegneria o relazioni industriali… Si preoccupa davvero quando Edoardo comincia   i viaggi in India… Ci andavano in molti all’epoca, in cerca di spiritualità… dai Beatles   ai giovani hippies… E’ quasi una tappa d’obbligo…  In seguito Edoardo diventerà di casa  dall’Ayatollah Khomeini.  E’ entusiasta della rivoluzione religiosa che ha cacciato il laico  Sha Reza Pahlavi dall’Iran e si avvicina all’Islam sciita… Non è del tutto certo ma sembra che si converta col nome di Mahdi.

Ma nonostante le sue  forme ascetiche o forse proprio per questo Edoardo comincia a interessarsi dell’azienda di famiglia… Naturalmente a modo suo… Non concepisce aziende basate  esclusivamente sul profitto, approda al principio della solidarietà sociale e finisce in un ibrida posizione di   marxismo mistico… Inoltre è sensibile ai temi dell’inquinamento e vorrebbe  auto ecologiche. Ma quello che soprattutto colpisce la famiglia è l’accusa pubblica che  fa all’azienda di sfruttare l’intera collettività…   Il ricorso massiccio alla Cassa Integrazione e  gli sconti con  gli incentivi  alle vendite, forse a qualcuno sfugge,  ma vanno sempre  a gravare sullo Stato,  ormai sotto ricatto…  Ne va della pace sociale…  Forte è il timore che  la Fiat  faccia licenziamenti di massa a ogni minima crisi del mercato…

Molti così cominciano a pensare che Edoardo sia matto, ma proprio da quelle parti, a Ivrea, Adriano Olivetti ha costruito un diverso impero su quegli stessi principi  che  pronunciati da Edoardo sembrano follie…  In  sé l’esperimento era riuscito… A Ivrea c’erano  case e cultura agli operai, partecipazione alla gestione e abbandono dell’alienante catena di montaggio…  Solo per l’incapacità dei successori di Adriano andrà in rovina l’impero delle macchine da scrivere e tutto quello che di elettronico venne dopo…

La Fiat  comincia a dubitare di avere l’erede…  Degli altri due fratelli dell’Avvocato, Umberto già l’affianca in azienda, ma è già troppo in là negli anni per diventare un erede e l’altro Giorgio è morto giovane, senza figli, ricoverato a lungo  in una clinica svizzera per schizofrenia… Margherita,   è donna e alla Fiat  entrano solo gli uomini…  Come del resto succedeva negli antichi imperi…

La posizione di Edoardo diventerà insostenibile quando nel 1990 sarà arrestato in Kenia con l’accusa di possesso di eroina…  Passerà anche due notti in prigione dritto in piedi perché nell’orribile cella manca anche lo spazio per sedersi. Poi l’accusa si smonta e lui torna in Italia ma dopo pochi mesi  viene nuovamente accusato per un giro di droga … Anche stavolta  Edoardo  è innocente, ma deve ammettere la propria tossicodipendenza…

E’ il 1993 e Giovannino Agnelli il figlio di Umberto è diventato grande…  E’ un ragazzo simpatico, allegro e   preparato.. E’   ora  che entri nel Consiglio di Amministrazione… l’anticamera dell’Impero…   Lo zio Gianni esulta, ma è solo  per poco… La tragedia irrompe di nuovo  quasi senza preavviso … Nel 1997 a soli 33 anni Giovannino muore…  una malattia che  non gli da via di scampo…

L’avvocato ha il viso sempre più tribolato dalle rughe e una bocca amara dove è difficile rintracciare un sorriso… Però ci sono i figli di Margherita… Si chiamano Elkann , ma sostanzialmente John e Lapo sono cresciuti in Fiat dopo averli strappati alla madre… con la quale non parlano da anni..

Dopo la morte di Giovannino,  a soli 22 anni   John Elkann entra   nel Consiglio di Amministrazione .

Edoardo  è sempre più in ombra…  Ci soffre molto… Vive in una villa  di proprietà dei genitori, ma ne occupa solo la portineria… Fa ripensare  a Giulia la figlia di Augusto costretta nel suo esilio, in un alloggio di una sola camera…Una fredda mattina di novembre del 2000 Edoardo viene ritrovato morto alla base di un cavalcavia alto  più di 70 metri. Sembra si sia gettato  dopo aver lasciato  l’auto con il motore acceso…  L’inchiesta è rapidissima e si chiude in un giorno…   E’ suicidio!

Ma dopo qualche tempo cominciano i dubbi…  Troppe incongruenze in quella morte… Perché  era uscito senza scorta? Perché era vestito a metà con la giacca del pigiama sotto una normale giacca? A che ora è entrato in autostrada? Si dice alle nove del mattino, ma un pastore dice di aver visto il corpo sotto il viadotto alle 8… Come mai una persona che precipita per 70 metri ha ancora le scarpe addosso? Perchè il viso di Edoardo, trovato a faccia in giù non è devastato?    A chi dava fastidio Edoardo Agnelli? Qualcuno dice che volevano che rinunciasse   ai suoi diritti in Fiat in cambio di un po’ di soldi… E che lui testardamente non avesse accettato… Qualche giorno prima aveva detto a un amico di essere preoccupato…  Nel 2008 la televisione manda in onda uno speciale elencando tutti i dubbi e raggruppando testimonianze. Esce anche un libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”  Si chiede di riaprire l’inchiesta, ma sembra che nessuno lo voglia fare…

Oggi il potere della Fiat in buona parte è in mano all’ AD Sergio Marchionne…  Lui lo nega  ma  forse porterà via  la Fiat dall’Italia…  Magari un po’ per volta ora che c’è il partner Chrysler…  John Elkann è Presidente, ma  sembra solo… Suo fratello Lapo  un ragazzo estroverso e pieno di fantasia, che curava  l’immagine dell’Azienda se ne è dovuto andare dopo essere finito all’ospedale, in coma, per un overdose… L’ambulanza è arrivata appena in tempo nella casa del trans, dove stava quasi per morire…

La figura gentile di Edoardo con la morte sembra aver acquistato spessore…  Ne parlano tutti con rispetto… In qualche modo la morte lo ha ricongiunto alla famiglia…

Si dice che a casa dell’Avvocato si mangiasse sempre poco, ma prodotti di qualità vicino alla terra…  Erano piemontesi e  molto attaccati alle loro tradizioni… Sicuramente  ” Il  Camoscio alla  Piemontese con la polenta” lo conoscevano bene…

CAMOSCIO ALLA PIEMONTESE CON POLENTA

INGREDIENTI PER IL CAMOSCIO per 6 persone: spalla o petto di camoscio kg 1, burro grammi 120, farina bianca 30 grammi, 1 bicchiere di aceto bianco di qualità, 1 carota, 2 coste di sedano, 2 cipolle, salvia e rosmarino,  4 cucchiai di olio extra vergine di oliva , 1 bicchiere di brodo di carne di manzo,  1 cucchiaino di zucchero,  sale e pepe.

INGREDIENTI PER LA POLENTA per 6 persone: faina gialla bramata cioè a trama grossa grammi 500,  acqua 1,750 litri, sale q. b.

PREPARAZIONE DEL CAMOSCIO: tagliate il camoscio in pezzi piuttosto grossi, poi adagiateli in un tegame di terracotta, unite la carota affettata, le coste di sedano a pezzetti, un po’ di salvia, un rametto di rosmarino  e l’aceto. Lasciate la carne a macerarsi per 24 ore e anche di più, poi affettate le cipolle e fategli prendere colore in una casseruola sul fuoco in 50 grammi di burro,poi unite la farina impastata con 30 grammi di burro e lasciatela dorare, poi aggiungete  il brodo e fate cuocere il tutto per 5 minuti.  Mettete una padella sul fuoco con il restante burro e l’olio, poi aggiungete i pezzi di camoscio scolati dalla marinara, asciugati e infarinati. Quando il grasso del camoscio si sarà sciolto togliete la carne e mettetela nel tegame delle cipolle, salate e pepate. Terminate la cottura  coprendo il tegame e a fuoco basso per circa due ore.

PREPARAZIONE DELLA POLENTA; in una pentola capoiente portate a ebollizione l’acqua e fatevi cadere  un po’ per volta  a pioggia la farina mescolando  ogni con un cucchiaio di legno affinché non si formino grumi; seguitando a rimestarla fatela cuocere per 50 minuti e non meno perché la polenta poco cotta può far male. A fine cottura riversatela su una spianatora di legno  e poi tagliatela a fette abbastanza spesse.

COMPOSIZIONE DEL PIATTO: Distribuite 1 o più fette di polenta sul piatto di ciascun commensale, sistemateci sopra il camoscio e poi dopo aver passato al setaccio il sugo di cottura   versatelo sulla carne.

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Francis Scott Fitzgerald e un Polpo in Provenza!

