Il Mito non muore mai… James Dean e i filetti di Alibut

Qualunque  atteggiamento, anche il più innocente… Qualunque frase detta, magari solo per scherzo, poteva  diventare uno spaventoso equivoco  una volta in pasto ai giornali, così a Hollywood si imparava presto a tenere la bocca chiusa, a ridere solo  quando era  permesso e dire soltanto ciò che  autorizzavano le produzioni…  Non parliamo poi della vita privata, fatta, disfatta e inventata secondo le aspettative dei fans e la morale corrente.. . Ma loro, oltre che divi erano anche due ragazzi, di 23 e 24 anni, spesso abbastanza soli, con la voglia  di confessarsi, raccontare, discutere… Chissà cosa li indusse a fidarsi l’uno dell’altro, ma  sta di fatto che, sul set di The Giant,   Liz Talor e James Dean  avevano cominciato a parlare …  E lei, nonostante la difficile vita a venire, da alcolista, quando i freni spesso cadono,  fu capace di mantenere il segreto… Fu solo perché lui voleva che alla fine tutto si sapesse, che più di 40 anni dopo,   Liz la rivelò a un giornalista.”Adoravo Jimmy. Ti dirò una cosa ma in maniera ufficiosa finché non muoio, ok? La madre di Jimmy scomparve quando lui aveva 11 anni e Jimmy cominciò ad essere molestato dal suo sacerdote. Penso che sia una cosa che l’abbia perseguitato per il resto della sua vita. Ne abbiamo parlato. Durante ‘Il Gigante’ rimanevano le notti svegli a parlare e parlare, e quella è stata una delle cose che mi ha confessato

Perseguitato forse è la parola giusta, perché da quell’esperienza James Dean non riuscì più a mettere a fuoco  la propria identità sessuale… Gli Studios lo riempivano  di belle ragazze, per lo più inventate di sana pianta, ma l’amore per Pier Angeli pare che fosse una cosa  seria… Elia Kazan, ai tempi della Valle dell’Eden, racconta la   notte di amore di Pier e Jimmy nel camerino dell’attore e, quando lei  alla fine sposò un altro, lui  – o qualcuno  che gli somigliava, disse  Jimmy, che non lo voleva ammettere –  seguì il matrimonio a bordo della sua moto, dal ciglio della strada.

Ma anche l’amore per lo sceneggiatore William Bast fu  una cosa vera  e lunga… 5 anni. Bast, dopo la morte di Jimmy aveva l’ansia , la fretta di raccontare… Forse aveva paura di dimenticare qualcosa  di importante o che ad altri potesse succedere…  E  così un anno dopo  era diventato   il primo biografo…  Loro due erano stati compagni di stanza a UCLA, l’Università di Los Angeles, Blast era  lì quando James lasciò gli studi di giurisprudenza per quelli teatrali e  scoppiò l’ira del padre…  Gli stava vicino quando Jimmy  faceva il guardiano notturno, senza più università e  i contratti di Hollywood che non arrivavano…  Fu allora che decisero di andarsene via,  insieme a New York in cerca di miglior fortuna a Broadway… Ma fu solo 50 anni dopo,quando capì che non avrebbe fatto più del male a  Jimmy,  che  William Blast disse l’ntera verità… Che loro si erano amati …

Forse ora è  più facile capire le immagini  che James Dean ci ha lasciato…  Quel suo muoversi irrequieto, il carattere ombroso, gli improvvisi sorrisi  usciti dalla tristezza  dei personaggi dei suoi  3 film  cult… Quel ribellarsi di Jim-Dean alla quieta e appagata provincia americana, è lontana dalla rivolta intellettuale e ascetica di cui i Beatnik  cominciavano a  lasciare i segni , è  distante dalla rivolta  ‘politica’ delle grandi correnti del decennio avvenire  e non è neanche la voglia di libertà di quegli  adolescenti  che la trovavano  nelle sale da ballo del rock and roll …  L’ impulsivo mal de vivre di Jim ha un carattere tutto interiore… Lui si ribella a una vita familiare  ristretta al bigotto mondo della provincia, al padre debole, alla madre  rattrappita nel suo ruolo, all’orrore del quotidiano  senza battiti d’ali.  E ancor di più ai coetanei,  branco macho e ottuso, insensibile e pronto  a emarginare  chiunque sia diverso.. E Jim – Dean diverso lo era, lo sapeva e  provava a nasconderlo…

43 canzoni, una ventina di  film e tantissime biografie, ma la voglia  che abbiamo di James Dean sembra non finisca mai…  Adesso, che di lui si sa e si può dire di più,  sembra che vogliano fare un nuovo film con  Robert Pattinson e  Dane DeHaan…  James era anche un bravissimo attore, dietro  quel viso, quel corpo e quei jeans  indimenticabili… Se fosse vissuto sarebbe stato una celebrità… Invece quella morte improvvisa e assurda, ma in fondo  così  aderente  al suo essere James Dean, ha deciso che lui diventasse un mito…

Mito che non conosce frontiere e che ciascuno ha interiorizzato e vissuto a modo suo… Come questo Ristorante nel cuore della città di Praga, che hanno voluto appunto chiamare “James Dean Restaurant”… Subito dopo l’ingresso si è colpiti da una monumentale colonna rivestita da  60 pezzi di  lamine in ceramica, che ricompongono le immagini   di James Dean e Marilyn Monroe.  All’interno l’arredo è tutta una provocatoria rivisitazione dei miti americani degli anni ’50 con i colori violenti dominati dal  rosso e le poltrone ispirate a quelle della  Chevrolet Bel Air del 1952…  Dal menu del ristorante abbiamo scelto qualcosa di molto americano , un pesce  dei mari del nord che può raggiungere   dimensioni davvero considerevoli, anche qualche metro, ma con un  aspetto che lo fa somigliare  u n po’ a una sogliola, col corpo piatto e la carne decisamente magra…

FILETTO DI ALIBUT GRIGLIATO CON LIMONI E CAPPERI

 INGREDIENTI per 4 persone : 4 filetti di halibut  fresco di circa 150 – 180 grammi ognuno, 2 spicchi di aglio tritati, il succo di un limone, 1 cucchiaio di capperi, 2 cucchiai di basilico o timo fresco  tritato, 1 mazzetto di prezzemolo fresco tritato, 2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva,1 scalogno tritato, 400 grammi di pomodori a cubetti, Sale, Pepe.

PREPARAZIONE:  Porre i filetti di pesce, preferibilmente fatti preparare e pulire dal venditore,  su un pezzo di pellicola  trasparente per alimenti, cospargerli  di sale, pepe, basilico o timo e metà dell’olio d’oliva. Avvolgere la pellicola  e lasciarli  marinare per 15 minuti. Mettere  l’olio rimanente in una padella, aggiungere lo scalogno e far cuocere fino a quando sia  ammorbidito. Aggiungere  i pomodori, un pizzico di sale, una spruzzata di pepe, l’aglio schiacciato e i capperi. Cuocere il sugo  per 5 minuti.  A questo punto liberare il pesce dalla pellicola e porlo  su una   griglia o   u una bistecchiera per circa 3 minuti per lato.Trasferirlo in un piatto,  spruzzarlo di  limone e coprirlo con il sugo  ai pomodori. Cospargierlo infine  con il prezzemolo  e portarlo in tavola.

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Totò e Napoli…Linguine con lupini e gamberoni.

Era stato  malinconico in vita  e forse fu per questo che quando morì  i funerali diventarono  tre.  E dire che lui, col suo solito pessimismo, aveva  detto  pochi giorni prima “Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà”. A Roma, in effetti non era cominciata bene perchè il prete, venuto a benedirlo, subito dopo la morte, pretese che Franca Faldini, per lui solo una concubina, uscisse sul pianerottolo…Subito dopo però cominciò l’ondata di folla che si riversò in casa per 48 ore… Amici e conoscenti dello spettacolo, ma anche l’italia degli sconosciuti che arrivavano ininterrottamente, coi pullman organizzati all’ultimo momento. Due giorni dopo, a Sant’Eugenio, nella Chiesa chic del quartiere Parioli, si presentò con le sue migliori insegne… La bombetta e il garofano rosso sulla bara… Quelli degli anni dell’avanspettacolo… Ma non valse a nulla. Fu una cerimonia frettolosa, più che altro una benedizione, perché c’era la presenza imbarazzante di Franca Faldini … Al massimo, pensavano le autorità religiose, una moglie in senso biblico…

Fu il gran cuore di Napoli che non fece storie. Quasi 3000 persone  all’interno della Basilica del Carmine… Più di 250.000 in strada, a piangere quella perdita senza ritorno, mentre la bara scortata dai motociclisti della polizia a sirene spiegate, raggiungeva il cimitero…Fu mentre stava per ritornare a Roma che la figlia Liliana fu fermata da una specie di apparizione…Un uomo tutto vestito a lutto, col cappello nero e qualcosa sotto il braccio. E mentre si presentava “Io sono Campoluongo, ” lei capì che era il famoso “guappo”, Nas’e cane,” quello che “proteggeva” il quartiere Sanità…  Totò, tanti anni prima gli aveva regalato una sua foto con dedica, quella che aveva sotto il braccio…”Questa cosa non può andare – disse – Deve avere il funerale a casa sua.” E tre mesi dopo  a Liliana arrivò l’invito scritto, la macchina con l’autista e l’albergo già prenotato a Napoli… Nella Chiesa della Sanità, proprio lì dove Totò era nato e aveva vissuto la sua irrequieta e povera giovinezza, ci fu il terzo funerale, con la bara, sia pur vuota, al centro della navata…

 Sarà stato  anche figlio di un marchese, sia pure squattrinato, ma soprattutto era figlio di una ragazza sedicenne e senza marito o, come si diceva allora figlio di N.N…. Povero, affidato alla nonna, perché sua madre si profumava, s’incipriava e usciva col marchese,  spesso lo vestivano con i pantaloni ricavati dalle gonne smesse delle donne di famiglia, che qualche volta erano anche a fiori… Non ci vuole molto a emarginarlo e chiamarlo “Recchione”. Lui si ribella, si toglie i calzoncini a fiori e  in mutande, improvvisa una serie di smorfie. I ragazzini ammutoliscono poi si divertono e poi l’accettano..  A lui piace anche fare il prete…  Prepara così degli altarini con immagini di santi e lumini e si mette a officiare inventando filastrocche strampalate… Ma non è ancora la maschera di Totò…Questa arriverà più tardi quandpo la mamma per toglierlo dalla strada lo manderà a scuola dai preti… Qui non volendo, gli daranno un pugno… lì per lì sembra niente, ma poi il naso si torce e una parte del viso scande più dell’altra…

A 14 anni con la scuola chiude. Con quei pochi soldi che guadagna facendo l’imbianchino  se ne va a teatro e nelle feste di famiglia fa l’imitazione del fantasista preferito…  Si è accorto che la sua faccia  deformata  dal pugno  può assumere qualunque espressione estrema e  anche il suo corpo, le braccia, le gambe, il collo sembra che se ne vadano per conto suo. Quando comincia a presentarsi in pubblico lo fa, e non poteva essere  diversamente, in posti infimi, pieni di fischi e di urli…E lui già così fragile comincia la serie delle crisi depressive, che periodicamente torneranno…  Ma è noto! I più tristi sono sempre i comici. Poi la prima affermazione  quando, cambiato il repertorio, imbocca la strada della parodia…  Il primo  successo arriverà a Roma all’Ambra Jovinelli,  la consacrazione  nei principali caffè-concerto italiani, dal Trianon al San Martino di Milano  al Maffei di Torino… Il repertorio è quello ormai collaudato  in cui si afferma il tipo della marionetta disarticolata,  ormai nota come «l’uomo gomma»

Nel dopoguerra arriverà il successo travolgente del cinema … Lui  offre tutta la sua mimica, lo  sguardo obliquo , gli  inesauribili  movimenti del corpo e del collo che si allunga e si accorcia a suo piacimento…  Una recitazione forte dell’esperienza teatrale con  il ritmo dei tempi scenici e  le entrate e  le uscite a effetto… E poi l’invenzione di un nuovo linguaggio, le espressioni che sbeffeggiano il potere e la burocrazia, nel loro linguaggio paludato…  E in più tante parodie a fare  il verso a film famosi, il gusto di contraddire, la voglia di contaminare, tra un «eziandio» e un «tampoco», tra un «a prescindere» e un “è d’uopo.”  I critici d’allora storcevano il naso  su quei film frettolosi, a basso costo, di cassetta… Quasi 100 in venti anni…”Toto’ Le Mokò,” “Totò cerca moglie” ,”47 morto che parla”  e perché no, anche “Totò terzo uomo” “È veramente doloroso, scrivevano, constatare come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenuti al più infimo teatro di avanspettacolo e Totò sfoggia come al solito i tipici atteggiamenti di quella comicità così banale.”  E salutarono infine, come  la liberazione del genio, la sua  chiamata, già sul  finale di vita, a  partecipare a film come “La Mandragola”  e “Uccellacci e Uccellini” di Pasolini.  Ma al pubblico, per anni la qualità dei film sembrò non interessare… Correva  a vedere lui, e dopo  più di 40 anni dalla morte di Totò  occorre avere un po’ di umiltà e riflettere…  Perché il cinema di questo straordinario attore dell’eccesso  spesso è ancora vivo, fresco, immediato, nonostante  i limiti della farsa e le approssimazioni delle sceneggiature…