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Bisogna essere giovani e belli…  Spensierati e abbastanza cinici, ingurgitare allegria nervosa bevendo birra ghiacciata e,  fra una festa e l’ altra, andare e venire come   falene,  mentre  una grande orchestra, suona gialla musica da cocktail… Ma soprattutto bisogna avere molti soldi, perchè l’Età del Jazz  è un circolo esclusivo riservato agli eletti  edove successo e ricchezza sono  gli unici metri di giudizio. l’America vittoriosa in guerra  e ricca delle sue fabbriche  impone un nuovo stile di vita…dove non c’è posto per i poveri, per i deboli, per i falliti… Chi non ha  quattrini non  ha credito, e chi non ha  credito non  ha  quattrini.  Questo è il circolo vizioso e peggio per chi ci resta impantanato… A lui era già successo e non voleva che  capitasse ancora.. Almeno due momenti della sua vita… Uno peggio dell’altro. La prima volta  a Princeton, un’ Università esclusiva troppo in alto per lui…  Anche se suo padre era un gran signore del Sud …”Ho tentato, in un certo modo, di vivere all’altezza di quei criteri di noblesse oblige del passato… non ne rimangono che gli ultimi resti, sai, come le rose di un vecchio giardino che ci muoiono intorno… echi di strana raffinatezza e cavalleria ”  Ma proprio questo aristocratico gentiluomo era sempre stato un inconcludente lavoratore  che spesso non era riuscito a mantenere   la sua famiglia. Se Francis era arrivato a Princeton lo doveva ai soldi del nonno materno, un ricco commerciante di carni all’ingrosso, parte di quella nuova America  volgare e piena di vita, che suo padre disprezzava   e che Francis nonostante  tutto guardava con rispetto… I primi  tempi a Princeton furono per  lui i più spensierati della sua vita, trascorsi tra feste, musical e incontri sportivi… Lui era un gran ballerino, aveva la sua piccola rinomanza universitaria  di scrittore di commedie musicali e affascinava le ragazze con quell’aria elegante e il parlare fluido… Quando incontra Ginevra King, la figlia di un ricco finanziere di Chicago non sospetta il baratro che li separa… Incontri  d’amore, lettere di passione… Lei è la prima delle sue Flapper, le splendide costose diciottenni, disinvolte e sicure di sé, egoiste e  sbadate,  come Isabel  Al di qua del Paradiso o   Daisy Buchanan, il disperato amore di Gatsby… Testimoni universali di quel favoloso decennio  prima della grande crisi…  Pare che il padre di lei avesse già detto a Francis “I ragazzi poveri non dovrebbero nemmeno pensare di sposare le ragazze ricche…”, ma  appena lui lo chiese direttamente a Ginevra, lei gli fece educatamente sapere che stava per sposare il ricchissimo figlio del socio di suo padre… 20 anni dopo era ancora scottato da quel rifiuto classista… La incontrò a un party  e quando lei   con la stessa leggerezza  di allora, gli chiese  quale personaggio in ” Di qua del Paradisoi”  lei gli avesse  ispirato….  Lui col sorriso sulle labbra rispose “Which bitch do you think you are?”

Quella storia gli rovino’ l’Università … Come un romantico eroe d’altri tempi si arruolò per andare in guerra… ma non ci arrivò mai… “Il romantico egoista” , la sua storia di Princeton   seguitò a  scriverla, rivederla, correggere    fra  una base militare e l’altra … In una  di queste basi, in Alabama,    incontrò Zelda  Sayre, la bellissima, emancipata figlia di un giudice.

Arriva a New York a guerra finita, sicuro di sé, con il  manoscritto sotto il braccio. Glielo bocceranno  senza pietà…  E Zelda scompare… Non ha la minima intenzione di sposare “un ragazzo povero”…  Sembra che non ci siano più reti di protezione per  Francis  Scott Fitzgerald  che precipita nel  suo circolo vizioso senza credito e senza soldi…Forse fu allora che cominciò a bere o forse anche prima…  Torna   dai genitori e rivede per la quinta o la sesta volta il suo romanzo… E meno di un anno dopo arriva  il successo con “Di qua dal Paradiso”… E’ un mare di dollari. L’America  ricca, mondana, senza scrupoli ne è affascinata e non capisce nemmeno la sottile condanna di quel mondo, che traspare proprio dal suo più grande interprete…

Anche Zelda ritorna e il loro matrimonio nella chiesa cattolica più esclusiva di New York, la  Cattedrale di San Patrizio, è una spettacolare cerimonia … E’ già  iniziata “la grande leggenda della bellissima coppia, eroina, simbolo e interprete di tutte le prodezze sofisticate dell’età del jazz”. . Il Biltmore Hotel li caccia per ubriachezza già durante il viaggio di nozze… Ma  il loro comportamento anticonformista   entusiasma i giovani.

Lui ormai è lanciato e nel 1922  esce l’Eta del Jazz”  i racconti   dal titolo simbolo, con  le storie e i personaggi  “icone dell’epoca”,  e poi  “Belli e dannati” con il percorso maledetto, quasi nero  di Anthony e Gloria che, nella rincorsa all’eredità e al lusso, perderanno i loro sogni… Un’apologo moralista… Ma fanno più effetto gli eccessi alcolici di Anthony e il susseguirsi dei parties senza fine…

“Il Grande Gatsby” è la consacrazione di Fitzgerald, ma anche  il crollo morale del mito americano… però nessuno al momento se ne accorge, distratto dalla storia d’amore e dalla vita avventuriera di Gatsby…. Del resto gli anni ’30 sono ancora lontani.   Gatsby  all’apparenza, ma solo all’apparenza, è la realizzazione del mito,  la sua villa di uno sfarzo senza limiti è l’ammirazione e l’invidia di tutta la città … Luogo di leggendarie feste a cui  lui non partecipa, chiuso nella solitudine di un sogno che lo distruggerà… Lui con   tutto il suo passato di contrabbandiere borderline, ex ragazzo povero, è il più ingenuo e sprovveduto di tutti i personaggi…  Daisy e suo marito sono i cinici  e distratti ricchi di classe, che, nel loro egoismo,   condannato a morte Gatsby  ” Erano gente indifferente, Tom e Daisy – sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia indifferenza o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto”

 Dopo il successo di Gatsby,   la “bellissima coppia” non poteva farsi mancare la Francia e Parigi, la città dove  scriveva, dipingeva e si consumava, nella  versione europea dell'”Eta del Jazz”,  la “Lost Generation”.  Sono anni  da  brivido, nel salotto di Gertrude Stein… con  Hemingway, Dos Passos, Picasso  … La Costa Azzurra, la Provenza, ma  passati i primi tempi e l’entusiasmo del nuovo, diventano anche anni durissimi… Litigi, incomprensioni, conflitti… Sarà ancora bellissima, ma di sicuro  la  coppia nel tempo diventerà male assortita e lei andrà a cercare rifugio nella danza e   e nel suo unico romanzo “Lasciami l’ultimo valzer”… Di sicuro stava cercando una sua strada… ma non ci arriverà mai.

Lui  col tempo diventa più  angosciato … Devono stare all’altezza del mito e della vita da favola in cui si sono imprigionati…E la ricchezza di Fitzgerald è sempre di più  una ricchezza faticosa…se  mai  era stata spensierata. Per la ricchezza, spesso  si butta via, racconti frettolosi  che consentono però  a Zelda la vita che gli piace fare…  “

Ma quando nel 1934 esce “Tenera è la notte” la tragedia è già arrivata al suo culmine… Le stravaganze di Zelda, le sue spigolosità, le sue stranezze hanno ormai un nome preciso… si chiamano schizofrenia e lei ha cominciato ad andare e venire dalle cliniche… Lui invece  affonda nell’alcol  ed è sempre più spaventato dalle responsabilità…L’Età del Jazz  sembra   non sia mai esistita… La sua vita ora  é solo fatta di bollette da pagare per  le cliniche della moglie e la scuola della figlia… E se la protagonista del Grande Gatsby era forse ancora  Ginevra,  Nicole la protagonista   di questa Notte è sicuramenye Zelda… Lui forse le voleva ancora bene  perché nel finale del libro  Zelda – Nicole   avrà  la sua salvezza e il suo riscatto, mentre Dick  – Francis, il marito, finirà a fare il medico anonimo delle squallide province americane.

Ma Francis non ebbe nemmeno quello… Mentre sembrava aver ritrovato un po’ di serenità con  Sheilah Graham, un attacco di cuore lo stroncò … Zelda morì qualche anno dopo in un incendio della sua clinica… Il Jazz, si sa, non è quasi mai una musica allegra.

Meglio ricordarli all’apice del loro successo…  Nella Costa Azzurra  dove   all’inizio credevano che l’Età del Jazz ” non sarebbe mai finita… Dall’antico mare di Provenza   abbiamo scelto un piatto che forse  loro avevano apprezzato tante volte.

POLPO ALLA PROVENZALE

INGREDIENTI per 4 persone: 1,300 Kg di polpo verace, 500 grammi di patate,2 foglie di alloro, 2 gambi di sedano ( la parte interna bianca), 2 carote medie,  1 ciuffo di prezzemolo,  1 cipolla rossa di Tropea, 3 cucchiai di olive nere, 3 cucchiai di aceto di vino bianco, olio extra vergine di oliva a piacere, sale e pepe

Pulite  il polpo fresco estraendo  dalla testa il liquame,  gli occhi e la ventosa, lavatelo e poi sbattetelo a lungo su una  superficie rigida per intenerirlo. Qualcuno, per intenerirlo,  lo mette qualche ora nel  freezer ma  la questione è controversa.
In una casseruola portate ad ebollizione l’acqua con l’alloro, 1 gambo di sedano e 1 carota a pezzetti,entrambi lavati, l’aceto e il sale. Tuffatevi il polpo e cuocetelo a fuoco moderato per 45 minuti circa. Scolatelo, fatelo intiepidire e passatelo sotto il getto dell’acqua fredda per spellarlo più facilmente. Sgocciolatelo e tagliatelo a pezzi.
Pelate e lavate le patate, tagliatele a tocchetti, affettate la cipolla e fatela appassire in una casseruola con 4 cucchiai d’olio poi  unite le patate e cuocete a fuoco vivo per 5 minuti rigirando spesso.
Aggiungete il polpo, salate, pepate, coprite e continuate la cottura a fuoco moderato per 10 minuti circa mescolando di tanto in tanto. Al termine, cospargete il polipo con il prezzemolo tritato, l’altra carota tagliata a julienne, l’altro sedano tagliato a  a tocchetti, le olive snocciolate,  mescolate e  portate in tavola.

Cesare, Vercingetorige e il tonno all’uva!

Quell’inverno del 52 a.C. Giulio Cesare  lo stava  passando nella Gallia Cisalpina…Una specie di limbo dove cercava  di riposarsi …  Ma  non era del tutto tranquillo.. Con  Pompeo  qualcosa  non andava  dopo la morte di Crasso, che era  stato  per anni  il punto di equilibrio  fra le folli ambizioni dei due generali… Tutti e tre assieme ce l’avevano fatta a  contenere lo strapotere del Senato e imporre  la loro oligarchia …  Anche se non riconosciuta ufficialmente,  aveva  dominato la scena politica. Ma Crasso era morto, in quella terribile battaglia di Carre e, nella  sconfitta,  i Romani avevano perso  anche le insegne militari… Il massimo dell’ umiliazione.  … E ora  Pompeo si stava riavvicinando al Senato…  C’era qualcosa di strano  nell’aria e poteva essere pericoloso per Cesare  mettere piede a Roma…  Così si era fermato a metà strada in quei territori tranquilli già da tempo immersi nella  pax romana.   Ma durò poco… le notizie dall’altra Gallia, quella che credeva di aver  conquistato, erano pessime… Alcuni cittadini romani e italici, commercianti appena  arrivati  erano stati massacrati  a Cenabum… La città che secoli dopo si chiamerà Orleans… “Il risentimento per l’indipendenza perduta e l’insofferenza per la dominazione romana facevano rapidi progressi in Gallia, divenendo ogni giorno più vivi, perché per ogni giorno trascorso, la dominazione diventava più oppressiva”… Così secoli dopo sintetizzerà l’inizio  della  rivolta lo storico Amédée Thierry… Nei sei anni  della lunga campagna militare Cesare aveva imparato a conoscere quegli irrequieti popoli sempre pronti a rialzare la testa dopo le sconfitta, ma stavolta  era diverso  e quando l’aveva saputo il cuore gli era balzato in gola…   Era Vercingetorige a guidare la rivolta…  il ragazzo che era entrato   nel suo entourage militare  sin dal 58, proprio all’inizio… Il ragazzo che era diventato  uno dei suoi contubernales … I compagni di tenda. Quasi  fosse  un figlio, Cesare stesso l’aveva  istruito  sulle tecniche di guerra  e gli aveva insegnato la dialettica… Indispensabile quando si doveva parlare ai soldati… Vercingetorige  per Cesare era stata la  guida infallibile nel territorio sconosciuto… E  mentre andavano gli raccontava tutte le tradizioni, le credenze, le usanze di quei popoli che  andavano a cercare i loro Dei nell’acqua dei fiumi o negli alberi delle foreste…

Adesso, invece, Vercingetorige, sta mostrando  il suo  talento militare e politico, organizzando  la resistenza  con  la tattica della terra bruciata, sacrificando tutto il territorio che si lascia alle spalle…  L’esercito romano  quando arriverà  non troverà più  vettovaglie sul suo cammino mentre Vercingetorige intanto comincia a stringere  attorno  alla causa il maggior numero possibile di tribù galliche.

La rapidità di Cesare  è nota…    Alla fine di gennaio è sul posto. E’ pieno inverno e i valichi sono innevati… Ma da Narbona   lui si dirige  ugualmente a Nord e riesce a passare …  le Cevenne,   il Massiccio Centrale,  e poi raggiunta Agendicum (Sens) la capitale dei Senoni  si ricongiunge alle sei legioni  acquartierate per l’inverno, mentre  altre quattro  le sposta sulla frontiera con i Treveri e lungo quella con i Germani. Ma non è facile… Comincia una dura lotta di inseguimenti in cui Vercingetorige sfianca l’esercito avversario sottraendosi ai  combattimenti … L’esercito romano è affamato e sempre più stanco mentre la maggior parte delle tribù, anche quelle più fedeli  vanno a infoltire la rivolta. Quando finalmente ci sarà battaglia in campo aperto, a Gergovia, Cesare la perde…

E quello che  si credette per molti secoli,  che fosse avvenuto  soltanto all’arrivo dei Franchi, in realtà nacque allora… Una gran parte dei popoli gallici, per la prima volta nella storia, si trovarono  uniti in un unico sentimento nazionale, formatosi tra tante realtà rissose e individualistiche…E Vercingetorige  fu il leader della coalizione…

Ma  dovevano fare i conti col genio militare di Cesare… Privo ormai di ogni appoggio delle tribù galliche che a una a una gli hanno voltato le spalle riesce ad avvisare Labieno rimasto isolato a Nord con 4 legioni… Quando si ricongiungono possono contare su circa 50.ooo uomini e un errore… Quello che sarà fatale a Vercingetorige… chiudersi nell’Oppidum di Alesia così alto e così imprendibile…

L’assedio di Alesia farà storia  per secoli, nell ‘arte della guerra… L’esercito romano era  un esercito di abilissimi tecnici e artigiani…  Basta guardare  la Colonna Traiana  per rendersene conto…Chi osserva carte, chi costruisce ponti, chi barche, chi falcia il grano. Cesare  quando si  precipita sulla cittadella   non si limita a distribuire  le sue legioni  in posizione di assedio  … In tre settimane  fa costruire, tutt’attorno   alla base della collina, un’enorme doppia fortificazione circolare, quella più interna di 15 chilometri per  respingere gli assediati che provano a   rompere il blocco e quella esterna di 21 chilometri pronta a sfidare l’urto delle tribù che, da tutte le parti della Gallia, stanno convergevano contro i romani. Li ha  mandati a chiamare  Vercingetorige…  Ma quando arrivano i Romani sono pronti e al riparo della doppia fortificazione  possono reggere l’ urto convergente degli assediati e delle truppe esterne… Nonostante l’inferiorità numerica… 50.000 Romani contro più di 300.000 Galli…

I capi dell’insurrezione, Cesare volle che gli fossero consegnati tutti…  “Ora Vercingetorige – così racconta Cassio Dione –  avrebbe potuto scappare, poiché non era stato catturato e non era ferito. Egli sperava, poiché era stato con Cesare in rapporti di amicizia, di poterne ottenere il perdono da lui. Così egli venne da Cesare senza essere annunciato, ma comparendo davanti a lui all’improvviso, mentre Cesare era seduto su di uno scranno come in tribunale, e gettando allarme tra i presenti. Egli avanzò imponente, di alta statura, armato splendidamente. Quando si ristabilì la calma, egli non proferì parola, ma si inginocchiò ed afferrò le mani di Cesare in segno di supplica. Ciò ispirò molta pietà tra i presenti al ricordo della sua iniziale fortuna e nello stato attuale di angoscia in cui versava ora. »… Se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al Trionfo. Cesare che notoriamente era  molto clemente  col nemico che si arrendeva,  in quel caso mostrò una  completa indifferenza … Per lui quel ragazzo era stato quasi un figlio e non poteva perdonare….