Nella vita seguitò a essere triste… Cercava strani equilibri nei titoli nobiliari che riscattassero la sua misera infanzia dei bassi napoletani…  E non gli bastò il titolo di Marchese che gli lasciò  il padre con un tardivo riconoscimento… Si fece adottare anche  dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas. Forse era vero… forse no, ma al termine di una lunga battaglia legale  decisero che il suo nome era “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio”  e che lui era  Principe, Conte Palatino, Nobile, con  trattamento di Altezza Imperiale… Qualcuno,come Oriana Fallaci durante un’intervista arrivò a dirgli che  aveva un viso “bizantino”… Ma Oriana era una perfida toscanaccia…

Le donne … Anche quelle devono essere state lo strumento del suo riscatto… Le voleva bellissime e poi le abbandonava… La bella Liliana Castagnola si suicidò per lui… E a lui nel ricordo pieno di rimorsi, non restò altro che dare  il suo nome all’unica figlia… Si sentiva anche un po’ vittima e da quei suoi stati d’animo amari e malinconici nacquero canzoni come “Malafemmina”o “Sulo”… “Sulo! Songo rimasto sulo, nun tengo cchiù a nisciuno, tenevo sulo a te”  … o poesie come” A livella”, con l’amara consolazione della morte che rende tutti uguali… 

Solo alla fine trovò un po’ di  pace con la giovanissima Franca… Che seppe amarlo per 15 anni e fino alla morte nonostante lui  fosse anziano e malandato… Ma lei aveva doti straordinarie di maturità e di equilibrio che in fondo erano sempre mancate a quel genio tormentato, grande e malinconico che era stato Totò o, come  era più felice di essere chiamato… Il Principe De Curtis…

D’obbligo pensando a Totò pensare anche a tutta la cucina napoletna, a quella che nonostante tutto sopravvive, che arriva dai profumi dei vicoli ed è  fatta di spaghetti fumanti, di pizze colorate, di collane di mtili e di molluschi… C’è un ristorante a Napoli che è soprannominato “Nas’e Cane, proprio come il guappo che ammirava Totò.. E’ dai menù di questo ristorante che  ci siamo ispirati per la ricetta. In quella tradizionale si adoperano le vongole “veraci”, ma poiché negli ultimi anni sono quasi tutte di allevamento, hanno perso un po’ di sapore. E’ questo il motivo per cui abbiamo preferito i “lupini”, varietà di vongole più piccole e meno scenografiche, ma di maggior sapore.
LINGUINE  AI “LUPINI” E AI GAMBERONI
INGREDIENTI per 4 persone:  330 grammi  di linguine,  700 grammi  di vongole  “lupini”, 500 grammi di gamberoni, 1 mazzetto di prezzemolo, 4 cucchiai di olio extra vergine di oliva, 2 spicchi di aglio, sale grosso e fino

PREPARAZIONE: Mettete  uno scolapasta posizionato all’interno di  pentola, versate  le vongole nello scolapasta, copritele con acqua fredda “a filo” e una manciata di sale grosso.  Lasciatele così per 7 – 8 ore ore affinché perdano la sabbia, cambiando l’acqua  3 – 4 volte.  Poi  sollevatele con lo scolapasta  in modo che l’eventuale sabbia rimanga sul fondo della pentola. Lavate il prezzemolo, tritate le foglie e  buttate via i gambi che possono  causare intolleranza o intossicazione.  Scaldate in una larga padella l’olio extravergine, unite gli spicchi di aglio spellati e schiacciati e fate aprire le vongole a fuoco alto con il coperchio. Non appena aperte (ci vorranno 1-2 minuti), togliete la padella
dal fuoco e sgusciatene la metà. Sgusciate i gamberi, levando la testa e lasciando le codine, incideteli sul dorso ed eliminate il filamento scuro, poi scottateli per 3-4 minuti in una pentola con abbondante acqua salata e scolateli. Lessate nella stessa acqua le linguine e scolatele al dente. Saltate la pasta in padella pochi minuti  con le vongole  sgusciate  e il loro liquido filtrato, aggiungete i gamberi e  unite una parte del prezzemolo tritato. Impiattate  e  decorate ciascun piatto con le vongole col guscio, poste alla sommità assieme  alla restante parte del prezzemolo tritato.

A cena da Özpetek… Pollo croccante e vista sul Gazometro!

Placido e con ampi spazi vuoti , appena si riesce a svicolare dalle grandi vie di collegamento, il quartiere Ostiense con le sue inesauribili contraddizioni è una delle zone più strane in cui può capitare di imbattersi a Roma …

Non fece in tempo a diventare un’area industriale  che era già  archeologia…  Il Gazometro  lo progettò un ingegnere scozzese alla fine del 1800…  Oggi  é abbandonato , tra le sterpaglie, la polvere, i capannoni isolati, insieme ad altri due fratelli minori, ma resta  il fascino triste di quell’enorme  cilindro di ferro,  vuoto e traforato contro il cielo… C’era all’inizio del ‘900,  enorme e fastoso,  il primo impianto pubblico per la produzione  di energia elettrica. …

La Centrale Montemartini aveva la Sala Macchine  tutta liberty  e ospitava  turbine, motori Diesel e la colossale caldaia a vapore. …  Dopo l’abbandono le vernici dei macchinari cominciarono a scrostarsi…  Oggi in un’atmosfera di surreale  eleganza ospita una ricca collezione di statue e teste marmoree di epoca romana  in mezzo agli squillanti colori blu e verdi  dei macchinari  e della struttura rimessi a nuovo.

Il Porto Fluviale sul Tevere..  I Romani antichi  ci trasportavano  le merci a Ostia che poi andavano via per il Mediterraneo… Lo vollero  riattivare  al tempo del fascismo, ma fu poca cosa, poco più di un’idea…  E dire che proprio lì vicino avevano creato la Garbatella, il quartiere  per  gli operai della nuova industria, che  finì per essere un quartiere di immigrati e di povera gente… Perché l’industria a Ostiense non fiorì mai davvero…

il “Ponte dell’Industria”  che ormai  si chiama “Ponte di Ferro” ha  un aspetto insolito per Roma, comune  solo nelle grandi città del Nord.. . Tutto ferro e ghisa fu costruito  in Inghilterra e portato  in città  a  pezzi  nel 1863.  Per un po’ servì la linea ferroviaria di Civitavecchia – Roma, ma già nel 1910 venne abbandonato per un ponte più grande…centrale_montemartini_agrippina_diesel-1

Vicino al Monte dei Cocci, a Testaccio, ma praticamente al confine con Ostiense,  nel 1890 aprirono  il Mattatoio,”l’ammazzatora” come  si diceva a Roma…  Sui tre fornici del grande ingresso dominava la  scultura  del genio alato che atterra il toro… All’epoca era uno dei più moderni d’Europa, ma fu chiuso nel 1975, cadde in degrado e faticò a lungo per  ritrovare  qualche vocazione culturale… Invece un silenzio quasi irreale, avvolge Piazzale delle Erbe  negli ex Mercati Generali,  infranto solo  dalle disperate grida dei gabbiani che volteggiano a bassa quota.

Il cantore di Ostiense è stato uno straniero che ne ha saputo cogliere  forse meglio di molti romani le angoscie e la solitudine ma anche l’inesauribile  voglia  di  vivere  e di volersi ancora bene…

Ferzan Özpetek nasce a Istanbul nel 1959, parente di due  pascià.  Gente bene, il padre lo voleva mandare in America a fare l’Università, ma lui  invece arriva a  Roma…  Chissà, forse è la passione per l’arte.. Studia infatti  Storia del Cinema e Regia ma anche Storia dell’arte  e comincia una dura gavetta… Il primo incarico  serio  è come assistente sul film ” Scusate il ritardo”, dove però il suo compito  più importante è quello di portare tè e biscotti a Massimo Troisi… Quando finalmente esordisce lo fa con due film che sono un richiamo nostalgico e diretto alla sua terra  “Il bagno turco” e “Harem Suaré” …  Il primo  racconta di un architetto italiano che  ritrova la sua perduta umanità nell ‘amore per un giovane  di Istanbul e il secondo é la passione della favorita del Sultano per un  eunuco,  guardiano  dell’ultimo harem… Sono già storie d’amore insolite  ma c’è quella straordinaria poesia di  Özpetek che ce le rende subito familiari.

Ostiense entra di prepotenza nel cinema di   Özpetek  con “Le fate ignoranti,”  un successo internazionale … Una signora della buona  società, vedova  al colmo del dolore, scopre il tradimento del marito dopo che lui è morto… All’inizio pensa a una donna e poi invece scopre  Massimo, un ragazzo che lavora  ai Mercati Generali di Ostiense…  E’ sarà il quartiere, corale e di antica solidarietà,  filmato senza retorica, sul filo di un’intima  dolcezza, che finirà per rendere naturali  e accettabili le storie, solo all’apparenza assurde, di un gruppo di omosessuali che vivono nello stesso condominio e che vorranno bene all’estranea signora senza preconcetti… Fin quando anche lei  riuscirà ad accettare Massimo, il tradimento del marito e l’amore…comunque esso sia…

Ferzan-Ozpetek-voi-siete-qui_650x435Özpetek a Ostiense  ci vive da anni e anni… Non ne può fare a meno,  come fosse l’unico posto  al mondo adatto a lui… Fra quei caseggiati spesso brutti e  quegli scheletri di vecchie fabbriche, rimasti lì come  occasioni perdute. E quando gira “Saturno Contro” pensa che il set più adatto sia la sua casa   dove si ritroveranno, come ne “Le fate ignoranti,” i suoi eclettici protagonisti.   Torna a parlare di amore omosessuale, senza innalzare difese e bandiere, come  di un sentimento naturale, che vive delle stesse domande e degli stessi problemi degli altri amori. C’è un gruppo di amici nell’appartamento di Davide e Lorenzo e attorno al tavolo della cucina si mostrano e si susseguono problemi,  paure, sogni, bisogni. fin quando la serenità  e la vita “normale” del gruppo viene spezzata da un  evento traumatico, l’improvviso malore di Lorenzo.  E lì inizia il dolore, l’amore, la solidarietà di tutti, nei lunghi corridoi dell’ospedale  dove Lorenzo morirà…

Sarà stato perché c’era  lì vicino il Mattatoio e c’erano i Mercati Generali, ma Ostiense è stato sempre un quartiere di trattorie e “cucine tipiche”, prima degli operai e degli artigiani, poi di tutti… E la tavola è anche e inevitabilmente una delle costanti di tutti i film di Ferzan Özpetek  a cui, anche nella vita privata, piace cucinare quei  piatti della tradizione,  che divennero le specialità del quartiere quando dal mattatoio i pezzi più pregiati delle carni andavano via e  per la cucina  di  Testaccio  e Ostiense  rimanevano  le parti  allora considerate   povere, che poi sono diventare un cult della cucina romana…  Le animelle,  la pajata, il pollo coi peperoni…  e naturalmente i pesci che all’epoca arrivavano direttamente da  Ostia e Fiumicino.   Qualche volta Özpetek però non sa che scegliere perché Ostiense è anche quartiere di grande pasticceria,  come  quelle meravigliose torte che gli prepara il pasticciere sotto casa  e che abbiamo visto   ne “La finestra di fronte”,-  un altro dei suoi più bei film che ha per protagonista un antico pasticcere…-  e naturalmente, come quella che trionfa alla cena di “Saturno contro”pollo

Ma poiché scegliere è sempre meglio che non scegliere, stavolta, in omaggio al romanissimo regista abbiamo puntato   direttamente su una sua ricetta, un piatto estivo saporito e fresco e nello stesso tempo di gran classe. E’ un piatto a base di pollo… una carne che una volta era così pregiata che si mangiava solo nei giorni di festa… Poi,  per molto tempo ha dato dispiaceri per l’impoverimento del sapore e della qualità, dovuti agli allevamenti in batteria , all’immobilismo  delle bestie  e ai mangimi incerti… Oggi con un po’ di pazienza  e buona volontà   si trova il pollo “ruspante”, quelle di razze ben selezionate, allevato a terra nell’aia, che cammina e si muove, non  diventa  mai troppo grasso, si nutre solo con i mangimi biologici e  naturalmente è a lento accrescimento…Ovviamente deve essere certificato per la garanzia di chi l’acquista. Costa natutralmente di più però ne vale la pena, sia per la salute che per il buon gusto, quello tanto caro a Özpetek.

POLLO CROCCANTE

INGREDIENTI per 4 persone,: 1 pollo di 1 Kg , aglio 2 spicchi, rosmarino 1 rametto, sale grosso 10 grammi, 2 limoni,due arance.