Vercingetorige  aspettò sei anni  nel Carcere Mamertino, prima di sfilare dietro al carro del vincitore… Subito dopo fu strangolato. Cesare aveva avuto ben altre cose da fare… Una guerra civile spietata contro Pompeo e i suoi figli… Una guerra che aveva avuto come campo di battaglia il mondo intero…da Farsalo in Oriente , alla Spagna, all’Africa… Adesso  che il Senato era prostrato ai suoi piedi e il popolo l’adorava poteva rientrare a Roma e stavolta non era solo un Generale… Nel 46 A. C.,  in 4 trionfi  che accomunarono,  vincitori e vinti  davanti a una folla impazzita,  sfilò la fine della Repubblica e il suo primo dittatore…

Ma nemmeno Cesare   sopravvisse molto al suo trionfo… L’uccisero  nella  Curia, ai piedi della statua di Pompeo… Erano  idealisti che volevano ripristinare la Repubblica …Lui mentre si copriva il volto per presentarsi in modo più dignitoso  alla Morte, vide quel giovane che gli stava sferrando con gli altri l’ennesima pugnalata e non poté far a meno di esclamare ” Anche tu Bruto, fìglio mio?” Era il figlio segreto che aveva avuto dalla sua amante preferita  o quello almeno che aveva sempre trattato come un figlio… L’unica figlia, la dolce Giulia era morta giovane… Veramente Cesare non era stato fortunato negli affetti … Almeno in quelli più importanti…

La ricetta che abbiamo scelto viene proprio dai fasti dell’Impero Romano…E chissà che non sia stata servita proprio nei giorni del  trionfo di Giulio Cesare…

TONNO ALL’UVA

INGREDIENTI per 4 persone: 4 fette di tonno per complessivi 800 grammi, 3 cucchiai di olio extra vergine di oliva, 2 cipolle bianche di media grandezza,  1 cucchiaio di farina, pepe q.b.,  cumino q.b., coriandolo 1 pizzico, uva sultanina 5 cucchiai, aceto di vino 4 cucchiai, miele 2 cucchiai,

PREPARAZIONE: Mettete l’uva sultanina in un bicchiere con l’acqua calda e tenetela a bagno per circa 20 minuti. Mettete le fette di tonno e le cipolle tagliate a fette sottili in una padella con l’olio caldo. Fatelo dorare da entrambe le parti girandolo con delicatezza e poi levatelo lasciando nella padella le cipolle a cui aggiungerete la farina mescolando sino a ottenere una salsa.

Aggiungete nella padella il resto degli ingredienti compresa l’uva sultanina ben strizzata e rimettete in padella anche il tonno che farete cuocere per circa 15 minuti e a fiamma bassa.

 

Penelope Cruz e il filetto di maiale con le foglie di alloro!

Ci son voluti  più di 15  anni  per accorgersi che erano innamorati, poi, quando lo hanno capito, si sono  sposati  in tutta fretta e hanno messo su famiglia… Voglio almeno quattro figli  afferma decisa Penelope Cruz  già alla seconda maternità in due anni. E’ chiaro che debbono recuperare tutto il tempo perduto  ma se non fosse stato per Woody Allen e quel galeotto film … Forse starebbero ancora lì  a sfiorarsi  di quando in quando …In una serie di fuggevoli  incontri…  Una volta in  Spagna, un’altra a Hollywood, per proseguire subito dopo  nelle diverse  strade della  vita…  Un film da non dimenticare “Vicky Cristina Barcellona…” E, bravissimo Woody Allen che, oltre al marito le ha fatto vincere anche l’Oscar…
Eppure qualche occasione  interessante Javier Pardem  e  la bella Penelope l’avevano avuta… Lui era già stato  avvistato da Bigas Luna che l’aveva voluto  in “Le Età di Lulù”, lo scandaloso film erotico  che aveva  suscitato la morbosa attenzione mondiale… A Javier aveva dato  un ruolo  significativo, quello del corrotto gay Jimmy  … E lui aveva usato con grande abilità  la sua maschera  di bello ottuso e brutale. Se per Javier, quindi era la seconda volta con Bigas Luna, Penelope invece, sul  set d di “Prosciutto, Prosciutto” era  alla sua prima esperienza… Solo 17 anni e un viso intenso dai  tratti decisi e morbidi  …Un’adolescente,  provocante  suo malgrado, mentre lui  interpretava un rozzo  magazziniere di prosciutti, aspirante torero… con  un  secondo lavoro da  modello di biancheria intima, ridicolo a sua insaputa…   Avevano due ruoli secondari…Eppure con quella forte, istintiva fisicità  riuscirono entrambi   a diventare i veri protagonisti del film… E non era facile seguire Bigas Luna nel suo humor  sarcastico di sesso e prosciutti…

Qualcuno disse che fra i due giovani era scoppiata  qualche scintilla, ma doveva essere ben poco scoppiettante… Perché l’anno dopo lavorarono di nuovo insieme chiamati  questa volta dal grande Pedro Almodovar per “Carne Tremula”… Ma non successe nulla. Lui era il protagonista, un gigante buono che per amore o per passione finisce in un mucchio di guai… Lei era la sua giovane mamma  che però muore presto ed esce di scena… Forse non c’era stato il tempo  per le scintille…

La carriera di Penelope ormai aveva spiegato le vele… e in un turbinio  di impegni doveva anche   lasciarsi gli spazi per  i grandi registi… Con Bigas Luna   partecipa a  Volaverunt , un graffiante tuffo nella storia  di Spagna con gli amori di Goya e della Duchessa d’Alba, Almodovar  ne fa  una delle sue Muse e la lancerà in campo internazionale con  “Tutto su mia madre” un affresco di donne sfortunate e coraggiose dove lei, Penelope, incanta tutti  con   la sua sprovveduta ingenuità di suora missionaria incinta…  Un po’ prima aveva girato un film tutto incubi, sogni, fantascienza… “Apri gli occhi”… di Alejandro Amenabar… A Hollywood, Tom Cruise, forse ancora suggestionato dalle ipnotiche atmosfere di “Eyes Wide Shut”, ne volle fare un remake e chiama  Penelope…  “Vanilla Sky” fu la fine del matrimonio di Tom Cruise con la biondissima Nicole Kidman  e l’avvento di  una lunga storia d’amore durata tre anni con  la selvaggia bellezza di Penelope Cruz…

Fra un amore e l’altro Penelope compra  abiti e scarpe per i quali, lo confessa, ha una passione sfrenata, facendosi ogni tanto la fama della diva solo  vanità, invece dal 1997 porta avanti un progetto di aiuti per i paesi più poveri o sconvolti dalla guerra.  Dopo aver girato il western Hi-Lo Country, partì per due mesi in Uganda e donò  il suo intero guadagno  alla missione di Madre Teresa, poi ha sovvenzionato la Fondazione Sabera che  riesce a  creare a Calcutta una casa –  scuola per ragazze e  una clinica per gli ammalati di tubercolosi … Poi è andata  in Televisione e ha sponsorizzato le iniziative per trovare altri fondi…Un impegno che non viene mai meno…

Gli ultimi anni della carriera di Penelope sono anche i più prestigiosi…  Il suo straordinario  talento di ballerina nel musical “Nine”  meritava sicuramente di più  che la sola candidatura  al Golden Globe e all’Oscar …E che dire della disinvoltura con cui passa da un ruolo all’altro… Della  forza d’animo e del senso pratico di Raimonda  la protagonista di Volver che, nell’assurdo mondo  dell’imaginifico  Almodovar   va a nascondere  il cadavere del marito ucciso dalla figlia dentro il frigorifero… Un’ altro Oscar mancato… Per fortuna che c’è stato quello con  il film di Woody Allen,  il suo portafortuna…  Un  Oscar con quel paradossale personaggio di Maria Helena  la stravagante  moglie separata  che ogni tanto ritorna, con le sue follie amorose  e i colpi di pistola, seriamente intenzionata ad amare e… distruggere il marito. .. Ma nessun pericolo, con Javier Pardem, il marito vero…  l’amore  incontrato o ritrovato quasi più di 15 anni dopo il primo incontro, i rapporti sono favolosi…

Forse la più bella interpretazione, almeno degli ultimi anni, Penelope Cruz l’ha fatta  in “Non ti muovere” il film di Sergio Castellitto, Davide di Donatello..Ma non così famoso come altri… Eppure l’interpretazione di Italia, la donna di  borgata dalla vita sola e difficile, è di quelle che lasciano il segno, tanto  forte è l’immedesimazione di una ragazza  figlia del benessere come Penelope Cruz, nell’immigrata  meridionale  di una periferia Romana,… Quel corpo magro,quelle vecchie scarpe dai tacchi storti, quel  viso  quasi emaciato, senza trucco, fanno  venire in mente  la forza di Anna Magnani…

Non c’è che dire, Penelope Cruz  seguita a sorprendere ogni volta di più  per la sua straordinaria bellezza sempre diversa da film a film e per la  versatilità di attrice  che la porta a interpretare tutte le donne del mondo… Dalle ballerine  alle  ragazza ingenue, alle  surreali donne di Almodovar… E a  questo “patrimonio” del cinema europeo dedichiamo una ricetta che un po’ riecheggia  quella del maiale che la mamma prepara nel film “Volver…”

FILETTO DI MAIALE CON ALLORO E SPECK

INGREDIENTI per 4 persone: 600 grammi di filetto di maiale, 8 fette di speck,  16 foglie di alloro, pepe rosa q.b., vino bianco secco 1/2 bicchiere, rosmarino un rametto fresco, olio extra vergine di oliva q.b. sale a piacere, 300 grammi di scalogni, 2 cucchiaini di zucchero, 4 cucchiai di aceto, 4 chiodi di garofano, 1/4 di brodo vegetale.

PREPARAZIONE:  Fate tagliare dal macellaio il filetto di maiale il filetto di maiale in 8 fette,alte circa due dita. Avvolgetele nello speck e coprite ogni fetta con due foglie di alloro da entrambe le parti e legatele ciascuna con lo spago bianco da cucina. Pulite gli scalogni e tagliateli ricavandone 16 pezzi che farete rosolare in padella con 6 cucchiaiate di olio. Quando cominciano a prendere colore aggiungete i due cucchiaini di di zucchero e aggiustate di dale.. Dopo aggiungete anche 4 cucchiai di aceto,i chiodi di garofano e il brodo vegetale. Proseguite la cottura a fuoco dolce per 15 minuti e mettete da parte.

Mettete in una padella antiaderente abbondante olio e  gli aghi di rosmarino staccati dal rametto, aspettate che l’olio sia caldo e poi appoggiatevi sopra i filetti,abbassando la fiamma per evitare che si brucino, e rosolateli da ambo i lati. Aggiungete il pepe rosa, sfumate con il vino bianco,aggiustate di sale e lasciate cuocere ancora qualche minuto. Impiattate mettendo a lato dei filetti gli scalogni.

Caviar d’Aubergine per Michel Piccoli!

“Spesso il male di vivere ho incontrato…” Era già  successo  al Poeta ma  ancor più spesso  capiterà a Michel Piccoli … Attirato, avvolto, coinvolto…  Forse l’attore  preferito da tutti i registi del malessere, diabolicamente attratti da quella figura così elegante e un po’ distaccata, da quel  sorriso mite e lontano un miglio dalle banalità di tutti i giorni… Invidia, voglia di distruggerlo, impossibilità di farne a meno?  Lui all’inizio non  lo poteva proprio sapere e forse  neanche se ne rese conto. Nato in una famiglia di musicisti già immersi nello spettacolo, fu quasi normale per Michel  fare l’attore e, sia pure  con una lunga gavetta, entrò nella porta principale.. La compagnia di Jean Louis Barrault…

Mentre recitava in teatro gli affidò una particina di villico Christian Jacques in “Sortileges” ed era già un film oscuro quello in cui era capitato l’inconsapevole ragazzo… Un cupo assassinio in mezzo alle montagne… Poi, piccole parti in tanti film eterogenei che non gli dettero nessuna fama ma non sfuggirono al terribile occhio indagatore di Bunuel … Chissà cosa avevano in comune…Forse, in un mondo imbarbarito, nel tratto signorile di Michel, Bunuel  ci vide lo spirito surreale  di cui nutriva i suoi film…  Comunque fu  subito amicizia e  per Michel la parte del missionario in un film  freddo e cinico  con 5 personaggi in fuga nella giungla..”Un avventuriero, una prostituta, un missionario e un vecchio minatore con la figlia muta… Ne “La Selva dei Dannati”  in una natura, avvolgente e ridondante,  Bunuel   perfidamente si diverte  a osservare i comportamenti  dei personaggi quando  la coesione scompare davanti a un mucchietto di diamanti…

Faranno 5 film insieme uno più cattivo dell’altro  e a Michel negli intervalli non mancarono altri drammi, un  film dalle atmosfere pervase di stregoneria come “Le Vergini di Salem”   o parti ingrate come quella del  marito irriso e forse tradito ne “Il Disprezzo,”  il film di Godard  girato in parte a Capri nella bellissima villa Malaparte!

Il “Diario di una Cameriera”  incentrato su una “femme  de chambre”, arrivista e ricattatrice è del ’64  e  Michel – Monteuil, sposato con un alchemica donna frigida,  è una sorta di satiro, che molesta, oltre  Celestine , tutto il personale femminile della casa… Ovviamente resta coinvolto nella condanna  di Bunuel   per il mondo borghese e clericale,  condanna  che  finisce per estendersi anche a tutti i servi di casa contaminati anch’essi dal male della borghesia … Poi, nel testardo attacco di Bunuel al  bigottismo cattolico sarà prima  Husson l’ambiguo amico del marito di Severine, la “Bella di Giorno”, la donna dagli inconfessabili desideri sessuali, che lui spinge nella prostituzione a ore e, poi, rimarrà coinvolto ne “La Via Lattea” il film  denuncia di tutte le eresie .  Come se non bastasse  Bunuel lo farà divenire  il Ministro  corrotto ne  “Il Fascino Discreto della Borghesia”  dove  l’orgia sarcastica del  pranzo che non c’è, affonda in un surrealismo sereno e sorridente e sarà l’esplosivo onirico a  far saltare in aria la borghesia  e i suoi feticci… la polizia, la chiesa e l’ esercito.

Al destino non si sfugge e, se Michel Piccoli sperava di diventare qualcosa di diverso  nei film del brillante Maestro della “Commedia all’italiana”, Marco Ferreri, dovrà presto ricredersi. In “Dillinger è Morto” soccomberà alla nausea esistenzialista  di un’annoiata vita di marito borghese, ne”L’Udienza” sarà coinvolto nella  triste storia del giovane  morto assiderato, senza riuscire a parlare con il Papa e dopo aver assistito impotente alla fuga dalla civiltà del suo misantropo amico Giorgio ne “La Cagna”, finalmente, un esasperato  Michel Piccoli, accoglie con gioia  la parte  di uno dei  quattro suicidi de “La Grande Abbuffata”… “Stavolta è fatta,” avrà pensato, “Morirò e mi sarò liberato di questi assurdi e perfidi personaggi…” Così si ingurgitava di cibo fino a scoppiare e moriva piegato in due, in bilico sulla balaustra della bella terrazza dell”800… Una fine neanche tanto ingloriosa, dopo tutte le grottesche disavventure  di quelle enormi “Bouffes”…

Ma ahime, alla sua morte, anche così plateale, non credettero ne’ Bunuel  né Ferreri… I più sarcarstici  e  surreali fra i  tutti i cattivi  che aveva incontrato sino a quel momento sul suo cammino… E lui che era un buono e un gran signore … Non riuscì a tirarsi più indietro… Ma in fondo alla fine fu contento … perchè il “Fantasma della Libertà” fu l’ultimo dei film di Bunuel.  Se non avesse partecipato chissà che rimorsi avrebbe avuto dopo…

michel-piccoli-di-fronte-a-moretti-nel-film-habemus-papamSono passate le mode, i registi, le opere e i giorni, ma Michel Piccoli no! Sembra che abbia partecipato a 170 film nella sua vita, adesso ha 87 anni, ma lo seguitano a cercare…  Per il film più recente l’ha chiamato… e come poteva essere altrimenti… l’ultimo “ragazzo” veramente cattivo e graffiante del cinema italiano… Quel  profetico Nanni Moretti, che, con la sua sensibilità, diciamocelo pure, un po’ malata, si è immaginato un “surreale”, dissacratorio  e del tutto improbabile film, in cui il Papa dava le dimissioni, circa due anni  prima che ciò avvenisse veramente… E chi ha voluto  l’ultimo cattivo di turno, per il suo “Habemus Papam”? Michel Piccoli, naturalmente, l’attore “buono” semplice e generoso, che tutta la vita ha attirato come una grande e risplendente stella  i più cattivi, grandi e perfidi maestri del Cinema… Lui Moretti ha persino preteso prima di affidargli la parte che Michel Piccoli si sottomettesse a un provino… E lui, il grande attore, con la sua aria  gentile da gran signore,  ha acconsentito ai capricci del Regista … E ha detto che si è persino divertito… Era qualche decennio che nessuno glielo chiedeva… Alla fine, del Papa vecchio, stanco e rinunciatario  ha donato al  cinema un’interpretazione  grandiosa nella massima semplicità dei mezzi di espressione ed è riuscito a  toccare le corde della più vibrata e umana commozione…

Per la ricetta di cucina però abbiamo fatto un salto indietro nel tempo e siamo andati a  saccheggiare “La Grande Abbuffata”, l’opera d’arte di Ferreri che ci ha lasciato una  grande, patetica interpretazione  di Michel Piccoli e dove  si trovano le più fantastiche ricette,  perché è il film dove forse si mangia di più in assoluto, in tutta la storia del cinema. Direttamente da “La grande abbuffata”:

 CAVIAR D’AUBERGINE

INGREDIENTI per 4 persone: 1 spicchio di aglio, 2 kg di melanzane  di forma allungata e di colore viola scuro, 1 cipolla rossa di Tropea di medie dimensioni, un cucciaino di prezzemolo tritato, 5 pomodori secchi sott’olio, 2 filetti d’acciuga sott’olio, 5 grammi di capperi sotto sale,  20 ml di aceto rosso di vino Barolo, olio extra vergine di oliva q.b., sale e pepe a piacere.