PREPARAZIONE:  spellare completamente il pollo e tagliatelo a pezzi, poi  fate arroventare una  padella antiaderente e metteteci i pezzi di pollo, unitamente ai due spicchi di aglio interi, il sale e il rosmarino. Mescolate continuamente per mezz’ora in modo che nessun ingrediente si attacchi alla padella e, se l’aglio dovesse imbrunirsi, toglietelo e sostituitelo con altri due spicchi.  Al termine della cottura, aggiungere il succo di due arance e due limoni e farlo evaporare. Servitelo accompagnato da un’insalata mista.

 

 

Pesto e pesce… I cappelletti capresi di Vissani

Picture-293-(Custom)-757132A 16 anni  pensa di aver finito di studiare… E’ impaziente, vuole far pratica, vedere, sperimentare, capire… e lascia perdere  il biennio di specializzazione … Capocuoco  dunque non lo  sarà mai … ma cuoco si!  E uno dei più grandi e famosi che l’Italia  ha  mostrato al mondo negli ultimi 40 anni!  E’ figlio d’arte… Il padre ha un ristorante a Civitella del Lago…  in Umbria,  posto suggestivo  di bianche pietre medievali e  strepitoso affaccio sul lago di Corbara… Ma per poterci tornare e per poterci restare, lui ora se ne deve andare…   E poichè tutto in Vissani dà la sensazione  dello spettacolare e dell’eccezionale  – a cominciare dal suo fisico,  1 metro e 92 centimetri  di altezza e un’ impressione di forza appena trattenuta –   così, anche le sue esperienze, a cominciare dalle prime, saranno al top… Nel suo curriculum  degli inizi c’è l’Excelsior di Venezia, il Miramonti  di Cortina, il Grand Hotel di Firenze e Zi’ Teresa a Napoli… Presto l’Italia gli comincia a stare stretta  e Vissani se ne va in giro per il mondo. Però, accanto al cuoco dei luoghi affermati  e dei grandi nomi  viene sempre  fuori il ragazzo curioso e insoddisfatto che, appena finisce il turno di lavoro, va in giro per osterie, taverne  e luoghi sconosciuti,  cercando le origini delle cose  prima che tutto si perda, sommerso dal “benessere” e dalle novità…

Quando torna  a Civitella è ancora molto giovane, ma anche sicuro di sé e a 23 anni prende in mano il ristorante di suo padre…  In poco tempo, un piccolo  posto  di provincia,  sperso nel cuore dell’Umbria, diviene un luogo famoso…  La Guida d’Italia 1982 pubblicata da L’Espresso, gli assegna la votazione di 3 cappelli, designandolo primo assoluto, la Guida Michelin gli dà 2 stelle… Nel 2012 la guida del Gambero Rosso  mette  il suo ristorante al 1º posto con voto 95/100 …  Fra gli altri onori qualcuno comincia a chiamarlo il “Cuoco di Massimo D’Alema”, mentre si realizza e si perfeziona  lo stile  Vissani…   Che è fatto di tante cose insieme… Rielaborazione e mescolanza della  grande cucina classica, con i menù  fastosi e complessi, apertura, –  ed è stato uno dei primi e senza pregiudizi  – alla  cucina internazionale con l’occhio all’ Oriente, e poi, quasi una fissa,  alla qualità dei prodotti, la loro freschezza, la varietà dei sapori… Su tutto la sua fantasia allegra, spregiudicata,  originalissima… A leggere i suoi piatti  e gli insoliti accostamenti, a volte c’è da sobbalzare …  la Mousse di gianduia con purea verde  di carciofo e aggiunta di pepe di Sichuan,  la  Pasta e fagioli con  i classici spaghetti  spezzati della tradizione, ma l’insolita presenza di  sogliola,  porro e fragola, il dessert con la salsa di piselli e mirtilli o  il pollo in cocotte profumato con aglio e rosmarino, vaniglia e uva …

Molti gridano all’anatema , ma il grande cuoco, la sua solida fama se la va a fare in televisione… Uno showman eccezionale, ingombrante, che prende tutto lo schermo…  Cucina, spiega, polemizza,   diverte e fa divertire… Con momenti di umiltà tutti particolari, quando si ferma a raccogliere dalle voci del posto  i piatti  del territorio… Anni  e anni in cui domina i format televisivi…  E dopo di lui la cucina non potrà più fare a meno della televisione… ricette, cuochi, gare,  quando  lui, intanto, comincia a cercare  altre strade… Per un momento sembra averne trovata una a Gravina di Puglia… Ne è così entusiasta che ci si trasferisce…  Per lui è una grande emozione perché l’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità, gli affida la gestione  del  ristorante ” l’Antica masseria dell’alta Murgia.”  Vissani spera di portare avanti il sogno che ormai da qualche anno, soprattutto da quando c’è la crisi, non gli da tregua… Fare menù di alta qualità a prezzi sostenibili… E il successo sembra arrivare con i menù degustazioni a 35 euro… Ma il sogno dura poco…  Neanche un anno… La società che gestisce l’intera,  nobile  struttura del 17° secolo non ce la fa… I debiti si accumulano e il Comune di Altamura chiude i battenti… Anche  Vissani se ne va… Triste, ma  combattente  apre un ristorante a Capri…

“L’ Altro Vissani ” è aperto da   pochi mesi  e si  rinnovano le offerte… Un menù intitolato “La Memoria del Gusto”, con un omaggio alla Campania. Si va dal risotto con sogliola al Black Velvet all’aragosta al mirtillo,  sino al crudo di pesce all’italiana con dressing di senape e doppia panna… Con una sorpresa eccezionale…  Oltre al ristorante in sala, c’è un drugstore con prodotti campani e    il take –  away, per le barche di passaggio…  E un sushi, dicono gli esperti, eccezionale, realizzato esclusivamente con il pescato locale e con gli insoliti abbinamenti di anguria, melone ,cicoria… Vissani, si sa, non si smentisce mai…  Ma arriva una delle ultime interviste  dove  lui dice che ormai non è più tempo di televisione,  che ha inflazionato e deformato lo spirito della cucina… E’ ora di territorio, da purificare e rigenerare in uno sforzo collettivo che ci riporti alle antiche eccellenze… Quando il grano era veramente intero e non c’erano i diserbanti chimici… Dificile l’ultima crociata, per Vissani  che parte all’attacco dell’Unione Europea… Ma come non essere con lui?

Viene dal menù de “L’Altro Vissani” la ricetta che oggi proponiamo, per sentirci tutti,  almeno per un giorno, ospiti del grande cuoco e della sua inesauribile fantasia…

CAPPELLETTI CAPRESI

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

INGREDIENTI per la pasta: 190 grammi di acqua, 350 grammi di farina 00, 150 grammi di semola rimacinata, che  è quella  ottenuta con un passaggio in più in fase di molitura, è di granulosità più sottile e di colore più chiaro.

INGREDIENTI per la farcia dei cappelletti: 180 grammi di mozzarella di bufala, 40 grammi di parmigiano, 30 grammi di pomodori del Vesuvio, (quelli  raccolti a grappolo e appesi fuori i balconi, che si conservano anche per l’inverno), i 3 foglie di basilico

INGREDIENTI per la salsa: 80 grammi di calamari piccoli  e tagliati a striscioline o pezzotti,  20 grammi di burro, 2 zucchine medie, 50 grammi di parmigiano.

INGREDIENTI per il pesto:  25  foglie di basilico,  70 g di  parmigiano grattugiato,  90 ml di olio extravergine di oliva, 1 spicchio di aglio,  20 g di pinoli, 1 pizzico di sale, 1 pizzico di pepe

 PREPARAZIONE  della pasta: mescolate   gli ingredienti, impastate fino ad avere un composto fine ed elastico, formate una palla e lasciate riposare per un’ora in frigo. Nel frattempo preparate la farcia setacciando la mozzarella , allo scopo di eliminare tutta l’acqua che la impregna, setacciate anche i pomodorini per disfarli  , grattugiate  il parmigiano e tritate  il basilico. Mescolate tutti gli ingredienti fino a farli diventare una crema consistente. Stendere la pasta molto sottile formando una striscia lunga. Con la farcia formate delle palline e   ponetele a distanza regolare sulla striscia di pasta.  Ricoprire la farcia girando su stessa l’altra estremità della pasta,  piegandola  a portafoglio e tagliando  a triangolo ogni piccolo composto. Poi con l’indice della mano destra sotto al ripieno chiuderli ognuno ad anello, saldando le punte.

PREPARAZIONE  della salsa: in padella fate rosolare olio extravergine d’oliva e uno spicchio di aglio.  Aggiungere gli straccetti e i pezzotti di calamaro, sale, pepe e fate rosolare per due minuti. Tagliate le zucchine  a cubetti   piccoli e metttele a marinare per un paio d’ore  in olio, sale, pepe, basilico e aglio.

PREPARAZIONE del pesto: Mettete nel mixer tutti gli ingredienti e qualche goccia di olio, avviate il mixer e aggiungete a filo il resto dell’olio dal foro sovrastante il mixer.  Rimettete il coperchio e frullare fino ad avere una crema.

PRESENTAZIONE: dopo aver cotto i cappelletti in abbondante acqua salata, aggiungete alla salsa di pesce le zucchine, il parmigiano, una noce di burro e un po’ di acqua di cottura della pasta. Far mantecare tutto insieme  qualche minuto sulla fiamma.. Sul piatto, mettere prima a specchio uno strato di pesto su cui poggerete la pasta con la salsa.

George Clooney e il risotto del Lago di Como.

Non è vero che si vive solo due volte. Per George Clooney, ed è sotto gli occhi di tutti,  le  vite sono tre, almeno per il momento e  anche se così  parallele  e  diverse fra di loro, lui  riesce a farle incontrare e a  passare istintivamente e senza grossi traumi  dall’una all’altra, in un fluire di esperienze che lo trasportano in altre dimensioni, sotto gli occhi attenti dei media che, per i motivi più diversi, su di lui seguitano a investire .  La prima vita iniziò quando all’improvviso l’America e il mondo si accorsero che era bellissimo! Fu  allora che divenne per  più di  6 anni  Doug Ross,  il pediatra di E.R. a cui le donne cadevano ai piedi.  Ma se Clooney entrò nell’immaginario collettivo come l’uomo più sexy del mondo,  il dr Ross,  con quel suo rancore verso il padre, che lo porta a sedurne la compagna, è stato anche il primo di quei personaggi equivoci  o borderline,  a volte aridi o più spesso senza  scrupoli con cui  Clooney  ha  sempre tradito Hollywood   e il cliché del personaggio seducente , fine a se stesso. Dall’ammazza-vampiri Seth, nella convulsa  notte degli orrori di Quentin Tarantino, al  rapinatore  di Out of Sight,  ha attraversato il Medio Oriente logorando la spia tradita dal  perfido mondo della Cia, fino a diventare “l’homo mechanicus” di “Up on the air”,  e il  politico senza scrupoli delle “Idi di Marzo”. Chissà, forse sono stati proprio i suoi personaggi ” intelligenti”  a introdurlo nella seconda vita , quella in cui spalanca inorridito gli occhi sui mali del mondo e corre incontro agli ultimi, ai diseredati, a quelli che non hanno più niente. Nel 2003 scopre il Darfur, nell’occidente del Sudan… e un intero popolo sotto genocidio… Scopre l’assurda guerra delle etnie   fomentata dallo spregiudicato dittatore del Sudan Omar al-Bashir e il dramma di milioni di profughi che scappano in Ciad. Scopre la miseria più nera nella siccità di un territorio arido,  che potrebbe invece essere fra i più ricchi del mondo … Peccato che il petrolio  se lo portano via i Cinesi e gli amici di Al- Bashir…

La seconda vita di George Clooney  è di sicuro la più drammatica…  Ed è una vita di guerra… La sua personalissima e spietata guerra ad AL Bashir… La denuncia di Cloney  diventa sempre più alta e coinvolge  il distratto mondo occidentale. La sensibilità che si riaccende  vigile diventa lo strumento di maggior  forza fino a che, in quelle terre martoriate, arriva una forza di pace ONU.  Ma Clooney non può fermarsi . Fame violenze e stupri  sono appena mitigate dalla presenza dei caschi blu  … E alla fine fanno  il giro del mondo le immagini di George Cloony arrestato insieme al padre, dalla polizia,  durante le  proteste in cui i manifestanti non si   disperdeono. L’arresto di Cloney  è peggio di una battaglia perduta per Omar al-Bashir… Che intanto è stato condannato   dal Tribunale dell’Aia  per crimini conro l’umanità… Anche se arrestarlo è pressochè impossibile…

p009_1_01Degli ultimi dieci anni, qualcuno, fra andare e venire, di sicuro Clooney l’ha trascorso tutto intero in Africa.  Ci si è preso anche la malaria..   Ma per il resto del tempo è entrato nella  sua terza vita…  Nella pace e nell’infinita  dolcezza  di “quel ramo del Lago di Como che volge a Mezzogiorno…”   frequentato  fin dai tempi di Plinio il Giovane e dei suoi aristocratici amici.  Clooney e’ ormai  un uomo troppo raffinato e troppo antico per stare sempre in America …  Qui,  nella sua bianca villa tutta  disposta sul lago,con il suo ricovero per le barche direttamente sull’acqua, viene con le sue bellissime donne, da Elisabetta Canalis a Stacy Keiblel,  oppure   fra  una crisi e l’altra, lo scapolo d’oro va in barca con gli amici  o fa  jam session  fino a tarda notte….  In Italia ogni tanto lo chiamano per qualche pubblicità,  particolare e divertente, studiata apposta per lui e il suo personaggio..   Con  i soldii di Nespresso, uno  degli spot più ironici e spiritosi, ci finanzia la sua guerra di logoramento a Omar al-Bashir…  un  “Satellite Sentinel Project”,   che controlla  il confine tra Nord e Sud  del Sudan e gli eventuali movimenti di truppe del Dittatore …  Che ci è rimasto proprio male… Questa mossa non se l’aspettava.