PREPARAZIONE:  Lavate le melanzane, asciugatele,tagliatele in due nel senso della lunghezza, incidete la superficie con parecchie diagonali in modo da formare un disegno a rombi e mettetele a scolare su un piano inclinato e coperte da un peso per circa mezz’ora. In realtà le specie le melanzane oggi in commercio hanno perso molto dell’amaro di quelle del bel tempo che fu, ma è meglio non correre rischi e per precauzione non evitate la scolatura… In una tazzina con un po’ d’acqua mettete per circa mezz’ora i capperi a dissalarsi e intanto accendete il forno che dovrà raggiungere la temperatura di 180°C. Infornate poi le melanzane  per un’ora e una volta estratte, fatele freddare,poi estraete la polpa dalla buccia, tritatela finemente e ponetela in una ciotola. Pulite l’aglio e la cipolla privandoli della pellicola esterna, tagliateli sottilmente così come i pomodori secchi e le acciughe scolati del loro olio e uniteli alle  melanzane. Regolate di sale e pepe,aggiungete l’olio e l’aceto, frullate l’impasto per meno di un minuto, aggiungete i capperi e il prezzemolo tritato e servite su crostini di pane abbrustolito  e insaporito all’aglio oppure a piacere su pane carasau o crackers.

  prima

Monica Vitti, la musa e i crauti!

Lei bella non si sentiva, e  molto tempo dopo disse che  era stato proprio il suo volto  ad aprire  la strada a tutte le “bruttine” del cinema… Qualcuno per non offenderla del tutto aveva detto che era poco fotogenica e poi con quella voce così strana e rauca era impossibile fare teatro e, quanto al  cinema… ormai  le doppiavano poco  le attrici…Ma Michelangelo Antonioni l’amava e  la vedeva bellissima  con quel volto leggermente asimmetrico…   Stava nascendo un cinema nuovo e lui  che ne era  l’aristocratico profeta non servivano  le bellezze national – popolari che dal neorealimo in poi avevano fatto grande il  cinema italiano. Monica era diversa, alta con i capelli così biondi e le efelidi da sembrare nordica …Ma il viso   non era facilmente definibile … a volte sembrava duro o amaro …A volte aveva  morbidezze  infinite… Lui  se ne servì per dare mistero, enigma, estraneità… “L’Avventura” è il film della nuova “affluent society” che ha perso i vecchi valori e non sa darsene altri… C’è un vuoto dei sentimenti che solo il sesso sembra riempire, quasi unica occasione per sfuggire la noia e la mancanza di interessi…

Una strana barca di ricchi in crociera  fra le isole Eolie, che non riescono nemmeno ad accorgersi che sono in uno dei posti più belli del mondo… Solo le donne sembrano ancora chiedersi qualcosa… La fuga di Anna sembra una  protesta… Che va a cadere però fra lo scarso interesse dei suoi  amici che smettono presto di cercarla… Restano il suo compagno e la migliore amica in giro fra quelle rocce aspre e i paesi ostili… poi anche loro perderanno lo slancio e mentre nasce la reciproca attrazione  si dimenticheranno di Anna… Film amarissimo che strappava  di colpo alibi e  protezioni… “La Dolce Vita” più o meno contemporaneo è al confronto un film tradizionale, così corposo, sanguigno, ancora pieno di passioni…  Per “L’Avventura”  Antonioni e la troupe avevano affrontato di tutto… Mare in tempesta, produzione fallita, tecnici non pagati che abbandonano il set… Ma la sera della presentazione a Cannes avvenne l’incredibile… neé critiche né indifferenza… Il pubblico rideva… Di quelle scene lunghe dove non succedeva nulla, del viso estraniato della Vitti, dei paesaggi vuoti e desolati  privati di ogni facile  messaggio turistico… Antonioni li adoperava per  mostrare il vuoto dell’anima… Ma chi lo poteva capire? … Il film lo salvò una lettera aperta che il giorno dopo firmò un gruppo di intellettuali Rossellini in testa… “L’Avventura è il più bel film mai presentato a un festival… ”  e stranamente il film vinse il Festival e piacque anche al pubblico… Alla prima riflessione seria cominciarono a   identificarsi in quei personaggi…

La strada era aperta e adesso Antonioni poteva proseguire il suo discorso… Raccontò la lunga giornata di una coppia in crisi… Sino alla mattina del giorno dopo… “La Notte”,una spietata fotografia del disagio  di vivere, dell’alienazione… Monica  Vitti la giovane figlia del padrone di  casa, dove si svolge la festa notturna, uscirà distrutta dall’incontro con Giovanni e sua moglie…

Poi vi sarà il personaggio ancora più drammatico di Vittoria… Una desolata Monica Vitti incapace di stabilire rapporti con gli altri, sempre più superficiali e cinici. “L’Eclissi” e il senso del disagio e dell’alienazione è quel volto quasi  impassibile  dell’attrice che cammina e cammina… Sola in quel desolato quartiere dalle forme  raggelate  che sembra immenso…

L’ultimo film del sodalizio fra Monica e il suo mentore fu “Deserto Rosso”… Un canto del cigno dove il colore, usato per la prima volta, esplode  in una violenta realtà industriale e in paesaggi di periferia  che  sono causa e testimoni assieme delle nevrosi di Giuliana, una Monica Vitti umanissima nella sua follia, nei suoi gesti impulsivi, nel vuoto che si sente addosso, l’unica sembra, nella generale  accettazione del benessere e della realtà, a patire di quel mondo stravolto che si è  sovrapposto all’antica città bizantina.

Dispiacque a tutti quando si separarono… Ma lei  pare che non ne potesse più di essere la Musa  dolente… sia pure di un genio…. Aveva da esprimere ancora tanto… e nonostante tutto  voleva godere della vita, uscire dal dolore e dalla claustrofobia in cui l’avevano relegata  le splendide ossessioni di Michelangelo Antonioni.  A ben vedere,  ci sono dei momenti anche  nella drammatica  “quadrilogia” di Antonioni,  in cui qua e là traspare la “vis comica” di  Monica, come quell’accenno di danza in vestaglia de “L’Avventura” o certe immagini in cui il sorriso fra divertito e ironico,  fa fatica a fermarsi… Se ne era già accorto Sergio Tofano suo insegnante all’Accademia d’arte Drammatica  e ora se ne accorgeva nuovamente anche Mario Monicelli, uno degli incontrastati re della commedia all’italiana. Monica per “La ragazza con la pistola” si tolse in fretta i panni della donna  raffinata  per diventare Assunta Patanè giovane siciliana  che in tempo di Beatles, minigonne e capelloni va a Londra con una pistola per uccidere l’uomo  che l’ha disonorata… con cui cioè ha fatto l’amore! Irresistibile e incontenibile  nel suo nuovo ruolo si aprì allora per Monica  il mondo dell’allegria, dell’ironia  della satira di costume… Sembrava un mondo tutto al maschile dominato da  Sordi, Tognazzi, Manfredi e Gassman… Li chiamavano i “Quattro colonnelli”… ma non ci fu niente da fare… Monica ruppe il monopolio maschile e divenne il 5° Colonnello. “

In “Dramma della Gelosia… tutti i particolari in cronaca”   è la dolcissima Adelaide contesa fra due uomini, in “Amore mio aiutami”, diretta da Alberto Sordi,  è una donna moderna con qualche scrupolo… che non sa decidere fra l’amore del marito e quello dell’amante… in “Modesty Blaise”  di David Losey è la brillante spia dell’Intelligence Service, nata nel mondo dei fumetti, Bunuel  la vuole per per  “Il Fantasma della Libertà”…. Una lunghissima e felice carriera fino al suo ritiro alle soglie del 2000… Monica, un’attrice poliedrica, versatile, scatenata che tutto il mondo ha ammirato…. Una volta in televisione  ha recitato una surreale monologo  in cui parlava di “Crauti”  Era il 1972 e lei faceva la parodia dei pomposi letterati di  professione…

In ricordo di quella serata magica le  dedichiamo, dunque,questa ricetta di …

CRAUTI

INGREDIENTI per 6 persone: 500 grammi di cavolo cappuccio verde, 100 grammi si cipolle tagliate fini, 100 grammi di pancetta tagliata a cubetti,  70 ml  di aceto bianco, 3 bacche di ginepro, 2 foglie di alloro, 10 grani di pepe nero, sale q.b., 50 grammi di burro, 1 cucchiaio di farina bianca,3 cucchiai di olio extra vergine di oliva

PREPARAZIONE: togliete le foglie più esterne al cavolo cappuccio, tagliatelo a striscioline e immergetele in acqua per circa 30 minuti. Scolatele bene e mettetele  in una pentola  con l’olio, le bacche di ginepro, le foglie di alloro e i grani di pepe. Aggiungete un po’ d’acqua e il sale e fate cuocere per non più di 40 minuti, aggiungendo acqua, durante la cottura, se si fosse interamente consumata quella posta all’inizio. A parte, in una padella, fare stufare le cipolle con 50 grammi di burro,quindi aggiungete la pancetta, facendo attenzione,mentre si rosola, che non si brucino le cipolle. Se avete timori in tal senso è preferibile rosolare la pancetta in una padellina a parte e poi aggiungerla alla padella dove c’è la cipolla. Mescolate la farina con l’aceto fino ad avere un composto omogeneo, poi versatelo nella pentola dove ci sono i crauti facendo attenzione ad amalgamare bene il tutto, aggiungete il composto di cipolle e pancetta e fate cuocere per altri dieci minuti e servite.