Dell’ Italia George Clooney, un po’ per volta   ha imparato ad apprezzare il modo di mangiare, attento  alle risorse della terra e al volgere delle stagioni… dicono, che nella sua terza vita  sia diventato un esperto di  cucina  mediterranea. Una ricetta per lui non poteva dunque essere una pietanza qualunque, sia pure di buon sapore, ma un piatto con l’occhio volto al territorio e alle tradizioni del Lago di Como….

RISOTTO CON IL PESCE PERSICO

INGREDIENTI per 6 persone: 800 grammi di pesce persico sfilettato,  ( oppure circa 1 kg e 300 grammi di pesce intero) farina bianca q.b.,150 grammi di burro, 12 foglie di salvia, 100 grammi di burro, 400 grammi di  riso 1,5 litri di brodo vegetale, per la cui preparazione occorrono  2 litri di acqua, qualche grano di pepe nero, sale q. b.,1 foglia di alloro, 1 spicchio piccolo di aglio,1 ciuffetto di prezzemolo,1 carota,1 cipolla 2 coste di sedano.1 zucchina  piccola.

PREPARAZIONE.: Cominciate con il brodo vegetale. In una pentola capiente mettete l’acqua fredda e tutti gli ingredienti che lascerete bollire a fuoco medio per circa un’ora e mezza. Al termine filtratelo e  tenetelo pronto per cuocervi il riso. Se qualche verdura di quelle segnalate è fuori stagione rinunciateci e sostituitela con altra verdura dal gusto non troppo invasivo, come ad esempio un mazzetto di bieta. Procedete poi a sfilettare il pesce che deve essere freschissimo. Si possono anche far sfilettare i pesci dal negoziante ma non prendete mai i filetti  già pronti  sul bancone perchè  è più difficile accertarne la freschezza. Per sfilettare il pesce occorre prima di tutto estrarre le sue interiora praticando un preventivo taglio sull’addome, poi tagliare di netto  la coda e le pinne con le forbici adatte e la testa e le branchie con il coltello, dopo private il pesce  delle scaglie con l’apposito attrezzo lavatelo sotto l’acqua corrente, tagliatelo in due o tre sezioni orizzontali togliendo alla  sezione mediana la lisca. Sempre muovendo la lama del coltello in orizzontale, facendo la massima attenzione e procedendo adagio, private i pesci della  pelle   poi sciacquateli  nuovamente e asciugateli.

Portate  di nuovo a ebollizione in brodo vegetale e cuocetevi il riso al dente, senza mai scuoterlo o girarlo durante la cottura. Mentre il riso si sta cuocendo prendete una padella antiaderente e sciogliete il essa il burro a fuoco moderato, assieme alla salvia, affinchè si insaporisca e solo dopo scaldatelo per brevi minuti a fiamma alta per  friggere  i filetti di pesce, infarinati leggermente  i. Se la padella  fosse piuttosto larga potrebbe occorrere più burro per evitare che il pesce si bruci. L’unica accortezza è quello di buttare al termine il burro di frittura e  asciugare i filetti con carta assorbente. Un piccolo segreto per evitare che il pesce bruci e si annerisca la crosta , è quello di immergerlo nel burro molto caldo, ma di abbassare immediatamente la fiamma durante la cottura. Mentre aspettare il termine della cottura del riso, tenete i pesci in ambiente caldo. Quando il riso è cotto, scolatelo e fatelo insaporire, per qualche minuto,  in un tegame con burro fuso e salvia. Al termine versatelo nel piatto di portata e appoggiatevi sopra i filetti di pesce. Servite caldo.

Pellegrino Artusi… I filetti d’orata del Padre della Patria!

Che nel  1860 l’Italia  fosse stata “fatta” è cosa nota, che, però, restassero da fare gli italiani, lo andava dicendo uno dei suoi figli più illuminati, quel Massimo d’Azeglio, che era stato statista scrittore,  pittore,  patriota….   Ma non era cosa facile da realizzarsi dopo  quattordici o quindici secoli che si viveva divisi in  Statarelli, Contee e  Marche, con le spalle rigirate l’un contro l’altro…  Le tradizioni  avevano  preso strade diverse e  persino i Santi protettori dei  paesi più vicini non si conoscevano fra di loro.  Non parliamo poi del linguaggio… Italiano si fa per dire… Una delle cause delle battaglie perse nel  1848,  durante la 1° guerra di Indipendenza, sembra  fosse dovuta al fatto  che il colorato esercito di entusiasti volontari calabro- lucano- napoletani non riuscisse a capire gli ordini che lanciavano loro quei  ruvidi ufficiali a cavallo, nel loro ostico linguaggio piemontese… Ciascuno  pensò dunque che era giunto il momento di  rimescolare le carte e, mentre,   in politica arrivavano i  deputati di tutte le regioni,  Manzoni, prima di tutti, andò a “risciacquare i panni in Arno”, cercando  di  far diventare Toscano  quel suo modo di scrivere che,  più che lombardo sembrava longobardo….

Ci fu qualcuno  che in questo sforzo all’unità prese  vie diverse… All’apparenza meno auliche e nobili, nella sostanza ugualmente importanti… Si chiamava Pellegrino Artusi e a parte la sua stazza notevole, poteva sembrare un borghese piccolo piccolo, per essere nato figlio di droghiere, aver fatto il mediatore finanziario e il commerciante di seriche stoffe… Nato suddito dello Stato della Chiesa, in quel di Romagna, morì italianissimo e toscano, dopo aver vissuto  gli ultimi 60 anni della sua lunga vita a Firenze, la città che fu per  ben cinque anni anche capitale del nuovo regno… Per la verità si era anche interessato di altri aspetti del sapere, ma non se ne era accorto quasi nessuno e finì per diventare il Padre della Patria  della “Scienza in cucina e l’arte  di mangiar bene…”

Pellegrino Artusi, l’immagine stessa dell’uomo tranquillo –  che per sua stessa ammissione  riconosceva solo nella nutrizione e nella propagazione della specie,  le funzioni principali della vita – aveva avuto invece alcuni momenti fortementte drammatici e movimentati…  La vita  sua e della famiglia   venne sconvolta per sempre dall’incursione del 25 gennaio 1851 a Forlimpopoli  del  Passatore, che  al di là di quello che  scrisse Pascoli,  forse era davvero il re della strada e della foresta, ma “cortese, inteso come brigante, non lo era affatto… Infatti  prese in ostaggio, nel teatro della città, tutte le famiglie più  facoltose, rapinandole una per una.  E in mezzo ci finirono pure gli Artusi, anche loro in bella vista  a Teatro  …  E non gli bastaroro i soldi dei signori e i gioielli delle signore…  Quelli della banda stuprarono alcune donne, e tra queste Gertrude,  una delle sorelle  di Pellegrino che, impazzita per lo shock,  non si riprese più e finì in manicomio.

Neanche la famiglia si riprese e fra vergogna  e rabbia, in pochi mesi si trasferì e se ne andò a Firenze… E pensare  che per poco si sarebbe potuto evitare quel dramma… Il  Passatore infatti morì ucciso solo due mesi dopo.

A Firenze l’ Artusi,  subito preso da quello spirito rinascimentale  che forse ancora aleggiava in città,  si dette tutto insieme alla scienza e alla letteratura, mischiandole in un unico sapere. Scrisse  una biografia di Ugo Foscolo e una critica a trenta lettere di Giuseppe Giusti. Di essi  pagò la stampa di tasca sua, ma  nessuno  li lesse mai …  Invece la sua passione per la scienza e soprattutto per quella applicata, tipica  del secolo del positivismo, ebbe più fortuna.

artusiIl manuale, dal titolo La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, dopo un  breve insuccesso al suo apparire  nel 1891,[3] fece raggiungere subito dopo  al suo autore la popolarità , che non è più venuta meno… e sono ormai  più di 120 anni… Ma cosa lo spinse a scrivere di cucina, lui  che era stato mercante e sapeva di finanza, ma che cuoco non era? Forse il fatto che proprio  la sua attività di venditore l’aveva portato a viaggiare e a provare i cibi di un bel pezzo d’Italia…   Così nacque la voglia di riunire in un ” testo unico” l’infinita varietà delle ricette  sparpagliate in ogni regione e dare ad esse un linguaggio   comprensibile a tutti… Tradurre cioè,  la confusa tradizione orale delle osterie  e gli scritti ancora più confusi  che sovrapponevano le fasi di cottura  e usavano termini  approssimativi  tipo un “mucchietto”, “un pezzo”, o un “appena appena” in qualcosa di più preciso che rendesse  facile e accessibile il lavoro del trattore o della donna di casa. Non sempre l’Artusi indica le quantità precise,  ma la strada verso la scienza della cucina l’aveva proprio spalancata…  Un vero lavoro da scienziato che usa un metodo induttivo e sperimentale, perché ogni ricetta prima di inserirla nella sua voluminosa opera, la volle testare più volte,  naturalmente assaporandola.  E neanche questo gli bastò…. Teneva una vera e propria corrispondenza, che andò avanti per anni con gli addetti ai lavori o le semplici casalinghe, che davano suggerimenti o raccontavano di varianti…  E lui tutto accoglieva e testava in un continuo processo  di comunicazione  a più vie… Alla fine fece più lui per unire gli italiani in un comune sentire, di tutti quei politici dotti , pomposi  e spesso corrotti che ben presto cominciarono a spargere sfiducia e delusione….

Molte delle ricette di Pellegrino Artusi hanno la ricchezza prorompente dei cibi di Romagna con tortellini, zamponi e ragù dalle molte carni, ma largo spazio  viene dato  anche a ricette semplicissime, condite con pochi ingredienti, per le quali, l’unica rigorosa  parola d’ordine è l’alta qualità delle materie prime…

Fra esse abbiamo scelto una ricetta di pesce,  in cui sono state precisate le quantità  – omesse dall’Artusi –  e  modificati i mezzi di cottura, dall’autore  previsti col fuoco di legna. Si tratta di una ricetta  molto estiva, affidata al profumo delle erbe e che può essere utilizzata per più tipi di pesce come  sogliola, spigola ,orata.

FILETTI DI ORATA AL PIATTO. DSCN25212

INGREDIENTI  per 4 persone: 4 orate  freschissime non di allevamento, del peso medio ciascuna di 450 grammi, 4 spicchi d’aglio, 4 mazzetti di  prezzemolo, olio extra vergine di oliva, q.b. , sale e pepe q.b., 4 pomodorini pachino (facoltarivi), 1 bicchiere di vino bianco secco

PREPARAZIONE: preparate un battuto con il prezzemolo l’aglio, il sale, il pepe e l’olio e mettetelo da parte. Poi  sfilettate le orate. Per fare un buon lavoro avete bisogno  di tre attrezzi: un coltello flessibile e affilato, specifico per sfilettare il pesce, un paio di forbici da cucina e uno “squamatore”, un attrezzo che, appunto, toglie  le squame. Ponete  il pesce su un tagliere  poi con le forbici  fate un taglio sul ventre  sino sotto la testa ed estraete dalla cavità, con le mani, le interiora e gettatele via. Lavate bene il ventre del pesce sotto l’acqua corrente  e  poi passate a  eliminare  le pinne  tagliando  con le forbici prima le due  pinne laterali situate vicino alla testa  poi  la pinna caudale situata sotto il ventre. Con lo  squamatore squamate accuratamente l’orata,  andando “contro squama” cioè  passando ripetutamente l’attrezzo dalla coda verso la testa  e poi risciacquate il pesce sotto l’acqua corrente. Ponete  di nuovo l’orata sul tagliere ed eliminate le branchie (situate sotto le due aperture semicircolari poste ai lati della testa), estraendole manualmente, quindi con il coltello sfilettatore incidete la testa ed eliminatela,  poi  sempre con lo stesso coltello cominciate a muovete la lama  sotto pelle dall’alto verso il basso, orizzontalmente rispetto al piano di lavoro, per ricavare il primo filetto. Allo stesso modo procedete per ricavare il secondo filetto, spolpandolo però con molta attenzione dalla lisca con  cui si troverà a contatto.  A questo punto avrete ricavato tre filetti dalla prima orata. Non vi resta che procedere allo stesso modo  anche per gli altri pesci. Senza togliere la pelle di fondo ai filetti che l’hanno conservata, passateli ognuno nel battuto e lasciateli insaporire per circa mezz’ora. Poi scaldate  l’olio in una padella  insieme  a un’altra parte di  battuto e ponetevi sopra i filetti fino a riempire la padella stessa. Fateli cuocere senza rigirarli per circa 10 minuti e comunque sino a quando il filetto non diventi interamente bianco e poi aggiungete  il vino e fatelo  evaporare.  Il pesce così cucinato può essere mangiato anche dai bambini, perché l’alcol evapora completamente. A piacere in questi ultimi minuti potete aggiungere il pomodorino tagliato a pezzi, anche se la ricetta originale non lo prevede. Se la padella non è stata sufficiente per accogliere tutti i filetti ripetete l’operazione ripartendo battuto e vino. Serviteli caldi decorandoli con qualche ciuffo di prezzemolo.

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Maccheroni alla Chitarra per Gabriele D’Annunzio, vate d’Abruzzo!

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“Voglio una vita spericolata… Voglio una vita esagerata… ”  E la vita di Gabriele D’Annunzio è  davvero così  …    Non come quella  del piccolo eroe di  Vasco Rossi che al massimo arrivava a bere  whisky al “Roxy Bar” per poi tornare a perdersi chissà dove … Invece lui il Vate, il Patriota, il Guerriero,  della sua vita ha ne ha fatto  un’avventura e uno spettacolo permanenti, esibiti  dall’inizio alla fine… E senza perdersi mai… Sembrava solo un precocissimo ragazzo di lettere quando  a 16 anni pubblica una raccolta di poesie dal romantico titolo “Primo Vere” che  però, già nel titolo, a leggerlo bene,  è un  edonistico  omaggio alla sua gioventù… Seguiterà poi tutta la vita a celebrare se stesso  fra un’opera letteraria e una spericolata avventura  di mare, di terra, di cielo… Senza parlare di quell’eccentrico modo di vivere fatto di lusso sfrenato e incontenibile desiderio di possedere … “Io sono un animale di lusso e il superfluo m’è necessario come il respiro”  amava dire  con quel suo sorriso  appena ironico  tutto rivolto a épater le bourgeois … E difatti se c’era qualcosa che D’annunzio detestava e che forse sinceramente lo immalinconiva era la vita del travet, di quel borghese piccolo piccolo che passava  il tempo coltivando il suo orticello, il suo privato , il suo riserbo…  Tutte “virtù civiche” impossibili per Gabriele… Quando  c’è il lancio della seconda edizione di “Primo Vere”   si inventa la   storia che l’autore è morto cadendo da cavallo… La commozione è tanta  e le vendite del libro vanno alle stelle…

La voglia sconfinata di imporsi lo porta a Roma  appena finisce il liceo … Si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia, ma non  prenderà mai la laurea.. A Roma ha troppo da fare  ed è impossibile non notarlo … Francesco Paolo Michetti, il grande pittore abruzzese e il suo gruppo del Cenacolo  lo introducono negli ambienti  più esclusivi della Capitale… sono tutti in adorazione del vento di novità artistica e intellettuale  che questo gruppo di  provinciali sta portando nella smorta capitale addormentata…  D’Annunzio è felice e realizzato, è l’animatore dei migliori salotti e le spregiudicate nobildonne sono ai suoi piedi…  Ma il risveglio è brusco… Pena l’ostracismo deve affrontare un urgente  matrimonio riparatore  con  la duchessa Maria Hardouin di Gallese e un affrettato  impiego presso un giornale… di cui seguiterà a lamentarsi perché  toglie tempo ai suoi interessi letterali. Gli era costato caro tradire il suo primo vero amore “Lalla” a cui aveva dedicato  le belle poesie d’amore  di “Canto Novo”… “Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue…”

Naturalmente il matrimonio va a rotoli in breve tempo nonostante la nascita dei figli, ma è a Roma che D’Annunzio  ha la sua consacrazione come letterato…  “Il Piacere” viene pubblicato nel 1890 e così ne scriverà Benedetto Croce   pur parlando di ” malati di nervi”  a proposito dei nuovi autori, lui Fogazzaro e Pascoli     “Risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente “…   Ci doveva essere un’evidente stanchezza verso i grandi temi sociali o la narrazione della povertà contadina  o della prima industria… Quello di D’annunzio è un mondo poetico  di sentimenti individuali… tutto psicologia e  introspezione,  in cui  si celebra  il mito del bello e dei valori estetici  che dall’arte devono  arrivare alla vita ..  Unico modo per dare dignità e senso  a un’esistenza altrimenti povera di contenuti e di emozioni… Così D’Annunzio descrive  il suo protagonista Andrea Sperelli che abita nel barocco Palazzo Zuccari, vicino a Piazza di Spagna: ” Egli era per così dire tutto impregnato d’arte … Dal padre appunto ebbe il culto delle cose d’arte, il culto spassionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere. Fin dal principio egli fu prodigo di sé… Ma l’espansione di quella forza era  la distruzione di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a reprimere … Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. “

Roma ha il suo cantore che gli fa acquistare un posto di tutto rispetto nel mondo internazionale… Non a caso D’annunzio verrà sempre più strettamente unito  all’estetica decadente di Oscar Wilde … Ma Roma non  fruirà per molto del suo vate…  Dopo una lunga relazione con la sofisticata Barbara Leoni, D’annunzio approda a Napoli  perso  dietro il suo ultimo amore… La nobildonna Maria Gravina… Sarà il periodo peggiore di tutta la vita  immerso nella miseria, con la figlia Renata appena nata, denunciato per adulterio dal marito di Maria e condannato a 5 mesi di  carcere… Lo salverà un ‘amnistia e poi il rifugio presso il  fedele amico Michetti a Francavilla sul Mare…   Ma sono anche gli anni in cui si accosta a Nietsche… e forse il sentirsi un “Superuomo l’avrà salvato dalla disperazione… E intanto scrive, scrive  Giovanni Episcopo, L’innocente,   Il trionfo della morte …  tutte tematiche truci in cui  si abbandona  a una specie di   razzismo aristocratico e biologico con tutta la sua insofferenza per l’uomo qualunque…

La sua vera salvezza  però non sarà né un uomo né un superuomo ma un’attrice sensibile e e con una  grande  fama… Eleonora Duse  lo accoglie in Toscana in una villa vicina alla sua e gli pagherà le rette del collegio per la figlia Renata… Lui  completamente esaltato dal nuovo  amore  si infiammerà per  il teatro e ripagherà la  la Divina Eleonora “dalle bianche braccia”  con qualche tragedia  non eccezionale e un romanzo  “Il Fuoco” in cui non si farà il minimo scrupolo di raccontare anche nei dettagli più erotici ed intimi   la sua storia passionale con la Duse . Sono anche gli anni però in cui scrive  alcune delle liriche più belle … Quelle “Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi ” che non completerà mai … In cui   trovano spazio i suoi miti rivisitati…. dalla Grecia classica, al culto degli eroi, al sogno di una grande Italia imperialista e   ai versi  in cui l’amore si fonde  con lo spirito panico della natura …. “La pioggia nel Pineto” in cui i due amanti si  perdono  nel bosco  come in uno sconosciuto  mondo antico e intatto è l’ultimo omaggio a Eleonora  – Ermione, la compagna che lo segue nel mistero  e nella musica della natura…

La sua nuova rovina finanziaria  inizierà  proprio abbandonando la Duse … Non c’era più nessuno che lo sostenesse nelle folli spese che aveva affrontato per arredare la sua villa “La Capponcina”,  in cui  il Vate  –  Superuomo doveva vivere “la vita del signore rinascimentale”.  Fra Teatro e liriche aveva guadagnato somme enormi, ma  niente  per   coprire le sue spese… Il superuomo per sfuggire i creditori, scappò letteralmente in Francia e ci rimase  cinque anni, mentre la Capponcina e tutti i suoi tesori estetico – decadenti finivano all’asta.

In fondo lo salvò la Guerra… Quando scoppiò il conflitto,  divenne uno fra i più sfrenati interventisti… Con le sue parole infiammò gli italiani per la riconquista delle terre irredente, quelle che non erano bastate tre guerre Risorgimentali per accoglierle nella nuova Italia…  Lui aveva già 52 anni ma la guerra e l’avventura che vedeva in essa lo galvanizzò e lo fece ritornare quasi un adolescente.. Era già qualche anno che inneggiava , auspicava , si batteva per  una nazione dominata dalla volontà di potenza,  sentendosi umiliato  dall’«Italietta meschina e pacifista».

E così allo scoppio della guerra-  e non aspettava  altro –  in  quelle”radiose giornate di maggio”,  si arruolò volontario nei Lancieri di Novara,   partecipando  impaziente a tutto quello che la guerra gli poteva offrire.  Era un ottimo pilota e si sfrenò letteralmente nelle incursioni aeree su Trento  e sul fronte carsico.  Lo fermò  per un po’ di tempo una brutta ferita  su una tempia e poiché il Superuomo non aveva molto  tempo per curarsi finì per perdere  la vista  di un occhio…  La sua esaltazione patriottica era sincera  ma di gran lunga più  esaltante fu  per il Superuomo   la passione  per il  rischio   e il senso dell’avventura  e così torno a combattere …  Non gli mancava certo la fantasia e alcune delle sue imprese vanno ammirate e ricordate per l’audacia e l’originalità degli interventi… Famoso il  volo dimostrativo  su Vienna… 11 aerei partiti e 8 arrivati, percorsero  1000 chilometri per andare a lanciare su Vienna circa 300.000 manifesti di propaganda di guerra… L’ultimo  aereo era un biposto pilotato dal Capitano Natale Palli…. Nell’abitacolo con D’Annunzio c’era anche  un ragazzino di 9 anni figlio di un amico del Vate …Ancora più spettacolare fu l’incursione nella baia di Buccari dove tre Mas  arrivarono indisturbati sino in fondo alla baia  dove schierata c’ era una buona parte della flotta austriaca, lanciando  siluri e colpendo tre  navi per poi ritornarsene via sani e salvi… I danni furono limitati ,ma il morale delle truppe iraliane salì alle stelle…

L’avventura più esaltante il Vate Comandante la sperimentò  alla fine della  Guerra con l’impresa di Fiume… Visto che in base ai Trattati di pace  la città non sarebbe tornata all’Italia, D’annunzio alla testa di un gruppo di 2500 ribelli la occupò militarmente instaurandovi una propria Repubblica   e una Costituzione molto avanzata in cui erano riconosciuti   diritti per i lavoratori,   pensioni di invalidità,   suffragio universale     depenalizzazione  dei reati diomosessualità,  nudismo  e uso di droga…    Fu costretto a sgombrare   un anno dopo sotto l’assalto dell’esercito regolare che non voleva compromettere i buoni rapporti di pace con le altre potenze… Ci pensò pochi anni dopo il fascismo con un colpo di mano a riportare Fiume all’Italia..

Dalle sue imprese di guerra ricavò un titolo nobiliare dal nome vagamente  da operetta “Principe di Montenevoso” cosa di cui il Superuomo tutto preso di sé non si accorse… Per il resto al  di là di tutto quanto ci si sarebbe potuto aspettare, si ritirò in volontario esilio in una villa di Gardone Riviera…  che lui chiamò “Il Vittoriale degli Italiani ” Osannato e richiesto a gran voce da Mussolini e  fascismo,   rifiutò  incarichi pubblici come pure di frequentare a fondo  gli uomini  “nuovi” anche  se non ruppe i rapporti formali .. Non era tanto questione  di ideologia … La rozzezza e  la volgarità del Regime erano per la sua anima raffinata  troppo difficili da sopportare.

A Gardone Riviera ormai libero dai debiti e dalle ristrettezze economiche potè dare spazio e realizzazione  ai suoi sogni più   pazzi. Arrivò al top   del   suo stile di vita e   trasformò lla villa in una sorta di museo eclettico degli oggetti più strani e dell’arredamento più fantasioso…  Nel parco  aveva costituito il “quartiere degli artigiani ” un gruppo di specialisti che  creava i suoi mobili e i suoi oggetti, in aggiunta a quelli che si faceva venire da tutto il mondo… A volte di gran gusto  altre di un Kitch da far paura … Aveva 300 paia di scarpe negli armadi e decine e decine  di  eccentriche vestaglie  con cui riceveva  le sue belle e giovani amanti… In fondo fu felice.. Aveva raggiunto il lusso e il superfluo di cui la sua anima estetica non aveva mai potuto fare a meno…

Mangiava poco, ogni tanto a scopo curativo digiunava tre giorni alla volta, ma era attaccatissimo soprattutto alla cucina della sua terra d’Abruzzo … Una terra di pastori  che per lui appartenevano ancora  al mondo greco e una lingua che lui si rifiutava  di chiamare dialetto e definiva latina… Del formaggio della sua terra diceva “…è tutto nel nostro cacio pecorino…   È il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che può rotolare su la strada maestra a guisa di ruzzola in gioco ” e ogni tanto si faceva  preparare  “I maccheroni alla chitarra”…   Quelli che si preparano su un telaio rettangolare di legno di faggio, in cui sui lati lunghi  sono tesi dei sottili fili metallici, che ricordano appunto le corde  della chitarra…  La sfoglia di pasta  si stende sopra e poi pressata dal mattarello  cade sul piano inferiore  divisa in maccheroni  di taglio  quadrato   … Ci sono diversi modi di preparare il condimento sia   a base di carne  che vegetariano come quella che abbiamo scelto noi…

MACCHERONI ALLA CHITARRA

INGREDIENTI  per 4 persone:  farina di semola di grano duro  400 grammi, 4 uova, sale q.b.,  pomodori pelati 400 grammi, 2   spicchi d’aglio,  4 cucchiai di pecorino abruzzese,  1 peperoncino essicato di media grandezza, un mazzetto di prezzemolo, olio extra vergine di oliva.