Il Gaspacho di Pedro!

Una specie di Lampada di Aladino…  Non si finì nemmeno di svitare il tappo che venne fuori, irruenta e inarrestabile, col frastuono delle band, le parole urlate dei poeti  e i giovani  nelle strade, di notte, già immemori della cappa di piombo  che  tutto aveva avvolto   per quasi 40 anni … Arrivava la Movida, creativa, chiassosa, poetica, senza  freni, inneggiava  alla musica e alla droga insieme, nella disperata voglia di recuperare gli anni  letali della dittatura …Madrid, della “Movida” fu il  primo Testimone…  Il passato era quello che era…   Da dimenticare, il presente, invece era tutto da vivere e il futuro da immaginare…

All’epoca, ancor  prima  che iniziassero gli anni ’80, l’ultimo Don Chisciotte  venuto dalla Mancia si trovava a Madrid già da parecchio, nascosto sotto la divisa di un anonimo centralinista della  “Telefonica”, la Compagnia Nazionale  di Spagna. Una divisa che di sicuro gli stava stretta… ma non aveva fatto in tempo ad entrare nelle sospirate scuole di cinema perché il regime franchista le aveva chiuse tutte. Con lo stipendio  era riuscito però a comprarsi una macchina da presa… una Super 8… Dal 1972 al 1978 gira cortometraggi…, i suoi biglietti d’ingresso nel mondo della Movida  e il suo nome, sconosciuto ai più, diventa rapidamente famoso negli ambienti underground .  Fa l’attore di teatro coi “Los Goliardos “, scrittore di racconti  e di  fumetti porno… Patty Diphusa è una star in viaggio all’interno della “movida”, tra avventure, droghe, sesso, musica e  un catalogo dissacrante, ironico dei vizi cittadini…

Ma lui è prima di tutto Don Chisciotte e nel 1980 comincia seriamente a difendere le donne… Certo Pepi è una ragazza un po’ particolare che coltiva droga sul suo terrazzino, ma la violenza è sempre violenza e il poliziotto che l’ha fatta non se la caverà facilmente  “Pepi, Lucy, Bom e le altre ragazze del mucchio”, nel suo voluto trash è un film  di storie grottesche, esagerate e sempre più complicate che alla fine, come in altre opere di Almodovar, si scioglieranno  quasi miracolosamente nel ritorno alla normalità…  che sarà poi il  modo più graffiante  per  fare il verso alle telenovelas,  una delle chiavi di lettura di Almodovar. L’altra chiave di lettura  sono le donne e  fortunate le attrici che lavoreranno  nei suoi film  perchè diventeranno miti nel cinema internazionale, da Carmen Maura a Penelope Cruz…

Con Pepi, Almodovar è ormai lanciato  e a ritmo  serrato  girerà “Labirinti di passione”, con i suoi intricatissimi amori  omo ed etero e “L’indiscreto fascino del peccato” con una  incursione nel mondo dei conventi femminili dove però  accanto alla graffiante satira c’è  l’umana complicità col mondo  delle donne.

“Che ho fatto io per meritare questo?” sfiora il capolavoro con  la disperata figura di Gloria, una delle donne più difese e amate da Almodovar -Don Chisciotte… Gloria che sia pur non volendo,  ammazza il cattivo marito con quel provvidenziale osso di prosciutto, mentre il figlio 12enne  viene venduto al dentista gay e il figlio più grande spaccia droga col sogno tutto melò di tornare in paese con la nonna…

Quando nel 1987 Almodovar riuscirà ad avere una casa di produzione con il fratello  è già al top  e l’Occidente famelico  è  lì ad aspettare le nuove storie come se si trattasse di un lungo romanzo a puntate… “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” , dove le pazze isteriche donne sono sempre le migliori e le più generose, perché  il sarcasmo di Almodovar è tutto per gli uomini e   le segreterie telefoniche… Una piccola vendetta per i 12 anni passati alla reception… E poi a seguire “Legami” con un giovane ottuso Antonio Banderas, il tragico “Tacchi a spillo” con l’eccentrica  madre che in punto di morte salva la figlia e ” Carne  Tremula”

Un cinema sempre più trasgressivo, scatenato… Le sceneggiature sono  assurde   ma così  travolgenti  che lo spettatore le accetta come realtà quotidiana … Nel 1999  quello che vince l’Oscar, il David,  il Cesar e il Golden Globe “…E’ “Tutto su Mia Madre,”  il capolavoro… E’ una delle storie più strane fra tutte  quelle  strane di Almodovar…  Con  una bellissima trans padre di due figli, una  dolcissima suora incinta e  sieropositiva, un’elegia  senza fine del dolore e della salvezza… Forse  il top della raffinatezza formale e un cast di attori fantastico… Antonia San Juan nella parte di Agrado, la prostituta trans diventerà cult……

Il secolo nuovo  porta altri  film,  “Parla con Lei”, che prenderà un altro Oscar  e “Volver” quello che più si avvicina agli intricati rapporti femminili delle origini, ma Almodovar inesausto comincia a battere strade nuove col crudele fantascientifico “La Pelle che Abito” mentre  si abbandona al suo grottesco sarcasmo contro i passeggeri di un aereo in pericolo che diventano il simbolo della Spagna  nella crisi economica…

Dallo schermo gli infiniti personaggi di Almodovar sono li a guardarci, a scrutarci pronti a  cogliere le nostre debolezze, le nostre ipocrisie e anche  quel poco di buono che è in noi. Nonostante il mondo assurdo in cui vivono, in fondo è fin troppo  facile  capirli e identificarcisi,  anche perché i gesti quotidiani, le  tradizioni o i  sentimenti  sembrano identici…

Uno dei vettori che Almodovar adopera a piene mani per legare assieme personaggi e spettatori è la cucina… Che per lui e il suo vissuto è stata importantissima… Tutto nella sua infanzia si era consumato nella cucina dei suoi genitori…

E così davanti a un bicchiere di vino molti personaggi rivelano  se stessi,  nella cucina  si prendono le decisioni più importanti, e seduti ad un tavolo imbandito si cerca di salvare il salvabile o di trovare nuovi accordi.  Pepa in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” prepara un gaspacho al sonnifero  per trattenere l’amante in fuga  e in quel frullatore che gira vorticosamente  mischia, con  i suoi dispiaceri, pomodori, cetrioli, peperoni, cipolla, sale e pepe… alla ricerca di equilibri impossibili.  Ne “Il Fiore del mio Segreto” Leo Marcia cerca di riaccendere la passione del marito che la vuole lasciare con  la “Paella”, “Tutto su mia madre” inizia  con Manuela  che prepara una ricca insalata… Lattuga, patate lesse, acciughe, pomodori,basilico e cipolla  mentre poi, dato che è la madre di tutti, preparerà per  Agrado  un pasticcio di carne e altre specialità.  Rosa invece  mangia  da un take away,    Benigno, in “Parla con lei” seduto al tavolino di un bar, intinge nel latte una brioche subito dopo aver abusato di Alicia  e in “Volver” la madre, fantasma, ma sempre madre, prepara maiale per le figlie…  Senza parlare dei cioccolatini con la scatola a forma di cuore di “Legami”  o il pane tostato con l’aranciata di “Carne Tremula” davanti ai quali la protagonista confessa il suo tradimento

gazpachoFrastornati dall’esuberanza di Almodovar naturalmente eccessivo anche in cucina, nell’imbarazzo della scelta che ne  è derivato   e nella primavera che ormai avanza,  alla fine abbiamo deciso per il “Gaspacho,” la fresca  zuppa estiva che è quasi un simbolo della Spagna in cucina… Ovviamente senza aggiunta di sonniferi o tranquillanti!

GASPACHO ANDALUSO

INGREDIENTI per la zuppa, per 4 persone: 1 peperone verde e 1/2 rosso, 1 cetriolo,  1 cipolla rossa di Tropea, 1 spicchio di aglio, 1/2 bicchiere di aceto bianco, 50 ml di olio extra vergine di oliva,  100 grammi di mollica di  pane raffermo, sale e pepe a piacere, pomodoridsa sugo rossi 600 grammi,

INGREDIENTI per accompagnare la zuppa: 2 pomodori rossi tagliati a dadini,2 fette di pane  tostato  tagliato a piccoli pezzi, 1 cetriolo  tagliato a listarelle o a dadini, 2 uova soda  sbriciolate,  2 cipolle di Tropea a strisce sottili.