PREPARAZIONE: Disponete la farina a fontana , al centro   rompete 4 uova  e aggiungete un pizzico abbondante di  sale . Impastate a lungo per circa mezz’ora e dopo  fate riposare l’impasto almeno per due ore , in frigo,avvolto nella pellicola trasparente. Scaduto il tempo tirate una  o più sfoglie di dimensioni inferiori, di  spessore non inferiore ai 5 mm e ponetele sulla chitarra leggermente infarinate da ambo le parti.  Passate il mattarello con forza su tutta la superficie della  sfoglia in modo da  tagliarla in un colpo solo formando i maccheroni che si andranno a deporre  sul  fondo dell’attrezzo. Ripetete l’operazione se avete preparato più sfoglie e mettetele  aperte su un panno   fino al momento dell’utilizzo.

Per realizzare il sugo, affettate finemente dopo averli sbucciati  i due  spicchi  di aglio e metteteli a dorare nell’olio facendo attenzione che non si brucino. Se dovesse succedere è preferibile buttare il tutto e ricominciare perché  rovinerebbero   con il loro amaro la delicatezza del sugo. Una volta dorato l’aglio aggiungete il pomodoro, il sale e il peperoncino e fate sobbollire il sugo per 20 – 25 minuti.  Qualche minuto prima  di togliere dal fuoco aggiungete  una parte del prezzemolo. Una volta cotta la pasta in acqua bollente e salata, scolatela molto al dente, conditela col il sugo,spolverizzatela di pecorino e  il resto del prezzemolo tritato.

Ettore Scola e i bucatini alla Matriciana!

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“Lui c’era dentro già da tempo, ma in pochi,  oltre gli addetti ai lavori, se ne erano accorti!  Estro, di sicuro ne aveva e anche spirito di iniziativa, se a 15 anni si era presentato con le sue vignette satiriche in mano, a riviste famose  come  “Il Travaso delle idee” e “Marc’ Aurelio”. Negli anni ’20 e ’30, dopo aver tentato invano un po’ di mordace satira  al regime fascista, quelle popolarissime riviste avevano finito  in realtà  per esserne completamente asservite.  Sarà stato forse perché, nell’immediato dopoguerra annaspavano un po’ in  cerca di nuove formule e nuovi autori, non compromessi, che finirono per prendersi le vignette di quel ragazzino… Tanto che a 20 anni lui era diventare un collaboratore fisso del Marc’Aurelio, mentre terminava gli studi di Giurisprudenza…

Indubbiamente un modo un po’ tortuoso per  arrivare al Cinema… Ma aveva un gran vantaggio.. Viveva a Roma e non era poi così distante da quei mitici studi di Cinecittà, che  dopo   il neorealismo  duro alla Rossellini, i “Pepli” degli anni ’50 e il Neo – realismo rosa di “Poveri, ma belli”,  stava aprendo alla sua  più fantastica stagione artistica e commerciale…

“Commedia all’Italiana” è un  termine un po’ generico, a ben vedere, un contenitore dove dentro ci si poteva trovare di tutto, ma  una base in  comune c’era … La   satira di costume tutta aderente alla nuova realtà  e, un’amarezza di fondo,  che si  intreccia ai tradizionali contenuti comici della commedia. In quel momento tutto stava cambiando   in Italia… Dalle macerie del dopoguerra un agguerrito gruppo di grandi e piccole imprese aveva lanciato il “miracolo economico”…  E gli italiani, nel benessere, assorbivano come spugne nuovi comportamenti…

Al cinema, che in Cinecittà trova la sua prima bandiera, avviene un miracolo nel  “Miracolo”. Senza voler fare paragoni   di poco rispetto,  succede un po’  quello che, ad altro livello, era avvenuto per gli artisti del Rinascimento… In confronto il neorealismo era stato portato avanti solo da  quattro geni    e,  per lo più, incompresi, ma per la “Commedia all’Italiana”  è già pronta un’intera   generazione di grandi interpreti, registi, sceneggiatori, attori, persino tecnici delle luci come Vittorio Storaro…  In quel contenitore ci andranno a finire parecchi vizi e poche virtù… Emancipazione femminile e libertà sessuale di sicuro, ma anche corruzione e volgarità  come stili diffusi di vita…

Difficile individuare  la prima commedia all’italiana… Bagliori e presentimenti c’erano già da parecchio… Per lo più come capostipite si  cita ” I Soliti Ignoti”  anche se manca l’ambientazione borghese, così cara al genere. E’ una parodia dei “caper movie”  con poveri disgraziati a far da comici … Ma sono comici assolutamente nuovi, ben lontani dalla marionetta appesa agli  immaginari fili  del  circo  o dell’avanspettacolo,  mentre volteggia fra gag,  giochi di parole, gesti buffi o nonsense… Ora l’attore ha i dialoghi  certi delle sceneggiature  fatti di   quotidiano e di realtà con  riferimenti sociali, chiari al pubblico che li  conosce e li vive spesso in prima persona…

Dopo i “Soliti Ignoti” non ci saranno più freni e  in poco più di un anno arrivano i grandi successi de “La grande guerra”e “Tutti a casa” dove i ricordi di   guerra sono  alleggeriti nell’ironia, mentre “Il Vedovo”,  diventa il prototipo   degli  scadenti personaggi infiltrati   nella nuova industria..

Lui, Ettore Scola, a Cinecittà c’era già arrivato da parecchi anni  e tutta l’esperiena satirica accumulata  nel Marc’Aurelio era la manna dal cielo per la novissima commedia, ma sono in pochi ad accorgersi che esiste… Non l’accreditano mai… “In realtà ho iniziato come negretto, scrivendo per altri senza apparire. Avevo dei grandi modelli: Fellini, Amidei, Zavattini, ma scrivevo anche sketch per Totò, Macario, Tino Scotti e Alberto Sordi”… Nel  1954 firma assieme a molti altri la sua prima sceneggiatura  ufficiale, “Un americano a Roma” e poi  altri film importanti come “Il Sorpasso”, ma alla regia arriva tardi, nel 1964, dopo una lunga gavetta e  l’opera  non è un successo… “Se permettete parliamo di donne” è un film a episodi   dove il protagonista maschile è sempre  Vittorio Gassman e  le attrici cambiano… “Una serie di barzellette,” lo liquiderà in fretta  Tullio Kesich…,

Ma nel 1968 le cose cambiano e travolgente arriva il successo… “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”    si ispira a un fumetto di Topolino che assieme a Pippo va a cercare in  Africa l’amico  Pappo. La commedia  punta il dito sul provincialismo arrogante del parvenu, che si muove  in Africa col piglio del colonialista dell’800… Certo la  recitazione sempre un po’ esasperata di Alberto Sordi  lo butta più sul comico che sul satirico, allontanandolo  un po’ dagli intenti moralizzatori di Scola  contro una società fatua e superficiale,  ma  il personaggio di  Titino – Manfredi, con i suoi imbrogli tutti italiani, l’arte di riciclarsi come stregone e lo struggente ritorno finale  nella Tribù, lascia una nuova consapevolezza anche nel prepotente editore…  Forse è solo un momento ma vorrebbe anche lui scappare dalla  futile  “civiltà”…

Dopo, Ettore Scola diventerà uno dei protagonisti assoluti … “Brutti, sporchi, cattivi” è un film pieno di personaggi anche  fisicamente sgradevoli… un apologo di come la miseria renda squallidi e cattivi… Scola,  fervente comunista aspetta chiaramente il “Sol dell’avvenire”  e il riscatto sociale…

«Si – dirà Scola a proposito  dei suoi anni ruggenti –  io credo che… un certo cinema italiano, è stato molto vicino alla politica….  Ad esempio, quando per “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”  dovevo girare la scena del comizio,  ho preferito aspettare  quello del Partito Comunista, e proprio quello di Pietro Ingrao in Piazza San Giovanni a Roma, non solo perché ho sempre percepito nel partito comunista una vicinanza ideale, ma perché ho sempre pensato a Pietro Ingrao, come al politico più vicino ai drammi della povera gente».  Oreste ormai  ridotto a una larva di disperazione dopo l’abbandono  della sua donna,  incontra in piazza  il segretario della sezione del partito  che  all’apparizione di Ingrao sul palco, lo conforterà dicendo «Senti Pietro, adesso…dai» e Oreste, fiducioso come davanti a un taumaturgo, risponderà  «Si, si, sento Pietro»… E poi,  in un impegno  senza mediazioni,  Scola filmerà  i Festival dell’Unità, quando era viva  la saldatura fra popolo e politica… Più in là anche “I funerali di Berlinguer,” l’amatissimo capo del partito…

Ma era impietoso  e acre verso i compiaciuti intellettuali della sinistra che utilizzavano la  cultura per disprezzare e sentirsi superiori…  “C’eravamo tanto amati” è del 1974…  Forse è prima di tutto un’elegia a Roma, commossa e silenziosa,  fra piazze  notturne e luoghi poco noti, dove tornano a incontrarsi Gianni, Antonio e Nicola,   tre partigiani   amici  che, che alla fine della guerra si  erano divisi. Nicola  era andato a  insegnare,  Antonio a fare il  portantino in  ospedale,  Giann a laurearsi…   Solo Antonio  era rimasto  fedele  agli  ideali di gioventù mentre Gianni  aveva trovato, in vie disoneste, ricchezza e potere, sposando la figlia di un palazzinaro senza scrupoli… Ma gli strali più cattivi Ettore Scola  li riserva a Nicola che  fra una sconfitta e l’altra  era diventato  la  caricatura dell’intellettuale presuntuoso ” di sinistra,”   lontano da ogni  visione critica della società, solo farsa  retorica di se stesso con  sterili e puntigliose polemiche…

In giro per il mondo forse il   film di Scola più conosciuto è “Una giornata particolare”, la storia di due esclusioni… Un omosessuale destinato al confino dal regime fascista e una casalinga intristita dalla fatica di vivere… E’ il maggio del 1938,  e nel condominio popolare quasi deserto, perché la gente,  piena di allegra  baldanza,  è andata  alla parata, echeggia a raffiche, sgradevole e trionfante,  la voce della radio che  descrive  l’arrivo a Roma di Adolf Hitler. Per un momento brevissimo Antonietta e Gabriele si ameranno, in un disperato abbraccio  di  comprensione reciproca… Poi mentre Gabriele viene portato via dalle guardie che lo scorteranno al confino, Antonietta  aspetterà il ritorno della sua famiglia  fascista… Ma alla  giornata particolare resta un filo di speranza… Antonietta che legge il libro che le ha regalato Gabriele… E’ un’ opera  di Alexandre Dumas dove si parla di popolo che prende coscienza…

Era stato fra gli ultimi a partecipare alla Commedia all’Italiana… Sarà anche  l’ultimo ad uscirne… ” La Terrazza” del 1982..  è considerato  una firma di epilogo…  Amara e senza speranze sul fallimento  professionale, ma prima ancora morale, di  cinque amici che attraversano la crisi di un mondo senza più ideali…

Anche Ettore Scola come  gli altri cercherà  vie diverse, molte ancora segnate dall’ispirazione e dal successo, come l’affresco corale e storico de “La famiglia” o l’intimissimo “Che ora è” sul difficile dialogo figli – genitori,  con una scrittura affascinante che appartiene al miglior Scola sceneggiatore… poi comincerà a diradare il suo lavoro…  C’è un commosso ritorno alla   sua città nel documentario “Gente di Roma” e poi quasi dieci anni di silenzio…

Poco tempo fa Scola, con quel suo sorriso dagli occhi tristi confessava   di non avere più idee, anzi precisava  “le idee ci  sarebbero, ma non hanno più niente a che fare con il cinema.” e invece  non era vero niente! Al cinema sta tornando…  S’intitolerà “Che strano chiamarsi Federico!” e sarà un cercare  Fellini a 20 anni dalla sua morte… racconterà tutta la ricchezza del cinema felliniano  e sarà un collage  di immagini di repertorio, momenti e ricordi sparsi… Si erano conosciuti ai tempi del Marc’Aurelio, un’amicizia mantenuta intatta… Per anni si erano divertiti   a farsi visita sui rispettivi set …  In “C’eravamo tanto amati”  Scola aveva voluto inserire nella sua Roma notturna, Federico mentre girava “La dolce vita” a Fontana di Trevi…

Ci possono essere tanti modi per portare avanti un’amicizia, ma Scola ha dovuto sciegliere l’unico che  oggi  gli è stato possibile…

Spesso si mangia nei film di Scola…  Per esempio all’inizio de “La Terrazza,” la padrona di casa richiama gli amici sparsi… “In tavola è pronto”… Ma forse la scena più graffiante è quella di Elide,in “C’eravamo tanto amati,” abbligata dal marito a mangiare solo insalata scondita  e un uovo sodo, di fronte agli altri che affondano la forchetta in un celebrato, ricco, piatto romano, che  poi a benvedere proprio romano non è…

I “Bucatini alla Matriciana” come li chiamano a Roma o forse più correttamente  “all’ Amatriciana,” nascono, come dice il nome, in quel di Amatrice, un paese del Lazio quasi di montagna, da cui già si scorgono le grandi montagne d’Abruzzo… La ricetta è antica ma la diatriba se si debba utilizzare aglio o cipolla seguita negli anni a schierare opposte fazioni… Però, trattandosi  di un vecchio piatto,  nato sui monti,  siamo propensi a credere che  la ricetta originaria impiegasse  l’aglio, perché la cipolla richiede un territorio di pianura… Forse anche il pomodoro é un’ aggiunta posteriore… Quella che segue è la nostra scelta, con la possibilità ovviamente di qualche variante secondo i gusti… Qualcuno, per non far torto a nessuno, fa addirittura un mix fra aglio e cipolla!

BUCATINI ALLA MATRICIANA

 INGREDIENTI per 4 persone: bucatini grammi 400,  guanciale (senza cotenna,  di montagna, poco salato e ben stagionato) grammi 160,  pecorino romano grattugiato grammi 80, 2 spicchi di aglio, sale, pepe e 1 peperoncino secco sbriciolato, 400 grammi di pomodorini piccoli rossi, preferibilmente quelli che  colti freschi vengono fatti appassire  in un mazzo appeso a un gancio.

PREPARAZIONE: Ponete sul fuoco una  pentola con 4 litri di acqua e 4 cucchiaini di sale fino. Tagliate a tocchetti il guanciale che  poi  metterete  in una padella già calda e appena unta  di olio.  Quando il guanciale  comincerà a rilasciare il suo grasso, aggiungete gli spicchi d’aglio tagliati a metà  e il peperoncino.  Rosolate il tutto molto dolcemente sino a quando il guanciale diventi croccante. Poi con un mestolo traforato togliete dalla padella guanciale e aglio e mettete i pomodorini lavati e spaccati. Fateli cuocere per un massimo di 7 o 8 minuti, perché va conservato il loro sapore fresco. Nel frattempo avrete lessato i bucatini in acqua bollente, scolandoli ancora al dente. Nel piatto di portata conditeli col sugo, aggiungete il guanciale e l’aglio, quest’ultimo se piace, altrimenti buttatelo via perché comunque ha già rilasciato il suo sapore nel sugo. Spolverizzateli di pecorino e pepe e serviteli caldi.

Stefania Sandrelli e gli spaghetti del dì di festa!

Gli intellettuali l’hanno sempre un po’ snobbata… soprattutto le intellettuali o le femministe, che  vedevano nelle  sue interpretazioni di ragazza prima e di donna poi,  l’esclusivo emergere della sfera sessuale, ora accennata, ora evocata, ora più concretamente  offerta…  Lei del resto non ha mai reagito agli ostracismi,  ha camminato leggera, come inconsapevole, in mezzo alle critiche e alle malignità,  seguitando a offrire negli anni  quel suo  sorriso,   agli inizi   più malizioso e spigoloso, col tempo  più dolce …  Quando ride sembra sempre voglia ringraziare qualcuno…  Famosa è rimasta la non – intervista con Oriana Fallaci, la più intrepida, polemica e  e famosa delle giornaliste italiane che,  con la sua intransigenza di donna impegnata  cercò  di affondarla nel ridicolo…A un certo punto Oriana si alzò e gelidamente  disse “Scusi, signorina, proprio non ce la faccio” e  lasciò la casa di Stefania Sandrelli… Doveva aver preso come un’offesa alla sua intelligenza il fatto che Stefania la ricevesse masticando chewing gum e con le strips di Topolino in mano…  Alle domande  che le rivolgeva la Fallaci poi rispondeva con lentezza, quasi con fatica… A distanza di anni, Stefania si schermiva, senza  la minima traccia di astio    “È stata colpa mia, lei, la Fallaci, è così brava e simpatica. E poi è toscana, come me”.

Sarà stato per la sua leggerezza, ma certo il coraggio non le è mai mancato… Viareggio negli anni 60 è uno dei luoghi mitici dell’Italia rampante…  I vip di Milano scendono tutti qui per le  ferie e i locali notturni sono il fiore all’occhiello della   musica più   nuova… Fra i giovani cantautori ce ne è uno in particolare … “Con Gino c’incontrammo alla Bussola. In realtà io ero andata lì apposta perché quella sera lui cantava. A me piaceva molto e volevo incontrarlo. Mi ero anche messa un bel vestito verde acqua, con una striscia di raso intorno alla scollatura. Lui mi vide e mi invitò a ballare e siccome ero piuttosto carina, mi stringeva. Poi però mi chiese quanti anni avevo e quando sentì che erano solo quindici si staccò bruscamente….” Invece fu un lungo amore … Lui aveva 12 anni più di lei e una moglie, che  trascurava  ma non lasciava…  Stefania cominciava quasi per gioco a lavorare nel cinema … Lui  beveva, era geloso, ma  per lei scrive “Sapore di sale”  una canzone  da giovani, che sa di mare, di estate, di felicità e … invece poco dopo, Gino  si punta una Derringer al cuore … “Volevo vedere cosa succede” spiegherà poi… E quel proiettile a Gino Paoli gli rimarrà conficcato dentro… Lei anche se  così giovane non si spaventa e non si allontana…

Nel 1964 nasce Amanda… Non era facile andare così controcorrente negli ipocriti anni ’60 dove tutto era lecito e consentito… Purchè non fosse risaputo… Poco tempo prima avevano allontanato dalla televisione Mina, la più grande  cantante italiana e una grande showgirl…  Aspettava un figlio da un uomo separato dalla moglie, in un Italia dove non c’era divorzio… Ma Stefania non ha paura e di questa maternità contestata, sente solo la  gioia infinita…  Mentre  la carriera di Gino Paoli comincia a entrare in un’ombra lunga, da cui uscirà solo molti anni dopo, Stefania  diventa una delle più acclamate dive. Poi  la sua storia d’amore con Gino finisce, si trasferisce a Roma, si sposa e avrà un altro figlio…

I suoi registi sono tutti importanti ma i ruoli che le affidano  sono sempre trasgressivi…  Comincia come giovane ladra ne “Il Federale” per  raggiungere subito dopo la fama in un  film di forte satira di costume come  “Divorzio all’Italiana”  E’ la giovanissima amante del Barone Fefè che per amor suo ucciderà la moglie, facendolo sembrare un delitto d’onore … Altre attrici  che, come lei, iniziano la carriera in quegli anni saranno sempre lì a sbandierare  i loro interessi culturali, l’impegno sociale o politico, la fedeltà  e la famiglia … Stefania non ci prova affatto… Sembra felice dei ruoli che interpretà e non le dispiace  che sia circondata  da quest’alone di sesso che le gira attorno..   Ma se oggi le si chiede se ha mai  provato attrazioni sessuali sul set  risponde scherzando “Il set è il luogo meno adatto per un feeling di quel genere. Con tutte le luci addosso, i tecnici e la parrucchiera che ti assesta un capello, ti senti pronta per la vivisezione. Io però sul set riesco a valutare il partner che mi piace e quello che mi lascia freddina”…

Nel 1970 Bernardo Bertolucci  ne “Il Conformista”  la riveste di una preziosa, sofisticata immagine  di giovane signora  a cavallo fra gli anni ’30 e ’40…  e le affida il personaggio di Giulia,  moglie naturalmente  amorale  che  eccita  il marito  in viaggio di nozze, raccontandogli   il suo lungo amore di quindicenne  con un uomo di sessanta anni … Per poi subito dopo mettersi a  filtrare con  una  bellissima  donna bionda…   Giulia è una figura a cui lei  aderisce completamente senza paura  di  compromettersi e di essere identificata  con il suo personaggio…

Di film ne ha interpretati  130 compresi quelli per la televisione, un  attività addirittura frenetica, senza sosta che solo raramente ha subito flessioni…  Con punte di erotismo  che hanno fatto  scrivere fiumi di inchiostro sulla validità  artistica del cinema erotico, le sue differenze e le sue analogie col cinema porno… A Stefania non si può toccare”La Chiave”… Questo film l’ha amato troppo  e lei, abituata a buttarsi tutto alle spalle, invece per quel film ci ha sofferto …”Dopo “La Chiave” mi è stata appiccicata addosso l’etichetta di attrice erotica. È stata un’etichetta che mi è pesata…” La Chiave è la storia della rivelazione di una folle passione coniugale, che porterà alla morte uno dei due protagonisti   “Un romanzo che mi è piaciuto infinitamente, quando l’ho letto nella sceneggiatura di Tinto Brass… Così non ho avuto paura di spogliarmi, di recitare nuda in un copione valido.  Sono stata per molti anni un’eterna ragazza del cinema italiano di volta in volta ingenua, maliziosa, tenera, disponibile. Con La Chiave sono diventata una donna, una madre di quasi 40 anni che, nell’Italia fascista (uso questa parola per esprimere un modello di educazione, una passività femminile di intere generazioni di madri) scopre la propria sessualità repressa…Il nudo, l’erotismo sono forme, modi di espressione. Purtroppo, c’è stato chi ha voluto vederli in un’altra maniera, e così è caduta la distinzione tra erotismo e pornografia».

Ma Stefania non si arrende… Istintivamente  ha sempre capito l’importanza dell’Eros nella vita delle persone… La sua è una consapevolezza che riporta alle radici della vita, in un tempo mitico che poco ha a che fare con le sovrastrutture sociali e  con l’intermediazione della psicoanalisi… Così l’anno dopo interpreta “Una donna allo specchio”… Un  incontro  durante il carnevale…Tre giorni di amore insensato e sfrenato, di scoperte e di confessioni.  Un’avventura che non si nasconde dietro  speranze di futuro e in cui  proprio la brevità  dell’incontro porta alla ricerca della  trasgressione più totale…  E seguiterà a rappresentare la trasgressività sessuale anche dopo, quando a 45 anni interpreterà la perfida Conchita che cadrà succube di passione per il possente Raoul…

Quando le chiesero se fosse  femminista lei rispose «Credo proprio di sì. Ma spero che questo non mi affatichi troppo» Indubbiamente sarebbe stata una grossa  impresa spiegare alle femministe il suo modo di essere una donna libera… Ha preferito farlo con un film, cosa che a lei dà gioia  e proprio per questo non l’affatica… Alla sua prima prova come Regista  chiama, come interprete, sua figlia Amanda e racconta una storia insolita, quella di una poetessa e scrittrice a cavallo fra il Medio Evo e il Rinascimento. Pochi conoscono il nome di Cristina da Pizzano. Eppure Cristina è stata una figura avvincente! Italiana, in Francia  fu la prima donna  a sopravvivere e a riconquistare la sua dignità   scrivendo e pubblicando opere poetiche, erudite e  persino scritti   in difesa di Giovanna d’Arco. Schiacciata dalle guerre e dalla miseria Cristina  riuscì a vincere  fame, paura e disperazione grazie alla scoperta di un dono che portava dentro di sé senza saperlo, la cultura che suo padre le aveva insegnato e il talento poetico che le era innato.

Alla prima del film  Stefania Sandrelli, sempre schiva delle grandi dichiarazioni, per una volta  si lascia un po’ andare e dichiara “Bisogna fidarsi  di più di quella forza femminile… e spenderla… usarla … Riuscire a camminare non davanti agli uomini, perché non vogliamo e neanche dietro, alla pari…  Percorrere un po’ lo stesso cammino”

 Un piatto di pasta asciutta per Stefania Sandrelli, simile a quello che mangiava in “C’eravamo tanto Amati” un film di rara poesia, sulle disillusioni  della gioventù e della  politica. Lei è Luciana, la ragazza venuta a Roma per fare cinema che diventerà la donna di tutti e tre i protagonisti, fino alla saggia scelta di quello fra i tre che potrà farla felice…

SPAGHETTI DEL DI’ DI FESTA

Ingredienti: per 6 persone: 250 gr. di Spaghetti  di farina bianca, 250 gr. di Spaghetti  Integrali con Omega 3,  4 salsicce,  350 gr di funghi porcini freschi o 50 grammi di funghi essicati, 10 rosette di cavolfiore, 2 spicchi di aglio, peperoncino, pepe, sale, olio extra vergine di oliva, pomodorini, parmigiano

PREPARAZIONE .  Pulite il cavolfiore e  lavatelo.  In una padella  mettete un po’ di olio, uno spicchio d’aglio tagliato a metà e fatelo appena rosolare sino a quando diventi madreperlaceo, poi  unite il cavolfiore a pezzi e il peperoncino, salate e versate un po’ di acqua. Fate cuocere, aggiungendo acqua di tanto in tanto finché il cavolfiore non si sarà disfatto e ridotto quasi ad una crema. In un’altra padella versate pochissimo olio, l’altro spicchio d’ aglio tagliato a fettine, la salsiccia e i funghi porcini( se usate quelli secchi devono essere messi a bagno in acqua tiepida per 30 minuti circa e strizzati prima di aggiungerli al sugo)  salate e fate cuocere a fiamma vivace per pochi minuti, dopodiché aggiungete il cavolfiore e spegnete il fuoco. Mentre cuoce la pasta potrete preparare le cialde di parmigiano e i pomodorini per la decorazione. Per le cialde sarà sufficiente versare alcuni mucchietti di parmigiano grattugiato in una padellina antiaderente calda e attendere giusto il tempo che si sciolga, girarle e poi riporle su un piattino. I pomodorini invece andranno appena scottati in una padellina (un paio di minuti a fiamma alta e senza l’aggiunta di olio). A questo punto scolate la pasta e saltatela nel condimento di funghi cavolfiore e salsiccia unendo una spolverata di parmigiano e nell’eventualità un paio di cucchiai di acqua di cottura. Impiattate con l’aggiunta dei pomodorini e delle cialde di parmigiano come decorazione.