PREPARAZIONE: fate ammorbidire il pane raffermo nell’acqua e l’aceto, tagliate a piccoli pezzi i pomodori, i peperoni,il cetriolo, la cipolla e l’aglio e frullate il tutto aggiungendo l’olio poco per volta  sino a ottenere una vellutata a cui aggiungerete il pane, il sale e il pepe e frullerete nuovamente. Fate riposare il Gaspacho per qualche ora e al momento di servire, se già si sente il caldo estivo, aggiungete in ogni singola  scodella un cubetto di ghiaccio e portate in tavola le verdure , le uova e il pane di accompagnamento che i commensali,a loro piacimento,aggiungeranno alla zuppa.

Escoffier: le “Ostriche Cocktail” di un Grande di Francia!

McFadden-Auguste-Escoffier

Chissà come gli era venuta la passione per l’arte in quello sperduto paesino della Provenza e in quel rude contesto operaio! A tredici anni George Auguste passava tutto il tempo a disegnare  e intanto sognava…da  grande  sarebbe diventato uno scultore. Ma la cosa dovette innervosire parecchio suo padre, lo stimato fabbro del villaggio che temeva che quel figlio diventasse uno sfaticato buono a nulla! Così, prima che il ragazzino prendesse una brutta piega lo mandò a Nizza dallo zio, in trattoria, per imparare a fare 562316nil cuoco… Un mestiere sicuro! Ma non ci fu niente da fare. L’arte di Escoffier cacciata dalla porta principale… rientrò dalla cucina! Svelto, attento, pieno  fantasia e con la vena dell’imprenditore capì che saper cucinare non era sufficiente … anzi forse veniva dopo… E  comincia a studiare l’arte del servizio e la scienza degli acquisti. Lascia presto la trattoria dello zio per un ristorante di  classe a Nizza ma a  19 anni lavora già a Parigi, a “Le Petit Moulin Rouge”. Comincia a studiare salse, menu e organizzazione, mentre lo promuovono prima  Commis Rotisseur  e poi Saucier, ma poi scoppia la guerra Franco-Prussiana e lui parte per il fronte. Una battuta d’arresto?  Macchè! Escoffier ormai ha il suo destino e non basta una  guerra per cambiar mestiere. A Metz, sul Reno è acquartierato il Generale Mac Mahon … che lo promuove, all’istante, Chef sul campo! Ma a Escoffier  il titolo non basta…  prevale la curiosità, la ricerca e l’innovazione. Gli basta un attimo per capire che la  maggior debolezza della Francia è la rete ferroviaria. Del tutto insufficiente. Sui rifornimenti  ci si conta poco… scarsi  e intermittenti, con una parte del cibo che si perde per strada e l’altra, quando arriva, è già andata a male. Organizzare la distribuzione del cibo, fra un rifornimento e l’altro, diventa la sua ossessione e per limitare i danni punta tutto sulle tecniche di conservazione. La Francia, in effetti, aveva cominciato a occuparsi del problema già all’epoca di Napoleone, con tutte quelle guerre in paesi lontani… Ma poi non aveva approfondito. Ci penserà Escoffier  a far diventare le sue remote cucine da campo un gioiello di efficienza e, dato cheun tocco di raffinatezza non fa mai male, scelse le bottiglie vuote dello Champagne degli ufficiali per  conservare la salsa di pomodoro con cui preparava il rancio della truppa. Più tardi  scriverà un libro “Memorie di un cuoco dell’Armata del Reno” tutto incentrato sui problemi bernard4dell’alimentazione in zona di guerra e un articolo in cui proponeva uno stufato disidradato, facile da trasportare e conservare.

Passata Sedan, sconfitta la Comune, quando riprende la vita della nuova Repubblica, Escoffier torna a Parigi. Prima è  Chef al Petit Moulin Rouge frequentato ormai dal Gotha dell’Europa, da Sarah Bernardt al Principe di Galles e al Generale Mac Mahon, che appena torna dalla prigionia corre a incontrare il suo amico Chef. Poi Escoffier apre un ristorante tutto suo a Cannes, senza abbandonare Parigi. Anni  di grande lavoro in cui vengono fuori tutte le sue innovazioni. L’intuizione  più geniale fu capire quanto il mondo stesse cambiando e come  a una società aristocratica si stava sostituendo una nuova classe imprenditoriale borghese. I ritmi lenti dell’Ancien Regime stavano scomparendo e con l’industrializzazione, che marciava a ritmo serrato, anche la cucina doveva cambiare. Nei contenuti e nel modo di cucinare scelse forme più semplici, valorizzando il contenuto e il nutrimento dei cibi, ma con l’occhio vigile alla loro digeribilità e leggerezza per renderli adatti allo stile di vita di chi ormai, di tempo da dedicare ai piaceri  della tavola, ne aveva poco. Nell’organizzazione della cucina fu ancora più radicale. Non trascurò nessuno dei principi dell’organizzazione scientifica del lavoro, spingendo al massimo sulla specializzazione e sulla divisione delle mansioni, come se si stesse lavorando in fabbrica. Tempi di lavoro dimezzati, guadagni più alti e maggiori risultati sotto il profilo della qualità, in cui ogni fase di lavoro era attentamente studiata dal mago Escoffier prima di diventare la routine dei suoi aiutanti. Il suo discepolo Herbodeau cita come  esempio,”Le uova alla Messicana,” una pietanza semplice, ma di gran classe in cui  le uova  a “occhio di bue” sono dentro i pomodori rossi appena scottati e contornati alla base, di riso. “La realizzazione,- dice Herbodeau –  che una volta veniva  eseguita da un’unica persona, è ora  suddivisa  fra   il “potager” che cuoce il riso, il “Saucier” che prepara la salsa e l'”Entremetier “che si occupa di uova e pomodori e  monta il piatto.

César_RItzA quei tempi era già il massimo a cui il ragazzetto venuto dalla Provenza pensava di arrivare, considerato che nel frattempo pubblicava anche libri di successo  e una rivista famosa come “L’Art Culinaire”. Ma non aveva ancora  incontrato Cesar Ritz,  forse  il più grande albergatore di tutti i tempi. Ritz dirigeva il Savoy di Londra e a Escoffier offrì le sue cucine. Per entrambi fu un successo internazionale, a dir poco strepitoso e, per il mondo che allora contava, la coppia  Ritz – Escoffier divenne il più importante simbolo di tutta quell’età felice che fu la Belle Epoque, prima di essere travolta dalla guerra 1915  – 1918.

“Il Re degli Chef ” e  “Lo Chef dei Re” fu definito  e l’imperatore della Germania, quando andava a cena  al Ritz,  alzava il tiro, dicendogli “Io sono l’Imperatore della Germania, ma tu sei l’imperatore  degli Cesar20Ritz2520dinner_j_480_320Chef”.

Qualcuna delle sue ricette?  La delicata “Insalata di riso Rejane”  o la celebre “Pesca Melba” in  onore della famosa cantante lirica Nellie Melba, di cui lo stesso Escoffier scrisse “Ripensando al maestoso cigno mitico che apparve nel primo atto del Lohengrin, le feci servire, al momento opportuno, delle pesche disposte su di un letto di gelato alla vaniglia, all’interno di una coppa d’argento incastrata tra le ali di un superbo cigno scolpito in un blocco di ghiaccio e ricoperto da un velo di zucchero filato”.

Ma una delle passioni di Escoffier,da buon francese, erano le  ostriche, che per lui rappresentavano l’antipasto per eccellenza, adatte a pranzi e cene, correttamente aperte e sempre ghiacciate. Fra le tante  Rutabagas-and-Shooters-037versioni proposte dal Maestro proponiamo le:

OSTRICHE COCKTAIL

INGREDIENTI (per ogni persona): 6 ostriche,2/3 gocce di Salsa Tabasco, 1 cucchiaio di Tomato Ketchup, qualche goccia di Salsa Worcester, succo di limone. 2 fettine di pane nero, una noce di burro, aceto 1 cucchiaino, pepe nero appena macinato, 1/2 scalogno tritato, mezzo limone, sale q.b., 1 spicchio di limone, paprika q. b.

PREPARAZIONE DELLE OSTRICHE: in un bicchiere di tipo schooter, il cui bordo è stato immerso nella paprika, mettere 6 ostriche appena aperte, senza lavarle. Aggiungere 2 o 3 gocce di Tabasco, un cucchiaio di Tomato Ketchup. qualche goccia di salsa Worcester e un filo di succo di limone. Decorare la sommità con 1 spicchio di limone

PREPARAZIONE DELLA SALSA: in una piccola tazza si mescolano lo scalogno tritato, il cucchiaino di aceto, una punta abbondante di pepe nero e un pizzico di sale.

PRESENTAZIONE: Accanto al bicchiere con le ostriche si pone un piatto di media grandezza su cui vanno adagiate due fettine di pane nero imburrate e  la salsa allo scalogno. Si decora con il mezzo limone tagliato a spicchi.

SAVOI-buono