  

Spaghetti alle vongole per Massimo Troisi !

Lontano da tutti  i luoghi comuni… dai facili qualunquismi e dagli stereotipi… Niente sole, niente pizza, niente mandolini… Ma una sofferenza antica, stoica, fatta di mille pudori, senza rassegnazione però e  con  l’0rgoglio di essere … “Io penso in napoletano, Io  sogno in napoletano… Cioè … mi riesce proprio facilissimo …” Ma non ti sforzi di  parlare italiano? – Chiedeva la giornalista di  buona famiglia  –  “Sono ormai tre anni che stai qua”… E c’era  quasi una vena di impazienza e di  divertita commiserazione nella voce di lei…  “No, non mi sforzo. Oltretutto all’inizio c’era un po’ di rabbia… Ci steva questa prevenzione …   Dicevano che non capivano… Perché, io posso capire il romano e anche il milanese… Insomma… e voi non potete capire il napoletano?…  Non è che non potete …E’ una mancanza di disponibilità …”  Diceva cose dure, ma parlava  pacato, con quella voce dolcissima, fatta  di constatazioni  senza polemiche, quasi senza rimprovero…  ” Senti, non ti faccio una domanda seria…” –   diceva,  cambiando  argomento,  la ragazza  un po’ confusa –  Ti chiedo così…   Ma tu hai  per caso idea di come possano risolversi i problemi giù di Napoli?  Politicamente, non so, hai vagamente  un’ aria di sinistra, non so se ti occupi di politica eccetera”   E lui rispondeva senza badare  alla superficialità dell’approccio, impegnato solo a sfruttare quello spazio televisivo al meglio possibile, per poter aiutare la sua città ” I problemi vanno risolti nella Struttura giusta… Qualche volta  si chiede di risolverli  con la canzone, con il calcio o con il teatro…  Invece noi possiamo partecipare ma non risolverli … La difficoltà oggi però è che non si sa nemmeno dove sta il potere… Ai tempi di Masaniello si andava ad assaltare il palazzo del Viceré ,  al tempo dei tedeschi si riconoscevano quelli con gli elmetti, ma adesso invece c’è questo potere subdolo… “

Forse per capire  la rabbia e il dolore di Massimo Troisi bisogna andare a San Giorgio a Cremano…  Un aggregato ormai  saldato alla città di Napoli, dove, in un un tessuto sub – urbano disordinato e degradato  dalle infiltrazioni della camorra, esistono o per lo più  resistono,  una trentina di  meravigliose  ville barocche, una più bella dell’altra… sparse sul territorio… Erano “Le ville di delizie,” dove i signori del ‘700  trascorrevano le villeggiature…

A San Giorgio Massimo  nasce  nel 1953 in una grande famiglia … 17 persone fra fratelli, nonni e zie… “Quando sto con meno di 15 persone mi sento solo…” seguiterà a dire una volta lontano da S. Giorgio a Cremano… Un’ infanzia  serena col padre   Capo Stazione e una assurda collezione di trenini elettrici che era l’immancabile befana delle Ferrovie dello Stato, ai figli dei dipendenti…   Ma a  12 anni Massimo si ammala… Le febbri reumatiche  gli cominciano a scassare  il cuore…   e da allora quel viso allegro da scugnizzo comincerà ad assottigliarsi…

Questo non gli impedisce di  fare teatro…  Nel suo gruppo ci sono  Lello Arena, Nico Mucci, Valeria Pezzagiovani … Hanno un testo  tutto scritto da loro …”Crocefissioni d’oggi,”  e una sala per le rappresentazioni..Il  Teatrino dell’Oratorio…  Al parroco,  fanno leggere una versione depurata  del testo,  ma al momento  della rappresentazione, il parroco li caccia dal Teatro… Gente che non si arrende,  prendono allora  in affitto un vecchio garage  che tutti fieri chiameranno “Centro Teatro Spazio”,  Rappresentano Eduardo e le Marionette, ma quando le cose si avviano bene, Massimo non ce la più…

In America c’è un grande chirurgo… il Professor De Bakey, è uno dei pochi al mondo che può sostituire una valvola al cuore, ma le spesa è enorme… Quando tutto sembra perduto é un giornale a salvare Massimo… “Il Mattino” lancia una sottoscrizione e il cuore di Napoli  salverà quello di Troisi a cui in America sostituiscono la valvola usurata.

Quando  lui torna  nel 1976  arriva il successo… Il trio Troisi, Decaro, Arena si chiama  “La Smorfia…”   Altro che Freud…. A Napoli e dintorni ci sono  i veri esperti che interpretano i sogni, li trasformano in  numeri… che poi si giocano a Lotto… Un modo tutto Napoletano per risolvere i guai…  Questo nome dell’antica  tradizione  l’ha voluto Troisi… Sono spettacoli di sketch comici con temi di attualità… Forse il più  esilarante e il più famoso è  La Natività che diventa l’occasione  per parlare della mancanza di lavoro a Napoli… Ha preso ormai forma il personaggio di Troisi timido, impacciato, in sordina, irresistibilmente comico, Lello Arena è il cattivo e De Caro suona le più  antiche  musiche napoletane … .  A Napoli lavorano al San Carluccio, a Roma al Brancaccio ed è lì che li scopre  Gigi Proietti che li fa arrivare in televisione… Il successo a Massimo fa bene… Prende il sospirato – da suo padre –  diploma di geometra e trova l’amore… una giovane e bella attrice che si chiama Anna Pavigliano…  E’ la prima delle sue belle amanti che gli rimarranno tutte vicino anche quando non ci sarà più l’amore…

Era inevitabile l’arrivo al cinema… e “Ricomincio da tre ” sarà il trionfo  di  Gaetano, napoletano schivo,educato, ma che, nella sua logica fuori dai clichè, si ribella alll’etichetta dell’emigrante, con cui lo vogliono bollare, solo perché viene   da Napoli… Arriva a Firenze con un candidato al suicidio,  si innamora di Marta , scappa, ritorna. Forse il figlio che aspetta Marta non è il suo, ma la questione più importante diventa il nome da mettere al bambino in un  dialogo da nuovissima commedia all’italiana, tutto  fatto di  surreali ragionamenti…  Gaetano: “Ma mettiamo che questo figlio… cioè… mettiamo che io ‘sto figlio… Cioè, come lo chiameremmo? ” Marta: “Mah… io non ci ho ancora pensato. Massimiliano? ” Gaetano: “No no no no, per carità, quale Massimiliano!? No, guarda, lo chiamiamo. cioè… si se decide che ‘sto figlio è… cioè che può., cioè… io avevo pensato: Ugo…  E’ propria perché accussì ‘o guaglione vene cchiù educato. ” Marta: “Ma perché? Massimiliano…? ” Gaetano: “Massimiliano vene scostumato. Cioè… niente, lo so… È proprio il nome che è scostumato. Perché Massimiliano… Per esempio, questo ragazzo sta vicino alla mamma… questo ragazzo si muove per andare a qualche parte? La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perche è troppo lungo!  Invece Ugo, quello come sta vicino alla mamma e sta per muoversi: Ugo! Il ragazzo non ha nemmeno il tempo di fare un passo. Ugo!, e deve tornare per forza, perche lo sente, il nome. Al massimo, proprio… ecco… volendo lo potremmo chiamare Ciro. È più lungo, ma proprio per non farlo venire troppo represso… Però Ciro tiene il tempo di prendere un poco d’ aria… “.

“Pensavo fosse amore e invece era un calesse” e’ la fine di un amore con le  grottesche verità di Troisi sulla vita e sull’amore … Cecilia ha appena lasciato Tommaso… Lui si reca sotto casa di lei  e la chiama al citofono… Lei non lo vuole far salire…

“Apri un momento… Senti sono in pantofole, con la vestaglia..E allora, mi fa impressione che stai in pantofole con la vestaglia? Ci spieghiamo un attimo, apri per favore…Dai, sono messa male, stavo dormendo, non voglio che mi vedi così, sono brutta…Sei brutta? Tanto mi devi lasciare mica ti devi fidanzare, meglio no, se sei brutta?”

Gli amici vogliono avvisare Tommaso che  Cecilia ha un altro uomo… Abbiamo visto Cecilia, lei non stava sola.. stava insieme a uno.Uscivano dal cinema, parlavano, ridevano e scherzavano….Vabbè sarà stato un amico!… Stavano assieme, Tomma’, stavano proprio assieme .Noi ti diciamo la verità per il bene tuo…Chi vi ha chiesto niente, queste non sono cose che si dicono in faccia sono cose che vanno dette alle spalle dell’interessato. Sono sempre state dette alle spalle.

Le caratteristiche  che dominano  il personaggio di tutti i  film di Troisi sono  sicuramente la sua personale  timidezza   e il suo essere schivo, delicato e sempre un po’ fuori posto..Sono elementi che lui di film in film   raffina e sublima   nella sua   ironia  tutta speciale  e nel suo modo di stare al mondo …

Di successo il successo  finisce il breve tempo di Massimo Troisi col  suo ultimo e struggente film  “Il postino,” dove il personaggio riesce a vincere  e a superare la sua timidezza grazie al dono della  poesia.

Succede nel  1994… Quando fa un controllo al cuore  negli Stati Uniti…  Si deve sottoporre   a un nuovo intervento chirurgico,   ma le riprese del suo nuovo film stanno per iniziare e  lui rimanda…

Il postino , girato a Procida e Salina , diretto da Michael Radford, è la storia di una insolita amicizia tra  Mario, un umile portalettere e Pablo Neruda  durante l’esilio del poeta cileno in Italia… Sarà l’amicizia col grande poeta che spingerà Mario a scrivere le poesie che non aveva il coraggio di tirar fuori… Troppo singolare  l’analogia fra Mario il Postino e Massimo il suo interprete…

Mario morirà durante una manifestazione prima ancora che suo figlio nasca, Massimo riuscì a  stento a terminare le riprese del film con enorme fatica, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura, poi morì nel sonno, nella casa della sorella   per un attacco cardiaco, il 4 giugno 1994, 12 ore dopo aver terminato le riprese de Il postino.

Due anni dopo   Il postino venne candidato a cinque Premi Oscar (tra cui uno per Troisi come miglior attore,  una nomination per l’Oscar postumo), ma delle cinque nomination si concretizzò solo quella per la migliore colonna sonora scritta da Luis Bacalov.

Certo per Troisi non poteva mancare una delle più  gustose  pastasciutte napoletane … Semplice e raffinata assieme, nello stile di una grande ed elegante tradizione, che a lui sarebbe piaciuta…

SPAGHETTI CON LE VONGOLE VERACI AL VINO BIANCO

INGREDIENTI per 4 persone:  1, 200 kg di vongole veraci freschissime e non di allevamento, altrimenti è preferibile utilizzare i “lupini” varietà di vongole più piccole,ma altrettanto saporite. 400 grammi di spaghetti,1 mazzetto di prezzemolo, 3 spicchi di aglio, 100 ml di olio extra vergine di oliva, 150 ml di vino bianco secca , 1 cucchiaio di farina, pepe e peperoncino

PREPARAZIONE:

 Fate spurgare  almeno per 12 ore  le vongole, coprendole a filo con  l’acqua leggermente salata.

Dopodiché sul fuoco, ponete una padella larga e versateci l’olio, l’aglio sbucciato, un peperoncino, il vino bianco e per finire il cucchiaio di farina, che seve per addensare la salsa che si sta preparando e quindi rimescolando amalgamate il tutto.

Quando poi, il composto inizia a soffriggere, aggiungete le vongole, fate insaporire bene e spegnete il fuoco solo quando saranno tutte aperte. Dopo di chè estraetele dalle valve e rimettetele nel loro sugo, salvo 200 grammi circa che terrete come decorazione da porre in cima ai piatti con le loro valve.

Nel frattempo, mettete una pentola piena di acqua sul fuoco, salate a vostro piacimento e quando l’acqua è giunta a bollore gettate gli spaghetti.

Ed infine, una volta cotti, scolateli e versateli nella padella nella quale avete preparato la salsa e riportatela a fuoco vivo. Aiutandovi con le posate, lasciate che gli spaghetti si impregnino del condimento. Se occorre potete aggiungere un po’ di liquido della pasta e una volta spenta la fiamma, spruzzate di prezzemolo tritato. e guarnite con le vongole rimaste con le valve.